venerdì 30 gennaio 2015

COME RITROVARE ETICA ED OTTICA DELLA MAGGIORANZA INVISIBILE?

"[...] L'emergere della maggioranza invisibile è un fenomeno sociale di portata storica, qualitativamente e quantitativamente nuovo. [...] Concetti tanto sbandierati [...] quali efficienza, flessibilità, adattamento al cambiamento, vanno [...] compresi non solo guardando all'interazione fra l'uomo e il sistema economico, ma anche osservando con attenzione quella fra l'uomo e  la struttura sociale. L'uomo che vive dentro la grande trasformazione, con le sue emozioni, i suoi gesti consueti, i suoi successi, i suoi fallimenti, le sue paure. Ri-umanizzare lo spazio sociale significa superare la cecità da cui siamo afflitti, per guardare la realtà con gli occhi della maggioranza invisibile. [...]
Abbiamo il dovere di tornare a discutere della distribuzione di risorse e opportunità nella nostra società, contrapponendoci con decisione ai garantiti che difendono i loro interessi corporativi, e ai neoliberisti che ignorano i nostri bisogni essenziali. [...]
Dall'altra parte dello steccato la maggioranza invisibile ha finito per disinteressarsi ai numeri, ai fatti sociali, alle radici della sua condizione di svantaggio: svantaggio in termini di opportunità offerte dal mercato del lavoro, svantaggio in termini di trattamento ricevuto dallo stato sociale, svantaggio in termini di condizione economica generata dalla grande trasformazione. 
Svantaggio [...] quasi mai coincidente con il 'merito' o il 'demerito', come vorrebbe la retorica neoliberista, ma piuttosto dovuto a fattori non scelti, come l'anno di nascita, la professione dei genitori o la concessione speciale di prebende da parte del sistema. 
Ignorare questa realtà sociale, che genera iniquità e inefficienza a scapito di quasi tutto il Paese, significa scegliere la cecità. Bisogna invece riaprire gli occhi, applicando 'l'analisi dell'idealismo', a sostegno di quei soggetti incapaci - almeno al momento - di articolare le loro voci in discorso collettivo. Applicare l'analisi dell'idealismo per contrastare visioni del mondo che frustrano la maggioranza dimenticata degli italiani e riducono le potenzialità economiche di tutto il Paese. [...]"
(Fonte: La maggioranza invisibile, E.Ferragina - Bur Edizioni)


Fonte immagine: lsdmagazine.com

martedì 27 gennaio 2015

A PROPOSITO DI (INEVITABILE) MEMORIA, PER NON DIMENTICARE...

"Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi."

(Se questo è un uomo, P.Levi)


sabato 24 gennaio 2015

CONTABILITA' AMBIENTALE: ESISTONO ESEMPI E/O BUONE PRATICHE PER L'URGENZA?

Attraverso quali passi sarebbe possibile muoversi per definire alcuni provvedimenti chiave per imporre riflessioni attorno al contesto ambientale?
In un contesto socio-economico aggravato da una crisi che sembra non lasciare sosta, emergono come necessarie ed urgenti le istituzioni di provvedimenti in materia di contabilità ambientale; si dovrebbe trattare, in altre parole, di adoperarsi per restituire/affidare un valore preciso a quel che oggi non lo ho ha. Si potrebbero definire flussi di cassa coerenti, analisi costi-benefici capaci di restituire voce in capitolo all'argomento naturale nella maniera più concreta possibile.
Sarebbe forse lecito inserire certe considerazioni migliorative internamente a metodologie attualmente impiegate per la scelta e la discussione di tematiche strutturali, costruttive ed infrastrutturali usualmente impiegate: Valutazioni di Impatto Ambientale e Valutazioni Ambientali Strategiche, solo per citare alcuni provvedimenti che potrebbero essere migliorati con competenza, consapevolezza e pragmatismo.
Al netto di tutto questo, infatti, esistono stime che cercano di definire quale sia l'impatto della spesa economica pubblico-privata verso l'intersezione fra tematiche costruttive ed infrastrutturali e fondamentali e questioni di rilievo ambientale.
Quantificare quali possano essere gli impatti economici di certe scelte umane potrebbe forse costituire, al netto delle impressioni possibili, anche (o soprattutto?) un beneficio con cui lenire e/o curare eventuali futur(ibil)i passi sbagliati su argomenti tanto complessi.
Due esempi recenti di applicazioni alla contabilità ambientale si riferiscono, fra tutti gli esempi citabili, alle spese ambientali certificate dall'ISTAT ed alle stime ambientali fatte relativamente alla perdita di risorse primarie e guadagni nel comparto "reale".
Il primo punto riguarda, nei dettagli, un comunicato diffuso da un report dell'ISTAT qualche giorno fa riguardo alla ripartizione delle spese in materia ambientale degli Enti Sovracomunali italiani.
Richiamandosi a quanto definito alla pagina dell'Istituto, infatti, è possibile leggere quanto richiamato esplicitamente nel seguito:

"[...] L'Istat presenta i dati relativi alla spesa ambientale delle amministrazioni regionali per l'anno 2012 e la nuova serie 2010-2011 coerente con i risultati della revisione completa dei conti nazionali programmata in occasione dell'introduzione del nuovo Sistema europeo dei conti SEC2010. [...]"

Esaminando gli andamenti certificati delle spese sostenute dalle singole Amministrazioni Regionali, è possibile evincere una serie di capitoli di spesa che potrebbero essere enormemente migliorati qualora la disciplina ambientale venisse dotata di nuovi metodi per certificazioni e/o valutazioni di matrice anche economica:

  • protezione e difesa del suolo;
  • salvaguardia da fenomeni di inquinamento;
  • protezione da emissioni atmosferiche;
  • interventi finalizzati all'ottimizzazione relativa alla gestione di risorse naturali;
  • protezione e difesa delle acque sia superficiali che sotterranee;
  • gestione generica delle risorse idriche sfruttabili ed esistenti;
  • protezione della biodiversità e del paesaggio.
Al netto dei presenti punti, l'importo quantificato di queste spese è certificato da quanto definito nel seguito dallo stesso Istituto di Statistica: 


