Il quadro della politica italiana recente consegna alla sensibilità dell'elettorato un'alternativa da molti percepita come più confusa della controparte che sta conducendo, lentamente ed inesorabilmente, l'Italia allo sfascio più totale.
La cronaca recente di questi scorci di contemporaneità vede spuntare elementi che, di comune, hanno una sola ma essenziale caratteristica: l'essere (od il voler far credere di essere,nds) qualcosa diindefinito.
Sono ancora indefinite molte delle componenti che stanno emergendo in quello che sembra, per moltissimi, il tramonto della Seconda Repubblica: dalla politica all'informazione, dalla società all'economia è il caos di idee e proposte a giocare un ruolo importante.
Sentendo i piedi bagnati dall'acqua che sta facendo affondare inesorabilmente il sistema permeato dal '94 a questa parte, per fortuna o purtroppo, la riconversione di larga parte della schiera di governanti (e stuoini competenti, nds) non tarderà ad arrivare e compiersi.
La base dell'Italia, nei fatti, è intanto sempre più stufa e sfiduciata: scarsa credibilità e serpeggiante disagio sono due ingredienti che, sul medio-lungo termine, potrebbero diventare sintomi di un malessere pesante per un Paese che viene visto come 'incapace' di guardare al futuro con serenità e consapevolezza.
Il primo 'partito' è quello degli indecisi e di chi, nei fatti, ha già da tempo rottamato la politica (ed i politici, nds) come sistema capace di indirizzare con competenza e lungimiranza le scelte di uno Stato stupendo come quello italiano.
La percentuale di votanti è oscillante attorno al 60% circa degli aventi diritto, con larghi margini di (de)crescita per il prossimo futuro. Nel magma confuso ed incandescente di questi ultimi tempi, altrettanto indefinite sono le spinte ed i movimenti che vanno nascendo e cercando consenso.
L'essere indefiniti deriva, forse, dalla caratteristica principale che ha contraddistinto questo quasiventennio di storia italiana; facendo politica, per fortuna o purtroppo, si è riusciti a perforare le barriere della società solo imponendosi come sostenitori od oppositori dell'ormai pensionato B..
Lo sfascio è stato talmente grande, devastante e prolungato (anche ante '94, nds) da rendere necessaria, oggi più che mai, un'opera di lungimirante programmazione e ricostruzione. La politica di finanziamento a debito è andata avanti per un tempo indefinito, tanto per fare un esempio tra i tanti(ssimi) disponibili; il vivere troppo al di sopra delle nostre possibilità è divenuta una costante che, ora, sta diventando una temibile spada di Damocle con cui sarà impossibile non fare i conti.
Essendo ormai in prossimità di un momento di uscita, è necessario e doveroso che qualcosa di diverso nasca o che qualcosa di già esistente sappia rinnovarsi per favorire alle migliori intelligenze non ancora coinvolte di emergere.
Arrivati a questo punto, è impossibile non fare riferimento alla scheggia impazzita Renzi che tanto sta facendo ribollire sinistra ed interessati all'alternativa sempre più urgente da mettere in piedi.
La tre giorni di proposte ha consegnato alla pubblica opinione ed ai mezzi di informazione più proteste e litigi che altro: questo è, innanzitutto, il primo elemento su cui chi di dovere avrebbe l'onere di riflettere.
Al recente "Big Bang" sono maturati elementi contraddittori ed, appunto, indefiniti per l'evoluzione delle dinamiche in atto. Alla stazione, tuttavia, non sono mancati i sostenitori: 10mila persone accreditate e mezzo milione di contatti sulle varie dirette streaming sono solo alcune delle cifre che hanno reso l'evento una manifestazione democratica di oggettivo rilievo. A corredo dei numeri positivi, però, qualche riferimento di protesta non è affatto mancato.(rif. http://www.youtube.com/watch?v=xhhZ-S4kFzQ)
Matteo Renzi si è da sempre collocato, fino a prova contraria, come un sostenitore di un'idea rinnovata di Partito Democratico e di centro-sinistra italiano.
Portando a galla molti umori sopiti della base elettorale ed umana, ha posto però a manifesto del suo fare alcuni punti che 'di sinistra' non sono mai stati. Considerare la villa di Arcore come sede istituzionale per la risoluzione di tematiche afferenti alla sua città è un altro punto scottante che, fra i tanti, ha messo in allerta i sensibili e gli interessati al fare politica.
Volendo rottamare dinosauri e brontosauri politici, ha confermato appieno buona parte delle tendenze percepite dall'elettorato comuni, per moltissimi versi, sia a destra che a sinistra.
E' una figura che, in tutto e per tutto, richiama quell'indefinita idea di cui sopra.
Che sia poi indefinito o volutamente indefinibile, è ancora prematuro per dirlo. L'atmosfera di attacchi continui tra una parte e l'altra non ha messo necessariamente in mostra quanto, di buono ma non ancora sufficiente, è stato fatto da chi ha il dovere di essere alternativa allo sfascio.
Sia alla stazione Leopolda che dal Partito Democratico sono arrivate, seppur su piani diversi, proposte con elementi importanti per ricostruire un'Italia diversa e (forse) migliore. Le polemiche hanno consegnato uno Statuto di Partito che, tra regole e presunte deroghe, non ha ancora ben chiaro il recinto entro cui sia giusto definire le modalità di svolgimento delle primarie (di coalizione?, nds).
Senza trascurare, ovviamente, quei giovani dirigenti ed Amministratori che hanno acceso il confronto con toni meno distruttori e rottamatori di quelli usati dal Sindaco Renzi.
Al di là di ogni percezione possibile, comunque, rimane il fatto che sia l'indefinito a farla da padrone in questa contemporaneità; le idee di certo usato attribuite al Renzi (di turno?, nds) si scontrano con quelle che, da moltissimi anni a questa parte, sono state qualificate come 'usato sicuro' da chi ha amministrato questa Italia.
Se l'indefinito saprà diventare virtù qualificante per un dibattito e per una forma di positiva crescita e fuga dal percepito stallo, ben vengano le proposte di chi vuole contribuire a (ri)costruire.
Come scritto e verificato più volte in questa tragica contemporaneità, la demolizione perenne non serve assolutamente a nulla. Brontosauri e bravi attori permettendo, ovviamente.
"Lo scienziato teorico non è da invidiare. Perchè la natura, o più esattamente l'esperimento, è un giudice inesorabile e poco benevolo del suo lavoro.
Non dice mai 'Sì' a una teoria: nei casi più favorevoli risponde 'forse'; nella stragrande maggioranza dei casi, dice semplicemente: 'No'. Quando un esperimento concorda con una teoria, per la natura significa 'Forse'; se non concorda, significa 'No'.
