Entro quali cardini poter costruire un'Europa differente sotto le travi portanti di sviluppo sociale e sostenibilità economico-finanziaria?
In tempo di caos istituzionale e di crisi divenuta ormai strutturale per colpa di quelle stesse 'cure' che avrebbero dovuto farla passare, purtroppo, a questa domanda non vi può essere risposta facile o divulgabile in termini esaustivi.
Troppi sono i punti di vista divergenti, molti sono gli interessi nazionali che non riescono a trovare sintesi in un dibattito sempre più muscolare fra socialisti, popolari, euroscettici ed euro-disintegratori; al confronto spesso molto duro sono stati fatti seguire piani di rilancio economico che, in molte componenti, sembra(va)no ricalcare in carta-carbone misure precedentemente promesse e mai (o mal) attuate fino in fondo (cfr. piano Juncker).
Internamente a questa crisi e nel contorno di questo quadro, purtroppo, vi sono Paesi che hanno e stanno soffrendo sempre più le conseguenze (dirette ed indirette) di un certo modo di (dis)fare politica: l'esempio che è divenuto testimonianza più acclarata del perpetuarsi di questi fenomeni è dato dalla Grecia, Stato europeo che più di ogni altro è stato portato tristemente agli 'onori' delle cronache.
La sintesi di quello scontro muscolare di cui sopra ha finito per generare una visione di austerità aspra e vincolante, soprattutto per normative tanto stringenti quanto estremamente poco conosciute alle moltitudini di persone costrette a viverne disagi e/o a subirne conseguenze.
L'impatto delle politiche di austerità per la Grecia è stato, sotto molti punti di vista afferenti ad economia e società reali, semplicemente devastante.
Sono state diffuse statistiche tremende, capaci di illustrare una società che in molti aspetti sembra in avanzato stato di sfarinamento sociale; la forbice delle disuguaglianze pare agire nella direzione di tagliare indiscriminatamente fra le pieghe della società, allargando e/o accentuando le disparità sociali già esistenti nella fase precedente la crisi. Da questa visione, purtroppo, hanno tratto esercizio e metodo le politiche di disciplina continentale: sono state in parte queste le conseguenze dell'incontro-scontro con quell'istituzione sovranazionale che è definibile come troika.
Nonostante influenze di politiche continentali, da realizzarsi in un quadro che dovrebbe prevedere cessioni progressive di sovranità nazionali per la prosecuzione di un'unità di tipo europeo (sempre ammesso che tale progetto non giunga ad impietoso naufragio, preda delle sue stesse intestine contraddizioni), ciascuno Stato aveva e ha una propria politica nazionale con cui misurarsi ed autoregolarsi.
E' questo il caso tipico delle elezioni politico-amministrative, volte al regolare 'democraticamente' (al netto di regimi legislativi differenti) i processi decisionali interni ad ogni Stato facente parte dell'Unione europea. Attraverso quali step poter regolamentare e definire il rapporto che intercorre fra ingerenze continentali e forme democratiche nazionali?
Osservando ancora una volta il contesto greco, è possibile fare riferimento alle battaglie promosse nel contesto nazionale dal Governo di Alexis Tsipras, leader di Syriza (oltre al metodo democratico che lo ha condotto al potere). A questo proposito si pone inevitabile riferimento, pertanto, al confronto tanto aspro quanto forse aspramente diplomatico che è stato intavolato nelle recenti trattative con le 'istituzioni' europee; il riferimento a non meglio precisate 'istituzioni' nient'altro è che un tanto orwelliano quanto semplice riciclo della ben più nota (e temuta) troika.
Avendo la Grecia estremo bisogno di supporto economico per continuare a dichiararsi (quantomeno ufficialmente) non alla canna del gas, ha dovuto intavolare una trattativa alquanto complessa ed elaborata con le istituzioni europee per non sprofondare in un baratro che la avrebbe condotta sicuramente fuori da Euro ed Eurozona (prima di una tanto inevitabile quanto ritardata implosione?).