"[...] La spesa ambientale erogata [...] dalle amministrazioni regionali [...] nel 2012 ammonta a 3.825 milioni di euro [...] con un'incidenza sul Pil dello 0,23%.
Nel 2012, 2.491 milioni di euro (65% della spesa [...] totale), sono destinati ad interventi di 'protezione dell'ambiente' finalizzati a salvaguardare l'ambiente da fenomeni di inquinamento [...] e degrado [...]. Gli altri 1.334 milioni di euro (35% del totale) sono destinati ad interventi di 'uso e gestione delle risorse naturali' per la salvaguardia dell'ambiente da fenomeni di esaurimento dello stock di risorse naturali [...] Più della metà della spesa ambientale delle amministrazioni regionali è destinata a finanziare interventi di tutela ambientale realizzati da altri operatori [...]; i trasferimenti rappresentano il 60% del totale nel 2010 e nel 2011 e il 55% nel 2012. [...]"
(Fonte: Spesa ambientale delle amministrazioni regionali, Istat)

La ripartizione delle stesse denota, infine, variazioni e disparità percentuali alquanto consistenti fra Nord, Centro e Sud Italia. Così come fra Regione e Regione, cercando di diversificare sia il quadro esistente che le configurazioni futuribili in materia economico-ambientale: 

"[...] Valori inferiori alla media nazionale si registrano per le amministrazioni regionali del Nord-ovest, Nord-est e Centro (rispettivamente 26, 54 e 40 euro per abitante nel 2012), mentre le Amministrazioni Regionali del Mezzogiorno presentano una spesa molto più elevata, con una media di 113 euro per abitante. Al risultato di questa ripartizione territoriale continuano a contribuire le spese realizzate a valere su fondi strutturali, nonché quelle connesse ad accordi di programma quadro in materia di servizi e infrastrutture ambientali. [...]"
(Fonte: Spesa ambientale delle Amministrazioni Regionali, Report Istat

La disparità di spese pro-capite è un fattore su cui sarebbe lecito adoperarsi per differenziare e qualificare le differenze esistenti, senza cedere a demagogie e qualunquismi di sorta. 
Da evitare, ancora di più, se in un settore tanto inesplorato e (volutamente?) non curato e sviluppato come quello della contabilità ambientale
Al netto delle differenze esistenti fra regioni, comunque, è possibile notare un calo certificabile internamente agli importi complessivi esistenti anche nelle annualità più recenti: 

 "[...] Nel 2012 le amministrazioni regionali italiane spendono [...] per la tutela dell’ambiente 3.825 milioni di euro, pari allo 0,23% del Pil. Tale valore risulta inferiore sia alla spesa erogata nel 2011 ([...] incidenza sul Pil dello 0,25%) sia a quella del 2010 ([...] 0,27% del Pil). [...]"

In altre parole, pertanto, nell'arco temporale di tre annualità si è assistito ad un calo di spese nel comparto ambientale attestato più o meno allo 0.03% del PIL italiano. 
Quante di queste spese sono state ragionevolmente tagliate, in quanto facenti parte di eventuali sprechi? Quante di queste spese sono invece state decurtate senza porre l'attenzione necessaria alla loro validità ed efficienza? Quante altre domande simili sarebbe possibile porre, relativamente alle possibili letture da dare ai presenti dati?
Al netto di tutte le possibili interpretazioni, risulta tanto interessante quanto importante cercare di definire realisticamente il concetto di spesa ambientale
Attenendosi a quanto descritto dal report Istat, sarà possibile esprimere quanto di seguito richiamato in termini estesi e qualificati: 

"[...] Spesa sostenuta per attività ed azioni di:
  • 'protezione dell’ambiente' [...] finalizzate alla prevenzione, alla riduzione e all'eliminazione dell’inquinamento (emissioni atmosferiche, scarichi idrici, rifiuti, inquinamento del suolo, ecc.), così come di ogni altra forma di degrado ambientale [...];
  • 'uso e gestione delle risorse naturali', ossia finalizzate all'uso e alla gestione delle risorse naturali [...] e alla loro tutela da fenomeni di depauperamento ed esaurimento.
Sono incluse spese per attività di tipo strumentale quali quelle di attività di monitoraggio e
controllo, di ricerca e sviluppo sperimentale, di amministrazione e regolamentazione, di
formazione, informazione e comunicazione. Sono invece escluse le attività e le azioni che, pur
esercitando un impatto favorevole sull'ambiente, perseguono altri obiettivi primari, quali ad
esempio la tutela della salute umana, dell’ambiente di lavoro, delle attività economiche, del
patrimonio culturale artistico e architettonico o delle infrastrutture antropiche. [...]"
(Fonte: Spesa ambientale delle Amministrazioni Regionali, Report Istat)

Le disparità esistenti relativamente al concetto di spesa ambientale si esplicano, maggiormente, osservando anche quali siano state le possibili mancate spese sostenute per migliorare e/o ripristinare alcuni dei paesaggi e degli ambienti situati in alcune delle località più devastate e distrutte d'Italia. 
A questo proposito, seguendo stime e metodi di calcolo non ulteriormente precisati, è possibile illustrare i contenuti di un dossier svolto dai Verdi e documentato per sommi capi ne La Repubblica risalente ai primi giorni di gennaio 2015
Richiamandosi in maniera diretta ai contenuti illustrati, è possibile definire per esteso quanto riportato integralmente nel seguito:

"[...] Angelo Bonelli [...] a inizio 2015 ha preso in esame gli ultimi dieci anni di maxi-inquinamenti provati e ha calcolato che tra il 2004 e il 2013 le aziende italiane non hanno pagato danni per 220 miliardi di euro. Alla prescrizione penale [...] è seguita la prescrizione economica. 
In molti casi [...] le aziende sotto accusa continuano a produrre e a bruciare, a sversare.
Nello stesso periodo considerato [...] i tribunali italiani hanno preso atto di un milione e 552 mila prescrizioni. Di queste, ottantamila riguardano reati ambientali. Ci sono 7.300 chilometri quadrati da bonificare nel paese, che sono pur sempre il 2,4 per cento della sua superficie. 
Trecento comuni interessati per sette milioni di persone coinvolte. I siti inquinati di interesse regionale sono oltre 33 mila, trentanove quelli di interesse nazionale. I costi di bonifica per ettaro stanno tra i 450 mila e il milione di euro, ma i soldi [...] per avviare le pulizie delle terre e delle acque sono dati con il contagocce. Dal 2002 al 2013 sono stati spesi 4 miliardi di euro: 2,3 di Stato e 1,8 delle aziende. [...]"
(Fonte: Verdi, dossier sull'Italia: dall'Ilva all'Eternit, chi inquina non paga, La Repubblica, C.Zunino)

