sabato 31 maggio 2014

FRA GIOIA E BELLEZZA, ASCOLTANDO ROY PACI...


"In ogni gioia c'è questo di splendido, che arriva immeritata e che non si può mai comperare."
(Hermann Hesse, Album illustrato, 1926)

mercoledì 28 maggio 2014

RICORDANDO (E RINGRAZIANDO) LE ELEZIONI, SENTENDO GABER...


"[...] Una curiosa sensazione/ 
che rassomiglia un po' a un esame/ 
di cui non senti la paura/ 
ma una dolcissima emozione [...] 
Democrazia!"

venerdì 23 maggio 2014

"RECESSIONE ITALIA": RITRATTO DI ECONOMIA E SOCIETA' PERICOLANTI

La crisi economico-finanziaria ha prodotto, sta producendo e produrrà (per quanto?) danni incalcolabili al tessuto sociale italiano: enormi settori trainanti per il PIL hanno frenato e sferzato la propria corsa, le percentuali di crescita sono diventate irrisorie e/o negative, i controsensi e le disparità sociali di un intero Paese in tutti questi anni si sono ulteriormente radicalizzate.
Sono stati svolti processi su processi, quasi come fosse possibile attribuire tutte le colpe possibili al sistema "esterno" all'Italia: crisi causata dalla Germania, problemi italiani legati integralmente alle politiche di "austerità", [...].
Gli imputati e gli accusati sono stati cercati troppo spesso al di fuori delle "mura amiche": cosa accadrebbe se si dicesse di avere qualche nemico anche in casa? Le problematiche e le difficoltà pregresse, infatti, in uno Stato come quello italiano non mancano certamente: possono Italia ed italiani avere qualche colpa, magari non valutata e non adeguatamente ponderata?
Rispondere a questa domanda equivale a far svolgere al Paese intero (ed ancora di più alle classi dirigenti che ne hanno gestito le sorti) una sorta di immensa seduta psicoanalitica, nel tentativo di riabilitare e/o prendere piena consapevolezza di tutti i propri sbagli.
Alle molte domande simili a quella precedentemente citata cerca di rispondere il libro "Recessione Italia - Come usciamo dalla crisi più lunga della Storia", scritto dal giornalista economico Federico Fubini e pubblicato per iLibra da Editori Laterza-La Repubblica.
Inoltrarsi dentro complessi argomenti come questo presuppone la necessità di lambire argomenti (apparentemente?) distanti gli uni dagli altri:

"[...] Da quando l'Euro è iniziato siamo andati peggio degli altri.
Non può dunque essere colpa della moneta unica e delle sue regole, una condizione uguale per tutti, ma di una differenza italiana.
C'è qualcosa nella storia del nostro Paese che spieghi la sua debolezza? 
Si può scaricare la colpa sull'Europa, o sul rigore di bilancio o sull'assenza delle riforme chieste dalla Germania.
Ma un fattore passa spesso inosservato: le continuità del corporativismo di origine fascista spiegano molto di un fallimento di queste proporzioni.
Senza istituzioni economiche adeguate a questo secolo, ed élite politiche ed economiche consapevoli della sfida, il Paese non si riprenderà. [...]"

L'attuale crisi pertanto ha indubbiamente anche un insieme di cause attribuibili all'incapacità ed alla mancata consapevolezza italiana di adeguarsi all'inevitabile incedere del futuro (semplice ed anteriore). Come potrebbe fare la società italiana per prendere coscienza piena della grande serie di sfide che la coinvolgeranno negli anni a venire? La situazione attuale non sembra essere, purtroppo, da molto tempo delle più facili:

