martedì 31 marzo 2015

ASCOLTANDO I TEMPI MODERNI, FRA FRETTA E COSTANTE (FUGA DAL) VUOTO...

Fonte video: youtube.com

"[...] Tempo non c'è tempo/ sempre più in affanno/ 
inseguo il nostro tempo/ vuoto di senso/ senso di vuoto. [...] 
tante persone/ un mare di gente nel vuoto. [...] 
Danni fisici/ psicologici/ collera e paura stress/ 
sindrome da traffico/ ansia/ stati emotivi/ 
primordiali malesseri/ pericoli imminenti/ 
e ignoti disturbi sul sesso./ 
Venti di profezia/ parlano di nuovi dei 
che avanzano [...]"

venerdì 27 marzo 2015

NAVIGANDO (IN)CONSAPEVOLMENTE, NELLA RETE...

"[...] La rete è libera. Libera per natura, per definizione, si pensa spesso. 
Perché chiunque può aprire un blog o postare quello che preferisce sui social network.
Chiunque può leggere online le opinioni più diverse, comprese quelle strampalate, eccentriche, assurde, complottiste, perfino razziste e violente. 
Chiunque può caricare o scaricare un video a piacimento [...]; c'è tutto, in Internet [...].
E così via. La rete è libera e anche grazie alla rete negli ultimi dieci anni è successo un po' di tutto, nel panorama politico mondiale: sono scoppiate rivoluzioni dal Nord Africa all'Asia centrale; negli Stati Uniti un candidato nero e outsider è arrivato alla Casa Bianca contro ogni previsione; in Italia un movimento nato attorno a un blog [...] ha conquistato quasi un terzo dei voti alle elezioni parlamentari. Eccetera: perché - si dice - la rete è completamente libera, disintermediante, orizzontale, plurale e conversativa. 
Però, però. Però sarebbe un po' ingenuo pensare che questa libertà digitale sia senza zone d'ombra e senza rischi di inganno. Perché così non è; nessuna medaglia è priva dell'altra faccia e nessuna conquista è tale per sempre. Per tanti motivi, alcuni dei quali sono stati messi in luce nel dibattito mondiale tuttora in corso tra studiosi, sociologi, filosofi. 
[...] ha fatto molto discutere il fatto che la rete talvolta diventi strumento anche di spionaggio governativo sui cittadini [...] e possa talvolta trasformarsi in un'arma che agevola la repressione dei regimi dittatoriali [...]; o possa ridurre la persona a un oggetto, a un 'gadget' [...]; o tenda in alcuni casi a banalizzare le relazioni affettive portandoci a nuove forme di solitudine [...].
E, ancora, si sa che la rete può diventare strumento di dumping salariale, precarizzazione e sfruttamento cognitivo. [...] Altri studiosi [...] sostengono addirittura che lo sviluppo tecnologico porterà a un positivo e radicale mutamento della stessa natura umana: sono i cosiddetti 'transumanistiì o teorici della 'singolarità' [...]
Tutto questo [...] è oggetto di stimolanti discussioni intellettuali, utili in ogni caso a dotarsi degli strumenti per metabolizzare in maniera critica, quindi non passiva, la rivoluzione digitale. [...]
attorno alla rete - nel mondo, in Europa, in Italia - ci sono poteri talvolta sciocchi e talvolta raffinati che non si fanno troppe domande sulle contraddizioni della rivoluzione digitale, ma che semplicemente temono ciò che non avvertono come un loro dominio. 
E allora, in modo spesso silenzioso, l'effetto che ne deriva è quello del 'meglio se taci'; o, magari, 'meglio se non leggi e se non guardi'; o ancora 'meglio se conosci meno cose', 'meglio se conosci solo quelle che vogliamo noi', 'meglio se possiamo incanalare ciò che leggi e filtrare ciò che scrivi'. [...]"

Fonte: Perché 'è meglio se taci', Meglio se taci, A.Gilioli - G.Scorza, Baldini&Castoldi Editore


Fonte immagine: 
www.hubstrat.it

martedì 24 marzo 2015

LEGGENDO "LA REPUBBLICA DEL SELFIE"...RITRATTO DI UN'ANOMALA STORIA ITALIANA

Quali possono essere i limiti di un agire politico in un contesto come italiano, sferzato da una crisi economico-sociale senza precedente alcuno? E' possibile davvero promettere qualcosa di importante, nonostante ristrettezze e disparità siano sempre più evidenti e pesanti?
Per mantenere alte le percentuali di consenso fino a che punto deve essere opportuno promettere, inseguendo quindi quel 'margine' democratico che dovrebbe consentire alle popolazioni di maturare un giudizio sereno ed informato su coloro che governano?
Quali potrebbero diventare le opinioni, qualora venissero alterate e/o gonfiate le azioni realizzate? La prima (in)evitabile risposta a questa domanda rischia di andare nella direzione di mantenere il più possibile elevate le percentuali di gradimento. Poco sembra importare poi di quanto piccoli e denigrati possano diventare sul lungo termine i margini di credibilità ed autorevolezza; nulla di più vicino e svilente per una politica che dovrebbe invece (cercare di) guardare al come progettare per proiettare un Paese verso il domani. Da questo punto di vista rischia di emergere, quindi, una potenzialmente pericolosa ambivalenza nei confronti di numerosi provvedimenti assunti: quel che si è fatto contro quel che si crede si sia fatto. A quali punti di cortocircuito può potenzialmente condurre questo modo di operare ed agire politico?
L'inno allo slogan ed alla banalizzazione continua dell'esistente è un'attività molto pericolosa e pericolante, specialmente per il futuro che si deve costruire. Sotto questo aspetto, pertanto, risulta importante insistere per cercare di definire a chi possano essere attribuite le colpe primarie per questo modo di agire e di comportarsi. A questo contesto e molte altre domande cerca di rispondere "La Repubblica del Selfie", libro scritto dal giornalista Marco Damilano e pubblicato da Rizzoli Editore. Le ragioni di questa anomalia italiana sono da ricercarsi attraverso una sterminata serie di colpe e colpevoli. Senza trascurare, ovviamente, quelle consapevolezze che hanno causato lo status quo attualmente in voga:

"[...] La scalata all'Italia di Matteo Renzi è stata raccontata dal suo protagonista come una guerra-lampo dalle cadenze napoleoniche, un cambiamento di stagione epocale, contro nemici di ogni tipo. In realtà è stata una resa senza condizioni Senza opporre resistenza, partiti, industriali, intellettuali si sono consegnati al giovane conquistatore: una bandiera bianca collettiva, la dissoluzione della rete di alleanze ed equilibri su cui si reggeva la Repubblica Italiana. 
Quella Repubblica nata settant'anni fa con i ragazzi scesi dalle montagne per sedersi al tavolo della Costituente. Erano i padri della democrazia, i buoni maestri che tenevano insieme cattolici e comunisti, radicali e liberali, e intanto costruivano autostrade e conficcavano milioni di antenne sui tetti delle loro case. Ma poi i padri invecchiarono e arrivarono i figli, la meglio gioventù della tv a colori e dell'aria di piombo. Una menzogna. [...]"