Quali sono stati i criteri contabili impiegati per la quantificazione di una spesa tanto grande e corposa da sostenere? Tale mole cumulata di denaro ha visto e/o vedrà ulteriori aumenti per il futuro?
Si tratta di una stima economica sopravvalutata e/o sottovalutata? 
Possono esistere, all'interno di stime simili, esempi di cosiddette "buone pratiche" da utilizzare per mitigare e/o rendere migliorabili le disposizioni legislative in materia di contabilità ambientale?
Le cifre prospettate sono, al netto delle impressioni e dei metodi, assolutamente impressionanti. 
Così come impressionante sembra essere, anche, la diffusione "a macchia d'olio" di certi problemi su scala nazionale. 
Sarà opportuno cercare di fare, al meglio possibile, i conti con la materia ambientale. 
Tanto a livello di retorica quanto a livello di fatti concreti, per fortuna o purtroppo.
Tentando di adoperarsi per migliorare e/o colmare le lacune esistenti, ove queste si manifestino in tutta la loro piena evidenza. 

Per saperne di più: 

"La spesa ambientale delle Amministrazioni Regionali", istat.it
(http://www.istat.it/it/archivio/145909)

"Verdi, dossier sull'Italia: dall'Ilva all'Eternit, chi inquina non paga", La Repubblica, C.Zunino
(http://www.repubblica.it/ambiente/2015/01/07/news/verdi_dossier_sull_italia_dall_ilva_all_eternit_chi_inquina_non_paga-104482950/)

Fonte immagine: caratteriliberi.eu

giovedì 22 gennaio 2015

PROVANDO AD ASCOLTARE LE MAGGIORANZE IN(DI)VISIBILI...

"[...] Nel corso delle ultime decadi, l'Italia ha subito gli effetti di una grande trasformazione sociale, economica e culturale. L'interazione tra questo mutamento a livello internazionale e la particolarità del nostro sistema politico ha contribuito all'emergere di un gruppo sociale, che è divenuto maggioranza nel Paese: una maggioranza invisibile, perché ignorata dalla classe politica; una maggioranza silenziosa, perché incapace di riconoscersi nella sua condizione comune di svantaggio. [...] Una maggioranza non omogenea e difficile da rappresentare, [...] una maggioranza incompresa dall'élite dominante, troppo concentrata a difendere i propri interessi corporativi per alleviarne il disagio sociale montante. [...] La maggioranza invisibile è costituita da cinque gruppi che vivono in forti condizioni di disagio economico e sociale: 
  1. i disoccupati;
  2. i neet;
  3. i pensionati meno abbienti;
  4. i migranti;
  5. i precari.
Si tratta in tutto di 25 milioni di persone, a fronte dei 47 milioni aventi diritto al voto e dei circa 34 milioni di votanti alle elezioni politiche del 2013. Un partito politico o movimento sociale capace di mobilitare una parte sostanziosa di questa maggioranza, attraverso un progetto politico articolato e coerente, potrebbe sconvolgere la geografia elettorale. [...]
La maggioranza di cui parliamo è invisibile per due ragioni interconnesse. 
Primo, perché è ancora incapace di riconoscersi e rappresentarsi come gruppo coeso, a causa di un sistema socioeconomico iniquo che ne fiacca la partecipazione a tutti i livelli.
A conferma di ciò, molti studi dimostrano come la crescita delle disuguaglianze contribuisca drasticamente a ridurre la partecipazione sociale e politica dei meno abbienti. 
Secondo, perché ignorata da chi, come se nulla fosse cambiato negli ultimi decenni, continua a difendere i garantiti e a ricercare soprattutto il voto dell'elettore mediano (o moderato che dir si voglia). [...] tutte le componenti di questa maggioranza sono accomunate dall'esclusione e/o marginalizzazione sul mercato del lavoro e soprattutto dal fatto di pagare, più di chiunque altro, il prezzo della grande trasformazione che stiamo vivendo, a causa del malfunzionamento del welfare. [...]"
(Fonte: "La maggioranza invisibile", E.Ferragina, Bur Edizioni)

(Fonte immagine: Tag cloud - 
Discorsi di G.Napolitano - 
tg24.sky.it)

martedì 20 gennaio 2015

FRA ORIZZONTI POSSIBILI, GRANDI SPIRITI E MENTI (VOTATE ALLA MEDIOCRITA'?)...

"[...] I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione delle menti mediocri. 
La mente mediocre è incapace di comprendere l'uomo che rifiuta d'inchinarsi ciecamente ai pregiudizi convenzionali e sceglie, invece, di esprimere le proprie opinioni con coraggio e onestà. [...]"
(Albert Einstein, att. da Lettera a Morris Raphael Cohen - 1940)




sabato 17 gennaio 2015

"APPARTIENE AL POPOLO": POSSIBILE RIMEDIARE A CERTI ORRORI COMMESSI DAI PARTITI?

E' (purtroppo) risaputo che, nella percezione quotidiana, politici e partiti politici non abbiano più o quasi alcuna credibilità ed autorevolezza nell'esercitare il proprio ruolo di guida e (tentativo di) sintesi verso quel che è definibile come res publica.
La conferma più eloquente di tale diffusa consapevolezza (a prescindere dalla sua giustezza) trova, da ultimo, espressione mediante un sondaggio svolto alla fine dell'anno 2014 da Demos. Senza addentrarsi troppo nei meandri del dossier svolto, è possibile riportare quanto segue:

"[...] gli italiani si sentono sempre più lontani dalla politica. E [...] dai partiti. Ormai non li stima davvero nessuno. Per la precisione, il 3%. Cioè, una quota pari al margine d'errore statistico. Poco meno del Parlamento, comunque (7%). Una conferma del clima di sfiducia che mette apertamente in discussione la "democrazia rappresentativa". Interpretata, in primo luogo, proprio dai partiti, insieme al Parlamento. [...]"
(Fonte: La Repubblica)

