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sabato 28 febbraio 2015
giovedì 26 febbraio 2015
FRA SERENITA' E FELICITA'...QUALI LE POSSIBILI RICERCHE?
"Penso di aver paura di essere felice perché ogni volta che lo sono succede qualcosa di brutto."
(Charlie Brown, cit.)
"Ciò che ci rende felici nel modo più immediato è la serenità d'animo:
questa buona qualità infatti ripaga istantaneamente chi la possiede."
(A.Schopenhauer, cit.)
"[...] Felicità/ dichiarata facsimile/
dal giudizio che ha/ rilasciato un orefice/
quella vera sarà/ senza un graffio di ruggine.[...]"
(S.Bersani, cit.)
martedì 24 febbraio 2015
"PODEMOS": QUALI CONFINI E CREDIBILITA' PER PROTESTA/PROPOSTA POLITICA?
Può la politica imparare qualcosa dal contesto esterno in tempo di crisi?
Cosa ha prodotto e potrebbe ancora generare nel quadro politico (e nella gestione del consenso) un periodo di prolungati stenti come quello che una certa parte di Europa sta vivendo su scala macro-economica? L'avanzamento ed il consolidarsi delle politiche di austerity cosa potrebbe generare, in termini espliciti?
Queste dinamiche hanno contribuito e stanno contribuendo al generarsi di spinte nazionalistiche, all'affermarsi di nuove forze politiche per definizione in rottura con i protagonisti di un precedente quadro democratico. In maniera che tutto può definirsi fuorchè eccezionale ed inaspettata.
Laddove le differenze esistenti fra pre-esistenti schieramenti partitici risultino percepite come nulle (cfr. clima europeo, dove le 'larghe intese' fra socialisti e popolari si sono replicate) a livello di agire esplicito, la discesa di nuove forze politiche si configura quantomeno come giustificabile e/o almeno non inaspettata. I tratti d'unione che sembrano comuni a molti di questi schieramenti riguardano, al netto dei punti di vista differenti su svariati argomenti, argomenti chiave inerenti le conseguenze subite grazie all'austerity sulle politiche socio-economiche: riflessioni sulla permanenza/validità/fattibilità dell'Euro, definizione/ricerca/riflessione sui meccanismi di democrazia e rappresentanza esercitabili su scala continentale, necessità di rendere meno aspre elementi come politiche fiscali e supremazia della Germania, [...].
Attraverso quali modalità andranno a definirsi e concretizzarsi i passi di strutturamento e consolidamento di queste forze politiche contrarie agli schemi precedenti?
Una delle forze che vanno a concorrere per inserirsi in questo quadro è data, fra le altre, dal movimento spagnolo Podemos. La storia di questa forza politica è stato tanta recente quanto dirompente e, ad ora, fondata anche su molti degli sbagli commessi da Partiti pre-esistenti; Podemos sembra essere nata in primo luogo per demeriti altrui, insomma.
Il quadro di esistenza di questo movimento è presentato in termini tanto larghi quanto ancora largamente inesplorati:
"[...] E' stata la sorpresa delle ultime elezioni europee in Spagna e i sondaggi la proiettano oltre il 25%, prima forza politica del Paese. Una esplosione che ha visto i suoi iscritti online arrivare in pochi mesi a quasi 300mila. In Italia sono definiti i 'grillini spagnoli'.
Se le somiglianze sono innegabili, le differenze però sono di più.
Podemos nasce dalla rivolta contro la 'casta', ma soprattutto dall'onda lunga del movimento degli indignados. Il suo gruppo dirigente proviene per formazione e cultura dal [...] mondo della Sinista radicale, e in Europa ha deciso di stare con il gruppo di Alexis Tsipras, di cui condividono il programma anti-austerity. Ma preferiscono presentarsi come 'né di destra né di sinistra', privilegiando la metafora del 'basso contro l'alto', del 99% contro l'1%. Nei circoli di Podemos non si trovano i poster di Che Guevara o del subcomandante Marcos ma solo manifesti viola, il colore della ribellione, con un cerchio bianco a raffigurare il potere decisionale diffuso. [...]"
Queste parole sono tratte dall'introduzione al libro 'Podemos - La sinistra spagnola oltre la sinistra', scritto da Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena e pubblicato da Alegre Edizioni.
Tale opera concorre ad articolare la formazione e la strutturazione di questo movimento, identificazione spagnola di quell'insieme di schieramenti euro-riflessivi precedentemente citati, cercando di analizzarne i contesti sociale, politico ed economico che hanno portato a questo realizzarsi. Certi argomenti hanno prodotto, in brevissimo tempo e non solo nella società spagnola, fortissimi radicamenti che hanno generato tanto solide quanto articolate consapevolezze: quali i prezzi da pagare per tentare di consolidare una ripresa socio-economica che salvi le fasce più deboli della popolazione? E' così vero e fondato l'assunto secondo cui destra e sinistra siano diventate la stessa cosa a livello di agire politico concreto?
E' ora che la crisi sia pagata da coloro che la hanno causata e generata? Quali ruoli (e colpe) attribuire a banche, classi tecnico-politiche percepite come corrotte e/o corruttibili? Entro quali nuovi confini collocare le politiche pubbliche, oggi sferzate e provate da vincoli sovranazionali imposti da politiche europee? L'analisi che un movimento come Podemos può apportare al dibattito nazionale (e continentale) può essere tanto prepotente quanto inesperta e tagliente, specialmente se svolta alla luce di un'aggressività programmatica dettata da una volontà di rivoluzionare completamente gli schemi pre-esistenti. Nonostante novità e pulsioni di ribellione, però, possono esistere legami che hanno contribuito alla nascita di Podemos che possono essere visti come dipendenti e/o vincola(n)ti da forme di vecchia politica? Assolutamente sì, non a caso.
Tali punti si richiamano ad una serie di questioni inevitabili che hanno, in prima istanza, a che fare con il concetto di leadership senza il quale questo Movimento non sarebbe probabilmente arrivato agli onori (ed oneri) della cronaca in così breve tempo; è il caso di Pablo Iglesias, volto largamente conosciuto da ben prima dell'affermazione di Podemos. E' anche (o soprattutto?) dalla sua figura che parte il ruolo che questo movimento ha (e potrà avere) su scala nazional-continentale:
"[...] 'Di unire la sinistra non me ne importa nulla', ripete [...] il leader del movimento Pablo Iglesias, 'noi siamo per l'unità popolare'. Di fronte alla sconfitta storica della sinistra, preferiscono ripartire da zero. In un intreccio ideologico che tiene insieme Antonio Gramsci e il teorico populista Ernesto Laclau, le forme più classiche e assembleari dei movimenti con la centralità della rete, l'idea della democrazia diretta con un leaderismo molto forte. Iglesias [...] è un personaggio politico anomalo, con aspetti affascinanti e contraddizioni evidenti, e fa paura all'establishment finanziario. Un fenomeno che non mancherà di esercitare un forte impatto sul dibattito della sinistra ma anche sui destini dell'Unione Europea. [...]"
Le domande da poter porre sono, a questo proposito, moltissime: quale sarebbe stata la popolarità di tale movimento senza la figura del leader?
La crescita del consenso sarebbe stata tanto rapida e consistente? Oppure vi sarebbero stati inevitabili rallentamenti? Un altro punto di continuità con il passato è dato, inevitabilmente, dall'apporto costruttivo che movimenti come Podemos dovrebbero/potrebbero dare alla società portando avanti l'effige della (vera o presunta?) democrazia diretta. Il primo passo strutturale e non occasionale da portare avanti deve essere, su questo fronte, quello relativo al far crescere e sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti delle proprie potenzialità:
"[...] Il filosofo Slavoj Zizek [...] ha scritto che 'le proteste hanno creato un vuoto: un vuoto sul terreno dell'ideologia dominante, e ci vuole tempo per riempirlo a dovere perché è un vuoto carico di contenuto, un'apertura verso il Nuovo.' Di contro Zigmunt Baumann ha voluto sottolineare i grossi limiti degli indignados, per lui soltanto un movimento 'emotivo' e di reazione ma senza una vera riflessione, quindi senza futuro perché 'l'emozione è instabile e inappropriata per progettare qualcosa di coerente e duraturo'. Fernando Savater ha criticato il movimento [...]: 'Alcuni attivisti sembrano considerarsi dei puri in un mondo di ambizioni e falsità. Nessuna democrazia reale può accettare un manicheismo tanto interessato e di comodo. E' sicuramente vero [...] che c'è bisogno di grosse riforme nella democrazia, nella sclerosi settaria dei Partiti, nei mercati fuori controllo per l'avidità della speculazione capitalistica, nell'efficace istituzionalizzazione di una giustizia senza compromesso coi Partiti, in un sistema di istruzione pubblico di qualità. Ma niente di tutto ciò sarà possibile finché la critica della politica continuerà ad essere censura nei confronti dei politici senza autocritica dei cittadini. L'indignazione non basta. Come diceva Spinoza, l'importate non è odiare o applaudire, ridere o piangere ma capire. [...]"
Attraverso quali passi strutturare Podemos per costruire una miscela politica fatta di proposta maggioritaria rispetto a giusta e ragionevole protesta? Attraverso quali passi strutturare Podemos per rendere vincolante il peso delle decisioni collettive, ossia assunte dalla massa che potrebbe contribuire a generare forme di democrazia diretta? Attraverso quali passi (cercare di) concretizzare forme di autocritica nei confronti dei cittadini, teoricamente interessabili a svolgere il ruolo di massa critica nei confronti degli schemi pre-esistenti?
Senza contare quello che, forse, potrebbe diventare l'elemento più importante di confronto e giudizio: l'essere percepiti come all'altezza delle promesse fatte. Qualora si trovasse a governare (anche se dentro schemi costruiti da altri), come saprebbe Podemos districarsi per risolvere matasse sempre più caotiche? Dovrebbe tessere attente trame o procedere a risoluzione estrema tracciando soluzioni quasi come se avesse davanti nodi gordiani?
Sullo sfondo, una lung(hissim)a serie di ulteriori questioni: rapporto con Tsipras e Syriza, analogie e differenze esistenti con altri movimenti e schieramenti europei, fallibilità (tutto fuorché irrealizzabile e potenziale) delle aspettative create e costruite per veicolare il consenso, [...].
L'incedere inevitabile dei passi costringerà a certe riflessioni, tanto importanti quanto pe(n)santi.
Si potrebbe vedere, parimenti al manifestarsi di (ulteriori) punti forti, anche il realizzarsi di (tanto aspri quanto inevitabili) punti deboli.
Cosa ha prodotto e potrebbe ancora generare nel quadro politico (e nella gestione del consenso) un periodo di prolungati stenti come quello che una certa parte di Europa sta vivendo su scala macro-economica? L'avanzamento ed il consolidarsi delle politiche di austerity cosa potrebbe generare, in termini espliciti?
Queste dinamiche hanno contribuito e stanno contribuendo al generarsi di spinte nazionalistiche, all'affermarsi di nuove forze politiche per definizione in rottura con i protagonisti di un precedente quadro democratico. In maniera che tutto può definirsi fuorchè eccezionale ed inaspettata.
Laddove le differenze esistenti fra pre-esistenti schieramenti partitici risultino percepite come nulle (cfr. clima europeo, dove le 'larghe intese' fra socialisti e popolari si sono replicate) a livello di agire esplicito, la discesa di nuove forze politiche si configura quantomeno come giustificabile e/o almeno non inaspettata. I tratti d'unione che sembrano comuni a molti di questi schieramenti riguardano, al netto dei punti di vista differenti su svariati argomenti, argomenti chiave inerenti le conseguenze subite grazie all'austerity sulle politiche socio-economiche: riflessioni sulla permanenza/validità/fattibilità dell'Euro, definizione/ricerca/riflessione sui meccanismi di democrazia e rappresentanza esercitabili su scala continentale, necessità di rendere meno aspre elementi come politiche fiscali e supremazia della Germania, [...].
Attraverso quali modalità andranno a definirsi e concretizzarsi i passi di strutturamento e consolidamento di queste forze politiche contrarie agli schemi precedenti?