Il peso ed il calibro delle menzogne cumulatesi hanno prodotto quel che tutti abbiamo (purtroppo) sotto agli occhi: una terra sfibrata, un Paese distrutto, depauperato da una classe dirigente avente una fortissima carenza di credibilità. Quale futuro può avere un'Italia che parta già con questa enorme mole di problemi irrisolti e/o irrisolvibili?

"[...] Un vuoto durato quarant'anni. In quel vuoto è nata e cresciuta la nuova razza padrona, che ha il volto di Matteo Renzi e si presenta senza passato, avida di presente, proiettata al futuro. 
Detesta il fardello della memoria, rifiuta la responsabilità dei decenni precedenti: noi non c'eravamo, ripete. Invece va inserita in una storia. 
In quella che arriva da lontano, nel lunghissimo processo che attraversa gli ultimi anni Settanta, gli Ottanta e Novanta fino a Tangentopoli. E in quella più recente, il crack di una classe dirigente provocato dalla crisi economica e da un divorzio irreparabile tra cittadini e politica. 
'Una lunga caduta, come nei sogni. Il risveglio tocca ai figli. Nel vuoto si sono mossi, in mezzo al vuoto hanno conquistato il potere, puntando sul vuoto rischiano di perdere. 
O di invecchiare precocemente. [...]"

Dovrebbe quindi essere necessario intraprendere con occhio severamente critico un esame molto attento, nei confronti di tutto quel che è stato compiuto per portare un Paese come l'Italia sull'orlo del dissesto socio-economico-finanziario-ambientale- [...].
Chi ha generato quello stesso vuoto pneumatico, dal quale sono emersi (o finiranno per emergere ulteriormente) i leader che andranno a gestire nel futuro prossimo il futuro italiano?
E' da questa domanda che sarà fondamentale muoversi per promuovere un'indagine approfondita che sappia essere il più attenta e consapevole possibile. Senza dimenticare quali siano realtà e consapevolezze di un popolo stremato:

"[...] Quella di Renzi è una generazione di mezzo, nata tra la fine di un secolo e l'inizio di un altro. Cresciuta tra riflussi, paligenesi annunciate, rivoluzioni soltanto giudiziarie, grandi riforme rimaste nei cassetti, nuovi miracoli mai avverati [...]. E' questo il patrimonio che ha ricevuto dagli ultimi quarant'anni di storia italiana. Il Vuoto. Il vuoto della politica e il pieno apparente di chi si è candidato a sostituirla. Le lobby e le criminalità [...], le incrostazioni amministrative, [...]le dazioni ambientali, il sistema della corruzione, le massonerie. [...] Il vuoto della politica [...] progressivamente ha invaso tutto, è diventato vuoto di rappresentanza, di produzione, di cultura. Quarant'anni fa ad essere delegittimati erano solo i democristiani, i capi del Partito-Chiesa e del Partito-Stato, poi tutti i politici, infine i capitani d'impresa, registi e scrittori, cantautori e direttori di giornale, alti burocrati e uomini di Chiesa, i grandi capi della Sinistra e della destra. 
Sono tutti diventati immagini di un potere che non c'è più. Maschere funebri. 
Il vuoto si è aggrumato. Si è fatto un vuoto denso. Un vuoto pieno.
Una lunga caduta, come nei sogni. Il risveglio tocca ai figli. [...]
Sono i figli di una Repubblica che non può morire. 
L'eredità è una rinascita. Hanno predicato e praticato la Rottamazione. 
E invece serve la Ri-generazione. Non di uno solo. [...]"

La missione più importante dovrà quindi essere quella votata al riempimento del vuoto creatosi, pena la possibile ripetizione ulteriore di errori già commessi in passato. La promozione di un'indagine costante e coerente è forse la sola mission costruibile per cercare di far compiere all'intero popolo italiano qualche passo avanti:

"[...] C'è stata la Repubblica della rappresentanza. Poi è arrivata la Repubblica fondata sulla rappresentazione. Quella che sta nascendo è la Repubblica dell'auto-rappresentazione. 
Una selfie-Repubblica. [...]"


giovedì 19 marzo 2015

A PROPOSITO DI (S)COMPARSA DELLA POLITICA...

"[...] L'Italia è un Paese scalabile. [...] I talk show sono pieni, nel 2011, di immagini di distruzione. 
Imprenditori che si danno fuoco. Stabilimenti che chiudono, nel Sulcis o a Termini Imerese, nelle periferie italiane, senza mai incontrare l'ombra di un politico che rappresenti l'agonia di un territorio. [...] I talk che sono stati la palestra in cui si formavano le leadership della Seconda Repubblica si trasformano nel principale veicolo dell'indignazione verso i politici, insieme alla Rete. Una piazza Tahrir virtuale che entra in tutte le case.
'I partiti sono tutti morti. Sono tutti zombie, sono il passato, sono polvere' dichiara Beppe Grillo il 20 aprile. Il suo Movimento 5 Stelle ha da poco superato il primo anno e  mezzo di vita, è nato il giorno di S.Francesco [...] del 2009, nessuno lo prende sul serio, né i politici né la stampa. Eppure il comico mostra un'incredibile fiducia nei suoi mezzi, comincia a preparare la grande prova delle elezioni 2013. [...] I politici di professione si affrettano a chiamarla anti-politica, per demonizzarla. 
E invece sarebbe più corretto chiamarla Politica della Crisi. 
Il Movimento 5 Stelle è il primo Partito della Crisi in Italia e in Europa. Anticipa Syriza, il Partito di Alexis Tsipras, in Grecia e Podemos in Spagna. 
Si nutre della scomparsa della politica, durata quarant'anni, con l'abdicazione dei Partiti nei confronti dei tecnici, la percezione che la democrazia sta diventando sempre di più un ostacolo, un incidente, qualcosa da imbrigliare o da educare perché non si sbagli. 
Ogni stagione storica è il frutto di quella che l'ha preceduta, perché nella storia non esistono cesure e rotture. Quella che si incarna in Grillo e nel Movimento 5 Stelle, nel suo elettorato più giovane, è coerente con quanto hanno fatto altre generazioni nella storia. 
I giovani fascisti di un secolo fa, tra il 1919 e il 1922, erano gli eredi della Prima Guerra Mondiale e delle delusioni risorgimentali, i ragazzi del Sessantotto e della contestazione erano nati e cresciuti negli anni della Repubblica anti-fascista e del boom economico.
E ora hanno costruito un invalicabile e opaco muro di gerontocrazia e di privilegio, da buttare giù.
Vincerà chi si è tenuto fuori dal Sistema, chi non condivide colpe con il passato, chi può dichiararsi innocente, immacolato, chi non ha partecipato agli utili della grande abbuffata. [...]"
(Fonte: L'Italia è scalabile, "La Repubblica del Selfie", M.Damilano, Rizzoli Editore)

Fonte immagine: lavocedelmartedi.it

mercoledì 18 marzo 2015

ASCOLTANDO O CERCANDO UNA RIVOLUZIONE...


"[...] Don't you know/ they're talkin' bout a revolution/ 
It sounds like a whisper/ don't you know/ 
they're talkin' about a revolution/ 
It sounds like a whisper [...]"

domenica 15 marzo 2015

FRA TERRA ED EMISSIONI: ESISTE UN LIMITE DI SOSTENIBILITA'?