Probabilmente ogni teoria un giorno o l'altro subirà il suo 'No'."
La comunicazione è diventata, per la storia umana, una parola capace di rievocare altrettanti infiniti concetti: convenzione, comprensibilità, pragmaticità e chiarezza sono solo alcune delle parole a cui afferisce il campo semantico del saper fare capire. Qualche riga introduttiva del libro in oggetto conferma, a pieni caratteri, l'importanza radicata che coincide oggi nel possedere quella che può essere definita un'arte:
"[...]Questo volume nasce dalla convinzione che capire cosa sia un comunicatore equivalga a capire gran parte della società dei nostri tempi. La comunicazione ha tessuto, infatti, una tale indissolubile alleanza con la realtà [...] che di tale confusione questa figura finisce probabilmente per diventare la prima entità da indagare.[...]"
Un'analisi dei tempi svolta in maniera corretta non può in alcun modo prescindere da una dettagliata definizione del grado di evoluzione comunicativa raggiunto da una società. Importantissima è, di pari passo, la differenza tra comunicare e saper divulgare.
La divulgazione è un processo infinitamente più complicato, capace di essere realizzato consapevolmente da pochissimi.
Divulgare significa, in parole povere, rispondere consapevolmente ad un'affermazione banale ma correttissima attribuita al grande Albert Einstein:
"Non hai veramente capito qualcosa finchè non sei in grado di spiegarlo a tua nonna."
Il passo complicatissimo per divulgare qualcosa è, in prima e fondamentale istanza, capirlo così tanto da poterlo semplificare notevolmente. Divulgare è rendere un qualcosa accessibile a tutti, permettendo anche alla persona meno colta di tutte di poter capire qualche segreto del sapere.
Trattando questo e moltissimi altri temi, nel libro "Divulgare il mondo" Corrado Augias e Marco Alloni dialogano sul ruolo, essenziale, che un comunicatore ed il saper comunicare rivestono sul mondo contemporaneo.
Partendo dal ruolo e dalla visione del mondo che il popolare conduttore ha da sempre messo concretamente in opera, si definiscono riflessioni importanti. Tutto ciò, ovviamente, partendo dai mezzi a disposizione con cui strutturare una comunicazione collettiva: primi tra tutti, ovviamente, i mass-media ed i ruoli da loro rivestiti.
Da questo punto, crescono con concretezza nuclei di grande prepotenza:
Regole e limiti della comunicazione televisiva;
Filosofia, storia, letteratura in televisione;
Degrado della televisione e buona comunicazione;
Lettura professionale come lettura del cuore;
Caso Englaro, disinformazione e Chiesa di parte;
Cattolici illuminati e differenze tra ateo, agnostico e laico;
Morale come imperativo categorico;
Sguardo verso i misteri delle città e del futuro.
In poco più di 100 pagine è racchiuso, nei fatti, un mondo intero.
Si tratta di un universo che, come da conferma e desiderio collettivo, ha il dovere di essere compreso a fondo.
Spiegare consapevolmente qualcosa di molto complesso è una missione, nei fatti, per moltissimi impossibile da realizzare.
La storia di Corrado Augias sembra confermare, a pieno diritto, che esiste un'eccezione ad una regola pur(e)troppo vera.
Cercando di capire questa assurda contemporaneità, pertanto, è opportuno provare a comprendere anche l'evoluzione ed il ruolo importantissimo rivestito da comunicatori e divulgatori.
La ricetta per avvicinarsi a questo ruolo prepotentemente importante è, nei fatti, una sola:
"I veri maestri comunicano sempre valori preziosi: in questo senso sono sempre più dei divulgatori. Quando dico divulgatori, però, intendo soprattutto una cosa: persone capace di adeguarsi al livello del proprio uditorio; qualità che presso i comunicatori italiani, purtroppo, è invece spesso carente."
Un libro può racchiudere dentro un universo pressochè sterminato? Se ben condensato e riassunto, questo è un miracolo ancora possibile.
Mentre uomini tristi e declinanti si avviano in sedi diplomatiche per cercare di rattoppare la barca che affonda, emergenze nazionali ritornano ogni anno a far sentire la loro, mai finita, presenza.
Nell'autunno impazzito ed appena iniziato torna, purtroppo, il maltempo a farla da padrone: tra Liguria e Toscana, nel giro di pochi giorni, si sono registrate situazioni tragiche ed ancora non completamente terminate.
Frane, smottamenti ed allagamenti sono solo alcuni degli imprevisti che, senza colpo ferire, in certi periodi dell'anno si trasformano in tristi cronache.
Il conto, a questo giro, conta anche dei morti. Il problema in questione è di visione talmente grande che, per essere adeguatamente affrontato, avrebbe bisogno di agende ed incontri di coordinamento tra attori esercitanti varie competenze: la messa in sicurezza del territorio fa rima, in questo caso, con l'ennesima forma di sicurezza nella società.
L'Italia è uno Stato in cui, per colpe trasversali ed estese, il dissesto idrogeologico non è un tema adeguatamente affrontato ed arginato. Eppure, nonostante tutti gli appelli alla calma, rappresenta un'emergenza con cui è indispensabile fare i conti.
Guardando ad un Report uscito a fine 2010 si scoprono infinite condizioni iniziali che, di anno in anno, ripercuotono i propri effetti sullo Stato intero.
Il Centro Studi del Consiglio Nazionale dei Geologi presentò, nell'ottobre del 2010, il dossier intitolato "Terra e Sviluppo".
Dal sito di riferimento si riportano le coordinate progettuali che hanno spinto gli organizzatori all'implementazione di un piano prospettivo e, purtroppo, anche preventivo:
"[...]prima rassegna annuale sullo stato del territorio del nostro Paese, sulla sua pianificazione e gestione, sul suo uso e consumo, sulla sua vulnerabilità, sulle risorse finanziarie impegnate e quelle da impegnare per la sua tutela, sullo stato degli interventi per il suo uso sostenibile e per la sicurezza ambientale, sulle prospettive di sviluppo.[...]"
La tutela del territorio si interseca, dunque, con un'infinità di branche: dalla società all'ambiente, dalla politica alla cultura della prevenzione per citarne solo alcune.
Sono molti i punti da cui partire, per provare a migliorare la stabilità di uno Stato.
In termini economici, vincolanti per i nostri tempi, è possibile chiedersi quanto costino tragedie come queste?
I calcoli sono, su temi come questi, l'emblema dell'ennesimo paradosso a cui fare fronte: si spendono cifre assurde, solamente a posteriori, per riparare a fenomeni di questo tipo.