Su questo piano di biunivoco scontro, pertanto, Grecia ed Europa hanno concluso una trattativa che avrebbe concesso quattro mesi di ulteriore ossigeno economico (conseguente a stabilità finanziaria?) allo stato ellenico. Al netto delle opinioni, le domande principali sono state poche: chi è che ha ceduto maggiormente rispetto ai propri intenti iniziali? E' stata l'Europa ad aver ceduto, facendo compiere all'intera struttura continentale qualche passo in più verso maggiori principi di consapevolezza economica e sviluppo sostenibile? E' altresì stata la Grecia ad aver perso qualcosa, rispetto all'iniziale programma anti-povertà descritto da Alexis Tsipras internamente alla competizione elettorale che lo ha condotto al Governo?
Le opinioni (come le possibili domande) non si sprecano, in quanto figlie di accordi che hanno probabilmente affogato nella diplomazia le loro irrisolte e malcelate asperità. Quali e quanti sono stati i passi in avanti conclusi dalla Grecia nell'accordo finale (cfr. "Oggi la consegna all’Ue del piano di riforme di Tsipras: 'Incassi extra per 7,3 miliardi'", La Stampa - "La Grecia e l’accordo per altri 4 mesi di aiuti. Tsipras: 'Cancellati gli impegni sull’austerità'", La Stampa - "Tsipras sfida la Troika: luce gratis e cibo a 300mila famiglie povere", La Repubblica - "La Grecia presenta il piano di riforme Ue: 'Un valido punto di partenza'", Corriere.it), rispetto alle già citate premesse iniziali? Al netto di tutti i fatti e le interpretazioni possibili, è più che lecito chiedersi con le maggior dosi possibili di obiettività e competenza quali siano stati gli episodi e le debolezze che hanno condotto lo stato ellenico alle attuali situazioni di devastante precarietà economica ed allarmante instabilità sociale.
Quali sono stati i passi che hanno condotto lo Stato greco verso questo baratro da cui cerca di difendersi tutt'ora?
Sono state rilevate colpe solo di matrice continentale? Possono essere altresì individuate anche ulteriori ragioni, legate ad un'insostenibilità economica già pre-esistente e ad una crisi politica di stampo assai rilevante?
Qualora venissero accertate in maniera il più oggettiva possibile responsabilità (anche, non certo solo) interne, verso quali nomi e schieramenti politici sarebbe possibile puntare il dito con fermezza?
Per rispondere a queste domande e per avere qualche informazione socio-politica in più su una situazione tremendamente intricata e complessa, pertanto, sembra necessario informarsi attingendo a fonti diverse e capaci di rendere più divulgativa la complessità polifonica di opinioni maturabili in un contesto simile. Una lettura interessante può essere, su questa spinta, quella data dal libro "La sfida di Atene - Alexis Tsipras contro l'Europa dell'austerità" scritto dal giornalista Dimitri Deliolanes e pubblicato da Fandango libri.
Sullo sfondo di un contesto europeo che vede un dibattito sempre più infuocato e destrutturato fra forze (per forza di gioco?) europeiste e forze euro-scettiche, nonostante un caos tanto allarmante quanto capace di illudere e semplificare eccessivamente, si deve comunque cercare di fare l'impossibile per conservare la cosiddetta 'barra' dritta. Su queste coordinate cerca di muoversi la presente opera:
"[...] Una sfida alla dura politica di austerità imposta da Bruxelles. I tempi sono maturi: alle elezioni europee del 2014 i partiti anti-europeisti hanno avuto un exploit impressionante. Ma solo in Grecia la via della protesta e dell'alternativa si è indirizzata verso un piccolo partito della sinistra radicale, che da anni viveva ai margini della vita politica. E' questa la [...] storia di Alexis Tsipras, trasformato in pochi anni da giovane contestatore nel primo leader della sinistra europea ad assumere responsabilità di Governo.
Una risposta rivoluzionaria alla [...] crisi che ha colpito la Grecia e alla feroce ricetta di austerità imposta per quattro interminabili anni alla Grecia dall'Europa e dal Fondo Monetario Internazionale. [...]"