In altre parole, pertanto, la stima e l'affidabilità che i cittadini hanno nei confronti di chi dovrebbe (condizionale d'obbligo, dati i precedenti) rappresentarli potrebbe oscillare fra il 6% e lo 0%.
Un meraviglioso traguardo, sembra esserci poco altro da scrivere e commentare.
L'avere una percentuale pari al margine d'errore statistico esprime ulteriori (e fondati) dubbi su un sistema in crisi, incapace di interpretare il cambiamento, ormai dotato di un'autoreferenzialità terribilmente ridicola e fossilizzata.
Fossilizzata e fossilizzante, appunto. Quante sono state le mosse sbagliate di una politica che, più o meno a qualsiasi livello, ha (purtroppo) avuto un imprecisato numero di (contro)esempi negativi che hanno cancellato qualsivoglia possibile esempio (pro)positivo di quanto può avere a che fare con "buona politica". Anche per colpa di queste negative spinte, purtroppo, i livelli di partecipazione sono giustificabilmente calati.
Per non scrivere crollati. Così, purtroppo, i Partiti sembrano (o sono realmente?) diventati un simulacro di quel che dovrebbero/potrebbero quasi divinamente strutturare: interpretazione dell'opinione diffusa e sintesi/progettazione della realtà, per farla il più breve possibile.
Sembrano (o sono realmente?) diventati luoghi dove l'opportunismo domina sulla necessità di descrivere ed interpretare il mondo esterno, sembrano (o sono realmente?) culla di sentimenti votati a prevalenti forme di convenienza e militanza interessata.
Tutto ciò accade in obbedienza quasi totale ad una citazione (purtroppo) molto significativa di Enrico Berlinguer:

"[...] I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela [...].Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un 'boss' e dei 'sotto-boss'. [...] Tutte le 'operazioni' che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. [...]"

Su questo sfondo, purtroppo, la situazione non appare di certo diversa o migliore.
La partecipazione costruttiva è ridotta ai minimi termini, gli episodi che dovrebbero prevedere un allargamento della base partecipativa sono carenti.
Quando ci sono, invece, si perpetuano secondo logiche di auto-conservazione non accettabili.
Sembra che le discussioni siano svolte solo su argomenti di superficie, senza entrare nei meandri di alcuna ottica programmatica reale, cortocirtuitando i possibili dibattiti solo su volti (quanto spesso vuoti?) e mai su idee di fondo che possano realmente far volgere al meglio lo status quo.
Ogni Partito sembra apparire troppo spesso, in molti tratti, come una sorta di "residuato bellico" di una forma di democrazia un tempo stimata e desiderata dagli elettori propensi al voler dare il loro contributo per la (ri)costruzione di un Paese normale.
L'essere (diventati) sempre più lontani dalla politica presuppone, purtroppo o per fortuna, il sentire tanto lontano quanto banale e ridicol(izzat)o un argomento teoricamente ragionabile quale è quello della "disciplina di Partito"; senza entrare poi nel merito delle (sempre) troppe pietose figure che, da rottamatori ed incendiari, non tardano a trasformarsi in pompieri alla prima occasione utile per aspirare alla loro piccola "fetta" di spazio al sole.
Questi sono solo alcuni degli argomenti, pressoché infiniti, che hanno reso il sistema dei Partiti così tanto poco stimato (eufemismo concettuale) e poco vicino alle percezioni comuni.
Chi si ostina a non vedere le colpe della politica e dei Partiti in tutto questo è volutamente miope e/o colpevolmente interessato ad aspettarsi qualcosa da quello stesso sistema che deve ostinarsi a proteggere. Anche a costo della dignità personale, purtroppo.
Per quali ragioni ulteriori, purtroppo, si ha una sempre  maggior distanza fra cittadini e politica?
Il cortocircuito di questa nazione è purtroppo molto evidente, sin dal primo articolo della Costituzione Italiana:

"[...] L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. [...]"

Che ne rimane dell'aggettivo democratica, in una Repubblica così tanto sfibrata e ridicolizzata sin nelle minime componenti dei suoi organi di (teorica) rappresentanza? Di quale sovranità si potrebbe/dovrebbe argomentare, in una nazione ove la politica sembra perpetuare prevalentemente i suoi interessi per auto-conservarsi a discapito di quelli comuni? Qualora questa ultima domanda non abbia risposta affermativa e/o sensibile, è lecito porsene un'altra ben più grave e potente: cosa ne rimane della politica e dei Partiti senza adeguate forme di coerenza e credibilità?
Se il cittadino non nutre alcuna fiducia nei confronti di chi dovrebbe rappresentarlo, quali ulteriori e positive riflessioni è possibile fare?
Nessuna, appunto. Nonostante tutto, però, è lecito continuare a sperare che possa essere possibile attendersi una politica diversa e (forse) migliore?
Attraverso quali canali cercare di dimensionare nuove forme di rappresentanza per cercare di riabilitare un sistema ormai percepito come marcio ed irreversibilmente incancrenito? Attorno a queste domande, seppur nel timore e nelle differenze auspicabili di opinione e di credibilità, cerca di rispondere l'opera "Appartiene al popolo - Come restituire la sovranità ai cittadini", scritto a quattro mani da Giuseppe Civati ed Andrea Pertici.
Le condizioni iniziali da cui partire sembrano essere desolanti e purtroppo tragi(comi)che:

"[...] Oggi, al crescere della disuguaglianza, cresce l'astensione dal voto. 
Sono sempre più numerosi gli elettori che non partecipano, non decidono, sono lasciati ai margini. E di questo si parla pochissimo. 
La politica deve rompere uno schema pericoloso per se stessa, per le Istituzioni democratiche e per la stessa rappresentanza (sempre meno rappresentativa). Gli esclusi vanno recuperati nel dibattito pubblico e nella relazione politica ed elettorale. 
E' necessario intervenire su tutte le forme di partecipazione, a cominciare dai Partiti, che devono tornare ad essere il mezzo per concorrere alla determinazione della politica nazionale, per proseguire con le leggi elettorali, che devono consentire agli elettori di scegliere i propri rappresentanti, fino a coinvolgere gli Istituti di partecipazione diretta, da potenziare e rendere più effettivi. In questo modo i cittadini potranno tornare a esercitare davvero la sovranità che, come afferma l'Articolo 1 [...], 'appartiene al popolo'. [...]"