Invece, se si fosse scelta la strada della prevenzione, le spese sarebbero state solamente iniziali e, per di più, largamente inferiori. Un articolo de "Il Fatto Quotidiano" dello scorso anno riporta, a caratteri sottovalutati, i toni dell'emergenza in questione: 10% del Paese minacciato da frane e alluvioni, oltre il 50% da terremoti.
Sono oltre 12 milioni le abitazioni a rischio terremoto, a fronte di edifici come scuole ed ospedali a largo rischio anch'essi.
Negli ultimi dieci anni, in chiave generale, lo Stato italiano ha investito circa 27 miliardi di Euro nell'assetto del territorio.
La spesa per i mancati interventi, finalizzata quindi al tamponamento delle emergenze, ammonta a circa213 miliardi di Euro. Tale cifra rappresenta, per sommi capi, quella fino ad oggi tagliata e raschiata per far fronte alle speculazioni finanziarie a cui l'intera Europa è sottoposta.
Nel mentre, soffitti delle Università italiane crollano per infiltrazioni idriche nelle pareti.
Per mettere in sicurezza l'intero territorio servirebbero, secondo cifre del Ministero dell'Ambiente, cifre prossime ai 40 miliardi di Euro. Se fossero state prese misure adeguate in tempi passati, forse, si sarebbero registrate altrettante situazioni differenti. Il report di cui sopra riporta, per temi centrali, il quadro generale sullo status quo italiano:
Popolazione e territorio;
Il consumo del suolo;
Il dissesto idrogeologico in Italia;
Gli eventi sismici;
Popolazione e patrimonio a rischio;
Il territorio e i rifiuti;
I costi del Rischio del non controllo;
La pianificazione urbanistica e l'ambiente;
Energia e territorio.
Da questo quadro generico emerge, pertanto, come le singole emergenze facciano in realtà parte di un tutto che non è (mai?,nds) stato affrontato con adeguate urgenza e premura. Nel mentre l'Italia piange e vede piangere dal cielo; il quadro del futuro rimane un'incognita, anche idrogeologicamente scrivendo.
Ci sono una tedesca ed un francese che, durante una riunione diplomatica internazionale e teoricamente fondamentale per il futuro del mondo intero, ridono dell'italiano di turno. Sembra la tipica barzelletta contemporanea sulle vicende dell'italiano medio; invece, contrariamente a qualsiasi buon senso ed ipotesi, è diventata realtà.
Tra sorrisi forzatamente repressi e condivisioni collettive di ilarità generale, la correttezza diplomatica ritorna poi a prevalere per il formale interesse di tutti. L'immagine dell'Italia ridicolizzata è tornata, ancora una volta, ad avere la meglio nel contesto mondiale. L'uomo che mai è stato bocciato in vita suanon è riuscito, per l'ennesima volta, a convincere i leader di Francia e Germania dell'affidabilità e della pragmaticità delle proposte italiane per uscire dalla crisi.
In aggiunta, ovviamente, anche il danno di essere accostati alla Grecia come situazioni di emergenza; la Spagna, con le annunciate elezioni, è già acqua passata.
Mercoledì è stato definito, per mezzo dei soliti toni diplomatici, come l'ultimo giorno utile per trovare soluzioni concrete da dare in pasto ai mercati. Al di là di ogni possibile interpretazione, purtroppo, rimane l'ennesima figuraccia rimediata nella giornata di ieri.
Alle autorità ed alle Istituzioni coinvolte, larga parte dell'Italia rivolge un appello che sa ormai di vecchio: deridendo ed irridendo qualche leader politico ormai tramontato, non trascinate nell'ilarità collettiva anche lo spirito degli italiani.
Moltissimi attendono impazienti che, nei bunker romani, la situazione trovi uno sbocco positivo e maggiormente propositivo per quel Paese che, non molto tempo fa, era considerato il più bello del mondo.
Gli italiani non si meritano risate, nè tantomeno buona parte dell'attuale classe governativa.
Qualcuno dirà che è stata una morte fra tante, qualcun altro dirà che in sport come quello ogni rischio va calcolato.
Qualcun altro scriverà che, come lui, altrettanti se ne vanno in silenzio e nel più completo anonimato.
Tutto vero, sicuramente.
E' altrettanto vero, però, che l'umanità è costretta, per qualche alchimia sconosciuta, a vivere di simboli.
Si ricordano episodi e protagonisti, nonostante quella che chiamiamo Storia sia fatta da volti e persone destinate ad essere collettivamente sconosciute. In questo marasma di opinioni e di idee, sullo sfondo ma non troppo, un 24enne che provava a tenere alto l'onore dell'Italia è deceduto svolgendo un lavoro giustamente confuso con passione.
Se ne va così, troppo velocemente, quel ragazzo chiamato Marco Simoncelli.
Quando un ragazzo muore, se ne va anche una speranza. E' un pò come avere un intero libro ancora da scrivere, con una sola penna a disposizione.
Se si rompe quella, nessuna pagina potrà più essere riempita.
Così, qualche volta, quella penna viene meno.
Nel viaggio che siamo costretti a chiamare vita, alle volte, vicende come queste lasciano sensazioni che è difficile spiegare a parole. Se in ciascun giovane è riposto un seme di un'Italia nuova e da ricostruire, una morte come questa non può umanamente lasciare indifferenti.
Quando si provano a cercare ragioni, nessuna giustificazione è possibile.
Si dirà che lo sport è un circo, che è opportuno non prestarci troppa attenzione perchè 'the show must go on', tanto per citare i Queen. Altrettanto vero, probabilmente.
Il rischio calcolato e cercato non può giustificare, comunque, un'uscita troppo veloce dal palcoscenico della vita.
E' opportuno fermarsi a riflettere, in un'Italia che normalmente soffoca e reprime il futuro di chi lo dovrebbe, per diritto, avere. In questo campo, purtroppo, la morte di un ragazzo classe '87 ha il dovere di fare effetto.
Lascia interviste e simpatia, lascia qualche gara memorabile che per gli esperti sarà oggetto di ammirazione e culto.
Lascia quello che, di più caro e silenzioso, forse gelosamente e giustamente custodiva: una ragazza che era con lui da 5 anni, una famiglia e tanti amici.
Lascia una vita che, forse, potrà diventare modello per altrettante nuove generazioni che arriveranno: tanti e troppi capelli per una simpatia che perforava diecimila schermi televisivi.
In un'Italia che non riesce ad essere un paese per giovani, purtroppo, notizie come queste lasciano un'impronta pesantissima per essere cancellata. Su uno sfondo impossibile da cancellare rimangono parole.
Rimane, di pari passo, qualche verso della canzone che giornali ed interviste indicarono come la sua preferita: 'Siamo solo noi', del celeberrimo Vasco Rossi.
