Siamo uno Stato ad altissimo rischio di dissesto idrogeologico. Dopo il deragliamento del treno in Alto Adige la consapevolezza è tornata, nuovamente, in auge; passate queste due/tre settimane nessuno ne parlerà e ne scriverà più.
A patto che, ovviamente, non avvengano altre stragi.
Tanti morti e troppi feriti, però necessari per riportare un problema agli allarmi della cronaca. Allarmi che non sono onori, in quanto la politica in generale pare non fare nulla di costruttivo per ovviare al necessario utile per salvare vite e/o prevenire stragi.
Il dissesto idrogeologico è un fenomeno allarmante ma sempre meno contrastato. Tutte le azioni di "rimedio" sono, irrimediabilmente, ferme. Di pari passo aumentano, sempre più.
Il parere degli esperti in materia non è affatto confortante, purtroppo. Alessandro Trigila, responsabile dell'Inventario dei Fenomeni franosi in Italia, Iffi, un progetto Ispra, non è davvero ottimista sullo stato della nostra penisola.
Tecnicamente informato della verità, fa parte come già scritto dell'Ispra. Tale realtà è già stata fortemente debilitata in questi ultimi mesi, in quanto i suoi ricercatori precari per avere un pò di attenzione sono stati costretti al presidio permanente sui tetti.
E' divenuta una moda, di questi ultimi tempi. E' triste, ma va per la maggiore.
Secondo la sua opinione in Italia mancano mappe attuali delle zone "a rischio". Lo testimonia il fatto che il disastro di ieri fosse compresa in una zona ritenuta non pericolosa, ossia fazzoletto di territorio tra Laces e Castelbello in Val Venosta.
In Italia le frane, su un arco di tempo molto lungo, sono state circa 485mila.
Sono state individuate, localizzate e perimetrate attentamente.
Tenendo conto della presenza di strade e di centri abitati sono state poi tracciate mappe di rischio.
La metodologia seguita per la mappatura dei pericoli è stata, a detta del responsabile Trigila, proprio questa.
Il risultato di tale mastodontico lavoro deve fare riflettere profondamente.
Su un totale di 8101 Comuni monitorati ben 5708 sono a rischio. Sono percentuali vicine al 70%, mentre quelli a livello di attenzione elevata sono 2940, pari al 36% circa.
I punti più critici si dislocano, infine, lungo rete ferroviaria (1806) e rete autostradale (706).
Mettere in sicurezza tutto il paese, avendo a riferimento ovviamente mappe vecchie, non è cosa da poco. Dove si è già costruito su zone a rischio si può intervenire con opere di ingegneria e/o messa in sicurezza.
Entrambe queste tipologie di intervento sono molto costose; si può procedere però con un costante ma solido monitoraggio delle zone a rischio. Controllare un terreno potenzialmente pericoloso dovrebbe essere normale, oltrechè conveniente in ottica futura.
Investire sulla sicurezza nel tempo impedisce effettivamente di dover poi contare morti su morti accompagnati dal suono di tristi e retoriche condoglianze politiche/politicanti.
Ciò che colpisce però è che il progetto dell'Iffi si ferma all'anno 2006. Da allora sono mancati aggiornamenti costanti e duraturi delle zone a rischio.
Questo perchè? Mancano i soldi, come sempre.
Alessandro Trigila li quantifica in 3/4 milioni di Euro, necessari per aggiornare in chiave ipotetica la mappatura del rischio italiano di dissesto.
Sono ormai anni che li vanno chiedendo, purtroppo invano.
Non c'è, purtroppo, da stupirsi. La realtà italiana scappa da termini quali lungo termine, prevenzione o sicurezza.
Qualcuno, forse, avrà i brividi al solo pensiero.

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