Il sistema partitico dovrà prendere sempre più consapevolezza, in futuro, della ferma necessità di riprendere  una maggior quota di credibilità internamente al proprio bacino elettorale di riferimento. Sempre ammesso che, ovviamente, sia ancora possibile farlo con consapevolezza e reale attitudine a forme di rinnovamento vero e non malcelato. Al netto dei possibili cambiamenti, purtroppo, servono forme di partecipazione reale capaci di richiamarsi alla complessa ed intricata struttura dei tempi: è implicito in questo contesto un (tentativo di) passaggio da forme di democrazia rappresentativa a forma di democrazia maggiormente diretta ed esplicativa della volontà popolare?
E' a concetti come questi che può ricondursi la sfida per non far definitivamente soccombere il sistema partitico come è stato conosciuto fino ad oggi: quante possibilità ci sono di vedere questa sfida tanto effettivamente quanto prepotentemente vinta?

"[...] Un grande progetto politico va controcorrente rispetto al percorso oggi dominante, va alla ricerca di una soluzione alta: per una democrazia partecipata, un sistema elettorale che garantisca davvero la libertà di voto, effettive garanzie della libertà d'informazione, una reale tutela della concorrenza, un energico contrasto alla corruzione. [...]"


giovedì 15 gennaio 2015

"COME MI PARE", PER (PROVARE A) "DIMENSIONARE" LE PRIORITA'...


"[...] Chi vuole scrivere impari prima a leggere/ 
chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare/ 
chi vuole ridere impari prima a piangere/ 
chi vuol capire prima deve riuscire a domandare./ 
Chi vuole vincere impari prima a perdere/ 
chi vuol tenere prima deve sapere cosa lasciare/ 
chi vuole insistere impari prima a cedere/ 
chi vuole amare prima deve imparare a rinunciare. [...]"

martedì 13 gennaio 2015

RICORDANDO I MOLTI SBAGLI DEI PARTITI, PER UNA (TOTALE?) INCOMPRENSIONE DELLA SOCIETA'...

"[...] I partiti politici italiani hanno giocato [...] un ruolo fondamentale nella lotta di liberazione, andando quindi a occupare lo spazio lasciato vuoto dalle Istituzioni. 
Quando si arrivò al primo voto davvero a suffragio universale [...] la forza dei Partiti era evidente. 
I votanti furono ben 24947187 su 28005449 aventi diritto, pari all'89.08% [...]
Quasi tutti i consensi furono ottenuti dai Partiti della Resistenza, nessuno dei quali risulta oggi sopravvissuto, o anche nei rari casi in cui ciò è accaduto [...] non risulta comunque avere eletti in Parlamento. [...] i Partiti presenti nell'attuale Parlamento [...] sono tutti di recentissima fondazione, il meno nuovo essendo ormai la Lega Nord, fondata nel 1989 e quindi giunta al suo venticinquesimo anno d'età. Il Pd è solo del 2007 [...], Forza Italia è alla seconda edizione, [...] mentre SEL e il M5S sono nati nel 2009. [...] negli ultimi vent'anni, le sigle e i simboli che si sono succeduti [...] sono davvero numerosissimi [...] Dopo la crisi dei Partiti politici tradizionali, nati spesso prima del fascismo e la cui attività risultò fondamentale nel dopoguerra e per tutta la cosiddetta Prima Repubblica [...] la loro trasformazione [...] è stata incessante. 
Sempre alla ricerca di una nuova legittimazione. 
Ciò anche a causa del progressivo affievolirsi dell'aspetto ideologico, talvolta addirittura espressamente negato in favore del pragmatismo, dei programmi che poi spesso [...] rimangono piuttosto generici (e comunque non rispettati). 
Come se poi ideologie e programmi fossero alternativi, non in grado di convivere. 
In realtà, una forza politica dovrebbe fondarsi su ideologie in base alle quali elaborare programmi (essendo proprio la presenza di un'ideologia a consentire un più profondo legame tra elettori ed eletti, anche oltre i singoli punti indicati nel programma). 
Invece, con la fine del comunismo nell'Europa orientale si è cominciato a parlare di 'crisi delle ideologie', come se non potessero più esistere soluzioni diverse ai problemi da affrontare. 
L'erroneità di questa impostazione è dimostrata [...] da Norberto Bobbio, che proprio in quegli anni scrive un celebre saggio, 'Destra e Sinistra' [...] dove si conferma l'attualità di questa distinzione (pur riconoscendone, naturalmente, l'evoluzione), il suo radicamento nella diversa valutazione di una questione fondamentale (anche per la nostra Costituzione) che è quella dell'uguaglianza. [...]"

(Fonte: Partiti in crisi, "Appartiene al popolo - Come restituire la sovranità ai cittadini" - G.Civati, A.Pertici - Melampo Editore)



domenica 11 gennaio 2015

"MATEMATICA IN PAUSA CAFFE'": FRAMMENTI DI MATEMATICA QUOTIDIANA

Quanto impatto potrebbe avere la matematica nelle esistenze di ogni giorno?
Quante cose, vicende, situazioni hanno dentro loro dei riferimenti matematici che ignoriamo o a cui non prestiamo sufficiente attenzione?
La matematica è una scienza che, più di quanto possa sembrare, mantiene una notevole interfaccia con le nostre realtà quotidiane.
Citando una frase attribuita a Galileo Galilei, è assai evidente l'impatto che questa disciplina scientifica ha sul mondo:

"[...] La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi [...], ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. [...]"
(Il Saggiatore, cit.)

La sfida per comprendere quel che circonda l'essere umano risulta, pertanto, necessaria da espletare solo attraverso la comprensione delle regole matematiche basilari che ne determinano ordini, logiche e progressi. Senza la possibilità di decifrarne le regole di base, pertanto, risulta inevitabile l'aggirarsi vanamente per un "oscuro laberinto".
Quanto di matematica e scienza è possibile trovare nelle abituali quotidianità?
Esiste un velo che è possibile sollevare, dietro al quale è più facile intendersi ed adoperarsi per codificare le regole che sembrano governare quanto c'è attorno alle nostre abitudini?
L'impiego della matematica per la comprensione dell'esterno può e deve essere radicalmente utilizzato, facendo altresì riferimento anche a quanto attribuito ad una massima di Leonardo Da Vinci:

"[...] Nessuna certezza delle scienze è dove non si pò applicare una delle scienze matematiche, ovver che non sono unite con esse matematiche. [...]"
(cit.)