Nonostante tempi sia socialmente che economicamente difficili, la risorsa ambientale appare come primaria e fondamentale da tutelare. Come fare per assicurarle sostenibilità e futuro, garantendo all'umanità stessa un pianeta vivibile per un tempo indefinito?
Gli accordi di tutela a livello globale che sono stati messi in campo, al netto di vuote e spesso sterili diplomazie, prevedono la necessità di muoversi su alcune macro-aree fondamentali: abbattimento delle emissioni in atmosfera, minimizzazione dei consumi elettrici e termici, contenimento dei livelli specifici di surriscaldamento globale.
La disciplina è complicatissima da perseguire, dovendo concretizzare su scala globale una serie di buone pratiche molto difficili da inquadrare e certificare.
Cosa potrebbe accadere qualora gli obiettivi di tutela ambientale ed energetica non dovessero essere raggiunti? Quali potrebbero essere i primi segnali di un punto di non ritorno?
Cosa potrebbe invece succedere qualora il punto di non ritorno fosse già stato raggiunto e/o abbondantemente superato? Al netto di tutte queste domande, un articolo de Le Scienze riporta la testimonianza di un ennesimo campanello d'allarme da non sottovalutare:

"[...] Febbraio è uno dei primi mesi [...] a poter vantare concentrazioni di anidride carbonica pari a 400 parti per milione [...]. Concentrazioni simili di CO2 in atmosfera forse non si vedevano da 23 milioni anni, quando finì l'Oligocene, un'epoca di progressivo raffreddamento climatico che assai probabilmente vide le concentrazioni di CO2 crollare da livelli ben superiori a 1000 ppm. [...]"

I livelli potrebbero forse salire ulteriormente? Cosa potrebbe comportare una presenza così massiccia di anidride carbonica nell'atmosfera? E' davvero un segno tangibile di un declino ormai irrecuperabile nei confronti delle possibilità per il futuro dell'umanità e del pianeta Terra?
Sono moltissime le domande che un dato come questo può porre, in quanto enormemente complicata risulta essere la disciplina da dover cercare di definire nel loro aspetto globale.
I livelli delle emissioni registrate potrebbero aggravarsi in un futuro non lontano?
A questa domanda non pare esserci risposta negativa, purtroppo. Citando l'articolo è infatti possibile riportare i dati ed i potenziali rischi definiti nel seguito:

"[...] le concentrazioni atmosferiche di CO2 aumentano di più di due ppm all'anno. Un incremento dello 0,04 per cento può sembrare un'inezia, ma è bastato a far aumentare finora la temperatura media annuale globale di 0,8 °C. [...] un ulteriore riscaldamento è in arrivo, dato che esiste un ritardo tra le emissioni di CO2 e il calore in più che ogni sua molecola intrappolerà nel corso del tempo, avvolgendo il pianeta in una coperta sempre più spessa. [...]"

Potrebbero esserci aumenti di temperatura assai superiori a quello di 2°C stimato per la sostenibilità umana? Il punto di vita del pianeta Terra non coincide, infatti, con quello di sostenibilità umana ed animale. La nostra astronave sembra infatti essere abituata a livelli ben più incrinati:

"[...] questo può essere un cambiamento climatico superiore a quello che può gestire la civiltà umana, come pure molti altri animali e piante che vivono sulla Terra [...]. Il pianeta [...] se la caverà: sulla base della documentazione geologica gli scienziati stimano che in passato la Terra abbia visto livelli anche superiori alle 1000 ppm. [...]"

A quali risultati potrebbe portare questa china, qualora non si riuscisse a dare effettiva operatività ai piani per la razionalizzazione energetica e la diminuzione di emissioni attualmente messi in campo dalle autorità sovranazionali? Sembrano essere infatti molte, nonostante le premesse maturate fino ad oggi, le aspettative riposte negli Stati più grandi a livello globale:

"[...] Il cambiamento climatico è inevitabile e [...] può esserlo anche un cambiamento di regime alimentare. [...] Oggi le nazioni hanno difficoltà a definire un piano globale per ridurre l'inquinamento che provoca i cambiamenti climatici: il testo su cui si sta attualmente negoziando conta [...] 90 pagine. [...] I piani elaborati da Cina, Unione Europea e Stati Uniti sono [...] ampiamente noti, se non formalmente presentati. Complessivamente, sono i passi più impegnativi mai intrapresi per affrontare il riscaldamento globale, ma le analisi scientifiche suggeriscono che sono probabilmente inadeguati alla prevenzione dei fenomeni di cambiamento climatico. Unione europea, Stati Uniti e Cina fanno ancora affidamento sui combustibili fossili e finora il mondo è stato lento nel cambiare questa abitudine. [...]"

Quale futuro poter avere dunque davanti? La difficoltà più grande dovrà essere cercare di gestire e migliorare l'enorme spread esistente a livello ambientale. Non è solo questione finanziaria, i problemi esistenti sembrano essere infinitamente maggiori e più complessi.

Fonte: "CO2: raggiunti i livelli più alti in 23 milioni di anni", LeScienze.it
(http://www.lescienze.it/news/2015/03/11/news/superamento_limite_co2_atmosfera_400_ppm_riscaldamento-2519479/)

Fonte immagine: arpat.toscana.it

sabato 14 marzo 2015

FRA MUSICA...E MONDO ATTORNO


"[...] Per niente facili/ uomini così poco allineati/ 
li puoi chiamare ai numeri di ieri/ se nella notte non li avranno cambiati./ 
Per niente facili/ uomini sempre poco affezionati/ 
li puoi tenere fra i pensieri di ieri/ se non ci avranno scordati./ 
Sarà la musica che gira intorno/ quella che non ha futuro./ 
Sarà la musica che gira intorno/ 
saremo noi che abbiamo nella testa/ 
un maledetto muro. [...]"


giovedì 12 marzo 2015

"LA POESIA DEI NUMERI": ESPLORANDO IL MONDO, FRA REALTA' E MATEMATICA

Un libro sulla matematica, scritto da chi ha una grandissima passione/debolezza per le scienze matematiche. Tono (e contenuto) dell'opera "La poesia dei numeri - Come la matematica mi illumina la vita", scritto da Daniel Tammet ed edito da Chiavi di lettura - Zanichelli, sembra essere chiaro sin dalla prefazione:

"[...] La maggior parte delle persone pensa con le parole o con le immagini. 
Daniel Tammet pensa con i numeri perché ha la sindrome di Asperger, una lieve forma di autismo che lo rende particolarmente sensibile alla matematica. 
Tammet coglie i numeri in ogni aspetto della vita quotidiana, [...]"

Cogliere le magie della matematica, sfruttando uno spirito ed un'anima contemporaneamente più fragili ma più matematicamente consapevoli rispetto a quelle di moltissimi altri.
Vedere numeri in ogni singolo aspetto della realtà è una visione strettamente applicata al presente testo, nel quale storia e progresso concorrono a fondersi in un'analisi mai troppo pesante su una delle discipline maggiormente temute e respinte sin dalla più tenera età.
Tutto può dirsi matematico; molto più di quel che sembra a prima vista.
Occhi e percezioni dell'autore contribuiscono ad allargare e informare le consapevolezze del lettore:

"[...] dai lati in un fiocco di neve ai risultati delle partite di cricket.
I numeri [...] saltano all'occhio [dell'autore] perfino quando legge Shakespeare e immagina il grande poeta a scuola, da bambino, mentre scopre lo zero, una novità assoluta per l'epoca. [...]
Le tabelline sono per Tammet le 'molecole' della matematica o l'essenza delle nostre conoscenze numeriche,  ma sono difficili da imparare: se vanno a memoria è per l'aiuto di voci concise, bilanciate e in rima, come nei proverbi. Pi greco è il numero più fascinoso per l'autore, che nel 2004 all'Università di Oxford ne ha recitato a memoria i primi 22514 decimali [...]"