Qualche verso che, più di ogni altra cosa, rimarrà scolpito dietro questa vita iniziata nel 1987 e spezzata nel 2011:
"[...] siamo solo noi.../quelli che poi muoiono presto/ quelli che però è lo stesso[...]"
Dentro ad un verso, purtroppo, un destino spezzato.
Poche parole per ricordare una vita che avrebbe potuto, forse, regalare alla storia, all'Italia ed allo sport altrettante pagine importanti. Un abbraccio a chi rimane, a chi lo ha conosciuto per davvero da vicino.
Un abbraccio che, sicuramente, non potrà servire a nulla.
Si viene e si va, alle volte troppo velocemente per essere ricordati.
'Quelli che muoiono presto', appunto...'Quelli che però NON è lo stesso.'
Che la Terra ti sia lieve.
Firmato,
un tuo coetaneo
Immagine tratta dal sito ufficiale della giovane vita spezzata
Se su 180 paesi siamo al 179° posto per crescita negli ultimi dieci anni, più di un motivo ci sarà.
Il discorso della gravità della mole di debito pubblico è un argomento che, fino a pochi mesi fa, sembrava essere uno dei tanti scheletri nell'armadio di questa Italia. Ad ora, invece, la situazione è diventata anche mediaticamente grave: trattative serrate vogliono ora innalzare l'entità di un fantomatico fondo salva-Stati da 400 a 2mila miliardi di Euro.
Se siamo arrivati a questo punto è evidente e scontato affermare che qualche errore è stato commesso.
Di punto in bianco, invece, ogni Euro dei 1911 (e rotti) miliardi che caratterizzano questa Italia sono tornati prepotentemente a fare paura. Agitando gli spettri di parole prepotenti quali default o fallimento, comunque, ciò che è certo è che la crisi finanziaria rischia di trasformarsi sul medio-lungo termine in emergenza sociale e squilibrio civico senza precedente alcuno.
Tutto questo perchè, senza possibilità di appello, i rimedi per tamponare la crisi economica vengono cercati raschiando il barile delle politiche sociali, degli Enti Locali e di tanti altri capitoli che dovrebbero essere emergenze per il Paese.
Fattori primari da curare e prevenire, dissesto idrogeologico su tutti, sono archiviati e deposti in un impietoso secondo piano. Su queste basi, pertanto, nessun futuro può essere costruito con solidità.
Davanti a questi problemi rimane, esaltato da poco tempo a questa parte, il problema del debito pubblico.
Termini come Btp, bund e spread fino a pochi mesi fa erano, quasi completamente, sconosciuti all'opinione pubblica.
Gli allarmi di questi ultimi periodi giungono, a più riprese, da vari attori coinvolti nell'analisi di ciò che sta accadendo.
Dalle Istituzioni alle attività produttive, l'avviso è stato unico: riforme strutturali e crescita, finalizzate alla riduzione del debito pubblico.
Il debito stesso scarica, infatti, la propria mole di interesse e solvibilità sul futuro che, salvo eccezioni, dovrebbe essere funzionante e funzionale alle nuove generazioni. Ciò che è certo è che, dopo tentativi di maldestro controllo, la creatura economia sta completando la sua trasformazione in mostrolargamente al di fuori del controllo umano.
Prima di procedere ad una inevitabile ricostruzione del sistema, servirebbe identificare con correttezza e coerenza gli errori e le inadeguatezze che le attualmente presenti generazioni hanno commesso.
Il debito pubblico si è trasformato, nel giro di poco tempo, da fantasma scomodo a spada di Damocle impossibile da evitare. Quali e quanti sono gli interessi che, negli anni a venire, il bilancio italiano sarà vincolato a corrispondere presso gli investitori? Quali i rimedi per rimediare ai troppi anni in cui si è speso di più di quanto incassato?
Domande come queste nascondo drammi che hanno l'assoluto diritto di essere evitati, oltrechè adeguatamente approfonditi.
Le esigenze di solvibilità ed estinzione del credito accumulato presuppongono, a pieno diritto, una necessaria credibilità delle Istituzioni che devono farsi carico dell'emissione di titoli pubblici. Ad ora, è scontato e retorico affermarlo, la banda di mestieranti che amministrano il bene pubblico non ha quasi più alcuna influenza positiva sulla necessaria svolta da dare al sistema. Gli investitori attendono sfiduciati, mentre si pensa ad un Decreto Sviluppo per celebrare 'nozze con fichi secchi.' (B. dixit).
Potrà l'Italia uscire da questo pantano per poter sperare in qualcosa di migliore e meno precario di questi ultimi anni?
Senza aumento di PIL e crescita, pertanto, nessuna soluzione pare facilmente perseguibile.
Altri sostengono che il debito pubblico non esista, nient'altro sia che un incubo destinato a tormentare le generazioni che attendono il mondo in affitto senza alcuna densità materiale.
Rimane il record che, forse, tra poco supererà i 2mila miliardi di Euro.
Rimangono gli interessi oscillanti, annualmente ed attualmente, tra 78 e 100 milioni di Euro l'anno.
Di pari passo, si cercano rimedi raschiando risorse da bilanci devastati: tagli all'ambiente, tagli al sociale, tagli all'istruzione. Tagli ai fondi per arginare emergenze quali il dissesto idrogeologico, come poco sopra si scriveva.
Tutto ciò, forse, pur di impedire un collasso potenzialmente devastante.
Cosa accadrà? Cosa serve per garantire un futuro stabile alle generazioni che verranno?
Se il mondo è in affitto, l'indignazione collettiva chiede di sfrattare chi ha contribuito a questa devastazione.
Così come alcune persone riescono a portarsi bene i loro anni, anche qualche misterioso corpo celeste sembra riuscire a mascherare i segni del tempo. Quelle che astronomi ed esperti chiamano 'vagabonde blu' sono da sempre circondate da un misterioso fenomeno: risultano più giovani di stelle loro vicine che, teoricamente, potrebbero essere loro coetanee.
La spiegazione fisica dietro tale congettura è piuttosto semplice: se osservate, infatti, risultano più calde delle loro sorelle vicine.
Più calde e, dunque, più giovani: conformemente alle teorie astrali, infatti, qualunque stella invecchiando è destinata ad assumere colori tendenti al rosso, salvo poi implodere/esploderesottoforma di nana bianca.
Contrariamente a questo sviluppo, queste 'vagabonde blu' conservano le medesime caratteristiche che avevano da giovani.
Sin dagli anni '50 esperti e scienziati hanno provato a decifrare questa stranezza; gli astronomi Aaron Geller e Robert Mathieu sembrano aver trovato una risposta attendibile.