Una (forse) piccol(issim)a parte di questi contenuti e strumenti è richiamata e ripresa nel libro "Matematica in pausa caffè", scritto da Maurizio Codogno e pubblicato da Codice Edizioni. La presente opera si prefigge lo scopo di arrivare a porsi qualche domanda attraverso qualche punto chiave:

"[...] Vi siete mai chiesti quanta matematica c'è nei discorsi da bar [...]? Code nel traffico, ascensori, Google, fogli A4, carte da gioco, dadi, file compressi, scommesse e molto altro: nella nostra vita quotidiana la matematica è dovunque. [...]"

Risulta quindi necessario quantomeno cercare di capirne l'importanza e la (pre)potenza, qualora non sia purtroppo possibile avere gli strumenti necessari a comprenderla appieno. Alla stessa, infatti, poco cambia relativamente alla nostra presenza od assenza intellettuale: i suoi effetti continueranno a manifestarsi sempre e comunque, in tutta la loro dirimente complessità.
La comprensione deve essere parimenti indotta in maniera divulgativa, adoperandosi al meglio per renderne lettura ed assimilazione il meno possibili complesse ed articolate. Dovrebbe essere questo il punto chiave più importante al quale prestare attenzione:

"[...] Paradossi in matematica ce ne sono tanti, ma uno su tutti riguarda la sua stessa natura: è una delle materie più odiate a scuola, eppure si presta a innumerevoli giochi e curiosità. Insomma, in apparenza noiosa e distante, la matematica non solo è ovunque nelle nostre vite, ma è anche divertente, a patto di prenderla nel modo giusto. [...]"

La necessità di far prendere la matematica nel modo giusto rende necessario un dipanarsi divulgativo del contesto, mediante un'analisi di esempi reali incentrata su pochi ma fondanti punti:

  • Aritmetica;
  • Paradossi, probabilità e previsioni;
  • Giochi;
  • "Segmenti matematici" nell'osservazione di fenomeni reali di mobilità, viabilità ed altre differenti realtà;
  • "Manifestazioni" matematiche nelle realtà informatiche e digitali.

L'obiettivo di dimostrare la presenza della matematica nella quasi totale globalità dei fenomeni circostanti è, al netto delle opinioni, un'attività abbastanza complessa ed elaborata da compiere con consapevolezza e necessaria capacità divulgativa.
Il fine da perseguire deve essere, fino a prove contrarie, quello di arrivare ad un possibile punto di (positivo) non ritorno:

"[...] Oltre a farvi divertire con le curiosità che racconto nel libro, cercherò di far comprendere in modo intuitivo cosa c'è davvero sotto: appartengo alla scuola che ritiene che lo scopo della matematica sia fondamentalmente creare modelli che poi verranno più o meno perfettamente applicati alla realtà, e la vera sfida sia riuscire a farsi un'idea della struttura logico-matematica di quello che ci circonda. 
Saper risolvere equazioni o calcolare integrali non ci serve a molto nella vita di tutti i giorni, e se proprio ci serve possiamo sempre prendere un computer e dargli in pasto la formula. Se però non abbiamo un'idea qualitativa di cosa dobbiamo aspettarci, corriamo [...] il rischio che qualcuno sfrutti una massa di numeri e formule piazzati più o meno a caso per diffondere una bufala, sfruttando l'innumeratezza [analfabetismo numerico] delle persone. [...]"




venerdì 9 gennaio 2015

"UNA CITTA' O L'ALTRA": LEGGENDO (RESOCONTI DI) VIAGGI IN EUROPA...

Cronache di un viaggio, internamente a quello che è possibile definire come Vecchio Continente.
Continente tanto vecchio quanto classificabile (e non meramente etichettabile) in altrettante possibili ed ulteriori maniere; è questa la sintesi chiara (e chiaramente non esaustiva) del libro "Una città o l'altra", scritto dal giornalista Bill Bryson ed edito da TEA - Tascabili degli Editori Associati.
La sintesi del libro appare esplicativa sin dal retro dello stesso:

"[...] 'Una delle piccole meraviglie del mio viaggio in Europa fu scoprire che il mondo poteva essere tanto vario da originare modi diversi di fare in pratica le stesse identiche cose, tipo mangiare e bere e acquistare biglietti per il cinema. Mi affascinava come gli Europei potessero essere tanto uguali tra loro - a tal punto da risultare al contempo universalmente intellettuali e cerebrali, guidare auto minuscole e vivere in piccole, guidare auto minuscole e vivere in piccole case di città antiche, amare il calcio...-pur rimanendo così eternamente e sorprendentemente diversi.' [...]"

Il giornalista compie, in un arco narrativo ampio ed estremamente argomentato, un viaggio attraverso quella stessa Europa che si sforza di giudicare e valutare con occhi sempre diversi.
Di città in città, di esperienza in esperienza.
Il punto fondamentale sembra proprio quello di cercare in ogni città, nazione od accaduto una differente occasione per sorridere, migliorare e migliorarsi:

"[...] Sopravvissuto agli automobilisti omicidi di Parigi, scampato al caos folle e travolgente di Roma, attento a non ordinare un piatto di trippa e bulbi oculari in un ristorante di Aquisgrana, colto da un attacco feroce di shopping nei sexy shop della trasgressiva Reeperbahn, ad Amburgo, travolto dai rumori e dagli odori 'esotici' di Istanbul, Bill Bryson, in un [...] tour di quattro mesi, attraversa il Vecchio Continente con uno zaino sulle spalle, il suo taccuino in mano e il suo inconfondibile senso dell'umorismo. [...]"