Tale battaglia deve per forza di cose essere condotta su un piano di diplomazie e burocrazie alle volte sferzanti, lente e macchinose. Nonostante simili ostacoli, però, è necessario portare a termine una missione per (cercare di) restituire sostenibilità e maggiori sicurezze sociali ad una popolazione distrutta e sfibrata all'insegna di disparità sociali sempre più evidenti e tangibili:
"[...] Una ricetta da incubo: una recessione da tempo di guerra, milioni di disoccupati, famiglie impoverite, bambini denutriti, classe media distrutta, fabbriche chiuse, negozi deserti e immobili deprezzati in svendita. Dall'altra parte un'oligarchia non toccata dall'austerità, pronta a sfruttare la crisi per saccheggiare tutto quello che è pubblico. Uno sconvolgente racconto di sopraffazione, miseria e sfruttamento. [...]"
Alla luce di una situazione tanto drammatica, però, l'ultima speranza per un quadro di 'europeismo sostenibile' è affidata proprio a Syriza:
"[...] E' questa la Grecia che vede in Syriza, la coalizione della Sinistra Radicale guidata da Tsipras, l'unica speranza di riscatto e dignità. Una sfida verso l'Unione Europea, condotta con le armi della democrazia, in favore dell'Europa e della sua economia reale. Ma anche una sfida alla vecchia classe politica, crollata sotto il peso delle sue responsabilità. Senza retorica né giri di parole Alexis Tsipras spiega all'autore i suoi sogni e i suoi progetti per uscire dalla crisi. Perché è sicuro che la Grecia non sarà espulsa dall'Eurozona, come il cambiamento ad Atene porterà al rinnovamento dell'Europa, come le forze liberiste saranno costrette ad arretrare. Un impetuoso tentativo di ricreare una sinistra moderna ma con profonde radici nel Paese. [...]"
La missione più difficile è affidata, pertanto, sulle spalle e sulla credibilità del leader politico di Syriza.
Le istituzioni sovranazionali sapranno molto bene che, qualora fosse Tsipras a fallire, il prossimo probabile vincitore di una competizione elettorale nazionale sarebbe con buona probabilità il Partito di Alba Dorata; le posizioni fortemente euroscettiche di questo schieramento sono ormai note e consolidate dalle cronache nazionali e continentali. Senza Tsipras, dunque, si troverebbe fortemente debilitato l'ultimo argine che vede nell'Europa una risorsa (fino ad oggi largamente potenziale?) e non una tagliola da abbattere con ogni sforzo possibile.
Sotto punto di vista, pertanto, dovrebbe risultare doppiamente importante raccogliere o quantomeno ascoltare con un punto di vista fortemente costruttivo la sfida posta all'attenzione continentale dallo schieramento di Tsipras. E' possibile (cercare di) rendere giusto tributo e merito alla battaglia che tutti dovrebbero percepire come importante ed imponente ricorrendo alle parole di seguito riportate:
"L'Europa o sarà sociale o non sarà."
Sembra essere estremamente vicino, al netto delle opinioni, il punto di non ritorno per le politiche europee: qualora non avvenisse un rapido e tangibile cambiamento (soprattutto per le classi sociali che fino ad oggi non hanno percepito altro che peggioramenti e/o stalli), per fortuna o purtroppo, sia l'Europa che l'Eurozona potrebbero rapidamente sfarinarsi e giungere ad un'estrema conclusione.
Senza possibilità di ritorno e/o rimedio alcuna. Sia dunque reso possibile un ascolto, una anche banale forma di continua ricerca di autocritica su elementi che stanno conducendo un continente intero in un punto di minima estenuante. La necessità di valutare con occhio tanto critico quanto propositivo il presente percorso appare chiara anche allo stesso Alexis Tsipras, il quale sa di non poter avere dosi di credibilità eccessive visti i tempi attuali:
"[...] Noi siamo pronti, abbiamo un progetto realistico, abbiamo la volontà politica e non faremo passi indietro.
Ecco, forse così una via d'uscita dal labirinto potremmo anche trovarla. Non solo per i greci, ma per tutta l'Europa. [...]"
Potremmo anche trovarla, una via d'uscita. Si tratta di parlare al condizionale, non certo ad un futuro che ad oggi non vede nulla di definitivo e chiaro. Nonostante questo e tutte le ulteriori possibili incertezze, la sfida di Tsipras è una missione che deve essere quantomeno ascoltata e compresa da tutti.
Scettici e/o sostenitori, poco importa.
E' la posta in gioco ad essere altissima, non certo solamente per la Grecia.

Nessun commento:
Posta un commento