Una delle forze che vanno a concorrere per inserirsi in questo quadro è data, fra le altre, dal movimento spagnolo Podemos. La storia di questa forza politica è stato tanta recente quanto dirompente e, ad ora, fondata anche su molti degli sbagli commessi da Partiti pre-esistenti; Podemos sembra essere nata in primo luogo per demeriti altrui, insomma.
Il quadro di esistenza di questo movimento è presentato in termini tanto larghi quanto ancora largamente inesplorati:
"[...] E' stata la sorpresa delle ultime elezioni europee in Spagna e i sondaggi la proiettano oltre il 25%, prima forza politica del Paese. Una esplosione che ha visto i suoi iscritti online arrivare in pochi mesi a quasi 300mila. In Italia sono definiti i 'grillini spagnoli'.
Se le somiglianze sono innegabili, le differenze però sono di più.
Podemos nasce dalla rivolta contro la 'casta', ma soprattutto dall'onda lunga del movimento degli indignados. Il suo gruppo dirigente proviene per formazione e cultura dal [...] mondo della Sinista radicale, e in Europa ha deciso di stare con il gruppo di Alexis Tsipras, di cui condividono il programma anti-austerity. Ma preferiscono presentarsi come 'né di destra né di sinistra', privilegiando la metafora del 'basso contro l'alto', del 99% contro l'1%. Nei circoli di Podemos non si trovano i poster di Che Guevara o del subcomandante Marcos ma solo manifesti viola, il colore della ribellione, con un cerchio bianco a raffigurare il potere decisionale diffuso. [...]"
Queste parole sono tratte dall'introduzione al libro 'Podemos - La sinistra spagnola oltre la sinistra', scritto da Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena e pubblicato da Alegre Edizioni.
Tale opera concorre ad articolare la formazione e la strutturazione di questo movimento, identificazione spagnola di quell'insieme di schieramenti euro-riflessivi precedentemente citati, cercando di analizzarne i contesti sociale, politico ed economico che hanno portato a questo realizzarsi. Certi argomenti hanno prodotto, in brevissimo tempo e non solo nella società spagnola, fortissimi radicamenti che hanno generato tanto solide quanto articolate consapevolezze: quali i prezzi da pagare per tentare di consolidare una ripresa socio-economica che salvi le fasce più deboli della popolazione? E' così vero e fondato l'assunto secondo cui destra e sinistra siano diventate la stessa cosa a livello di agire politico concreto?
E' ora che la crisi sia pagata da coloro che la hanno causata e generata? Quali ruoli (e colpe) attribuire a banche, classi tecnico-politiche percepite come corrotte e/o corruttibili? Entro quali nuovi confini collocare le politiche pubbliche, oggi sferzate e provate da vincoli sovranazionali imposti da politiche europee? L'analisi che un movimento come Podemos può apportare al dibattito nazionale (e continentale) può essere tanto prepotente quanto inesperta e tagliente, specialmente se svolta alla luce di un'aggressività programmatica dettata da una volontà di rivoluzionare completamente gli schemi pre-esistenti. Nonostante novità e pulsioni di ribellione, però, possono esistere legami che hanno contribuito alla nascita di Podemos che possono essere visti come dipendenti e/o vincola(n)ti da forme di vecchia politica? Assolutamente sì, non a caso.
Tali punti si richiamano ad una serie di questioni inevitabili che hanno, in prima istanza, a che fare con il concetto di leadership senza il quale questo Movimento non sarebbe probabilmente arrivato agli onori (ed oneri) della cronaca in così breve tempo; è il caso di Pablo Iglesias, volto largamente conosciuto da ben prima dell'affermazione di Podemos. E' anche (o soprattutto?) dalla sua figura che parte il ruolo che questo movimento ha (e potrà avere) su scala nazional-continentale:
"[...] 'Di unire la sinistra non me ne importa nulla', ripete [...] il leader del movimento Pablo Iglesias, 'noi siamo per l'unità popolare'. Di fronte alla sconfitta storica della sinistra, preferiscono ripartire da zero. In un intreccio ideologico che tiene insieme Antonio Gramsci e il teorico populista Ernesto Laclau, le forme più classiche e assembleari dei movimenti con la centralità della rete, l'idea della democrazia diretta con un leaderismo molto forte. Iglesias [...] è un personaggio politico anomalo, con aspetti affascinanti e contraddizioni evidenti, e fa paura all'establishment finanziario. Un fenomeno che non mancherà di esercitare un forte impatto sul dibattito della sinistra ma anche sui destini dell'Unione Europea. [...]"
Le domande da poter porre sono, a questo proposito, moltissime: quale sarebbe stata la popolarità di tale movimento senza la figura del leader?
La crescita del consenso sarebbe stata tanto rapida e consistente? Oppure vi sarebbero stati inevitabili rallentamenti? Un altro punto di continuità con il passato è dato, inevitabilmente, dall'apporto costruttivo che movimenti come Podemos dovrebbero/potrebbero dare alla società portando avanti l'effige della (vera o presunta?) democrazia diretta. Il primo passo strutturale e non occasionale da portare avanti deve essere, su questo fronte, quello relativo al far crescere e sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti delle proprie potenzialità:
"[...] Il filosofo Slavoj Zizek [...] ha scritto che 'le proteste hanno creato un vuoto: un vuoto sul terreno dell'ideologia dominante, e ci vuole tempo per riempirlo a dovere perché è un vuoto carico di contenuto, un'apertura verso il Nuovo.' Di contro Zigmunt Baumann ha voluto sottolineare i grossi limiti degli indignados, per lui soltanto un movimento 'emotivo' e di reazione ma senza una vera riflessione, quindi senza futuro perché 'l'emozione è instabile e inappropriata per progettare qualcosa di coerente e duraturo'. Fernando Savater ha criticato il movimento [...]: 'Alcuni attivisti sembrano considerarsi dei puri in un mondo di ambizioni e falsità. Nessuna democrazia reale può accettare un manicheismo tanto interessato e di comodo. E' sicuramente vero [...] che c'è bisogno di grosse riforme nella democrazia, nella sclerosi settaria dei Partiti, nei mercati fuori controllo per l'avidità della speculazione capitalistica, nell'efficace istituzionalizzazione di una giustizia senza compromesso coi Partiti, in un sistema di istruzione pubblico di qualità. Ma niente di tutto ciò sarà possibile finché la critica della politica continuerà ad essere censura nei confronti dei politici senza autocritica dei cittadini. L'indignazione non basta. Come diceva Spinoza, l'importate non è odiare o applaudire, ridere o piangere ma capire. [...]"
Attraverso quali passi strutturare Podemos per costruire una miscela politica fatta di proposta maggioritaria rispetto a giusta e ragionevole protesta? Attraverso quali passi strutturare Podemos per rendere vincolante il peso delle decisioni collettive, ossia assunte dalla massa che potrebbe contribuire a generare forme di democrazia diretta? Attraverso quali passi (cercare di) concretizzare forme di autocritica nei confronti dei cittadini, teoricamente interessabili a svolgere il ruolo di massa critica nei confronti degli schemi pre-esistenti?
Senza contare quello che, forse, potrebbe diventare l'elemento più importante di confronto e giudizio: l'essere percepiti come all'altezza delle promesse fatte. Qualora si trovasse a governare (anche se dentro schemi costruiti da altri), come saprebbe Podemos districarsi per risolvere matasse sempre più caotiche? Dovrebbe tessere attente trame o procedere a risoluzione estrema tracciando soluzioni quasi come se avesse davanti nodi gordiani?
Sullo sfondo, una lung(hissim)a serie di ulteriori questioni: rapporto con Tsipras e Syriza, analogie e differenze esistenti con altri movimenti e schieramenti europei, fallibilità (tutto fuorché irrealizzabile e potenziale) delle aspettative create e costruite per veicolare il consenso, [...].
L'incedere inevitabile dei passi costringerà a certe riflessioni, tanto importanti quanto pe(n)santi.
Si potrebbe vedere, parimenti al manifestarsi di (ulteriori) punti forti, anche il realizzarsi di (tanto aspri quanto inevitabili) punti deboli.
domenica 22 febbraio 2015
sabato 21 febbraio 2015
PER UN'INDIGNAZIONE PROPOSITIVA: NULLA CAMBIERA' SENZA L'AUTOCRITICA DEI CITTADINI
"[...] Il filosofo Slavoj Zizek [...] ha scritto che 'le proteste hanno creato un vuoto: un vuoto sul terreno dell'ideologia dominante, e ci vuole tempo per riempirlo a dovere perché è un vuoto carico di contenuto, un'apertura verso il Nuovo.' Di contro Zigmunt Baumann ha voluto sottolineare i grossi limiti degli indignados, per lui soltanto un movimento 'emotivo' e di reazione ma senza una vera riflessione, quindi senza futuro perché 'l'emozione è instabile e inappropriata per progettare qualcosa di coerente e duraturo'. Fernando Savater ha criticato il movimento [...]: 'Alcuni attivisti sembrano considerarsi dei puri in un mondo di ambizioni e falsità. Nessuna democrazia reale può accettare un manicheismo tanto interessato e di comodo. E' sicuramente vero [...] che c'è bisogno di grosse riforme nella democrazia, nella sclerosi settaria dei Partiti, nei mercati fuori controllo per l'avidità della speculazione capitalistica, nell'efficace istituzionalizzazione di una giustizia senza compromesso coi Partiti, in un sistema di istruzione pubblico di qualità. Ma niente di tutto ciò sarà possibile finché la critica della politica continuerà ad essere censura nei confronti dei politici senza autocritica dei cittadini. L'indignazione non basta. Come diceva Spinoza, l'importate non è odiare o applaudire, ridere o piangere ma capire. [...]'"
(Podemos, M.Pucciarelli, G.R.Spena - Edizioni Alegre)
(Podemos, M.Pucciarelli, G.R.Spena - Edizioni Alegre)
giovedì 19 febbraio 2015
"L'ITALIA PUO' FARCELA": QUALI LE POSSIBILI STRADE PER EURO ED EUROPA?
Quanto si configura come sostenibile la cosiddetta "zona Euro" per gli Stati europei e per le popolazioni che ne subiscono da anni (pregi e) difetti?
Sarebbe forse possibile fare una dettagliata analisi costi-benefici, al termine della quale si riuscisse a capire la sostenibilità o meno di un progetto che sembra esser stato dimensionato con qualche lacuna? Si deve essere per forza pro o anti-Euro a prescindere, quasi come se le indicazioni di Partito e/o di schieramento ideologico fossero dei diktat ineludibili? Può e deve esistere la convinzione che un'Europa diversa sia realizzabile?
Attraverso quali passi concreti abolire la gabbia dell'austerità, cercando di coniugare su scala continentale crescita economica e sostenibilità della stessa?
La cessione di quote di sovranità sempre maggiori deve essere una fase tanto inevitabile quanto ancora ineludibile?
Esistono alternative concrete alla necessità di compiere scelte radicali che potrebbero forse mal comprese dai cittadini europei?
L'alfabeto europeo è fatto di parole che, da qualche anno a questa parte, hanno acquisito un'enorme importanza ed i cui significati, fino a relativamente poco tempo fa, erano largamente sconosciuti ai più: spread, deficit, debito pubblico, PIL, [...].
La consapevolezza di questa crisi ha radici dettate anche da un'inconsapevole ignoranza delle moltitudini verso materie complesse come quelle di matrice economico-finanziaria? A prescindere dalla validità o meno di queste domande, la questione di fondo era, è (e sarà davvero per sempre?) una sola: l'Italia è uno Stato tanto in crisi socio-economica quanto inserito dentro la cornice di Euro (ed Europa). A prescindere da quel che possa comportare per il futuro.
Il dibattito è tanto importante quanto necessario da divulgare; per compiere questo è opportuno renderlo semplice, o quantomeno semplificato.