E' proprio quella stessa Europa a regalare a lui occasioni per sorridere, discutere e migliorarsi perseguendo una lunghissima serie di episodi e diversità da portare dentro di sé.
Essendo il viaggio articolatosi in una serie di mesi pari a quattro, nell'ormai lontano 1991, l'autore trovò modo di raccontare le impressioni e le giornate trascorse in una lunghissima serie di città.
Città appartenenti a moltissimi Stati, ciascuno enormemente diverso dall'altro ma facente parte del medesimo continente tanto vecchio quanto incredibilmente eterogeneo nella sua composizione.
Durante questo viaggio l'autore vede, fra le molte, Oslo, Parigi, Bruxelles, Aquisgrana, Colonia, Amsterdam, Amburgo, Copenaghen, Stoccolma e Stati come Svizzera, Liechtenstein, Austria, Jugoslavia. Sullo sfondo restano anche percorsi fatti in bellissime città italiane: Roma, Napoli, Sorrento, Capri, Firenze, Milano e Como.
Al netto dei punti di vista, si tratta di un libro capace di richiamare tratti di consapevolezze riguardo ad argomenti purtroppo tanto attuali quanto attualmente dimenticati.
A maggior ragione se si osserva al vecchio continente in un insieme di fattori mescolanti sia l'etica che l'ottica derivanti da una crisi socio-economico-finanziaria-[...] impostata ormai in maniera acclarata su logiche interne ed economiche tanto errate quanto profondamente rivedibili:

"[...] Bill Bryson nel suo 'Una città o l'altra' sa lanciare frecciate all'indirizzo dei cugini europei facendoli morire dal ridere. [...]" (Sette, recensione)

Risate non prive, però, di una lunga serie di opportunità da dover cogliere per (provare a) criticare, migliorare e migliorarsi. Di anno in anno, di viaggio in viaggio, di opportunità in opportunità.







giovedì 8 gennaio 2015

PER LA RINCORSA ALLE (VERE) LIBERTA'... #JESUISCHARLIE

"[...] io più non vi sopporto,/ infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio/ perché con questa spada vi uccido quando voglio. [...]" (F.Guccini, cit.)

"[...] E' dall'ironia che comincia la libertà. [...]" (V.Hugo, att.)

"[...] 'Mi dica, che cosa spinge l’uomo alla guerra?', 
chiedeva Albert Einstein [...] in una lettera a Sigmund Freud. 
'E' possibile dirigere l’evoluzione psichica dell’uomo in modo che [...] 
diventi più capace di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione?' 
Freud si prese due mesi per rispondergli. 
La sua conclusione fu che c’era da sperare: 
l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile, 
ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – 
avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire.
Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.
Non li risparmiò [...] ad Einstein, che divenne [...] sempre più convinto della necessita’ del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, [...] rivolse all'umanità
 un ultimo appello per la sua sopravvivenza: '
Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto.' [...]"
(Il Sultano e San Francesco, T.Terzani, att.
http://www.kelebekler.com/occ/terzani.htm)

Fonte immagine: Lucille Clerc, att.

mercoledì 7 gennaio 2015

FRA (PAURA DELLA) MATEMATICA ED ECONOMIA, RAGIONANDO PER ESEMPI REALI...

"[...] Immagino che molti di voi avranno notato una certa somiglianza tra le formule matematiche e quelle magiche. Nel primo caso non si usa la bacchetta, ma c'è comunque una frase da ripetere [...] per ottenere il risultato voluto, e ogni sia pur minimo errore ha conseguenze devastanti.
[...] ci sono formule che lasciano perplessi. Una di queste è la regola dei segni, quella che comincia con 'più per più uguale più, più per meno uguale meno, meno per più uguale meno [...] meno per meno uguale più.' Quando viene spiegata, c'è sempre qualcuno che si lamenta: com'è possibile che esca fuori dal cappello un numero positivo se siamo partiti da due numeri negativi?
Di solito l'insegnante ha fretta e si limita a ribattere: 'E' così perché è così, punto' senza pensare che i numeri negativi non sono un concetto così semplice da afferrare. [...] 
c'è un modo relativamente semplice di osservare all'opera la regola dei segni, sfruttando due insiemi di numeri positivi e negativi facili da visualizzare. [...] più semplice è associare i crediti ai numeri positivi e i debiti a quelli negativi. 
Se non ho un Euro e devo darne 1000 ai miei creditori, posso dire di avere -1000 Euro. [...]
Se io tutti gli anni deposito sul mio libretto di risparmio 100 Euro (+100), tra dieci anni (+10) avrò 1000 Euro in più rispetto a oggi: più per più uguale più. Immaginiamo che la cosa stia andando avanti da parecchi anni. 
Se è un bel pò che sto depositando soldi, dieci anni fa (-10) avevo 1000 Euro in meno di quanto abbia ora; più per meno uguale meno. Immaginate ora che il libretto sia stato aperto tanti anni fa dalle buonanime dei miei nonni, e i suoi unici movimenti siano i 100 Euro che vengono prelevati ogni anno per pagare le tasse (-100). Tra dieci anni (+10) avrò allora 1000 Euro meno di adesso; meno per più uguale meno. 
Infine, guardando con nostalgia al passato, se mi prendono 100 Euro l'anno (-100) qual era il contenuto del mio libretto di risparmio dieci anni (-10) fa? Sarete tutti d'accordo che c'erano 1000 Euro più di adesso: ecco qua il 'meno per meno uguale più', che spunta nel modo più naturale possibile. Ora non ci dovrebbero essere dubbi: si sa, quando si parla di soldi la matematica risulta subito più comprensibile... [...]"
(Fonte: Matematica in pausa caffè, M.Codogno, Codice Edizioni)


Fonte immagine: unistudenti.it

lunedì 5 gennaio 2015

A PROPOSITO DI PAROLE, PROPRIE ED ALTRUI...


"[...] Le mie parole sono sassi/ precisi aguzzi pronti da scagliare [...] 
sono nuvole sospese/ gonfie di sottintesi/ 
che accendono negli occhi infinite attese./ 
Sono gocce preziose indimenticate [...] 
sono frecce infuocate che il vento o la fortuna sanno indirizzare./ 
Sono lampi dentro a un pozzo, cupo e abbandonato/ 
un viso sordo e muto che l'amore ha illuminato [...]"

sabato 3 gennaio 2015

RIFLESSIONI SUL CONCETTO DI UMANITA'...


"Umanità significa identità: tutti gli uomini sono fatti della stessa argilla;
nessuna differenza, almeno quaggiù, nella predestinazione;
la medesima ombra prima, la medesima carne durante, la medesima cenere dopo.
Ma l'ignoranza mescolata all'impasto umano lo rende nero incurabile penetrando nell'interno dell'uomo vi diventa il male."
(V.Hugo, I miserabili, cit.)

venerdì 2 gennaio 2015

"LO STATO INNOVATORE": QUALI RAPPORTI FRA PUBBLICO E PRIVATO PER MIGLIORARE L'ECONOMIA?