E' probabilmente in questa diversità, legata alla citata Sindrome di Asperger, che riesce a forgiarsi il segreto per una differente visione sia del mondo esterno che delle scienze.
Da questo punto, per l'autore, emerge una consapevolezza con cui ha cercato di fare i conti sin dalla tenerissima età:

"[...] avevo visitato il Center or Brain and Cognition di San Diego, in California. 
I neurologi del centro mi avevano sottoposto a una batteria di test. 
Mi era sembrato di tornare ai giorni della mia infanzia passati in un ospedale londinese, quando i medici mi avevano collegato a un encefalografo per cercare segni di attività epilettica nel mio cervello. I cavi avvolgevano la mia testolina come la rete con cui il pescatore tira su il suo bottino dal profondo del mare. [...] In America gli scienziati [...] mi diedero molte addizioni da calcolare e lunghe sequenze di numeri da imparare a memoria. 
Mentre pensavo, apparecchi all'avanguardia misuravano il mio e il mio battito cardiaco. 
Il risultato di tutti questi esperimenti mi incuriosiva da morire: volevo assolutamente scoprire il segreto della mia infanzia. La mia autobiografia inizia [...] con quella diagnosi che aveva finalmente dato un nome alla mia diversità. Prima di allora c'era stata una sfilza di pseudonimi fantasiosi: sarei stato un timido patologico, un ipersensibile, un 'mani di pastafrolla' [...]
Per gli scienziati invece ero un autistico altamente funzionale, con una sindrome del savant, dato che le connessioni neurali del mio cervello avevano formato sin dalla nascita circuiti insoliti. [...]"

L'aver ricevuto una differente visione delle cose ha costituito, per l'autore, motivo ed occasione per scoprire un amore per le scienze matematiche. Tale percezione è integralmente riportata nella presente opera, cercando di spaziare al meglio possibile fra gli infiniti spazi della dimensione numerica: dall'algebra alla geometria, dalla bellezza della relatività alla poesia dei numeri primi, dalla rappresentazione della realtà alla possibilità di trovare infinite applicazioni in ogni singola componente del mondo. Solo esplorando i confini che la Storia ha imposto all'essere umano è possibile comprendere al meglio possibile quali possano essere limiti e potenzialità riguardanti la comprensione delle stesse scienze matematiche: quali traguardi dobbiamo agli arabi e alla loro invenzione del concetto di zero? Cosa si nasconde dentro ai concetti di scienza e relatività?
Quali rapporti possono esistere fra rime e rapporti matematici da bilanciare e/o ricercare?
Dalla possibilità di vincere una partita di scacchi alle opportunità offerte per (cercare di) stimare il 'grado' di solitudine umana nell'universo: sono anche queste le opportunità che la scienza matematica può mettere a piena disposizione dell'essere umano.
Attraverso gli occhi e la sensibilità dell'autore si possono ritrovare molte storie, intrecciate e mescolate con fili conduttori capaci di legare numeri ad episodi di vita e consapevolezze.
Tutto questo potrà essere possibile fino a quando la matematica resterà una fondamentale lente primaria (o prioritaria, a seconda dei punti di vista) con cui (cercare di) indagare il mondo circostante.


mercoledì 11 marzo 2015

FRA LIBRI...E PAGINE DI (UMANA) VITA

"I libri mi riempivano il cranio e mi allargavano la fronte. 
Leggerli somigliava a prendere il largo con la barca, il naso era la prua, le righe onde.
(E. De Luca, att.)

"I libri sono riserve di grano da ammassare per l’inverno dello spirito.
(M.Yourcenar, att.)

"Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira." (J.D.Salinger, att.)

"Certi libri costituiscono un tesoro, un fondamento; 
letti una volta, vi serviranno per il resto della vita.
(E. Pound, att.)




martedì 10 marzo 2015

FRA BELLEZZA E MATEMATICA, CERCANDO UNA FORMULA DI EQUILIBRIO...

"[...] Parlando di suo padre, Hans Albert Einstein ha detto una volta: 'Aveva più il carattere dell'artista che dello scienziato come lo intendiamo di solito. Per esempio, quando voleva esprimere il massimo apprezzamento per una buona teoria o un buon lavoro, non diceva che era corretto, né che era esatto, ma che era bello.' 
Che Einstein mettesse l'estetica davanti a tutto è stato confermato da diverse persone che lo conoscevano, fra cui il fisico Hermann Bondi, che una volta gli mostrò un suo lavoro sulla teoria unificata dei campi. 'Oh, che brutto', commentò Einstein. 
Cercare un qualche tratto universale che accomuni i matematici è un compito perlopiù ingrato. 
Tranne per una rara eccezione: la famosa predilezione di Einstein per la bellezza. 
I matematici possono essere alti o bassi, socievoli o introversi, lettori accaniti o nemici dei libri, multilingui o monosillabi, stonati come campane o dotati per la musica, devoti o mangiapreti, isolati o attivisti, ma praticamente tutti sarebbero d'accordo col matematico ungherese Paul Erdos: 'Io so che i numeri sono belli. Se non lo sono loro, niente lo è.' 
Einstein era un fisico, eppure le sue equazioni hanno suscitato l'interesse e l'ammirazione di molti matematici, che lodarono la sua teoria della relatività per come univa la parsimonia a una grande eleganza. Lo spazio e il tempo newtoniano erano rifondati da zero con una manciata di formule succinte, che davano il giusto peso a ogni simbolo e a ogni numero. 
Nei libri divulgativi sulla matematica abbondano le spiegazioni discorsive delle dimostrazioni matematiche per illustrarne la bellezza. Mi viene il dubbio che si tratti di una strategia sbagliata. 
Secondo me ciò che noi profani ammiriamo davvero nel lavoro di un Euclide o di un Einstein non è tanto la bellezza, quanto la genialità. Ne siamo ammirati, non commossi. 
Ma nessun ostacolo insormontabile impedisce di apprezzare la bellezza della matematica. [...]
La bellezza ammirata dai matematici si può ritrovare nel quotidiano: nei giochi, nella musica e nella magia. [...]"