Deve essere, insomma, reso maggiormente comprensibile e meno radicalizzato su punti di discussione da cui sia impossibile (o quantomeno complicato) il confronto fra punti di vista opposti. Che fine potrebbe fare l'Italia qualora la crescita economica rimanesse tanto bassa da rendere inevitabile una 'rinegoziazione' dei livelli di debito pubblico? Esplorando le dinamiche di questa crisi è possibile scoprire punti di vista e/o interpretazioni ancor oggi sottovalutate? E' (anche, non solo) su queste domande che cerca di muoversi il libro 'L'Italia può farcela', scritto dall'economista Alberto Bagnai e pubblicato da 'Il Saggiatore'. Lo scopo dell'opera, a prescindere dalla sua poi successiva criticabilità o meno, è chiaro sin da subito:
"[...] La crisi dei mutui subprime è scoppiata nel 2007, e dagli Stati Uniti ha contagiato l'intera economia globale. Oggi, mentre il resto del mondo è in ripresa, in Europa stiamo ancora parlando di debiti. Perché? E' ormai chiaro che le terapie sbagliate come l'austerità hanno [...] peggiorato le cose. Occorre una diagnosi più accurata, capace di risalire alle origini dei nostri problemi.
Chi è stato a indebitarsi così tanto, e per quale motivo? Da chi ha avuto i soldi?
Perché solo in Italia e in Europa non ne stiamo venendo fuori? [...]"
A partire da domande oggettive, capaci cioè di individuare una serie di problemi visibili da tutti, è possibile trarre una serie di specifiche conclusioni anche largamente divergenti e/o opposte le une dalle altre. Le convinzioni personali non devono ostacolare il piano del confronto metodico e specifico, rapportato cioè alla possibilità di ascoltare al meglio possibile le opinioni altrui. E' da questo punto di vista e da queste domande che prende quota il pensiero dell'economista Bagnai, autore della presente opera:
"[...] Alberto Bagnai dimostra che le radici della crisi europea affondano nell'iniqua distribuzione del reddito che da più di trent'anni caratterizza tutte le economie avanzate. Con la globalizzazione finanziaria, i salari reali hanno perso terreno rispetto alla produttività del lavoro, a tutto vantaggio dei profitti. Ma perché il capitalismo funzioni, se non è sostenuta dai salari, la domanda di beni deve essere finanziata dal debito. Da una situazione in cui il lavoratore è un cliente, si è passati a una realtà in cui il lavoratore è un debitore. E' il trionfo del capitale sul lavoro, ma anche il fallimento del paradigma economico liberista. [...]"
Questo bilancio fra vincitori e sconfitti a quali punti di vista potrebbe condurre, un domani più o meno lontano? L'Euro(pa) è ad oggi più una gabbia od una benedizione per le prospettive di sviluppo futuribile dell'intero 'vecchio continente' in rapporto al mondo intero? Può esistere un'informazione obiettiva che riesca ad esplorare in maniera tanto oggettiva quanto chiara le prospettive (anche o soprattutto?) negative che potrebbero attendere l'intero continente qualora non riuscisse a consolidare al meglio le proprie potenzialità, sanando al meglio possibile tutti gli squilibri socio-economici che lo caratterizzano? E' da queste ulteriori considerazioni di massima che si muovono ulteriori riflessioni, sintetizzate dalla copertina introduttiva all'opera in questione:
"[...] In Europa, la moneta unica ha accentuato queste dinamiche globali.
L'Euro ha permesso ai cittadini del Sud di finanziare più facilmente il consumo di beni prodotti dal Nord, e i ha indotti ad accettare politiche di compressione dei salari e dei diritti, presentate come biglietto di ingresso nel club dei 'paesi virtuosi'. A questo si aggiunge, in Italia, un fenomeno senza paragoni nel panorama mondiale: l'autorazzismo, ciò che Gadda chiamava 'la porca rogna italiana del denigramento di noi stessi'. [...]"
Uno fra i punti fondamentali su cui concentrarsi, secondo l'autore, sarebbe quello di vedere lo Stato italiano come un Paese dalle potenzialità sottovalutate dagli stessi cittadini che lo abitano. Questo punto di vista è esplicativo e sicuramente degno di riflessione, a prescindere dalla sua condivisione o meno:
"[...] E' così che ha preso piede la filosofia antidemocratica del vincolo esterno, condivisa da tutti i Partiti politici della Prima e Seconda Repubblica al grido di 'ce lo chiede l'Europa!': un sistema discutibile anche quando l'Europa sembrava in salute; ora che sta fallendo è giunto il mondo di riacquistare un più alto senso di dignità e solidarietà nazionale, e cambiare strada. [...]"
Laddove potrebbe condurre questa consapevolezza relativa alla necessità di cambiare strada?
E' su questo punto di vista che si aprono una serie notevole di prospettive, attese, interpretazioni: rinuncia alle politiche di austerità, definizione di nuovi metodi per cedere progressivamente ulteriori forme di sovranità ad enti sovranazionali, creare nuovi meccanismi e sinergie fra organismi attualmente esistenti, valutazione di creazione di strumenti alternativi a quelli fino ad ora impiegati per (cercare di) alleviare le conseguenze della crisi economico-finanziaria, uscita dall'Euro con conseguente ritorno a forme di sovranità nazionale ad oggi già cedute, [...].
Alcuni di questi sbocchi sono opposti e potrebbero causare conseguenze altrettanto divergenti, l'una dall'altra; quale cambio strada propone l'autore del presente saggio?
Si ha un'opinione tanto lampante quanto a parere dell'autore documentata:
"[...] Alberto Bagnai propone la sua formula per evitare il disastro, con lo stile appassionato e il rigore analitico che lo hanno reso un punto di riferimento nel dibattito contemporaneo. La soluzione alla crisi italiana ed europea passa per il recupero della piena sovranità economica degli Stati e il ritorno alle valute nazionali, condizione necessaria per ristabilire l'equilibrio fra i Paesi membri dell'Unione e restituire loro piena legittimità democratica. Solo così si potranno elaborare e mettere in pratica politiche economiche espansive, ispirate al principio di equità. Solo così l'Italia potrà farcela. [...]"
L'Italia potrebbe farcela davvero solamente perseguendo la strada di un ritorno a forme monetarie autonome? Entro quali 'argini' poter discutere e consolidare altre alternative, sempre ammesso che ne esistano e che non siano altrettanto dolorose come quelle esplorate fino ad oggi?
Predicare un generico più o meno Europa può significare causare confusione nelle idee e nelle consapevolezze di chi ascolta? Per (cercare di) avere maggiori e migliori consapevolezze su un tema scottante e complesso come questo, occorre a prescindere da tutte le strade possibili adoperarsi per (cercare di) colmare le personali dosi di ignoranza in materie tanto difficili come quelle economico-finanziarie. Compito tanto complicato quanto, a prescindere da tutto, forse necessario per (provare a) vincere (o almeno comprendere) la complessità del mondo contemporaneo.
Sarebbe forse possibile fare una dettagliata analisi costi-benefici, al termine della quale si riuscisse a capire la sostenibilità o meno di un progetto che sembra esser stato dimensionato con qualche lacuna? Si deve essere per forza pro o anti-Euro a prescindere, quasi come se le indicazioni di Partito e/o di schieramento ideologico fossero dei diktat ineludibili? Può e deve esistere la convinzione che un'Europa diversa sia realizzabile?
Attraverso quali passi concreti abolire la gabbia dell'austerità, cercando di coniugare su scala continentale crescita economica e sostenibilità della stessa?
La cessione di quote di sovranità sempre maggiori deve essere una fase tanto inevitabile quanto ancora ineludibile?
Esistono alternative concrete alla necessità di compiere scelte radicali che potrebbero forse mal comprese dai cittadini europei?
L'alfabeto europeo è fatto di parole che, da qualche anno a questa parte, hanno acquisito un'enorme importanza ed i cui significati, fino a relativamente poco tempo fa, erano largamente sconosciuti ai più: spread, deficit, debito pubblico, PIL, [...].
La consapevolezza di questa crisi ha radici dettate anche da un'inconsapevole ignoranza delle moltitudini verso materie complesse come quelle di matrice economico-finanziaria? A prescindere dalla validità o meno di queste domande, la questione di fondo era, è (e sarà davvero per sempre?) una sola: l'Italia è uno Stato tanto in crisi socio-economica quanto inserito dentro la cornice di Euro (ed Europa). A prescindere da quel che possa comportare per il futuro.
Il dibattito è tanto importante quanto necessario da divulgare; per compiere questo è opportuno renderlo semplice, o quantomeno semplificato.
Deve essere, insomma, reso maggiormente comprensibile e meno radicalizzato su punti di discussione da cui sia impossibile (o quantomeno complicato) il confronto fra punti di vista opposti. Che fine potrebbe fare l'Italia qualora la crescita economica rimanesse tanto bassa da rendere inevitabile una 'rinegoziazione' dei livelli di debito pubblico? Esplorando le dinamiche di questa crisi è possibile scoprire punti di vista e/o interpretazioni ancor oggi sottovalutate? E' (anche, non solo) su queste domande che cerca di muoversi il libro 'L'Italia può farcela', scritto dall'economista Alberto Bagnai e pubblicato da 'Il Saggiatore'. Lo scopo dell'opera, a prescindere dalla sua poi successiva criticabilità o meno, è chiaro sin da subito:
"[...] La crisi dei mutui subprime è scoppiata nel 2007, e dagli Stati Uniti ha contagiato l'intera economia globale. Oggi, mentre il resto del mondo è in ripresa, in Europa stiamo ancora parlando di debiti. Perché? E' ormai chiaro che le terapie sbagliate come l'austerità hanno [...] peggiorato le cose. Occorre una diagnosi più accurata, capace di risalire alle origini dei nostri problemi.
Chi è stato a indebitarsi così tanto, e per quale motivo? Da chi ha avuto i soldi?
Perché solo in Italia e in Europa non ne stiamo venendo fuori? [...]"
A partire da domande oggettive, capaci cioè di individuare una serie di problemi visibili da tutti, è possibile trarre una serie di specifiche conclusioni anche largamente divergenti e/o opposte le une dalle altre. Le convinzioni personali non devono ostacolare il piano del confronto metodico e specifico, rapportato cioè alla possibilità di ascoltare al meglio possibile le opinioni altrui. E' da questo punto di vista e da queste domande che prende quota il pensiero dell'economista Bagnai, autore della presente opera:
"[...] Alberto Bagnai dimostra che le radici della crisi europea affondano nell'iniqua distribuzione del reddito che da più di trent'anni caratterizza tutte le economie avanzate. Con la globalizzazione finanziaria, i salari reali hanno perso terreno rispetto alla produttività del lavoro, a tutto vantaggio dei profitti. Ma perché il capitalismo funzioni, se non è sostenuta dai salari, la domanda di beni deve essere finanziata dal debito. Da una situazione in cui il lavoratore è un cliente, si è passati a una realtà in cui il lavoratore è un debitore. E' il trionfo del capitale sul lavoro, ma anche il fallimento del paradigma economico liberista. [...]"
Questo bilancio fra vincitori e sconfitti a quali punti di vista potrebbe condurre, un domani più o meno lontano? L'Euro(pa) è ad oggi più una gabbia od una benedizione per le prospettive di sviluppo futuribile dell'intero 'vecchio continente' in rapporto al mondo intero? Può esistere un'informazione obiettiva che riesca ad esplorare in maniera tanto oggettiva quanto chiara le prospettive (anche o soprattutto?) negative che potrebbero attendere l'intero continente qualora non riuscisse a consolidare al meglio le proprie potenzialità, sanando al meglio possibile tutti gli squilibri socio-economici che lo caratterizzano? E' da queste ulteriori considerazioni di massima che si muovono ulteriori riflessioni, sintetizzate dalla copertina introduttiva all'opera in questione:
"[...] In Europa, la moneta unica ha accentuato queste dinamiche globali.
L'Euro ha permesso ai cittadini del Sud di finanziare più facilmente il consumo di beni prodotti dal Nord, e i ha indotti ad accettare politiche di compressione dei salari e dei diritti, presentate come biglietto di ingresso nel club dei 'paesi virtuosi'. A questo si aggiunge, in Italia, un fenomeno senza paragoni nel panorama mondiale: l'autorazzismo, ciò che Gadda chiamava 'la porca rogna italiana del denigramento di noi stessi'. [...]"
Uno fra i punti fondamentali su cui concentrarsi, secondo l'autore, sarebbe quello di vedere lo Stato italiano come un Paese dalle potenzialità sottovalutate dagli stessi cittadini che lo abitano. Questo punto di vista è esplicativo e sicuramente degno di riflessione, a prescindere dalla sua condivisione o meno:
"[...] E' così che ha preso piede la filosofia antidemocratica del vincolo esterno, condivisa da tutti i Partiti politici della Prima e Seconda Repubblica al grido di 'ce lo chiede l'Europa!': un sistema discutibile anche quando l'Europa sembrava in salute; ora che sta fallendo è giunto il mondo di riacquistare un più alto senso di dignità e solidarietà nazionale, e cambiare strada. [...]"