"[...] La storia a volte entra nelle rapide e allora tutto può succedere: si può finire contro le pietre, sul fondo di una cascata, o semplicemente si può arrivare alla foce prima e meglio. L'Italia da qualche anno è esattamente qui, nelle rapide.
Il ritmo è così vertiginoso che non solo è difficile prevedere il punto di arrivo, ma anche semplicemente rendersi conto di cosa sia appena successo. [...]
perché proprio noi? E perchè adesso? Ad eccezione della sola Grecia, non c'è un Paese che sia stato colpito così duramente dalla crisi finanziaria, economica e istituzionale della zona Euro. 
Nel doppio episodio recessivo della fase 2008-2013, il prodotto interno lordo dell'Italia è caduto del 9% in termini reali.
Più di quanto sia successo a Spagna, Portogallo o Irlanda, i quali peraltro sono stati costretti a chiedere varie forme di assistenza finanziaria alla comunità internazionale. [...]"

Dovrà pertanto essere necessaria una grande (auto)critica per contribuire seriamente all'uscita da questa crisi che, oltre ad essere economica, è anche culturale e comportamentale. Servirà una collettiva assunzione di responsabilità per arginare un'infinita serie di problemi, taciuti ed avvallati da classi dirigenti che non hanno platealmente saputo essere all'altezza del loro compito.
L'uscita dalla crisi sarà un processo articolabile, pertanto, attraverso una lung(hissim)a serie di passaggi: molti di questi dovranno essere votati al non rendere potenzialmente ciclici i fenomeni di recessione e stagnazione.
Ciclici per via dell'incompetenza e dell'incapacità italiane, ovviamente.
Il tentativo del giornalista di individuare colpe e colpevoli (anche/soprattutto all'interno della sua categoria lavorativa) è un passaggio delicatissimo che concorre ad inquadrare con esattezza una specie di ricetta "alternativa" per non ricadere più nella possibilità di commettere gli stessi identici errori di visione e prospettiva in un futuro non lontano.
Sotto questa ottica, pertanto, la "progettazione" del futuro dovrà forzatamente tener conto degli errori e degli sbagli commessi in passato.
Guardando anche la questione da un punto di vista numerico e non discorsivo, infatti, è possibile accorgersi senza bisogno di fare troppa analisi del declino italiano. Periodo di discesa che ha avuto date di inizio ben anteriori a quelle che hanno "avviato" questo processo di perdurante crisi economica.
Basti pensare alla grande quantità di dati e tabelle presenti alla fine del libro in questione: PIL pro-capite, patrimonio delle famiglie europee, tassi di default nei prestiti alle famiglie, crescita del PIL, percentuale di popolazione attiva, quantità e mole di investimenti produttivi, capacità di produzione manifatturiera, tassi di produttività pro-capite, investimenti delle imprese, profitti delle imprese, fatturato dell'industria, ordinativi dell'industria, quantità di prestiti fatti al settore privato, numero di default delle imprese, andamento del debito pubblico, deficit di bilancio, tassi d'interesse su BTP decennali e crescita del PIL in Italia, inflazione, tasso di disoccupazione nel lungo periodo.
Ognuna di queste voci, direttamente od indirettamente, può ricondurre ad individuare colpe e colpevoli dell'impietoso declino italiano.
Affinchè tutto ciò, forse, possa contribuire a rimuovere l'aggettivo pericolanti dalle parole economia e società.


giovedì 22 maggio 2014

SULLE ACCEZIONI DELLA SINISTRA...COSA RIMANE?

"[...] D.: Norberto Bobbio nel suo 'Destra e Sinistra' del 1994 afferma che le differenze fra Destra e Sinistra non erano affatto svanite. 
Oggi, vent'anni dopo, non sono diminuite, anzi si sono addirittura radicalizzate. 
Le chiederei pertanto di dirmi quali sono i valori, gli assi portanti, su cui deve concentrarsi la Sinistra per riaffermarsi e riproporsi in opposizione alla Destra.