Per rimanere così giovani, in parole povere, queste stelle risucchierebbero la massa delle stelle a loro più vicine.
Svuotando le loro compagne, quindi, le vagabonde blu troverebbero linfa ed energia per conservarsi giovani.
Il meccanismo d'azione di queste stelle vampiro è stato definitivamente scoperto studiando l'ammasso stellare NGC 188; le stelle in questione sono costrette a ruotare l'una accanto all'altra, per un complesso gioco di mutua attrazione gravitazionale.
Il trasferimento di massa fra corpi celesti ha trovato, quindi, conferma; tutto ciò va ad avvalorare ulteriormente una delle ipotesi già più accreditate nel passato per l'analisi di questo strano fenomeno.
Alla faccia dell'infinitamente grande, appunto: di pari passo è evidente l'infinitamente misterioso.
Fonte: notiziedalcosmo.storiepoesie.it, NASA
Fonte:
"Mistero 'vagabonde blu' enigmatiche stelle bambine", A.Manfredi, Repubblica.it
L'Italia spende lo 0,8% del PIL in Università e Ricerca; la media UE si attesta a circa l'1,3%.
Questo semplice rendiconto conferma una tendenzialità che non vede nel futuro una risorsa prioritaria su cui investire. Concetti quali capitale umano, capitale sociale e formazione passano, colpevolmente, in secondo piano.
Se l'Europa ed il mondo non corrono, è comunque vero che camminano molto più veloce dell'azzoppata Italia.
Per conformarsi agli obiettivi di crescita e ripresa delineati dall'Europa, l'Italia dovrebbe entro il 2020 raddoppiare il numero dei propri laureati. Neppure respiro ci sarà fintanto che, a formazione terminata, moltissimi cervelli vedano la fuga come sola opzione di crescita, carriera e valorizzazione. Investire in capitale umano comporta sacrifici che, nell'immediato, non sono capaci di fornire alcun resoconto tangibile.
La fuga all'estero sta diventando un dramma per l'intero Stato che ha, per fortuna o purtroppo, necessità urgente di crescita. Su questo fronte, pertanto, si configura come fondamentale l'apporto che di anno in anno le nuove leve forniscono al sistema universitario e formativo.
Nella dotta Bologna, contrariamente ai tristi tempi, qualche speranza rimane viva ed attiva: nel nuovo anno accademico il boom di matricole ha registrato un aumento del 4,9%.
Le facoltà più gettonate sono chimica ed informatica, seguita a ruota da Agraria. Non perdono neppure appeal il Dams (da 487 a 591 iscritti, nds), così come la tremenda ma affascinante Ingegneria.
Se abbondano gli studenti, però, mancano spazi adeguati: aule e laboratori sembrano essere al momento insufficienti a soddisfare le esigenze richieste.
In aumento, di pari passo, le iscrizioni ai corsi di Laurea Specialistica e Magistrale: garantire una formazione avanzata e specifica è il tassello essenziale per (ri)costruire fette importanti di Paese.
L'Italia che guarda al futuro, nonostante tutto, bussa alle porte del grado di Istruzione più alto tra quelli esistenti.
Alla politica ed alle classi dirigenti, per l'ennesima volta, il compito estremo di non bruciare questa immensa potenzialità che chiamiamo capitale umano.
Fonte:
"Boom di matricole all'Alma Mater", I.Venturi, La Repubblica - Bologna
E' questo il bilancio che, in prospettiva, consegna all'umanità intera una missione importante che, purtroppo, non ha ancora trovato una benchè minima forma di risoluzione.
A conti fatti, purtroppo, più di un miliardo di persone soffre oggi la fame: denutrizione e malnutrizione sono, in molti luoghi del mondo, una realtà che non riesce ad essere superata.
Il tristissimo resoconto è emerso dalla giornata di ieri, 16 ottobre 2011, esplicata nella Giornata mondiale dell'alimentazione.
La FAO (Food and Agriculture Organization) ha scelto di dedicarla ai prezzi alimentari, tra crisi e difficili forme di stabilità.
L'aumento dei prezzi costringe 70 milioni di persone a vivere di stenti, senza includere nel conto chi, ovviamente, neppure riesce a sopravvivere.
La domanda posta dagli organizzatori è una su tutte, fra tante: cosa accadrà quando, nel 2050, saranno 9 i miliardi di esseri umani ad abitare l'astronave Terra?
La malnutrizione colpisce soprattutto l'Asia, con quasi 600 milioni di persone che rimangono in condizioni di assolute indigenza ed indisposizione. Tenendo in conto che la popolazione sembra destinata ad aumentare specialmente nelle aree già oggi provate dalla crisi od in via di sviluppo, sembra necessario incrementare di almeno il 70% la produzione alimentare mondiale.
Sempre, ovviamente, entro la scadenza del 2050. Sarà necessario, pertanto, investire su produzioni provenienti direttamente dalla Terra. Tutto questo, ovviamente, senza stravolgere le terre coltivabili per non mettere a rischio la biosfera. Servirà un'agricoltura che sappia durare nel tempo, ricorrendo anche all'aiuto di scienza e biotecnologie alimentari.
In questo senso, ancora una volta, è necessario richiedere un grande sforzo a quanti oggi possono dare di più per riequilibrare le sorti delle future generazioni
Utopia o realtà? Le situazioni attuali descrivono una netta tendenza all'irreale.
Per il resto, comunque, la speranza rimane sempre l'ultima a morire.
Fonte:
"Nel 2050? Bisognerà produrre cibo per nove miliardi di persone", R.Burattino, Corriere.it
In una celeberrima canzone Tracy Chapman descrisse situazioni che, ciclicamente, stanno tornando a riproporsi sulle scene del mondo:
"[...] Stanno parlando di una Rivoluzione /Sembra un sussurro [...]/ Stanno parlando di una Rivoluzione/ Sembra un sussurro/ Mentre fanno la coda per il sussidio/ Piangendo alla porta degli eserciti della salvezza/ Sprecando tempo agli uffici di collocamento/ Aspettando una promozione/ La povera gente si ribellerà/ E si prenderà la sua parte/ La povera gente si ribellerà/ E si prenderà ciò che le appartiene [...]"
Dietro ad un sussurro, per fortuna, qualcosa si sta muovendo.
Sembra un sentimento nuovo, ancora indefinito, che oscilla tra termini quali rivolta o rivoluzione.
Tra corsi e ricorsi storici, forse, l'umanità intera avrebbe dovuto trarre da certi episodi insegnamenti importanti da utilizzare per tracciare nuovi pilastri su cui mantenere in equilibrio la società.