Laddove potrebbe condurre questa consapevolezza relativa alla necessità di cambiare strada?
E' su questo punto di vista che si aprono una serie notevole di prospettive, attese, interpretazioni: rinuncia alle politiche di austerità, definizione di nuovi metodi per cedere progressivamente ulteriori forme di sovranità ad enti sovranazionali, creare nuovi meccanismi e sinergie fra organismi attualmente esistenti, valutazione di creazione di strumenti alternativi a quelli fino ad ora impiegati per (cercare di) alleviare le conseguenze della crisi economico-finanziaria, uscita dall'Euro con conseguente ritorno a forme di sovranità nazionale ad oggi già cedute, [...].
Alcuni di questi sbocchi sono opposti e potrebbero causare conseguenze altrettanto divergenti, l'una dall'altra; quale cambio strada propone l'autore del presente saggio?
Si ha un'opinione tanto lampante quanto a parere dell'autore documentata:
"[...] Alberto Bagnai propone la sua formula per evitare il disastro, con lo stile appassionato e il rigore analitico che lo hanno reso un punto di riferimento nel dibattito contemporaneo. La soluzione alla crisi italiana ed europea passa per il recupero della piena sovranità economica degli Stati e il ritorno alle valute nazionali, condizione necessaria per ristabilire l'equilibrio fra i Paesi membri dell'Unione e restituire loro piena legittimità democratica. Solo così si potranno elaborare e mettere in pratica politiche economiche espansive, ispirate al principio di equità. Solo così l'Italia potrà farcela. [...]"
L'Italia potrebbe farcela davvero solamente perseguendo la strada di un ritorno a forme monetarie autonome? Entro quali 'argini' poter discutere e consolidare altre alternative, sempre ammesso che ne esistano e che non siano altrettanto dolorose come quelle esplorate fino ad oggi?
Predicare un generico più o meno Europa può significare causare confusione nelle idee e nelle consapevolezze di chi ascolta? Per (cercare di) avere maggiori e migliori consapevolezze su un tema scottante e complesso come questo, occorre a prescindere da tutte le strade possibili adoperarsi per (cercare di) colmare le personali dosi di ignoranza in materie tanto difficili come quelle economico-finanziarie. Compito tanto complicato quanto, a prescindere da tutto, forse necessario per (provare a) vincere (o almeno comprendere) la complessità del mondo contemporaneo.
martedì 17 febbraio 2015
A PROPOSITO DI POLITICA...E CONSAPEVOLEZZA DELL'ESEMPIO
"[...] Non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola [...] e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto. [...]"
(S.Pertini, cit., 1973)
"[...] Cosa porterei dal mondo del calcio a quello della politica? Comincerei col portare le regole, noi in campo le abbiamo e le dobbiamo rispettare. E poi bisognerebbe trovare persone che non dicono 'vorrei ma non posso' ma che invece dicono 'io voglio e lo faccio'. [...]"
(Z.Zeman, att.)
"[...] La prima virtù della politica è di risolvere i problemi, non di parlarne. [...]"
(G.Vaciago, att.)
"[...] La situazione politica in Italia è grave ma non è seria. [...]"
(E.Flaiano, cit.)
(S.Pertini, cit., 1973)
"[...] Cosa porterei dal mondo del calcio a quello della politica? Comincerei col portare le regole, noi in campo le abbiamo e le dobbiamo rispettare. E poi bisognerebbe trovare persone che non dicono 'vorrei ma non posso' ma che invece dicono 'io voglio e lo faccio'. [...]"
(Z.Zeman, att.)
"[...] La prima virtù della politica è di risolvere i problemi, non di parlarne. [...]"
(G.Vaciago, att.)
"[...] La situazione politica in Italia è grave ma non è seria. [...]"
(E.Flaiano, cit.)
lunedì 16 febbraio 2015
FRA ITALIA, DISSESTO E CLIMA: INIZIATO UN CAMBIAMENTO?
Le cifre attribuibili e/o riconducibili al dissesto idrogeologico sono, nella sola Italia, enormemente elevate ed assai allarmanti. Un passato report de La Stampa è, a questo proposito, estremamente chiaro nei confronti di un allarme tanto urgente quanto largamente sconosciuto ai più:
"[...] Le aree ad elevata criticità rappresentano il 9,8% della superficie nazionale e riguardano l’89% dei comuni, su cui sorgono 6.250 scuole e 550 ospedali. [...] Le Regioni hanno stimato un fabbisogno di 40 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio [...]"
L'allarme implicito da destinare a tale urgenza dovrebbe essere, al netto delle impressioni, assolutamente elevato; sono troppi i casi che, di anno in anno, vanno arricchendo (al negativo) le cronache giornalistiche e le statistiche di qualcosa che si sarebbe potuto fare meglio.
Sempre con il senno di poi, lamentando a posteriori una cura ed una prevenzione non all'altezza delle situazioni verificatesi. Le cifre di questa emergenza, nella sola Italia, hanno consegnato alle statistiche un costo complessivo di danni pari a circa 62 miliardi di Euro; tale mostruoso importo è stato cumulato in un arco temporale compreso fra 1944 e 2012, stando alle statistiche promosse dal report de La Stampa precedentemente citato.
Dalla lettura di questi dati, è possibile toccare "con mano" quali e quante siano le urgenze da affrontare con la miglior immediatezza possibile.
Parallelamente a questo, un dossier de La Repubblica definisce quelle che sono state le cifre che l'emergenza del dissesto idrogeologico ha consegnato all'Italia:
"[...] Le aree ad elevata criticità rappresentano il 9,8% della superficie nazionale e riguardano l’89% dei comuni, su cui sorgono 6.250 scuole e 550 ospedali. [...] Le Regioni hanno stimato un fabbisogno di 40 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio [...]"
L'allarme implicito da destinare a tale urgenza dovrebbe essere, al netto delle impressioni, assolutamente elevato; sono troppi i casi che, di anno in anno, vanno arricchendo (al negativo) le cronache giornalistiche e le statistiche di qualcosa che si sarebbe potuto fare meglio.
Sempre con il senno di poi, lamentando a posteriori una cura ed una prevenzione non all'altezza delle situazioni verificatesi. Le cifre di questa emergenza, nella sola Italia, hanno consegnato alle statistiche un costo complessivo di danni pari a circa 62 miliardi di Euro; tale mostruoso importo è stato cumulato in un arco temporale compreso fra 1944 e 2012, stando alle statistiche promosse dal report de La Stampa precedentemente citato.
Dalla lettura di questi dati, è possibile toccare "con mano" quali e quante siano le urgenze da affrontare con la miglior immediatezza possibile.
Parallelamente a questo, un dossier de La Repubblica definisce quelle che sono state le cifre che l'emergenza del dissesto idrogeologico ha consegnato all'Italia:
- 33 vittime e 46 feriti;
- oltre 10mila sfollati in tutto il Paese;
- 220 Comuni colpiti, su un totale di 19 Regioni.
Quali passi poter compiere, nel concreto, per trovare una soluzione ad una tanto presente quanto costante emergenza? Servirebbe strutturare, nel concreto, un piano di piccole e medie opere finalizzate al ripristino di sicurezza ed agibilità su tutto il territorio nazionale.
E' su questo punto che si articola il dossier di La Repubblica - Inchieste, realizzando un reportage finalizzato al mettere in luce quelli che sembrano primi e concreti passi decisivi per (cercare di) mitigare un allarme come quello in atto:
"[...] Per i primi 700 milioni è arrivato il semaforo verde. Tra maggio e dicembre [...] è stata sbloccata la prima parte dei 2,3 miliardi stanziati per i lavori destinati ad arginare il dissesto idrogeologico. [...]" (Fonte: La Repubblica - Inchieste)
Lo sblocco di questi fondi ha consegnato ad Enti Locali la possibilità di realizzare un attento piano di capillare salvaguardia territoriale, attraverso la cantierizzazione di alcuni interventi che erano classificati da tempo come urgenti. Il report segnala, a questo proposito, la fattibilità e la realizzabilità di alcune delle opere individuate. Seppur con un ritardo temporale preoccupante:
"[...] dei 1.600 interventi finanziati dagli accordi di programma sottoscritti nel 2010 per oltre 2 miliardi di euro, solo 209 sono stati conclusi [...]. Degli altri, 308 interventi devono ancora essere avviati, 636 sono in fase di progettazione, 459 in esecuzione. [...]"
La percentuale di realizzazione, dinanzi ad un'emergenza che non conosce sosta, appare essersi attestata a poco più del 13% sull'ammontare complessivo. Quali sono gli impatti economici che un'emergenza come questa può infliggere ad un territorio martoriato da un continuo allarme?
Gli studi descritti dal report de La Repubblica descrivono, a tal proposito, una situazione allarmante:
"[...] gli economisti sono sempre più allarmati. [...] in Europa l'80% delle perdite causate da disastri naturali nel periodo 1980-2009 è stato determinato da eventi meteo; e i danni per le alluvioni, sotto la pressione [...] del cambiamento climatico, triplicheranno nel corso del secolo. Tra l'altro dalle stime di uno studio appena pubblicato [...] risulta che ai danni diretti che generalmente vengono conteggiati per i disastri idrogeologici bisogna aggiungere un 20% di danni indotti che ricadono sull'intero sistema produttivo [...]"
Alla luce di questi punti di vista, pertanto, la cantierizzazione di alcune delle opere già da tempo preventivate non può che essere vista assolutamente di buon grado. Che sia davvero l'inizio di un differente modo di concepire e tutelare il patrimonio esistente per un futuro sostenibile?
L'opinione diffusa va verso la direzione di ammettere un cambio di rotta, anche se timido e parziale rispetto ad un passato che in quanto a statistiche sembra commentarsi purtroppo da solo:
"[...] La situazione [...] si è rovesciata. Non esistono più le emergenze: ci sono [...] pause in un flusso continuo di dissesti che da un momento all'altro possono trasformarsi in catastrofi. Per la difesa dalle alluvioni siamo all'anno zero. [...] Abbiamo usato gli stanziamenti per la sicurezza come i soldi del monopoli, moneta finta per addobbare i bilanci, per fare bella figura rinviando all'infinito la spesa. Abbiamo messo i quattrini [...] sulle attività che moltiplicavano il problema: dall'uso dei combustibili fossili alla cementificazione. Adesso qualcosa sembra inizi a cambiare. A partire dai fondi per il riassetto idrogeologico [...] e dalla legge contro il consumo di suolo, che si è riaffacciata in [...] Parlamento. [...]"
Grazie a questa consapevolezza, pertanto, è stato possibile stanziare fondi finalizzati alla costruzione di opere precise e concrete. Risulta essere esplicativo, a questo proposito, il report promosso da La Repubblica - Inchieste:
"[...] Nella lista dei cantieri da aprire [...] figurano le opere per la messa in sicurezza del lago d'Idro (Lombardia), per il fiume Bisagno (Liguria), per il canale scolmatore di nord-ovest (Milano), per la cassa di espansione a Figline (Toscana), mentre la distribuzione regionale dei soldi privilegia la Lombardia, con 57 interventi per 137,8 milioni, seguita dalla Toscana con 33 interventi per 62,4 milioni, dalla Calabria con 50 interventi per 58,5 milioni. [...]"
La presente risulta essere, quindi, una sfida da provare a vincere all'insegna di poche ma pe(n)santi parole di riferimento: sostenibilità, ambiente, prevenzione, tutela e progettazione del futuro.
Senza l'applicazione tanto concreta quanto costante di questi fattori, nulla potrà essere considerato come strutturale punto di inizio e/o di cambiamento.