R.: Forse è bene fare alcune distinzioni per mettere a fuoco questo concetto di Sinistra.
C'è un'accezione generica di Sinistra, che si riferisce a quel 'sentimento di Sinistra' di cui anche Gramsci parlava: è una sorta di sentimento misto di ribellione, di speranza in un futuro migliore e di latente sfiducia che si ritrova in tutti coloro che sono vittime di sfruttamento, di ingiustizia, di marginalizzazione, e anche in tutti coloro che ritengono di dover solidarizzare con loro.
Questo sentimento è ancora prepolitico e può, come sappiamo, prendere le strade del populismo. 
La seconda accezione di 'sinistra' è quella che invece si riferisce a una forza politica organizzata, con un orizzonte di idee e soprattutto  con un programma politico che abbia come obiettivo, sia pure ideale, la realizzazione di un mondo più giusto, più uguale, più solidale. 
Non mi consideri pessimista se affermo che oggi in Italia non c'è questa forza in grado di fare proprio e di realizzare un simile programma; o almeno, quando c'è, non ha la consistenza necessaria né il consenso che riscuote è di dimensioni tali da rendere plausibile la realizzazione del programma. 
C'è una terza accezione del termine 'Sinistra'. 
La Sinistra è - era? - anche un patrimonio di tradizioni civili, di comportamenti sociali oltre che politici, di modalità di aggregazione localizzate sul territorio. Tutto questo è parte della Storia della nostra Sinistra ed è stato buttato via. 
La militanza, la sua organizzazione e i suoi effetti in termini di partecipazione e stile di vita mi sembra siano state oggetto di pochissima attenzione. 
Con il risultato che si è persa non solo la capacità da parte del Partito di organizzarsi e di stare sul territorio, ma si è perso qualcosa di più: si è persa l'identità come vissuto quotidiano. 
La militanza aveva questo di bello: ti faceva soffrire e godere, ti faceva obbedire, anche se qualche volta avresti fatto bene a disobbedire, era un'identità forte, non predicata, non letta sui libri, ma costruita vivendola. [...]"



Fonte: Dialogo con Amalia Signorelli - "Le gambe della Sinistra" - Edizioni L'Asino d'Oro, E.Amalfitano

martedì 20 maggio 2014

"C'ERAVAMO TANTO SBAGLIATI", ALLA RICERCA DI UNO ST(R)ATO SOCIALE...


"Fanculo [...] a chi lo vuole il mercato/ a chi lo chiede l'Europa/ 
a chi dice all'estero è tutto meglio e lo trovi sempre qui a lamentarsi/ 
a chi non vota mai e ti da sempre un voto/ a chi giudica e non viene mai giudicato/ 
a chi rompe i coglioni e non li mette mai sul piatto/ 
a chi odia il successo e non vuole nient'altro davvero/ 
a chi pensa di dover educare la gente perché la gente gli fa schifo [...]"

venerdì 16 maggio 2014

SULLE NECESSITA' DI INFORMARE ED INFORMARSI, IN TEMPI DI CRISI...