(Fonte: "La poesia dei numeri - Come la matematica mi illumina la vita", D.Tammet, Chiavi di Lettura - Zanichelli)

Fonte immagine: lescienze.it

domenica 8 marzo 2015

A PROPOSITO DI #8MARZO, FRA #MENOAUGURI E #PIU'DIRITTI...CON #MENODIFFERENZE


"[...] Il silenzio imbarazzato/ di chi sa di non tornare/ 
la lasciò senza parole. / 
Della porta che si chiuse/ non sentì neanche il rumore/ 
tanto forte era il suono del suo rancore./ 
Per guardarsi nello specchio/ mise l'abito migliore/ 
perché fosse più elegante il suo dolore./ 
Da quello che le ha sputato addosso/ 
perché non ha detto/ 
perché non ha fatto/ 
ora si sente soffocare./ 
Quando si comincia a recriminare/ 
è il momento in cui si sta per sparire. / 
Mimosa bella/ riposa/ che il sogno ti dona./ 
Così pensò al loro primo incontro/ 
alla magia di quell'incanto/ 
alla sua gioia elementare/ 
alle grida di piacere/ 
soffocate dal cuscino/ 
quando un gesto primitivo/ si fa divino/ 
e a quella esaltazione del presente/ 
di un amore che ancora non ti ha chiesto niente/ 
niente da sacrificare./ 
Poi del lasciarsi il solito rituale/ 
dove ogni uomo diventa così banale./ 
Mimosa bella/ riposa che il sogno ti dona. [...]"

sabato 7 marzo 2015

A PROPOSITO DI (IMPOSSIBILI?) RIVOLUZIONI... #ITALICHEABITUDINI


"[...] Noi l'Italia siamo e non la stiam rappresentando:/ ciurma! Ai posti di comando!/ Mettiamo al bando i vertici politici/ con tutti i loro complici,/ amici degli amici di chi ha svuotato i conti:/ incassano tangenti celandosi le fonti/ e han cappucci e cornetti sulle fronti./ Qui si fa la rivoluzione senza alcuna distinzione,/ sesso, razza o religione: tutti pronti per l'azione. [...] Boh? Magari mi sbaglio, ma vedo tutti quanti allo sbaraglio,/ meglio darci un taglio./ Figli mai usciti dal travaglio:/ qui da masticare non ci resta che il bavaglio. [...] Cambio di programma:/ annulliamo la rivolta./ Abbiamo una famiglia e non dev'essere coinvolta./ Non si fa la rivoluzione, l'hanno detto in televisione./ Chi c'è andato che delusione!/ Era chiuso anche il portone. [...]"

giovedì 5 marzo 2015

"IL TRASFORMISTA": FRA TEATRINI, PAGLIACCI, POLITIC(ANT)I E FENOMENI DA BARACCONE

Quali valori hanno (ed avranno?) nella politica italiana parole (teoricamente pesanti) quali coerenza, etica, programmazione e lungimiranza?
Ognuna di queste parole dovrebbe essere pietra miliare nella (ri)costruzione dell'intero panorama politico, nel tentativo quasi estremo di (ri)acquistare quella dose di credibilità che ad oggi sembra essere stata fortemente compromessa e/o smarrita da parte di una larg(hissim)a porzione di società.
Per ragioni sicuramente non solo attribuibili a loro; quale ruolo finisce per avere nel mosaico odierno quel politico (o per meglio scrivere politicante) che riesce ad effettuare guazzabuglio ideologico dei suoi pensieri, affondando ed affogando le proprie convinzioni in un gioco di riposizionamenti continui?
Quale posto può finire per occupare un politico che (cerca di) mescola(re) a suo piacimento delegittimazione politica con frammenti di delegittimazione personale, specialmente indirizzata nei confronti di avversari che cercano di contrastarlo su piani esclusivamente ideologico-programmatici?
La delegittimazione è direttamente proporzionale troppo spesso ad opportunità di carriera, a meschinità votate all'esclusivo arrivismo, alla possibilità di ottenere quel qualcosa in più rispetto a tanti altri che cercano di arrivare in certi posti con prevalenti dosi cumulate di merito e di competenza. Al netto di punti di vista, comunque, è più che lecito porsi una sola domanda di fondo: cosa può finire per diventare un politico che struttura continuamente il suo agire all'insegna di trasformismi, arrivismi ed opportunismi vari? Può questo agire diventare una sorta di coerenza, in un mondo dove la dose di merito percepito coincide (purtroppo spesso) con quella di merito reale? Si finisce per trasformarsi in umane contraddizioni, personificando quanto Caparezza aveva intuito in una sua celebre canzone:

"[...] Mi contraddico facilmente/ ma lo faccio così spesso/ che questo fa di me una persona coerente. [...]"

Si finisce quindi per diventare volutamente ondivaghi, coerenti in un'eterna incoerenza che lascia qualsivoglia spazio ad opinioni ed interpretazioni.
L'importante è fare anche l'impossibile per non passare mai di moda, per adeguarsi a tempi che vedono sconfitte certe ideologie che pochi istanti prima sembravano vincenti. Questi possono essere interpretabili come frammenti di arte votata al trasformismo, grandi testimonianze di ideologie svendibili al primo offerente che si dimostra forte e/o rafforzabile da alleanze rischiose.
Si rischia di elogiare solamente il salto carpiato continuo, dando luce e rilievo a persone vergognose che di tutto farebbero pur di restare incollati ad una non meglio identificata poltrona. La contraddizione viene poi eliminata (o abilmente cammuffata), sfruttando una memoria che è tanto preziosa quanto rara da abbinare ad un'onestà intellettuale con cui guardare al mondo circostante.
Illudere elettori e cittadini, per autoconservarsi ad un'immor(t)alità politica senza quartiere.
Al netto dei punti di vista, senza bisogno di effettuare molti esempi, incoerenza e trasformismo sono diventati (come lo erano da sempre stati?) tratti distintivi della politica italiana. Più o meno a qualunque livello istituzionale, sembrano essere sempre troppi i casi di persone che non hanno alcun timore (o alcuna vergogna?) di corrompere/tradire/rinnegare/affogare/smentire/[...] la propria ideologia per arrivare a conservare il loro 'posto al Sole'.
Il sapersi muovere in maniera tanto incoerente quanto 'coerentemente arrivista' rischia di essere anche una necessità esistenziale, sempre troppe volte: è il caso di coloro che, con l'incedere degli anni, finiscono per diventare parte integrante del sistema politico.
Potendo consegnare allo stesso, senza colpo ferire, decisione esclusiva riguardo alla propria individuale sopravvivenza. Bastano poche domande di fondo per rendersi conto di questa verità tanto palese quanto malcelata: cosa diventerebbe al di fuori della politica una persona che per anni e anni ha (soprav)vissuto solamente di quella, senza preoccuparsi di mandare avanti un percorso di studio/formazione/lavoro alternativa?
Cosa potrebbe esserne di certe persone qualora dovessero uscire (anche in malo modo?) dal sistema politico che le ha viste conquistare fette di potere e consenso (troppo spesso disinformato) sempre più imponenti e consistenti?
Queste domande rappresentano, al netto dei possibili punti di vista, una riflessione mai troppo approfondita su alcune delle vere ragioni che possono nascondersi dietro (e dentro) al fare politica: qualcosa che sembra (pur)troppo simile al celeberrimo 'nascere incendiari e morire pompieri'.
Quali margini poter attribuire, a livello anche ideologico, al trasformismo ed all'opportunismo militanti in campo politico (ma non solo, sono molti i settori in cui l'essere ondivaghi e perennemente bendisposti premia rispetto al merito)?
Qualche riflessione viene riportata, a tal proposito, nel libro "Il trasformista - La politica nell'epoca della metamorfosi" scritto da Giuseppe Civati e pubblicato da Indiana. L'intento dell'opera, teoricamente chiaro sin dal titolo, è reso palese sin dalle prime righe introduttive:

"[...] 'Io son capace di cambiar colore più di un camaleonte, e se necessario mutare forma come e più di Proteo; e in fatto di assassinio dar lezione a Machiavelli. So fare questo, e non saprò mai prendermi una corona?' Così il Riccardo III di Shakespeare metteva in relazione la conquista del potere con la capacità di padroneggiare l'arte della metamorfosi. Non siamo poi così distanti da molti protagonisti della politica italiana odierna. Come ben illustra in questo libro Giuseppe Civati, però, la figura più simile ai nostri politici non è quella dell'antieroe shakespeariano, bensì quella del trasformista: teatrante, illusionista, maestro del travestimento. A fronte di reiterate promesse di cambiamento, assistiamo in realtà a continui mutamenti: del vecchio in un sedicente nuovo, o di uno schieramento politico nell'altro. Attraverso una lucida analisi, Civati invita a ripensare il concetto di alternativa per poter inaugurare una politica di cambiamenti veri. [...]"