Fonte immagine: Dissesto idrogeologico, lastampa.it
Per saperne di più:
"Dissesto idrogeologico: la più grande opera pubblica del Paese ha bisogno di nuovi lavoratori"
La Stampa, (http://www.lastampa.it/2014/10/17/blogs/green-jobs/dissesto-idrogeologico-la-pi-grande-opera-pubblica-del-paese-ha-bisogno-di-nuovi-lavoratori-dNZG7VCp0vTTpQtYrBh9OP/pagina.html)
"Primi cantieri contro la frana Italia", inchieste.repubblica.it
(http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/02/16/news/i_costi_del_dissesto-106878184/?ref=fbpr)
domenica 15 febbraio 2015
sabato 14 febbraio 2015
A PROPOSITO DI TIGRI...E DI AMORE PER ANIMALI:
"[...] C’è chi pensa che la natura sia buona / e finisce nelle fauci della tigre / c’è chi pensa che la natura sia malvagia / e abbatte a colpi di fucile la tigre / c’è chi pensa che la natura sia bella / e mette nella gabbia dello zoo la tigre / c’è chi pensa che la natura sia utile / e si fa una pelliccia con la tigre / c’è chi pensa che la natura pensi / e seziona il cervello della tigre / c’è chi pensa che la natura sia in pericolo / e fa un’oasi di protezione per la tigre / c’è chi pensa che la natura sia Dio / e trova l’uomo nella tigre / c’è chi pensa che la natura sia opera di Dio / e dissocia l’uomo dalla tigre / c’è chi pensa che la natura sia natura / e diventa parente della tigre / c’è chi pensa che la tigre sia la tigre / e lascia in pace la tigre. [...]" (G.Celli, La tigre - Nuovo bestiario postmoderno, cit.)
Fonte immagine: Weekly Beasts - Il Post, Foto Reuters - A.Perawongmetha)
venerdì 13 febbraio 2015
FRA PROGETTAZIONE...E POSSIBILE VALORE DELL'ERRORE:
"[...] Nel processo di progettazione il concetto di errore è fondamentale, poiché è proprio pensando in termini di evitare l'errore che si fanno buoni progetti. L'idea che gli insuccessi siano di gran lunga più istruttivi dei successi è [...] da tempo una verità ovvia per ingegneri e progettisti. La storia dell'ingegneria [...] è piena di esempi di drammatici fallimenti di quelle che inizialmente erano state considerate logiche estrapolazioni di progetti ineccepibili. In seguito a tali fallimenti sono emersi [...] i difetti latenti nella logica di progettazione che inizialmente erano stati nascosti da ampi coefficienti di sicurezza e da un conservatorismo progettuale [...]. Gli studi sulla progettazione che si concentrano solamente su come sono concepiti i progetti che hanno avuto esito soddisfacente rischiano [...] di tralasciare alcuni aspetti fondamentali del processo di progettazione [...]
l'analisi preventiva dell'errore e le relative considerazioni sono fattori fondamentali per un buon risultato. Ed è proprio quando tali considerazioni e analisi sono inesatte o incomplete che si verificano gli errori di progettazione e i fallimenti veri e propri.
Comprendere come gli errori vengano commessi e come possano essere evitati nel processo di progettazione può contribuire ad eliminarli e a gettare luce sulla natura di tale processo. [...]"
(Fonte: Gli errori degli ingegneri, H.Petroski, Pendragon Editore)
"[...] Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa. [...]" (G.Rodari, cit. - 1964)
l'analisi preventiva dell'errore e le relative considerazioni sono fattori fondamentali per un buon risultato. Ed è proprio quando tali considerazioni e analisi sono inesatte o incomplete che si verificano gli errori di progettazione e i fallimenti veri e propri.
Comprendere come gli errori vengano commessi e come possano essere evitati nel processo di progettazione può contribuire ad eliminarli e a gettare luce sulla natura di tale processo. [...]"
(Fonte: Gli errori degli ingegneri, H.Petroski, Pendragon Editore)
"[...] Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa. [...]" (G.Rodari, cit. - 1964)
Fonte immagine: aroundpalladio.it
giovedì 12 febbraio 2015
A PROPOSITO DI MAPPATURA DA RISCHIO CLIMATICO...
Quali impatti potrebbero far registrare i cambiamenti climatici nel contesto nazionale?
Quali emergenze hanno consegnato al Paese, gli stessi cambiamenti, nel passato più e meno recente?
Rischia di essere davvero senza uscita la strada che abbiamo davanti, con un domani nel quale le scelte sbagliate prese in passato potrebbero condannarci a stare sempre peggio?
Si tratta consapevolmente e colpevolmente di peggioramento climatico prodotto solo ed esclusivamente da mano umana, comunque oggettivamente mai troppo pulita?
Risulterebbe essenziale intraprendere una tanto lunga quanto ormai ineludibile strada, al fine di (provare a) realizzare poche ma essenziali misure per (cercare di) rivoluzionare e salvare il quadro. Migliorando, in primo luogo, anche il futuro più prossimo e venturo: piano per mitigare gli impatti dell'eventuale cambiamento climatico, programma di piccole-medie opere di riparazione e mitigazione da dissesto idrogeologico, attente definizioni e stime dei costi-benefici vincolati alla realizzazione delle stesse.
Il punto più importante da cui partire, al fine di innescare un miglioramento qualsivoglia possibile, risulta quello di individuare al meglio possibile quali siano le zone più a rischio o maggiormente compromesse per (cercare di) organizzare le attività di manutenzione e messa in sicurezza del territorio. A quale punto sono arrivate le procedure di mappatura del contesto italiano, posto su una molto pericolosa china rispetto alle questioni afferenti a sicurezza e dissesto idrogeologico?
A questa domanda cerca di rispondere, muovendosi su argini ancora non completamente esplorati e sicuramente ottimizzabili, la mappa del rischio climatico delle città italiane fatta da Legambiente.
Il sito legambiente.it definisce, a questo proposito, quale sia stata la strada che ha portato all'affermarsi di un progetto simile:
"[...] La mappa del rischio [...] raccoglie informazioni sugli impatti degli eventi climatici nelle aree urbane. Sono stati presi in esame episodi metereologici particolarmente intensi, dal 2010 ad oggi, per osservare dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza, evidenziare gli impatti subiti dalle aree colpite, mettere in rapporto l'accelerazione degli eventi climatici avversi con la carenza di una politica di messa in sicurezza dei territori. [...]"
La mappatura degli eventi verificatisi, realizzatasi nell'arco di quattro annualità, ha consentito di tracciare un primo bilancio sullo status quo esistente. La finalità al tempo stesso più articolata e difficile, però, riguarda la possibilità di mantenere costante ed aggiornato il profilo di informazione e percezione delle emergenze realizzato. A questo proposito è evidente l'intento di chi ha pensato la realizzazione del presente dettagliato report:
"[...] Obiettivo della mappa [...] è [...] capire dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza e analizzare gli impatti provocati, in modo da evidenziare laddove possibile il rapporto tra accelerazione dei processi climatici e problematiche legate a fattori insediativi o infrastrutturali nel territorio italiano. La mappa sarà dinamica e periodicamente aggiornata per [...] leggere informazioni, immagini e dati sugli episodi e provare [...] a comprendere le possibili cause antropiche che ne hanno aggravato gli impatti, e arrivare a individuare le aree a maggiore rischio clima. [...]" (Fonte: planningclimatechange.org)
Da questa mappatura può partire la realizzazione di una serie di buone pratiche, finalizzate alla descrizione di un serio piano di interventi capillarmente diffusi in un territorio sferzato da una devastante serie di continui allarmi ed incidenti? Affinché si possa, un domani non troppo/molto lontano, non parlare/scrivere/piangere/[...] più di allarmi avvenuti sempre "a posteriori".
Quali emergenze hanno consegnato al Paese, gli stessi cambiamenti, nel passato più e meno recente?
Rischia di essere davvero senza uscita la strada che abbiamo davanti, con un domani nel quale le scelte sbagliate prese in passato potrebbero condannarci a stare sempre peggio?
Si tratta consapevolmente e colpevolmente di peggioramento climatico prodotto solo ed esclusivamente da mano umana, comunque oggettivamente mai troppo pulita?
Risulterebbe essenziale intraprendere una tanto lunga quanto ormai ineludibile strada, al fine di (provare a) realizzare poche ma essenziali misure per (cercare di) rivoluzionare e salvare il quadro. Migliorando, in primo luogo, anche il futuro più prossimo e venturo: piano per mitigare gli impatti dell'eventuale cambiamento climatico, programma di piccole-medie opere di riparazione e mitigazione da dissesto idrogeologico, attente definizioni e stime dei costi-benefici vincolati alla realizzazione delle stesse.
Il punto più importante da cui partire, al fine di innescare un miglioramento qualsivoglia possibile, risulta quello di individuare al meglio possibile quali siano le zone più a rischio o maggiormente compromesse per (cercare di) organizzare le attività di manutenzione e messa in sicurezza del territorio. A quale punto sono arrivate le procedure di mappatura del contesto italiano, posto su una molto pericolosa china rispetto alle questioni afferenti a sicurezza e dissesto idrogeologico?
A questa domanda cerca di rispondere, muovendosi su argini ancora non completamente esplorati e sicuramente ottimizzabili, la mappa del rischio climatico delle città italiane fatta da Legambiente.
Il sito legambiente.it definisce, a questo proposito, quale sia stata la strada che ha portato all'affermarsi di un progetto simile:
"[...] La mappa del rischio [...] raccoglie informazioni sugli impatti degli eventi climatici nelle aree urbane. Sono stati presi in esame episodi metereologici particolarmente intensi, dal 2010 ad oggi, per osservare dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza, evidenziare gli impatti subiti dalle aree colpite, mettere in rapporto l'accelerazione degli eventi climatici avversi con la carenza di una politica di messa in sicurezza dei territori. [...]"
La mappatura degli eventi verificatisi, realizzatasi nell'arco di quattro annualità, ha consentito di tracciare un primo bilancio sullo status quo esistente. La finalità al tempo stesso più articolata e difficile, però, riguarda la possibilità di mantenere costante ed aggiornato il profilo di informazione e percezione delle emergenze realizzato. A questo proposito è evidente l'intento di chi ha pensato la realizzazione del presente dettagliato report:
"[...] Obiettivo della mappa [...] è [...] capire dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza e analizzare gli impatti provocati, in modo da evidenziare laddove possibile il rapporto tra accelerazione dei processi climatici e problematiche legate a fattori insediativi o infrastrutturali nel territorio italiano. La mappa sarà dinamica e periodicamente aggiornata per [...] leggere informazioni, immagini e dati sugli episodi e provare [...] a comprendere le possibili cause antropiche che ne hanno aggravato gli impatti, e arrivare a individuare le aree a maggiore rischio clima. [...]" (Fonte: planningclimatechange.org)
Da questa mappatura può partire la realizzazione di una serie di buone pratiche, finalizzate alla descrizione di un serio piano di interventi capillarmente diffusi in un territorio sferzato da una devastante serie di continui allarmi ed incidenti? Affinché si possa, un domani non troppo/molto lontano, non parlare/scrivere/piangere/[...] più di allarmi avvenuti sempre "a posteriori".
Fonte immagine: legambiente.it
Per saperne di più:
"Mappa del rischio climatico nelle città italiane", legambiente.it
(http://www.legambiente.it/mappa-rischio-clima-citta-italiane)
mercoledì 11 febbraio 2015
RIUTILIZZARE L'ITALIA: IL TERRITORIO COME BENE DAVVERO INESTIMABILE?
La risorsa "terra" può e dovrebbe rappresentare, soprattutto per il futuro, una chiave di investimento che sia il meno possibile negoziabile; messo alla stregua di un patrimonio di pubblici benessere ed utilità, appunto e non a caso. Qualora servano infrastrutture e grandi opere, da destinare specialmente ad utilizzo e fruizione della collettività, il bene ambiente dovrebbe essere messo in rilievo e tutelato il più possibile da una legislazione coerente con principi di salvaguardia territoriale e contabilità paesaggistico-ambientale.
La convergenza di tali principi quanti e quali risultati potrebbe apportare al futuro di un bene fondamentalmente unico nel suo (poter) essere (dichiarato) inestimabile?
Il passo chiave di tutela e salvaguardia dell'esistente dovrebbe condurre all'affermazione di principi di solidarietà e solidità di un bene il cui riconoscimento di valore dovrebbe essere assoluto e, pertanto, non negoziabile. A quanti e quali errori ha condotto, negli anni, il mancato concretizzarsi di questo passo chiave per la tutela di quanto è di pubblica appartenenza?