"[...] Qualche mese fa Freedom House [...] ha suscitato un pò di sorpresa col suo rapporto annuale sulla libertà di stampa nel mondo. 
La novità era che la libertà di stampa, in generale, è in declino nei Paesi più colpiti dalla crisi finanziaria. [...]
[In Italia] non è affatto sorprendente che Freedom House releghi il nostro Paese nel gruppo dei 'parzialmente liberi' per quanto riguarda la libertà di stampa. [...]
E' possibile che il giudizio di Freedom House sia persino sbagliato e in realtà l'Italia non sia affatto un Paese solo 'parzialmente libero'. 
Nelle edicole, alla radio, nei giornali online, nei blog o sui social network ogni giorno è disponibile una varietà di interventi sulla crisi, dall'analisi dei dati agli insulti. O entrambi i generi fusi insieme. 
Non c'è quasi niente che si possa pubblicare, se solo si è abbastanza bravi da reperire le informazioni e farle circolare. 
Il potere esponenziale di Twitter ha creato degli opinion makers a costo zero che non fanno economia di giudizi su niente e su nessuno. Forse però occorrerebbe ribaltare il punto d'osservazione [...].
Non è sufficiente guardare a ciò che è possibile reperire sul mercato dei media. 
Bisogna anche guardare a ciò che le persone in posizione di responsabilità o di influenza in un Paese si aspettano di leggere o ascoltare sul conto proprio o degli affari a cui sono interessati. [...]
[In Italia] i decisori sembrano nutrire attese particolari riguardo al tono e ai contenuti dei media. 
Istintivamente, tendono ad aspettarsi che le televisioni, i giornali e i giornalisti internalizzino le loro agenda. [...] gran parte dei politici, degli imprenditori o dei responsabili delle Istituzioni italiane ritengono [...] che il loro programma debba essere quello dei giornalisti che parlano di loro. La vedono quasi come una legge non scritta, [...].
Qualunque deviazione suscita una reazione di stupore, disagio, indignazione. [...]
Poiché Freedom House ha inserito i media italiani fra i 'parzialmente liberi' a causa di Berlusconi ma continua a tenerceli anche dopo il suo declino, si tratta di capire come questa struttura del rapporto giornalismo-potere stia reagendo alla grande recessione. 
Se tutto cambia nel Paese dopo un crollo del 9% del Pil, senz'altro qualcosa sta succedendo anche in questo punto nevralgico. 
[...] il meno che si possa dire è che il modello dell'internalizzazione dell'agenda dei policy makers in Italia non ha funzionato. 
Si può condividerlo o meno, ma non ha prodotto gli effetti desiderati di solito in un Paese e da chi lo guida: non ha prodotto efficienza, prosperità, persuasione degli elettori, credibilità dei responsabili politici e finanziari.
Oggi tutti in Italia [...] condividono la stessa sensazione di impotenza. Tutti si sentono [...] vittime della piega che il Paese sta prendendo. Tutti ne sono frustrati e si considerano incapaci di influenzare gli eventi come vorrebbero. [...] non uno si sente vincente o soddisfatto o anche solo capace di indirizzare il Paese nella sua direzione preferita. 
Naturalmente non è tutta colpa del sistema dell'informazione, eppure il rapporto tradizionale fra media e potere [...] può aver avuto un ruolo in questa condizione di frustrazione generale così diffusa nel Paese. 
[...] i media hanno faticato a raccontare la crisi finanziaria in buona parte perché le èlites del Paese hanno faticato a capirla. 
Quando sono arrivati i primi segnali di instabilità [...] sull'analisi degli eventi e delle loro cause spesso ha fatto premio la ricerca dei colpevoli.
Quasi sempre fuori dalla cerchia della società italiana. 
Così il più ovvio dei colpevoli era sempre nascosto fra gli 'speculatori' dei mercati finanziari, molto spesso senza un volto, come se chi investe fosse tenuto ad assicurare il benessere di un Paese e non il proprio o quello di chi gli affida i propri risparmi. 
Già in questa accusa ricorrente alla speculazione ha iniziato ad affiorare uno dei riflessi ricorrenti nella narrazione della crisi finanziaria in Italia: l'idea che qualcosa fosse dovuto al Paese, come per rango o per diritto acquisito, e che comunque dopo la grande paura si sarebbe avuto un lieto fine. 
In fondo questa era già stata la narrazione prevalente della crisi del 1992, quando la lira dovette lasciare il sistema di cambio europeo [...].
Gli italiani non percepirono mai il proprio Paese come in default parziale. [...]
in quell'occasione avvenne qualcosa di quasi unico nella storia delle crisi finanziarie: grazie alla rincorsa verso l'Euro, i tassi d'interesse di un'economia del genere crollarono sui livelli di Paesi più solidi nel giro di soli cinque anni. 
Poco dopo un default parziale, almeno nei confronti di creditori esteri, l'Italia aveva la moneta e i tassi più 'virtuosi' al mondo. 
Una conferma plateale che il Paese aveva sempre titolo ad aspettarsi un lieto fine alle sue peripezie. 
Eppure in questa crisi attuale l'happy end ha tardato ad arrivare. 
Dopo aver biasimato a sufficienza gli 'speculatori' internazionali, molte delle critiche si sono spostate su Angela Merkel e sulla Germania 'egoista' perché il suo Governo non cerca di soddisfare le richieste degli elettori e dei politici italiani, ma dei propri. 
Questa fase della narrazione [...] non è ancora superata. 
Per quanti legittimi motivi di dissenso possano esserci con la condotta del Governo tedesco, i temi [...] hanno centrato soprattutto un obiettivo: trovare un colpevole all'esterno di ciò che sta accadendo all'interno dell'Italia e non discutere seriamente di ciò che l'italia potrebbe fare per indurre se stessa e il Governo tedesco a una cooperazione più costruttiva.
Ancora una volta, il racconto di ciò che stava accadendo alla crisi spesso non serviva a far capire ma ad assolvere e a nascondere. [...]
Le élites italiane, capaci di indirizzare il dibattito pubblico sui problemi unicamente interni al Paese in tempi normali, si sono rivelate incapaci di farlo in tempi eccezionali su problemi non solo domestici. 
[...] non sono state in grado di interpretare le azioni politiche, finanziarie ed economiche dell'Italia con il mondo esterno. 
Il risultato oggi è duplice [...]. La gran parte delle persone fatica a capire razionalmente e in modo complessivo quello che sta succedendo in Italia. Sam McClure, giornalista all'epoca di T.Roosevelt, [...] diceva: 'La vitalità della democrazia dipende dalla conoscenza popolare di questioni complesse.'
Se questo è vero, oggi la vitalità della democrazia italiana è piuttosto bassa e il giornalismo non ha fatto fino in fondo il suo mestiere. [...]
Nel frattempo, mentre gran parte delle persone fatica a capire, nelle élites si nota un fenomeno anch'esso peculiare: la forbice, lo 'spread' fra i discorsi pubblici e privati si allarga sempre di più. 
L'abitudine a esprimere opinioni e a raccontare fatti diversi in circostanze diverse c'è sempre stata, ed è inevitabile e sana in una certa misura.
Questi anni [...] hanno visto un allargamento della forbice: chiaro segno di sfiducia nella possibilità di avere una discussione alla luce del sole sui problemi nella loro dimensione reale. 
Tutto questo ha contribuito, fra gli italiani, a un crollo della fiducia in se stessi e soprattutto verso gli altri. 
E la libertà senza fiducia è come un ingranaggio impossibile, come una scala di Escher. [...]"