Alla politica fatta di cambiamenti veri servirebbero (molti) meno teatranti e fenomeni da baraccone, lasciando il posto a figure competenti che siano espressione tangibile anche (o soprattutto?) di un rinnovamento tanto culturale quanto imprescindibile nelle platee elettorali.
E' il popolo ad avere infatti 'margine democratico' nella scelta delle proprie classi dirigenti politiche: a tale consapevolezza dovrebbe aggiungersi un sempre più ampio e consapevole 'margine democritico', laddove si stia davanti ad un sistema proteso esclusivamente all'autoconservazione sotto molteplici forme e travestimenti. Il fine primario di cambiamenti e sconvolgimenti ideologico-tattici appare chiaro attingendo anche dalle pagine del celebre Gattopardo, in una citazione meno conosciuta rispetto alla più celebre "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi":

"[...] Ma era poi la verità questa? In nessun luogo quanto in Sicilia la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l'opportunismo, la carità, tutte le passioni buone quanto le cattive si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso. [...]"

Sicilia come parte integrante della solita Italia. A pieno titolo, dunque. L'anomalia descritta da G.Tomasi di Lampedusa sembra essere allargabile all'intera nazione, in un gioco al ribasso ideologico-programmatico tanto prorompente quanto ineliminabile nel breve-medio termine.
Fagocitare il vento del cambiamento per annullarlo, divorando qualsivoglia forma di tempesta e/o proposta di mediazione costruttiva per far evolvere il dibattito. Sembrano comparire così populismi di ogni sorta, fra negazione di destra e sinistra a prescindere da tutto.
Tutto diventa semplice, qualsivoglia problema diventa semplificabile e/o concretamente risolvibile da uno solo fra tanti inetti, incapaci e/o nullafacenti.
Così come sentir dire e/o veder scrivere, senza colpo ferire, di persone votate e/o votabili alla realizzazione di un presunto 'Partito della Nazione' controllato ed amministrato da una ristretta classe dirigente votata (più o meno integralmente) alla personalizzazione (anche estrema) dei consensi politici e mediatici. La creazione di una consapevolezza simile finisce per creare (più o meno inevitabilmente) altrettanti cortocircuiti nella gestione e nell'articolazione della sempre troppo sbandierata buona politica:

"[...] Oggi la formula, presa in prestito da una riflessione di Alfredo Reichlin, è 'Partito della Nazione'. Massimo Cacciari la definisce una 'boutade populistica per arraffare voti e  conquistare un'egemonia attorno alla figura di un leader.' Del resto 'ogni decisione favorisce una parte e sfavorisce un'altra. Perciò sono nati i partiti politici, nella democrazia. Partiti: da 'parte'. Un 'Partito della Nazione' è una contraddizione logica. Da analfabeti della politica.' [...]"

Contraddizione logica fatta da analfabeti della politica o contraddizione logica pensata/progettata/architettata/meditata/[...] da trasformisti e/o camaleonti votati all'autoconservazione di un sistema da attualizzare su scala duepuntozero?
Meglio la chiarezza o una voluta/volubile incoerenza?

"[...] Essere contro il trasformismo non significa non volere cambiare il corso delle cose, trasformare il mondo. Anzi, per una vera trasformazione bisogna debellare proprio il trasformismo, che lascia la realtà come l'ha trovata. Tutto cambia, potremmo dire, tranne la realtà. Tanto che è lecito chiedersi se piuttosto che parlare di cambiamento, non si dovrebbe parlare di mutazione [...]: è evoluzione o involuzione? E' cambiamento o falso movimento? [...] Non si tratta quindi di negare il cambiamento o il divenire stesso. Si tratta di capire se la trasformazione è innovativa o conservativa, se ha un approdo, se cambia i valori in gioco, se rende più liberi, più forti, più consapevoli. [...] Contano, insomma, la direzione e il verso del cambiamento che si dichiara. E conta provare strade diverse [...]"

Conta cercare di adoperarsi per (ri)costruire una nuova forma di politica, svuotata da certi figuranti che hanno contribuito a renderla quella che è oggi.
Occorre razionalizzare gli sforzi, nel tentativo estremo di far ragionare quei moltissimi finti incendiari che non esiterebbero a trasformarsi in pompieri alla prima poltrona utile ed utilmente spendibile per (sperare di) garantirsi futuro e sopravvivenza politica.
Contribuire alla ristrutturazione di un sistema che (cerca di) costruisce (costruire) un mondo simile a quello che qualcuno descrisse, non troppo tempo fa, in una celeberrima canzone:

"[...] è venuto ormai il momento di negare/ tutto ciò che è falsità,/ le fedi fatte di abitudine e paura,/ una politica che è solo far carriera,/ il perbenismo interessato,/ la dignità fatta di vuoto,/ l' ipocrisia di chi sta sempre con la ragione/ e mai col torto [...]"


mercoledì 4 marzo 2015

FRA DESTRA E SINISTRA, PER UN TRASFORMISMO MULTIVERSO...

"[...] E, quindi, sinistra e destra non ci sono proprio più
Il bello è che lo dicono tutti, anche gli esponenti di destra e sinistra parlando di se stessi con frasi al limite dell'insensato. Tipo: 'La sicurezza non è di destra, né di sinistra.0 
Che vuol dire tutto ovvero non vuol dire niente. 
Lo dicono [...] quelli che contrastano sia destra che sinistra, senza rendersi conto poi di non sapere bene dove andare quando si tratta di questioni sulle  quali destra e sinistra si scontrano da sempre, come il tema dei diritti degli immigrati oppure la giustizia e i diritti delle persone. 
L'importante però è pretendere di non cristallizzarsi, è dichiarare che si vuole andare 'oltre' queste categorie: l'unico tratto unificante, per chi si dichiara né di destra né di sinistra, non a caso, è essere contro i partiti, quelli di destra e quelli di sinistra, anche quelli 'riverginati'. 
Il sospetto è che chi nega l'esistenza della destra o della sinistra sia in realtà semplicemente di destra o, quantomeno, conservatore. In generale, tutto questo accanimento sulle categorie della dialettica [...] dovrebbe fare riflettere, perché di fatto sposta il conflitto fino ad annullarlo. 
L'obiettivo [...] è negare le alternative e quindi l'alternanza, riducendola a uno schema secondo cui da una parte c'è il sistema, dall'altro quelli che si sentono da esso esclusi. 
Non si tende più al centro, perché al centro e nel centro ci sono già tutti.
Ci si muove su singoli temi, senza predisporre un progetto di società orientato a un obiettivo preciso.
Si sceglie di volta in volta su che cosa puntare. Senza dare parametri di riferimento, perché il riferimento stesso impegna e costringe, mentre il trasformismo, per sua natura, è 'svincolato da ogni concreta opzione programmatica e finalizzato soltanto a una generica esigenza di stabilità.'
Sono tutti trasversalisti e si dichiarano tali, spensieratamente. 
La rimozione del più classico tra i conflitti è la strada per fingere di costruire qualcosa di nuovo o, meglio, di apparentemente tale. Ma il progetto si spinge ancora più in là, verso il Partito di tutti, proprio tutti, nessuno escluso. [...]"