A quest'oggi, invece, di quel mondo in affitto che il futuro dovrebbe prendere a tutela rischia di rimanere poco o niente: la crisi economico-finanziaria ha generato rimedi che, sul medio-lungo termine, rischiano di convertirsi in una nuova e pericolosa crisi sociale. In questi momenti, infatti, generazioni di precari e disoccupati, di studenti e di indignati stanno sprecando tempo agli uffici di collocamento di un domani che non esiste.
Ogni attore della società ha, in questa nuova rabbia, delle carte da giocare per non perdere la sua partita nell'amministrazione del bene pubblico, divenuto ormai solo bene comune.
L'indignazione generale esprime un pensiero collettivo che sottopone, ai governanti, una semplicissima domanda: inimicandovi il futuro, come farete un domani a governarlo?
Nel mezzo di questo vento nuovo rimangono, purtroppo, frange indegne dei mestieranti della contestazione il cui unico motto sembra essere 'distruggere a prescindere.' Esulando da questo contesto, ciascun indignato chiede che parole chiave assumano veramente nuova voce nella ricostruzione che si avvicina, inevitabile: capitale umano, sicurezza, acqua, conoscenza, energia rinnovabile e scuola sono solo alcune parole capaci di richiamare campi semantici di sterminata vastità.
Poveri e meno poveri procedono, in un crescendo che non può essere isolato, ad una ribellione che sembra non voler accettare alcun tipo di compromesso.
Su questi confini, sono molto labili le possibilità di passare dalla ragione al torto.
Forchette rotte siciliane si mescolano a rivolte contro banche e modelli economici che hanno compromesso il fragile equilibrio del domani. In altra voce, al troppo sonno sta seguendo un veloce e forse troppo potente risveglio.
Giovani ed esseri umani chiedono, in una commistione imprecisa di voci, di potersi riappropriare di un futuro migliore.
Non è demolendo tutto che è possibile, però, ricostruire un qualcosa di migliore del precedente.
L'esperienza recente dovrebbe avere insegnato all'uomo che, prima di collassare su sè stesso, ungenerico sistema sfoga le sue ire funeste sul suo primo creatore: l'essere umano, appunto.
Su questi confini, infatti, un'incontrollabile economia sta degenerando in una crisi sociale che rischia di produrre pericolose derive per l'equilibrio dell'intero sistema mondo.
La prima vittima della distruzione totale rischia di essere, ancora una volta, quell'uomo che pretende di riavere voce in capitolo nella complicatissima opera di ricostruzione. Non è abolendo e demolendo tutto che un argine trova forza e voce per resistere e ri-esistere. Dietro al comune sussurro, comunque, è oggettivo vedere come il mondo intero sia giunto ormai ad un definitivo punto di svolta.
La forbice sociale rischia di tagliare anche coloro che, fino ad oggi, hanno lottato sottotraccia per pretendere più ricchezza di quanta ne fosse, umanamente, pretendibile. La protesta è una voce inarrestabile, dettata da quell'indignazione che Spinoza descrisse come figlia del troppo timore accumulato.
La pentola a pressione della società è, a regime, ormai prossima all'esplodere.
Gli 'eserciti della salvezza' si percepiscono lontani, in un momento nel quale parlare di una rivoluzione sembra cosa umanamente ed economicamente insostenibile. Il cambiamento collettivo è, ad oggi, sempre più collettivamente preteso.
Non è demolendo un sistema che si imposta un sano ed equo cambiamento collettivo: che ne sarebbe stato del debito pubblico italiano se non fosse stato calmierato dagli acquisti a pioggia fatti dalla BCE?
Che ne sarebbe stato della piramide della società senza il decisivo apporto e supporto della base?
Le domande sono troppe, e tragicamente profonde per essere sanate o risolte con sufficiente chiarezza: di fronte ad un sistema generale in disfacimento minimo, purtroppo, si colgono le avvisaglie per un sussurro che potrebbe, di giorno in giorno, diventare sempre più forte ed impetuoso.
Ogni architettura del sistema dovrà modificarsi, se vorrà salvarsi dal fiume di stenti e stentanti che rischia di trabordare dai fragili argini dentro i quali è stato, per troppo tempo, conservato.
La politica dovrà contaminarsi, smarcandosi di oscurità per tatuarsi la non modificabile virtù della trasparenza.
L'economia dovrà essere riscritta dall'etica, e dall'eticamente sostenibile.
Resistere per ri-esistere, senza però cedere alla rivoluzione puramente distruttiva: così facendo, per fortuna o purtroppo, di questo ancora bellissimo mondo in affitto non resterebbe in piedi nulla.
L'istantanea riportata da siti di informazione e da stampa è estremamente semplice da immaginare: un gigante da 47mila tonnellate con una falla nello scafo.
La nave Rena, attualmente arenata da mercoledì scorso sulla barriera corallina di 'Bay of Plenty' in un'isola a nord della Nuova Zelanda, ha riversato nel mare oltre 350 tonnellate di carburante.
In aggiunta, al momento, le perdite non tardano ad arrestarsi: a rigore di statistica, infatti, i serbatoi del mezzo potrebbero rilasciare nell'ambiente circostante oltre 1600 tonnellate di greggio.
I problemi potenzialmente riscontrabili sono, purtroppo, largamente immaginabili.
In aggiunta, stando a fonti del Ministero dei Trasporti, sulla barca erano conservati anche prodotti pericolosi che potrebbero sovrapporsi alla semplice perdita di carburante.
Tutto ciò significherebbe, ovviamente, altri danni di maggiore portata.
Il Ministro dell'Ambiente neozelandese, Nick Smith, riferisce già da ora della 'peggior catastrofe marittima' della storia del Paese intero.
A breve, forse, potrebbero aggiungersi altre parole ben più pesanti.
Nel mentre macchie di petrolio raggiungono le spiagge, mescolandosi all'acqua e compromettendo la vita e l'ecosistema delle bellissime zone tragicamente colpite dall'incidente.
Nei prossimi giorni, giocoforza, si potrà sapere qualcosa in più.
Sperando in annunci speranzosi, ovviamente.
Fonti:
"Nuova Zelanda: una nuova marea nera", L.Mannella, www.ecoblog.it
"Nuova Zelanda, lotta per stop a greggio", www.ansa.it
Un solo giorno all'anno proietta cifre che, istintivamente e non, confermano una sorda ma tragica verità: in Italia, al 2011, di lavoro si continua anche a morire.
I numeri, destinati a diventare nei 364 giorni restanti pura e semplice statistica, registrano indici di pericolosità a cui è necessario prestare ascolto ed attenzione concreta: nel solo 2010, infatti, sono stati 775374 gli infortuni sul lavoro registrati in tutto il territorio italiano.