Fare un conto simile è cosa ardua, complicata e tremendamente difficile, in quanto si dovrebbero effettuare stime la cui attendibilità sarebbe inversamente proporzionale all'elevata difficoltà di svolgimento. Esistono recenti "voci" a cui prestare comunque attenzione, in quanto sono state capaci e consapevoli di produrre qualcosa che ha consentito di produrre documenti di pubblica utilità a cui prestare attenzione? A questa domanda cerca di rispondere il report "Riutilizziamo l'Italia", redatto da WWF Italia in questa prima metà di febbraio.
Attingendo al comunicato diffuso dalla nota Associazione, si evincono parole alquanto chiare su quel che hanno prodotto, in questi decenni, fenomeni afferenti a consumo di suolo e cementificazione:
"[...] Nel nostro Paese, negli ultimi 50 anni, il suolo è stato consumato a un ritmo di [...] circa 10 m2/s [...] di conversione urbana, corrispondenti a quasi 660.000 ettari nei prossimi 20 anni [...].
Il territorio ricoperto dal cemento in Italia dal secondo dopoguerra è quadruplicata ed è oggi valutabile intorno al 7,5% della superficie nazionale, contribuendo a rendere più precario l’equilibrio idrogeologico, dissipando le nostre risorse naturali e amplificando i fenomeni estremi causati dai cambiamenti climatici. [...]"
Il punto fondamentale su cui concentrare le proprie attenzioni dovrebbe essere quello di focalizzarsi, ad esempio, sul valore non troppo simbolico di 660mila ettari definiti come "a rischio" nel ventennio che farà seguito dall'attuale 2015.
Quanti di questi spazi potrebbero essere risparmiati da opere inutili, non pienamente utilizzabili e/o non completamente fruibili rispetto a stime e studi capaci (purtroppo) troppe volte di sottovalutare problemi e rischi che poi (sempre a priori) si presentano puntualmente?
Il senso fondamentale di tale iniziativa, la cui preziosa raccolta di dati ed opinioni di esperti ha prodotto la stesura dell'ebook scaricabile gratuitamente "Riutilizziamo l'Italia", muove verso la necessità primaria di affermare il senso fondamentale di poche ma pe(n)santi riflessioni:
La convergenza di tali principi quanti e quali risultati potrebbe apportare al futuro di un bene fondamentalmente unico nel suo (poter) essere (dichiarato) inestimabile?
Il passo chiave di tutela e salvaguardia dell'esistente dovrebbe condurre all'affermazione di principi di solidarietà e solidità di un bene il cui riconoscimento di valore dovrebbe essere assoluto e, pertanto, non negoziabile. A quanti e quali errori ha condotto, negli anni, il mancato concretizzarsi di questo passo chiave per la tutela di quanto è di pubblica appartenenza?
Fare un conto simile è cosa ardua, complicata e tremendamente difficile, in quanto si dovrebbero effettuare stime la cui attendibilità sarebbe inversamente proporzionale all'elevata difficoltà di svolgimento. Esistono recenti "voci" a cui prestare comunque attenzione, in quanto sono state capaci e consapevoli di produrre qualcosa che ha consentito di produrre documenti di pubblica utilità a cui prestare attenzione? A questa domanda cerca di rispondere il report "Riutilizziamo l'Italia", redatto da WWF Italia in questa prima metà di febbraio.
Attingendo al comunicato diffuso dalla nota Associazione, si evincono parole alquanto chiare su quel che hanno prodotto, in questi decenni, fenomeni afferenti a consumo di suolo e cementificazione:
"[...] Nel nostro Paese, negli ultimi 50 anni, il suolo è stato consumato a un ritmo di [...] circa 10 m2/s [...] di conversione urbana, corrispondenti a quasi 660.000 ettari nei prossimi 20 anni [...].
Il territorio ricoperto dal cemento in Italia dal secondo dopoguerra è quadruplicata ed è oggi valutabile intorno al 7,5% della superficie nazionale, contribuendo a rendere più precario l’equilibrio idrogeologico, dissipando le nostre risorse naturali e amplificando i fenomeni estremi causati dai cambiamenti climatici. [...]"
Il punto fondamentale su cui concentrare le proprie attenzioni dovrebbe essere quello di focalizzarsi, ad esempio, sul valore non troppo simbolico di 660mila ettari definiti come "a rischio" nel ventennio che farà seguito dall'attuale 2015.
Quanti di questi spazi potrebbero essere risparmiati da opere inutili, non pienamente utilizzabili e/o non completamente fruibili rispetto a stime e studi capaci (purtroppo) troppe volte di sottovalutare problemi e rischi che poi (sempre a priori) si presentano puntualmente?
Il senso fondamentale di tale iniziativa, la cui preziosa raccolta di dati ed opinioni di esperti ha prodotto la stesura dell'ebook scaricabile gratuitamente "Riutilizziamo l'Italia", muove verso la necessità primaria di affermare il senso fondamentale di poche ma pe(n)santi riflessioni:
- fermare il consumo del suolo;
- salvare la natura;
- riqualificare le città.
In altre parole, pertanto, il primo passo da compiere potrebbe essere quello di tutelare l'esistente per salvaguardare beni collettivi e per la collettività di importanza inestimabile.
La percezione di assoluta drammaticità ed urgenza di questo problema è realtà condivisa anche da osservatori esterni all'Italia, come richiamato dal comunicato redatto da WWF Italia:
"[...] Il dibattito sul contenimento del consumo del suolo e la rigenerazione urbana [...] è caldo non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo. Basti pensare [...] che nella 'Tabella di marcia per un’Europa efficiente nell’uso delle risorse' (2011) viene indicato l’obiettivo del consumo netto di suolo pari a zero per il 2050. E su scala globale è aperta la riflessione sulle shrinking cities (città in contrazione), sulla crucialità degli usi del suolo in competizione tra loro [...], sul potenziamento della biodiversità nelle aree urbane o sulla progettazione del verde [...]"
Le voci che hanno prestato credibilità al realizzarsi di questo report derivano da figure che hanno contribuito alla definizione di cifre, stime e percentuali di un rischio che non sembra più arginabile e sottovalutabile. In nessun modo, ovviamente:
"[...] E’ [...] la seconda edizione del Report 'Riutilizziamo l’Italia'. Nel 2013 il WWF aveva coinvolto una Rete di 27 docenti di 12 diversi atenei sul tema 'Dal censimento del dismesso scaturisce un patrimonio di idee per il Belpaese' [...], mentre al Report 2014 hanno collaborato 40 docenti di 12 diversi atenei, sul tema 'Land transformation in Italia e nel mondo: fermare il consumo del suolo, salvare la natura, riqualificare le città' [...]. I dodici atenei che hanno contribuito alla realizzazione del Report WWF sono: Politecnico di Bari e Politecnico di Milano, Università di Camerino, Firenze, L’Aquila, Messina, Napoli, Reggio Calabria, Roma Tor Vergata, Roma Tre, Torino, Venezia. [...]"
L'utilità di un report simile dovrebbe suggerire, quantomeno, la prosecuzione necessaria di confronti e decisioni importanti da prendersi, in prima istanza ma non certo da ultimo, nelle opportune sedi istituzionalmente rilevanti. Su questo punto il report sembra porre un'attenzione fondamentale e consistente, sotto molti campi possibili:
"[...] Il WWF promuove il suo Report quando in Italia [...] esiste un confronto parlamentare su una proposta di legge di iniziativa governativa che definisce il suolo bene comune e risorsa non rinnovabile. Il WWF [...] sottolinea come sia [...] passato un anno dall'inizio della discussione alla Camera e nel frattempo i cittadini italiani e le Regioni attendono invano indicazioni valide su tutto il territorio nazionale che il Parlamento deve dare al più presto. [...]"
Di quanto è possibile rimandare ancora le attese, senza dare quantomeno la percezione di un lavoro serio ed approfondito su una tematica tanto fondamentale e scottante?
Tanto pericolosa per le generazioni future quanto pericolante per quelle che attualmente vivono in un presente dove dissesto idrogeologico e problemi legati alla stabilità del terreno sembrano essere sempre più all'ordine del giorno.
Si attendono chiarimenti, delucidazioni ed urgenti provvedimenti.
Per saperne di più:
"Consumo del suolo quadruplicato in 50 anni", wwf.it
(http://www.wwf.it/news/notizie/?13660)
"Riutilizziamo l'Italia - Land trasformation in Italia e nel mondo: fermare il consumo del suolo, salvare la natura e riqualificare le città", wwf.it
(http://awsassets.wwfit.panda.org/downloads/report_wwf_2015_2_09.pdf)
venerdì 6 febbraio 2015
giovedì 5 febbraio 2015
"IL VANGELO SECONDO PILATO": RIFLETTENDO SU FORME DI RELIGIOSITA', FEDE E SCETTICISMO
Quali possono essere i rapporti fra uomo e (ricerca di) fede?
La religiosità è un percorso che conduce ad un punto di arrivo o è una strada che può aprire infiniti punti di partenza nei confronti delle possibilità investigative ed interpretative della realtà?
Cosa può provare chi resta (e/o sceglie di rimanere) scettico e/o ateo nei confronti della religione e di tutto quel che la stessa può comportare?
Il viaggio per la ricerca di forme di fede a quali traguardi può condurre?
Il punto di vista essenziale su cui concentrarsi venne sintetizzato, qualche secolo fa, da un filosofo come Blaise Pascal. La scelta di avere o non avere fede dovrebbe, in questo contesto, assimilarsi ad una scommessa su cui poter ragionare. Il frammento esprimente questa metafora è richiamato nel seguito della trattazione:
"[...] Se c'è un Dio, è infinitamente incomprensibile, perché [...] non ha nessun rapporto con noi. Siamo [...] incapaci di conoscere che cos'è né se esista. [...] 'Dio esiste o no?'
Ma da qual parte inclineremo? La ragione qui non può determinare nulla: c'è di mezzo un caos infinito. All'estremità di quella distanza infinita si gioca un giuoco in cui uscirà testa o croce. Su quale delle due punterete? Secondo ragione, non potete puntare né sull'una né sull'altra; e nemmeno escludere nessuna delle due.
Non accusate [...] di errore chi abbia scelto, perché non ne sapete un bel nulla.
'No, ma io li biasimo non già di aver compiuto quella scelta, ma di avere scelto; perché, sebbene chi sceglie croce e chi sceglie testa incorrano nello stesso errore, sono tutte e due in errore: l'unico partito giusto è di non scommettere punto.'
Sì, ma scommettere bisogna: non è una cosa che dipenda dal vostro volere, ci siete impegnato. Che cosa sceglierete [...]?
Poiché scegliere bisogna, esaminiamo quel che v'interessa meno.
Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare [...]: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha da fuggire due cose: l'errore e l'infelicità.
La vostra ragione non patisce maggior offesa da una scelta piuttosto che dall'altra, dacché bisogna necessariamente scegliere. Ecco un punto liquidato. Ma la vostra beatitudine? Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell'esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste. 'Ammirevole! Sì, bisogna scommettere, ma forse rischio troppo.' [...]
Siccome c'è eguale probabilità di vincita e di perdita, se aveste da guadagnare solamente due vite contro una, vi converrebbe già scommettere.
Ma, se ce ne fossero da guadagnare tre, dovreste giocare [...]; e, dacché siete obbligato a giocare, sareste imprudente a non rischiare la vostra vita per guadagnarne tre in un giuoco nel quale c'è eguale probabilità di vincere e di perdere. Ma qui c'è un'eternità di vita e di beatitudine. Stando così le cose, quand'anche ci fosse un'infinità di casi, di cui uno solo in vostro favore, avreste pure sempre ragione di scommettere uno per avere due; e agireste senza criterio, se, essendo obbligato a giocare, rifiutaste di arrischiare una vita contro tre in un giuoco in cui, su un'infinità di probabilità, ce ne fosse per voi una sola, quando ci fosse da guadagnare un'infinità di vita infinitamente beata. Ma qui c'è effettivamente un'infinità di vita infinitamente beata da guadagnare, una probabilità di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita, e quel che rischiate è qualcosa di finito. [...]"
(I Pensieri, B.Pascal)
Il dualismo a cui potersi ricondurre dovrebbe riguardare, al netto dei rispettabili punti di vista, poche diverse interpretazioni:
La religiosità è un percorso che conduce ad un punto di arrivo o è una strada che può aprire infiniti punti di partenza nei confronti delle possibilità investigative ed interpretative della realtà?