Quali sinergie sarebbe opportuno provare a costruire per svoltare definitivamente da una crisi che, ad ora, sembra continuare a perpetuare devastanti effetti su un tessuto sociale già largamente sfibrato e indebolito nella propria resistenza?
Oltre all'impiego di misure finalizzate al tamponare le emergenze per il breve-medio termine, potrebbe forse essere necessario impiegare rinnovati strumenti con cui provare a 'squadernare positivamente' un fiacco e fallace status quo che poch(issim)e soddisfazioni sta regalando.
Ormai da troppi anni, infatti, la situazione sembra avere una fine di volta in volta posticipata, di anno in anno rimandata.
Nel mentre, purtroppo, definizioni abitualmente note come 'stato sociale' o welfare sono messe a dur(issim)a prova: è infatti lo Stato a dover tagliare, di anno in anno, il proprio livello di spesa pubblica. In maniera tanto veloce da produrre, potenzialmente, effetti tanto sottovalutati quanto impossibili da 'pesare' in poco tempo.
E' veramente così vero che le 'iniezioni' di spesa pubblica siano sbagliate a prescindere?
E' veramente così fondata la logica che ha visto imporsi l'imperativo della cosiddetta austerity come la soluzione più giusta (o meno sbagliata?) fra tutte quelle elaborate per uscire in maniera (più o meno) definitiva dall'attuale crisi economica?
Quali sono i possibili rapporti che potrebbero/dovrebbero intercorrere fra settore pubblico e settore privato per cercare di costruire una forma di ripresa economica per l'intero continente europeo, tanto vecchio quanto tardo nell'uscita consapevole da questa crisi?
E' su questa domanda di fondo che si articola l'opera "Lo Stato innovatore", scritto da Mariana Mazzucato ed edito da Laterza.
Lo scopo su cui focalizzare le attenzioni sembra essere chiaro sin dal retro di copertina:

"[...] Chi è l'imprenditore più audace, l'innovatore più prolifico? [...] Qual è il motore dinamico di settori come la green economy, le telecomunicazioni, le nanotecnologie, la farmaceutica? Lo Stato. E' lo Stato, nelle economie più avanzate, a farsi carico del rischio d'investimento iniziale all'origine delle nuove tecnologie. E' lo Stato, attraverso fondi decentralizzati, a finanziare [...] lo sviluppo di nuovi prodotti fino alla commercializzazione. [...] Ma se lo Stato è il maggior innovatore, perché allora tutti i profitti provenienti da un rischio collettivo finiscono ai privati? [...]"

La questione fondamentale sembra essere, pertanto, quella di adoperarsi per ribaltare il paradigma secondo il quale lo Stato dovrebbe essere, in ordine sparso, qualcosa del tipo: fonte di spreco tanto generalizzato quanto indiscriminato, agglomerato di enti inutili da tagliare a prescindere dalla loro (in)utilità, cozzaglia di incompetenti incapaci di attribuire merito e/o visibilità a progetti tanto concreti e vincenti quanto capaci di guardare al medio-lungo termine con profitto e responsabilità sociale, [...]. Cosa potrebbe diventare, pertanto, lo Stato in un'ottica di rilevante cambiamento di prospettive? Parte della svolta potrebbe venire dal concetto sostanziale riportato nel seguito:

"[...] L'impresa privata è considerata da tutti una forza innovativa, mentre lo Stato è bollato come una forza inerziale, troppo grosso e pesante per fungere da motore dinamico. Lo scopo del libro [...] è smontare questo mito. [...]"

Il passo chiave è da articolarsi, pertanto, attraverso una presa di consapevolezza determinante da realizzarsi in primo luogo mediante il ribaltamento di convenzioni pre-costruite e precostituite. Ne sembrano convinti, brevemente, anche alcuni critici della presente opera in questione:

"Lo Stato innovatore dimostra punto per punto quanto pensare per convenienza sia ottuso." (C.Dickey - Newsweek)

La parte più fondamentale e complicata da abbattere risulta, inevitabilmente, quella di cercare di mettere in giusto rilievo quali e quanti costi, rischi e benefici possano essere inclusi nel 'conto' dei piani per definire le politiche macro-economiche per riabilitare gli investimenti al di fuori da questa crisi. Parziale testimonianza dell'impronta da fornire al contesto è definita da un'ulteriore citazione richiamata dai critici:

"Lo scopo [...] è che lo Stato e il settore privato assumano insieme i rischi della ricerca e godano insieme dei benefici." (T.Tritch - New York Times)

Prima di strutturare equilibri differenti fra pubblico e privato deve essere possibile, però, cercare di concertare metodi per invertire delle logiche consolidate a livello strutturalmente macro-economico internamente agli equilibri del Vecchio Continente.
La realtà fondamentale deve essere metodicamente articolata attraverso punti essenziali per (cercare di) trovare rimedio ai moltissimi squilibri esistenti ed ormai radicatisi in maniera strutturale. L'insieme di provvedimenti concreti, fatto anche di esempi passati a cui è possibile attingere per innescare una ripresa che sia solida e sostenibile, è da articolarsi mediante le fasi e gli spunti che seguono:

  • Rapporti strutturali fra concetti di crisi ed innovazione;
  • Relazioni consolidate ed eventualmente (ri)definibili fra tecnologia, innovazione e crescita; 
  • Capacità di far valere appieno i concetti di rischio ed inevitabile responsabilità d'impresa;
  • Esempi e buone pratiche di politica, provenienti dagli Stati Uniti;
  • Metodi concreti per riavviare l'economia all'insegna della rivoluzione industriale verde;
  • Equilibri esistenti fra rischi e ricavi, andando ad incidere profondamente nell'ottica di definizione di ciò che è classificabile come investimento;
  • Dualismo imperniato fra socializzazione dei rischi e privatizzazione dei guadagni: come può lo Stato imprenditoriale concorrere al ritagliarsi uno spazio importante per ricostruire un'area di equilibrio e sostentamento?

Solo prendendo consapevolezza ferma riguardo alla necessità di ridefinire un sistema con rinnovate logiche e/o con diversificati equilibri, forse, sarà realmente possibile inaugurare un nuovo piano di (pro)positive politiche economiche votate all'impedire il cronicizzarsi di una crisi che pare ormai aver minato (e/o compromesso definitivamente?) equilibri a qualsivoglia livello esistente: sociale, economico, ambientale, finanziario, politico, assistenziale, [...].