Fonte: Il trasformista - La politica nell'epoca della metamorfosi, G.Civati, Schegge - Indiana


Fonte immagine: ilfoglio.it

lunedì 2 marzo 2015

A PROPOSITO DI (SICURO) PRECARI(ATO)...


"[...] Io sono un portatore sano di sicuro precariato/ 
e anche nel privato resto in prova/ 
e ho un incarico a termine lo so/ 
ma ho molta volontà, non c'è pericolo [...]"

"LA SFIDA DI ATENE": STORIA DI UN ARGOMENTO CHE DOVREBBE INTERESSARE TUTTI

Entro quali cardini poter costruire un'Europa differente sotto le travi portanti di sviluppo sociale e sostenibilità economico-finanziaria?
In tempo di caos istituzionale e di crisi divenuta ormai strutturale per colpa di quelle stesse 'cure' che avrebbero dovuto farla passare, purtroppo, a questa domanda non vi può essere risposta facile o divulgabile in termini esaustivi. 
Troppi sono i punti di vista divergenti, molti sono gli interessi nazionali che non riescono a trovare sintesi in un dibattito sempre più muscolare fra socialisti, popolari, euroscettici ed euro-disintegratori; al confronto spesso molto duro sono stati fatti seguire piani di rilancio economico che, in molte componenti, sembra(va)no ricalcare in carta-carbone misure precedentemente promesse e mai (o mal) attuate fino in fondo (cfr. piano Juncker).
Internamente a questa crisi e nel contorno di questo quadro, purtroppo, vi sono Paesi che hanno e stanno soffrendo sempre più le conseguenze (dirette ed indirette) di un certo modo di (dis)fare politica: l'esempio che è divenuto testimonianza più acclarata del perpetuarsi di questi fenomeni è dato dalla Grecia, Stato europeo che più di ogni altro è stato portato tristemente agli 'onori' delle cronache.
La sintesi di quello scontro muscolare di cui sopra ha finito per generare una visione di austerità aspra e vincolante, soprattutto per normative tanto stringenti quanto estremamente poco conosciute alle moltitudini di persone costrette a viverne disagi e/o a subirne conseguenze. 
L'impatto delle politiche di austerità per la Grecia è stato, sotto molti punti di vista afferenti ad economia e società reali, semplicemente devastante. 
Sono state diffuse statistiche tremende, capaci di illustrare una società che in molti aspetti sembra in avanzato stato di sfarinamento sociale; la forbice delle disuguaglianze pare agire nella direzione di tagliare indiscriminatamente fra le pieghe della società, allargando e/o accentuando le disparità sociali già esistenti nella fase precedente la crisi. Da questa visione, purtroppo, hanno tratto esercizio e metodo le politiche di disciplina continentale: sono state in parte queste le conseguenze dell'incontro-scontro con quell'istituzione sovranazionale che è definibile come troika
Nonostante influenze di politiche continentali, da realizzarsi in un quadro che dovrebbe prevedere cessioni progressive di sovranità nazionali per la prosecuzione di un'unità di tipo europeo (sempre ammesso che tale progetto non giunga ad impietoso naufragio, preda delle sue stesse intestine contraddizioni), ciascuno Stato aveva e ha una propria politica nazionale con cui misurarsi ed autoregolarsi. 
E' questo il caso tipico delle elezioni politico-amministrative, volte al regolare 'democraticamente' (al netto di regimi legislativi differenti) i processi decisionali interni ad ogni Stato facente parte dell'Unione europea. Attraverso quali step poter regolamentare e definire il rapporto che intercorre fra ingerenze continentali e forme democratiche nazionali? 
Osservando ancora una volta il contesto greco, è possibile fare riferimento alle battaglie promosse nel contesto nazionale dal Governo di Alexis Tsipras, leader di Syriza (oltre al metodo democratico che lo ha condotto al potere). A questo proposito si pone inevitabile riferimento, pertanto, al confronto tanto aspro quanto forse aspramente diplomatico che è stato intavolato nelle recenti trattative con le 'istituzioni' europee; il riferimento a non meglio precisate 'istituzioni' nient'altro è che un tanto orwelliano quanto semplice riciclo della ben più nota (e temuta) troika. 
Avendo la Grecia estremo bisogno di supporto economico per continuare a dichiararsi (quantomeno ufficialmente) non alla canna del gas, ha dovuto intavolare una trattativa alquanto complessa ed elaborata con le istituzioni europee per non sprofondare in un baratro che la avrebbe condotta sicuramente fuori da Euro ed Eurozona (prima di una tanto inevitabile quanto ritardata implosione?). 
Su questo piano di biunivoco scontro, pertanto, Grecia ed Europa hanno concluso una trattativa che avrebbe concesso quattro mesi di ulteriore ossigeno economico (conseguente a stabilità finanziaria?) allo stato ellenico. Al netto delle opinioni, le domande principali sono state poche: chi è che ha ceduto maggiormente rispetto ai propri intenti iniziali? E' stata l'Europa ad aver ceduto, facendo compiere all'intera struttura continentale qualche passo in più verso maggiori principi di consapevolezza economica e sviluppo sostenibile? E' altresì stata la Grecia ad aver perso qualcosa, rispetto all'iniziale programma anti-povertà descritto da Alexis Tsipras internamente alla competizione elettorale che lo ha condotto al Governo? 
Le opinioni (come le possibili domande) non si sprecano, in quanto figlie di accordi che hanno probabilmente affogato nella diplomazia le loro irrisolte e malcelate asperità. Quali e quanti sono stati i passi in avanti conclusi dalla Grecia nell'accordo finale (cfr. "Oggi la consegna all’Ue del piano di riforme di Tsipras: 'Incassi extra per 7,3 miliardi'", La Stampa - "La Grecia e l’accordo per altri 4 mesi di aiuti. Tsipras: 'Cancellati gli impegni sull’austerità'", La Stampa - "Tsipras sfida la Troika: luce gratis e cibo a 300mila famiglie povere", La Repubblica - "La Grecia presenta il piano di riforme Ue: 'Un valido punto di partenza'", Corriere.it), rispetto alle già citate premesse iniziali? Al netto di tutti i fatti e le interpretazioni possibili, è più che lecito chiedersi con le maggior dosi possibili di obiettività e competenza quali siano stati gli episodi e le debolezze che hanno condotto lo stato ellenico alle attuali situazioni di devastante precarietà economica ed allarmante instabilità sociale.
Quali sono stati i passi che hanno condotto lo Stato greco verso questo baratro da cui cerca di difendersi tutt'ora? 
Sono state rilevate colpe solo di matrice continentale? Possono essere altresì individuate anche ulteriori ragioni, legate ad un'insostenibilità economica già pre-esistente e ad una crisi politica di stampo assai rilevante? 
Qualora venissero accertate in maniera il più oggettiva possibile responsabilità (anche, non certo solo) interne, verso quali nomi e schieramenti politici sarebbe possibile puntare il dito con fermezza? 
Per rispondere a queste domande e per avere qualche informazione socio-politica in più su una situazione tremendamente intricata e complessa, pertanto, sembra necessario informarsi attingendo a fonti diverse e capaci di rendere più divulgativa la complessità polifonica di opinioni maturabili in un contesto simile. Una lettura interessante può essere, su questa spinta, quella data dal libro "La sfida di Atene - Alexis Tsipras contro l'Europa dell'austerità" scritto dal giornalista Dimitri Deliolanes e pubblicato da Fandango libri. 
Sullo sfondo di un contesto europeo che vede un dibattito sempre più infuocato e destrutturato fra forze (per forza di gioco?) europeiste e forze euro-scettiche, nonostante un caos tanto allarmante quanto capace di illudere e semplificare eccessivamente, si deve comunque cercare di fare l'impossibile per conservare la cosiddetta 'barra' dritta. Su queste coordinate cerca di muoversi la presente opera: 
 