Anche se in calo, comunque, tale dato non può incoraggiare completamente: pesano moltissimo le condizioni congiunturali di crisi economica, in aggiunta al lavoro nero disperso e non totalmente calcolabile.
Registrati, non da ultimo, 980 infortuni mortali. Rispetto agli anni passati, di pari passo, risultano in calo gli infortuni in itinere (tragitto casa-lavoro/ lavoro-casa, nds) contrapposti ad un aumento di quelli nel settore dei trasporti e del lavoro femminile.
Si riscontra infine un aumento degli infortuni nella fascia d'età 50-64 anni.
In aumento anche le malattie professionali, ossia disturbi strettamente correlati alla natura dell'attività lavorativa svolta: rispetto all'anno precedente l'aumento registrato è prossimo a percentuali prossime al 22%.
E' questo il quadro delle statistiche elaborate e diffuse dall'Anmil (Associazione Nazionale Mutilati Invalidi sul Lavoro, nds), in una giornata che dovrebbe ricordare all'Italia intera la gravità di questa tragedia costante.
Il problema è continuo e, forse, non completamente risolvibile: l'esperienza suggerisce l'impossibilità di azzerare completamente gli infortuni, se non in un piano puramente utopistico.
Una ripartizione puramente matematica consegna all'Italia contemporanea una cruda consapevolezza: ogni giorno in media quasi tre persone muoiono lavorando.
La pesantezza di certe cifre offusca la visione del lavoro che certe realtà stanno mettendo in circolo, da tempo: il fare sicurezza dovrebbe tendere al diventare una consapevolezza radicata nei lavoratori e nei datori di lavoro, al di là del semplice adempimento di obblighi imposti da un Decreto 81 perso fra tanti altri.
La recente tragedia di Barletta nient'altro diventerà, alla fine dei conti, che un ennesimo campanello di allarme a cui fare estrema attenzione: tra qualche anno, infatti, nient'altro diventeranno che semplici statistiche utili al far di conto.
Tra conto e morto, comunque, l'emergenza prosegue incessante.
In condizioni industriali di regime, forse, potremmo assistere ad indici di infortunistica ben più elevati.
Il Presidente della Repubblica Napolitano ha sottolineato, nel messaggio inviato all'Anmil per celebrare la giornata odierna, la gravità di un fenomeno che è assimilabile a tragedia inaccettabile.
Contrastare lavoro nero e sfruttamento sono, alla fine dei conti, due reali direzioni sulle quali è possibile esercitare i propri sforzi. Ogni infortunio finisce, infatti, con il bruciare più o meno definitivamente quantità imprescindibili di capitale umano. Ogni infortunio, contrariamente a qualche comune percezione, comporta anche un aggravio dei costi per lo Stato.
Quanto pesa l'universo di infortunati che si registrano negli ambienti di lavoro? L'Anmil riferisce di circa 5 miliardi di Euro l'anno. A questa somma vanno aggiunte cifre prossime a circa 4 miliardi di Euro per far fronte a spese sanitarie di vario tipo. Queste cifre, se sommate, danno indici prossimi a 10 miliardi di Euro l'anno.
Cosa scrivere invece dei costi invisibili che ogni infortunio regala alle famiglie dei tragicamente interessati?
Trattandosi di cifre incalcolabili, qualsiasi valutazione è sprecata.
Da qualsiasi punto la si guardi, comunque, la sicurezza negli ambienti di lavoro è un punto chiave su cui lavorare per trasformare l'Italia in uno Stato anche eticamente più giusto ed equo.
L'approccio integrato con cui coniugare consapevolezza, formazione, informazione e prevenzione risponde ad uno schema nel quale responsabilizzare la società intera.
Nella società, infatti, ciascun attore avrebbe il dovere di fare la sua parte.
Tutelare il capitale umano e limitare le perdite: solo così, forse, sarebbe possibile costruire un'Italia maggiormente equa e responsabile. Non è purtroppo sufficiente una giornata sola all'anno.
Per saperne di più:
"Il messaggio di Napolitano: 'Morti sul lavoro inaccettabili.' ", LaRepubblica
L'intento dell'opera è chiarificata sin dalle prime pagine:
"[...]Charles M.Schulz. L'uomo che ha creato Charlie Brown, Lucy, Snoopy e tutti i loro amici, i protagonisti della striscia conosciuta nel mondo intero col nome di Peanuts. [...] Schulz ha creato una striscia che racchiude in sè un autentico tesoro di riflessione, filosofia e psicologia [...]. Gli adorabili personaggi di Charles M.Schulz divertono, ma non solo: essi mettono in scena importanti dinamiche psicologiche in maniera così semplice ed immediata da dissimulare l'efficacia del loro impatto. [...] Di recente mi sono domandato se davvero tutti capissero e apprezzassero i messaggi dei Peanuts.
Di sicuro la striscia è divertente, ma, proprio per questo, molti possono pensare che sia solo spassosa.[...]
I personaggi dicono cose molto diverse a ciascuno di noi. [...] Allora venite con me, proviamo ad affrontare la variegata realtà delle esperienze umane insieme con Charlie Brown e i suoi amici. Chi lo sa?
Forse potremmo essere un pò più felici ed efficienti se, invece di limitarci ad ascoltare, tentassimi di capire ciò che Charles Schulz cerca (ha cercato, nds) di raccontarci.[...]"
Con queste parole Abraham J.Twerski descrive l'obiettivo del libro "Su con la vita, Charlie Brown!".
Collegandosi intimamente con lo straordinario universo costruito dalla mente di uno dei più grandi e sottovalutati geni di tutti i tempi, infatti, l'autore si chiede se possa esistere un parallelo tra il mondoreale e l'universo racchiuso in ogni singola striscia.
Ciascun personaggio ideato, infatti, realizza un modello non comune della personalità umana, in costante evoluzione; chi almeno una volta nella vita non si è identificato in Charlie Brown?
Chi, almeno una volta nella vita, non avrebbe voluto parlare a quella ragazzina dai capelli rossi che, quasi mitologicamente, giunge sottoforma d'amore nella vita di ciascuno?
Chi, almeno una volta nella vita, non ha cercato protezione dall'Universo mondo come Linus cerca conforto abbracciando la sua coperta? Chi, almeno una volta nella vita, ha anche involontariamente dato lezioni o consigli forzati come l'eterna Lucy? I Peanuts sono, dunque, soprattutto anima.
Anima, cuore e vignette. Quelle che Umberto Eco definì come 'personcine' riescono, ancora oggi, a parlare e ad educare generazioni sempre nuove. Parlando all'anima si riesce, alle volte, a farla stare un pò meno male.
In alternativa, forse, è possibile sopravvivere meglio.
E' questo uno degli obiettivi del libro: guardare al domani, cogliendo spunti mescolati tra testo e strisce.