Cosa può provare chi resta (e/o sceglie di rimanere) scettico e/o ateo nei confronti della religione e di tutto quel che la stessa può comportare?
Il viaggio per la ricerca di forme di fede a quali traguardi può condurre?
Il punto di vista essenziale su cui concentrarsi venne sintetizzato, qualche secolo fa, da un filosofo come Blaise Pascal. La scelta di avere o non avere fede dovrebbe, in questo contesto, assimilarsi ad una scommessa su cui poter ragionare. Il frammento esprimente questa metafora è richiamato nel seguito della trattazione:
"[...] Se c'è un Dio, è infinitamente incomprensibile, perché [...] non ha nessun rapporto con noi. Siamo [...] incapaci di conoscere che cos'è né se esista. [...] 'Dio esiste o no?'
Ma da qual parte inclineremo? La ragione qui non può determinare nulla: c'è di mezzo un caos infinito. All'estremità di quella distanza infinita si gioca un giuoco in cui uscirà testa o croce. Su quale delle due punterete? Secondo ragione, non potete puntare né sull'una né sull'altra; e nemmeno escludere nessuna delle due.
Non accusate [...] di errore chi abbia scelto, perché non ne sapete un bel nulla.
'No, ma io li biasimo non già di aver compiuto quella scelta, ma di avere scelto; perché, sebbene chi sceglie croce e chi sceglie testa incorrano nello stesso errore, sono tutte e due in errore: l'unico partito giusto è di non scommettere punto.'
Sì, ma scommettere bisogna: non è una cosa che dipenda dal vostro volere, ci siete impegnato. Che cosa sceglierete [...]?
Poiché scegliere bisogna, esaminiamo quel che v'interessa meno.
Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare [...]: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha da fuggire due cose: l'errore e l'infelicità.
La vostra ragione non patisce maggior offesa da una scelta piuttosto che dall'altra, dacché bisogna necessariamente scegliere. Ecco un punto liquidato. Ma la vostra beatitudine? Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell'esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste. 'Ammirevole! Sì, bisogna scommettere, ma forse rischio troppo.' [...]
Siccome c'è eguale probabilità di vincita e di perdita, se aveste da guadagnare solamente due vite contro una, vi converrebbe già scommettere.
Ma, se ce ne fossero da guadagnare tre, dovreste giocare [...]; e, dacché siete obbligato a giocare, sareste imprudente a non rischiare la vostra vita per guadagnarne tre in un giuoco nel quale c'è eguale probabilità di vincere e di perdere. Ma qui c'è un'eternità di vita e di beatitudine. Stando così le cose, quand'anche ci fosse un'infinità di casi, di cui uno solo in vostro favore, avreste pure sempre ragione di scommettere uno per avere due; e agireste senza criterio, se, essendo obbligato a giocare, rifiutaste di arrischiare una vita contro tre in un giuoco in cui, su un'infinità di probabilità, ce ne fosse per voi una sola, quando ci fosse da guadagnare un'infinità di vita infinitamente beata. Ma qui c'è effettivamente un'infinità di vita infinitamente beata da guadagnare, una probabilità di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita, e quel che rischiate è qualcosa di finito. [...]"
(I Pensieri, B.Pascal)
Il dualismo a cui potersi ricondurre dovrebbe riguardare, al netto dei rispettabili punti di vista, poche diverse interpretazioni:
- rispetto verso chi vede nella fede una speranza;
- legittimità nei confronti di scetticismo;
- pari autorevolezza verso scelte di ateismo e laicismo.
Laddove l'aver fede non sia una scommessa, è comunque possibile mantenere la 'barra dritta' sfruttando anche il punto di vista di chi sceglie di rispettare certi percorsi pur non condividendo modalità di 'viaggio'. E' implicito, in questo contesto, il richiamo all'essenziale significato di laico e, più in generale, di laicità:
"[...] La speranza è una virtù teologica. Quando Kant afferma che uno dei tre grandi problemi della filosofia è 'che cosa debbo sperare', si riferisce con questa domanda al problema religioso.
Le virtù del laico sono altre: il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il non prevaricare, la tolleranza, il rispetto delle idee altrui, virtù mondane, civili. [...]" (N.Bobbio, att.)
Nei dialoghi fra laicismo e fede non dovrebbe mancare mai, dunque, una componente tanto complessa da realizzare quanto essenziale da percorrere: il confronto, appunto.
E' sulla strada del confronto e dell'evoluzione di anime differenti (o quantomeno lontane fra loro) che si sviluppano le trame delle opere contenute nel libro "Il vangelo secondo Pilato", opera scritta da Eric-Emmanuel Schmitt. Il contesto entro il quale si articolano le trame è richiamato sinteticamente nel seguito, citando appositamente dal testo:
"[...] Un giovane ebreo si scopre capace di parole profonde e ispiratrici, tanto che qualcuno arriva a considerarlo il Messia. Egli non crede nella sua stessa grandezza ma sarà pronto a scommettere su di sé fino all'estremo e doloroso sacrificio.
Un procuratore romano condanna alla crocifissione un uomo che sa innocente.
Il cadavere scompare; nasce una furibonda ricerca che lo costringerà a confrontarsi con ipotesi sempre più sconvolgenti. [...] un romanzo a due voci, capace di ripercorrere [...] le vicende centrali del Nuovo Testamento, mettendo in luce le caratteristiche più umane dei suoi protagonisti e restituendo al lettore la meraviglia per una storia fatta di incertezza e fede. [...]"
Saranno principalmente i dualismi e confronti fra incertezza, conflitto e (ricerca della) fede a (dis)articolare la trama narrativa del confronto fra Jeshua e Pilato, le due figure che si configurano come centrali e fondamentali in questa opera.
A prescindere dai punti di vista (laicamente) possibili, sono tantissime possibili forme di ricerca a far riflettere appieno nei confronti di cosa possa voler dire dubitare e/o essere scettici su fenomeni quali fede e religione:
"[...] Mi lamento spesso con Claudia [moglie di Pilato] [...]: prima ero un romano che sapeva; ora sono un romano che dubita. E mia moglie ride e batte le mani come se facessi per lei un numero da giocoliere. 'Dubitare e credere sono la stessa cosa, Pilato. Solo l'indifferenza è atea.' [...]"
Sono davvero il dubbio e la ricerca di qualcosa ad innescare forme di fede e/o di religiosità anche scettico-critica? E' il non voler dare nulla per scontato a costruire confronti utili al trovare punti in comune fra laicismo e religiosità? Esistono anche possibili punti di 'incrocio' anche con chi si dichiara ateo e non credente a prescindere da qualsiasi contesto?
Ad ogni sfumatura un possibile personaggio dell'opera, ad ogni sfumatura un contesto differente su cui poter concentrare attenzioni e possibili opinioni. Così come potenziali scommesse, non a caso.
mercoledì 4 febbraio 2015
FRA ENERGIA, CONSAPEVOLEZZA, INFORMAZIONE E (NECESSARIA) TRASPARENZA...
"[...] Se il futuro è legato alle energie rinnovabili, è in questa direzione che deve puntare la ricerca.
Purtroppo quello che manca è un Piano di ricerca nazionale, mentre i quattro decenni trascorsi hanno messo in evidenza una carenza fondamentale del nostro Paese: un distacco abissale fra le tecnologie energetiche da installare nei territori e la popolazione che le deve accettare.
Questa situazione ha riguardato ogni tipo di impianti e qualsiasi tipo di intervento, dal ponte di Messina ai trafori alpini. Si tratta del famoso 'effetto NIMBY', acronimo inglese di 'Not In My Back Yard', letteralmente 'non nel mio cortile', che indica un atteggiamento di protesta e di rifiuto contro le opere di interesse pubblico che si teme abbiano un impatto negativo sull'ambiente.
Ma per evitare o ridimensionare simili rischi che impediscono la realizzazione di ogni tipo di opera, l'unica terapia possibile è l'informazione adeguata, costante e approfondita.
La paura dei cittadini può essere trasformata in coscienza civica capace di accettare gli interventi soltanto avviando un rapporto diretto con la popolazione fondato sulla correttezza dei problemi e delle soluzioni adottate per il benessere comune delle nazioni.
Solo la conoscenza può abbattere il muro NIMBY. [...]"
("Energia per l'Italia", G.Caprara, Saggi Bompiani)
"[...] Va sottolineato che anche il nostro livello educativo e culturale dipende in larga misura dalla disponibilità di energia. Perché solo una società che dispone di 'ruote che girano' [...] può permettersi [...] di mandare masse di giovani a scuola e all'università. [...]"
(P.Angela, att.)
"[...] È importante tener presente che nella fisica odierna, noi non abbiano cognizione di ciò che l'energia è. Non abbiamo un modello che esprima l'energia come somma di termini definiti. [...]"
(R.Feynman, att.)
Purtroppo quello che manca è un Piano di ricerca nazionale, mentre i quattro decenni trascorsi hanno messo in evidenza una carenza fondamentale del nostro Paese: un distacco abissale fra le tecnologie energetiche da installare nei territori e la popolazione che le deve accettare.
Questa situazione ha riguardato ogni tipo di impianti e qualsiasi tipo di intervento, dal ponte di Messina ai trafori alpini. Si tratta del famoso 'effetto NIMBY', acronimo inglese di 'Not In My Back Yard', letteralmente 'non nel mio cortile', che indica un atteggiamento di protesta e di rifiuto contro le opere di interesse pubblico che si teme abbiano un impatto negativo sull'ambiente.
Ma per evitare o ridimensionare simili rischi che impediscono la realizzazione di ogni tipo di opera, l'unica terapia possibile è l'informazione adeguata, costante e approfondita.
La paura dei cittadini può essere trasformata in coscienza civica capace di accettare gli interventi soltanto avviando un rapporto diretto con la popolazione fondato sulla correttezza dei problemi e delle soluzioni adottate per il benessere comune delle nazioni.
Solo la conoscenza può abbattere il muro NIMBY. [...]"
("Energia per l'Italia", G.Caprara, Saggi Bompiani)
"[...] Va sottolineato che anche il nostro livello educativo e culturale dipende in larga misura dalla disponibilità di energia. Perché solo una società che dispone di 'ruote che girano' [...] può permettersi [...] di mandare masse di giovani a scuola e all'università. [...]"
(P.Angela, att.)
"[...] È importante tener presente che nella fisica odierna, noi non abbiano cognizione di ciò che l'energia è. Non abbiamo un modello che esprima l'energia come somma di termini definiti. [...]"
(R.Feynman, att.)
Fonte immagine: ilsostenibile.it
lunedì 2 febbraio 2015
RITROVANDO L'INVERNO, DI GIORNO IN GIORNO...
"[...] In the winter time/ When all the leaves are brown/
And the wind blows so chill/ and the birds have all flown for the summer/
I'm callin', hear me callin', hear me callin' [...]"
"[...] La vedi nel cielo quell'alta pressione,/ la senti una strana stagione?/
Ma a notte la nebbia/ ti dice di un fiato/
che il dio dell'inverno è arrivato. [...]"
(Quello che non, F.Guccini)
domenica 1 febbraio 2015
"LA MAGGIORANZA INVISIBILE": E' ANCORA POSSIBILE CAMBIARE LA SOCIETA'?
Può configurarsi una forza esercitata da una componente della società che, allo stato attuale, non sembra aver compreso appieno la propria potenziale importanza nel contesto socio-economico nazionale? Quanto e come sono riusciti, anche in tempi recenti, Partiti e Movimenti nell'intercettare i bisogni e le necessità di questo gruppo maggioritario di persone? Quali e quanti sono stati i passi che, con l'incedere della storia, hanno radicalizzato la disparità e le errate distribuzioni delle ricchezze nel contesto (anche) globale?
E' anche partendo da queste domande che si articola il contesto descritto da "La maggioranza invisibile - Chi sono gli italiani per i quali la politica non fa nulla, e come potrebbero cambiare davvero l'Italia", libro scritto da Emanuele Ferragina e pubblicato da Bur Editori.
A quali blocchi sociali pre-esistenti può appartenere questa maggioranza, in un contesto nazionale sferzato da una crisi socio-economica tremenda?