"[...] Una sfida alla dura politica di austerità imposta da Bruxelles. I tempi sono maturi: alle elezioni europee del 2014 i partiti anti-europeisti hanno avuto un exploit impressionante. Ma solo in Grecia la via della protesta e dell'alternativa si è indirizzata verso un piccolo partito della sinistra radicale, che da anni viveva ai margini della vita politica. E' questa la [...] storia di Alexis Tsipras, trasformato in pochi anni da giovane contestatore nel primo leader della sinistra europea ad assumere responsabilità di Governo. 
Una risposta rivoluzionaria alla [...] crisi che ha colpito la Grecia e alla feroce ricetta di austerità imposta per quattro interminabili anni alla Grecia dall'Europa e dal Fondo Monetario Internazionale. [...]"
 
Tale battaglia deve per forza di cose essere condotta su un piano di diplomazie e burocrazie alle volte sferzanti, lente e macchinose. Nonostante simili ostacoli, però, è necessario portare a termine una missione per (cercare di) restituire sostenibilità e maggiori sicurezze sociali ad una popolazione distrutta e sfibrata all'insegna di disparità sociali sempre più evidenti e tangibili: 
 
"[...] Una ricetta da incubo: una recessione da tempo di guerra, milioni di disoccupati, famiglie impoverite, bambini denutriti, classe media distrutta, fabbriche chiuse, negozi deserti e immobili deprezzati in svendita. Dall'altra parte un'oligarchia non toccata dall'austerità, pronta a sfruttare la crisi per saccheggiare tutto quello che è pubblico. Uno sconvolgente racconto di sopraffazione, miseria e sfruttamento. [...]"
 
Alla luce di una situazione tanto drammatica, però, l'ultima speranza per un quadro di 'europeismo sostenibile' è affidata proprio a Syriza: 
 
"[...] E' questa la Grecia che vede in Syriza, la coalizione della Sinistra Radicale guidata da Tsipras, l'unica speranza di riscatto e dignità. Una sfida verso l'Unione Europea, condotta con le armi della democrazia, in favore dell'Europa e della sua economia reale. Ma anche una sfida alla vecchia classe politica, crollata sotto il peso delle sue responsabilità. Senza retorica né giri di parole Alexis Tsipras spiega all'autore i suoi sogni e i suoi progetti per uscire dalla crisi. Perché è sicuro che la Grecia non sarà espulsa dall'Eurozona, come il cambiamento ad Atene porterà al rinnovamento dell'Europa, come le forze liberiste saranno costrette ad arretrare. Un impetuoso tentativo di ricreare una sinistra moderna ma con profonde radici nel Paese. [...]"
 
La missione più difficile è affidata, pertanto, sulle spalle e sulla credibilità del leader politico di Syriza. 
Le istituzioni sovranazionali sapranno molto bene che, qualora fosse Tsipras a fallire, il prossimo probabile vincitore di una competizione elettorale nazionale sarebbe con buona probabilità il Partito di Alba Dorata; le posizioni fortemente euroscettiche di questo schieramento sono ormai note e consolidate dalle cronache nazionali e continentali. Senza Tsipras, dunque, si troverebbe fortemente debilitato l'ultimo argine che vede nell'Europa una risorsa (fino ad oggi largamente potenziale?) e non una tagliola da abbattere con ogni sforzo possibile.
Sotto punto di vista, pertanto, dovrebbe risultare doppiamente importante raccogliere o quantomeno ascoltare con un punto di vista fortemente costruttivo la sfida posta all'attenzione continentale dallo schieramento di Tsipras. E' possibile (cercare di) rendere giusto tributo e merito alla battaglia che tutti dovrebbero percepire come importante ed imponente ricorrendo alle parole di seguito riportate: 
 
"L'Europa o sarà sociale o non sarà."
 
Sembra essere estremamente vicino, al netto delle opinioni, il punto di non ritorno per le politiche europee: qualora non avvenisse un rapido e tangibile cambiamento (soprattutto per le classi sociali che fino ad oggi non hanno percepito altro che peggioramenti e/o stalli), per fortuna o purtroppo, sia l'Europa che l'Eurozona potrebbero rapidamente sfarinarsi e giungere ad un'estrema conclusione. 
Senza possibilità di ritorno e/o rimedio alcuna. Sia dunque reso possibile un ascolto, una anche banale forma di continua ricerca di autocritica su elementi che stanno conducendo un continente intero in un punto di minima estenuante. La necessità di valutare con occhio tanto critico quanto propositivo il presente percorso appare chiara anche allo stesso Alexis Tsipras, il quale sa di non poter avere dosi di credibilità eccessive visti i tempi attuali: 
 
"[...] Noi siamo pronti, abbiamo un progetto realistico, abbiamo la volontà politica e non faremo passi indietro. 
Ecco, forse così una via d'uscita dal labirinto potremmo anche trovarla. Non solo per i greci, ma per tutta l'Europa. [...]"
 
Potremmo anche trovarla, una via d'uscita. Si tratta di parlare al condizionale, non certo ad un futuro che ad oggi non vede nulla di definitivo e chiaro. Nonostante questo e tutte le ulteriori possibili incertezze, la sfida di Tsipras è una missione che deve essere quantomeno ascoltata e compresa da tutti. 
Scettici e/o sostenitori, poco importa. 
E' la posta in gioco ad essere altissima, non certo solamente per la Grecia. 


domenica 1 marzo 2015

FRA NEGOZIO ED ANTIQUARIATO, SU PERCORSI E MARI APERTI...

Fonte video: youtube.com

"[...] Non si può cercare un negozio di antiquariato/ in Via del Corso./ 
Ogni acquisto ha il suo luogo giusto/ e non tutte le strade sono un percorso./ 
Come cercare l'ombra in un deserto/ o stupirsi che è difficile incontrarsi in mare aperto./ 
Prima di partire si dovrebbe essere sicuri/ di che cosa si vorrà cercare dei bisogni veri. [...] 
Non si può entrare in un negozio/ e poi lamentarsi che tutto abbia un prezzo/ 
se la vita è un'asta sempre aperta/ anche i pensieri saranno in offerta [...]"