Leggendo pagine miste tra scenette e parole si possono trovare, con uno stile di scrittura e traduzione per nulla pesante, spunti molto utili per riflettere: dal 'rendere le proprie aspettative realizzabili' al vedere Charlie Brown domandare a Linus 'quando cominciano le cose belle?' giusto una pagina di distanza, fino al vedere un Charlie Brown insonne inscenare soliloqui matematici sul numero di scemenze da lui fatte in vita.
Il monologo è semplice, ma tremendamente significativo sui pensieri che moltissimi di noi fanno, anche inconsciamente, sui propri perchè da dare a questa cosa che chiamiamo vita:
"(Charlie Brown steso e coperto nel letto a fissare il soffitto) A volte sto sveglio la notte a pensare a tutte le scemenze che faccio ogni giorno...Se vivrò fino a ottant'anni e farò dieci scemenze al giorno...Saranno circa duecentonovantamila scemenze...Quando si sommano tutte le scemenze che si fanno, è meglio usare cifra tonda..."
Tra le pagine del libro, forse, è possibile maturare un'identificazione: è giusto sentirsi come Charlie Brown, qualche volta nella vita. Potrebbe quasi essere un dovere, da espletare per poterci chiamare davvero esseri umani.
Le pagine scorrono, con analisi a tutto tondo sul mondo che ci circonda e che dobbiamo vivere, da dentro e da fuori: valutare sè stessi, affrontare la realtà, autostima, amore, amicizia ed emozioni.
Sono questi i pilastri su cui costruire elementi migliori per poterci capire.
Ad essi seguono ansia, senso di colpa, depressione, senso di responsabilità e missioni a cui, da esseri umani, è essenziale prestare attenzione: confrontarsi con gli altri, agire in maniera costruttiva, i valori ed affrontare gli altri.
Se la vita non sorride a Charlie Brown, è lecito sentirlo scoraggiato; da un dibattito con Linus l'autore coglie l'opportunità di mettere a nudo tutta la natura di certe sfere della nostra stessa anima:
"C: Pensavo che una sorellina avrebbe cambiato la mia vita, ma non è vero...La gente mi odia ancora...Non piaccio veramente a nessuno...Sono depresso come prima...(esce di scena)
L: Povero Charlie Brown...Di tutti i Charlie Brown del mondo, lui è il più Charlie Brown!"
(C: Charlie Brown, L: Linus)
A tutti i Charlie Brown del mondo, forse, un libro come questo potrebbe trasmettere qualcosa.
La matita di uno straordinario genio come Schulz ha regalato all'umanità un patrimonio immenso, che è necessario celebrare ogni qual volta se ne presenti occasione anche minima.
Così, tra ansie che non passano e scenari che stravolgono l'esistenza, Charlie Brown è da sempre lì, nello stesso punto: è lì a rincorrere un aquilone che non vola, è lì a cercare assistenza psichiatrica da chi proverà sempre a demolirlo, è lì a rincorrere quella felicità travestita da ragazzina dai capelli rossi.
Rimane lì, immobile, in quella che chiamiamo vita.
Twerski, in conclusione, chiarisce ulteriormente i motivi per cui ha ritenuto necessario scrivere un testo paragonando la nostra anima a quella plasmata straordinariamente da Schulz:
"[...]Certo che vogliamo bene a Charlie Brown. Lui è come noi.
In tutti noi vi è un pò di Charlie Brown. In alcuni è evidente. In altri si nasconde sotto vari meccanismi comportamentali e psicologici di difesa, molti dei quali operano a livello inconscio, che ci impediscono di riconoscere il Charlie Brown che è in noi. In entrambi i casi, comunque, i problemi prima o poi vengono fuori. [...] Ci sono molte strade per essere più felici, ma prima dobbiamo riconoscere che l'infelicità non è in sè inevitabile. Charlie Brown ci parla di noi. Se ascoltiamo e comprendiamo il suo messaggio, allora possiamo cercare un modo per cambiare le cose. [...]"
Tra tutti i Charlie Brown, comunque, onore al primo di fabbrica.
Ed altrettanto onore al genio straordinario che ne ha dipinto le debolezze e le mancate gesta.
Dopotutto, senza più alcun dubbio, molte delle sue sconfitte appartengono anche alla nostra quotidianità.
"Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.
La prima storia è sull'unire i puntini.
Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato?
E' cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all'ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d'attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: "C'è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?" Loro risposero: "Certamente". Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l'adozione. Poi accetto di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college.
Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l'ammissione e i corsi. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all'epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell'attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti.
Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l'unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.
Il Reed College all'epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato.
Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E' stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all'epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all'indietro.
Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all'indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa - il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.
La mia seconda storia è a proposito dell'amore e della perdita
Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un'azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L'anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione - il Macintosh - e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall'azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l'azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa.
Non ho saputo davvero cosa fare per alcun imesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me - come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l'ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L'evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.
Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita.
Durante i cinque anni successivi fondai un'azienda chiamata NeXT e poi un'altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell'attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.
Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E' stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l'unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l'amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l'unico modo per essere realimente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l'unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l'avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.
La mia terza storia è a proposto della morte.
Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: "Se vivrai ogni giorno come se fosse l'ultimo, sicuramente una volta avrai ragione". Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: "Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?". E ogni qualvolta la risposta è "no" per troppi giorni di fila, capisco che c'è qualcosa che deve essere cambiato.
Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose - tutte le aspettative di eternità, tutto l'orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire - semplicemente svaniscono di fronte all'idea della morte, lasciando solo quello che c'è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c'è ragione per non seguire il vostro cuore.
Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi "addio".
Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell'analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie - che era là - mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l'intervento chirurgico e adesso sto bene.
Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po' più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi:
Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E' l'agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità.
Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario.
Quando ero un ragazzo c'era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E' stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E' stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E' stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.
Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell'ultima pagina del numero finale c'era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l'autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c'erano le parole: "Stay Hungry. Stay Foolish.", siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi.
Stay Hungry. Stay Foolish.
Grazie a tutti."
(Steve Jobs, 12 giugno 2005)
Quando un messaggio vale una vita, quando un giovane ha davanti una vita intera da spendere per poter dimostrare qualcosa di importante al mondo.
Quando è necessario lavorare per costruirsi un futuro, anche in un Paese dove il domani è per molti impossibile da vedere con certezza; quando è necessario lottare con i denti per guadagnarsi un piccolo posto nel mondo, da qualunque punto di vista la si guardi, fame e follia aiutano a fare grandi passi in avanti per conquistarsi uno spazio.
Piccolo o grande che esso sia.
Fonte: "Discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford", http://marcelloseri.blogspot.com