Cerca di rispondere a questa domanda un frammento specifico dell'opera in questione:
"[...] per maggioranza invisibile intendiamo oggi un gruppo sociale in potenza, che, non riconoscendosi collettivamente e non esprimendosi nel campo sociale e politico, favorisce le rivendicazioni di una minoranza più compatta di garantiti, smorzando la domanda di politiche redistributive che avrebbero l'effetto di rendere l'Italia più coesa ed efficiente.
La maggioranza invisibile è costituita da cinque gruppi che vivono forti condizioni di disagio economico e sociale:
1. i disoccupati;
2. i neet;
3. i pensionati meno abbienti;
4. i migranti;
5. i precari.
Si tratta [...] di 25 milioni di persone, a fronte dei 47 milioni di aventi diritto al voto e dei circa 34 milioni di votanti alle elezioni politiche del 2013.
Un Partito politico o movimento sociale capace di mobilitare una parte sostanziosa di questa maggioranza, attraverso un progetto politico articolato e coerente, potrebe sconvolgere la geografia elettorale. [...]"
Attraverso quali passi è possibile consolidare la consapevolezza di questo blocco, ancora oggi strutturato in una forma tanto liquida quanto assai inconsapevole delle proprie potenzialità? Esistono margini per interpretare i bisogni di questo raggruppamento così tanto variegato e poco omogeneo di istanze e fasce deboli di popolazione? Il limbo perenne nel quale gli stessi vengono mantenuti è esplicativo delle reali consapevolezze di questo insieme di condizionati sociali:
"[...] Mentre la politica discute con parole sempre più vuote di soluzioni per risollevare il Paese, continua ostinatamente a ignorare le persone che costituiscono la vera forza motrice dell'Italia, e che, se valorizzate con un adeguato progetto sociale di redistribuzione della ricchezza e delle opportunità, potrebbero fare la differenza. Disoccupati costretti a lavorare in nero, precari imprigionati nel limbo dei contratti a termine, pensionati che stentano ad arrivare alla fine del mese, immigrati preda dello sfruttamento, giovani che non studiano e hanno abbandonato la ricerca di un lavoro stabile, rappresentano una fetta consistente ddella società italiana: si tratta di una maggioranza invisibile, perché ignorata da politica e sindacati, e silenziosa, perché incapace di riconoscere la sua forza elettorale. [...]"
La necessità di far riconoscere prima ed emergere poi questa componente elettorale non può prescindere dall'obiettivo di inquadrare quali siano state le fasi socio-economiche che, nella storia, hanno contribuito a consolidare ed aggravare a livello mondiale la destrutturazione ed il cumularsi di questa maggioranza liquefatta. Quali dovrebbero/potrebbero poi essere i passi necessari da compiere nel contesto delle politiche relative ad economia e società per contribuire ad articolare forme di "riscossa" con le quali (far) ridefinire priorità ed obiettivi descritti dall'insieme di decisori tecnico-politici?
Il punto più importante riguarda, a tal proposito, la tanto ferma quanto prioritaria necessità di far cambiare (anche radicalmente?) obiettivi e finalità esercitate dalla classe politica a livello nazionale. Tale consapevolezza estrema dovrebbe esercitarsi e concretizzarsi, in termini reali, provando a raggiungere l'obiettivo di inquadrare le reali priorità su cui concentrare un'azione politica in maniera coerente con gli squilibri e le disparità caratteristiche di questi ultimi tempi:
"[...] L'emergere della maggioranza invisibile è un fenomeno sociale di portata storica, qualitativamente e quantitativamente nuovo. [...] Concetti tanto sbandierati [...] quali efficienza, flessibilità, adattamento al cambiamento, vanno [...] compresi non solo guardando all'interazione fra l'uomo e il sistema economico, ma anche osservando con attenzione quella fra l'uomo e la struttura sociale. L'uomo che vive dentro la grande trasformazione, con le sue emozioni, i suoi gesti consueti, i suoi successi, i suoi fallimenti, le sue paure. Ri-umanizzare lo spazio sociale significa superare la cecità da cui siamo afflitti, per guardare la realtà con gli occhi della maggioranza invisibile. [...] Abbiamo il dovere di tornare a discutere della distribuzione di risorse e opportunità nella nostra società, contrapponendoci con decisione ai garantiti che difendono i loro interessi corporativi, e ai neoliberisti che ignorano i nostri bisogni essenziali. [...]Dall'altra parte dello steccato la maggioranza invisibile ha finito per disinteressarsi ai numeri, ai fatti sociali, alle radici della sua condizione di svantaggio: svantaggio in termini di opportunità offerte dal mercato del lavoro, svantaggio in termini di trattamento ricevuto dallo stato sociale, svantaggio in termini di condizione economica generata dalla grande trasformazione.
Svantaggio [...] quasi mai coincidente con il 'merito' o il 'demerito', come vorrebbe la retorica neoliberista, ma piuttosto dovuto a fattori non scelti, come l'anno di nascita, la professione dei genitori o la concessione speciale di prebende da parte del sistema.
Ignorare questa realtà sociale, che genera iniquità e inefficienza a scapito di quasi tutto il Paese, significa scegliere la cecità. Bisogna invece riaprire gli occhi, applicando 'l'analisi dell'idealismo', a sostegno di quei soggetti incapaci - almeno al momento - di articolare le loro voci in discorso collettivo. Applicare l'analisi dell'idealismo per contrastare visioni del mondo che frustrano la maggioranza dimenticata degli italiani e riducono le potenzialità economiche di tutto il Paese. [...]"
Quali possibilità potrebbero rimanere qualora tali obiettivi non dovessero essere raggiunti e/o compresi almeno in parte nella loro urgente gravità?
Certe sfere della società non sembrano attendere ulteriormente interpreti e/o traduttori delle loro necessità, in quanto "la maggioranza invisibile è profitto che finisce sempre nelle tasche di qualcun altro, è manodopera qualificata ma a basso costo, è elusione continua delle regole per far galleggiare un Paese al collasso."
E' anche partendo da queste domande che si articola il contesto descritto da "La maggioranza invisibile - Chi sono gli italiani per i quali la politica non fa nulla, e come potrebbero cambiare davvero l'Italia", libro scritto da Emanuele Ferragina e pubblicato da Bur Editori.
A quali blocchi sociali pre-esistenti può appartenere questa maggioranza, in un contesto nazionale sferzato da una crisi socio-economica tremenda?
Cerca di rispondere a questa domanda un frammento specifico dell'opera in questione:
"[...] per maggioranza invisibile intendiamo oggi un gruppo sociale in potenza, che, non riconoscendosi collettivamente e non esprimendosi nel campo sociale e politico, favorisce le rivendicazioni di una minoranza più compatta di garantiti, smorzando la domanda di politiche redistributive che avrebbero l'effetto di rendere l'Italia più coesa ed efficiente.
La maggioranza invisibile è costituita da cinque gruppi che vivono forti condizioni di disagio economico e sociale:
1. i disoccupati;
2. i neet;
3. i pensionati meno abbienti;
4. i migranti;
5. i precari.
Si tratta [...] di 25 milioni di persone, a fronte dei 47 milioni di aventi diritto al voto e dei circa 34 milioni di votanti alle elezioni politiche del 2013.
Un Partito politico o movimento sociale capace di mobilitare una parte sostanziosa di questa maggioranza, attraverso un progetto politico articolato e coerente, potrebe sconvolgere la geografia elettorale. [...]"
Attraverso quali passi è possibile consolidare la consapevolezza di questo blocco, ancora oggi strutturato in una forma tanto liquida quanto assai inconsapevole delle proprie potenzialità? Esistono margini per interpretare i bisogni di questo raggruppamento così tanto variegato e poco omogeneo di istanze e fasce deboli di popolazione? Il limbo perenne nel quale gli stessi vengono mantenuti è esplicativo delle reali consapevolezze di questo insieme di condizionati sociali:
"[...] Mentre la politica discute con parole sempre più vuote di soluzioni per risollevare il Paese, continua ostinatamente a ignorare le persone che costituiscono la vera forza motrice dell'Italia, e che, se valorizzate con un adeguato progetto sociale di redistribuzione della ricchezza e delle opportunità, potrebbero fare la differenza. Disoccupati costretti a lavorare in nero, precari imprigionati nel limbo dei contratti a termine, pensionati che stentano ad arrivare alla fine del mese, immigrati preda dello sfruttamento, giovani che non studiano e hanno abbandonato la ricerca di un lavoro stabile, rappresentano una fetta consistente ddella società italiana: si tratta di una maggioranza invisibile, perché ignorata da politica e sindacati, e silenziosa, perché incapace di riconoscere la sua forza elettorale. [...]"
La necessità di far riconoscere prima ed emergere poi questa componente elettorale non può prescindere dall'obiettivo di inquadrare quali siano state le fasi socio-economiche che, nella storia, hanno contribuito a consolidare ed aggravare a livello mondiale la destrutturazione ed il cumularsi di questa maggioranza liquefatta. Quali dovrebbero/potrebbero poi essere i passi necessari da compiere nel contesto delle politiche relative ad economia e società per contribuire ad articolare forme di "riscossa" con le quali (far) ridefinire priorità ed obiettivi descritti dall'insieme di decisori tecnico-politici?
Il punto più importante riguarda, a tal proposito, la tanto ferma quanto prioritaria necessità di far cambiare (anche radicalmente?) obiettivi e finalità esercitate dalla classe politica a livello nazionale. Tale consapevolezza estrema dovrebbe esercitarsi e concretizzarsi, in termini reali, provando a raggiungere l'obiettivo di inquadrare le reali priorità su cui concentrare un'azione politica in maniera coerente con gli squilibri e le disparità caratteristiche di questi ultimi tempi:
"[...] L'emergere della maggioranza invisibile è un fenomeno sociale di portata storica, qualitativamente e quantitativamente nuovo. [...] Concetti tanto sbandierati [...] quali efficienza, flessibilità, adattamento al cambiamento, vanno [...] compresi non solo guardando all'interazione fra l'uomo e il sistema economico, ma anche osservando con attenzione quella fra l'uomo e la struttura sociale. L'uomo che vive dentro la grande trasformazione, con le sue emozioni, i suoi gesti consueti, i suoi successi, i suoi fallimenti, le sue paure. Ri-umanizzare lo spazio sociale significa superare la cecità da cui siamo afflitti, per guardare la realtà con gli occhi della maggioranza invisibile. [...] Abbiamo il dovere di tornare a discutere della distribuzione di risorse e opportunità nella nostra società, contrapponendoci con decisione ai garantiti che difendono i loro interessi corporativi, e ai neoliberisti che ignorano i nostri bisogni essenziali. [...]Dall'altra parte dello steccato la maggioranza invisibile ha finito per disinteressarsi ai numeri, ai fatti sociali, alle radici della sua condizione di svantaggio: svantaggio in termini di opportunità offerte dal mercato del lavoro, svantaggio in termini di trattamento ricevuto dallo stato sociale, svantaggio in termini di condizione economica generata dalla grande trasformazione.
Svantaggio [...] quasi mai coincidente con il 'merito' o il 'demerito', come vorrebbe la retorica neoliberista, ma piuttosto dovuto a fattori non scelti, come l'anno di nascita, la professione dei genitori o la concessione speciale di prebende da parte del sistema.
Ignorare questa realtà sociale, che genera iniquità e inefficienza a scapito di quasi tutto il Paese, significa scegliere la cecità. Bisogna invece riaprire gli occhi, applicando 'l'analisi dell'idealismo', a sostegno di quei soggetti incapaci - almeno al momento - di articolare le loro voci in discorso collettivo. Applicare l'analisi dell'idealismo per contrastare visioni del mondo che frustrano la maggioranza dimenticata degli italiani e riducono le potenzialità economiche di tutto il Paese. [...]"
Quali possibilità potrebbero rimanere qualora tali obiettivi non dovessero essere raggiunti e/o compresi almeno in parte nella loro urgente gravità?
Certe sfere della società non sembrano attendere ulteriormente interpreti e/o traduttori delle loro necessità, in quanto "la maggioranza invisibile è profitto che finisce sempre nelle tasche di qualcun altro, è manodopera qualificata ma a basso costo, è elusione continua delle regole per far galleggiare un Paese al collasso."
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