Fonte: "Recessione Italia - Come usciamo dalla crisi più lunga della Storia", F.Fubini, iLibra - Editori Laterza-LaRepubblica

giovedì 15 maggio 2014

"QUALCUNO CI GIUDICHERA' ", INSEGUENDO UN CAMBIAMENTO...

Qualcuno disse, a proposito di politica (ma non solo), una frase che è rimasta molto celebre nella storia:

"Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista alla prossima generazione."

Può questa affermazione costituire e costruire la questione fondamentale relativa al fare politica?
Con i tempi che corrono, per fortuna o purtroppo, guardare solo alla prossima generazione potrebbe non bastare: si dovrebbe altresì guardare alle prossime generazioni, senza distinzioni di tempo e di spazio.
Condizionale d'obbligo, viste sia la credibilità che la (percepita o fondata?) coerenza della politica in tempi (eufemisticamente definibili come) sfavorevoli.
La caccia al consenso immediato ha generato, nel tempo, un giudizio diffusamente negativo riguardo ad interpreti della politica e statisti; come poter definire, invece, i potenziali giudizi esprimibili da parte delle molte prossime generazioni che si susseguiranno nell'incedere degli anni?
Tutte le decisioni prese oggi, infatti e nei fatti, non tarderanno ad imprimere una traccia anche (o soprattutto?) nel futuro: la politica è riuscita a lasciare fin qui una traccia positiva relativamente al proprio operato? Quali e quanti fra i provvedimenti assunti a livello locale-nazionale-mondiale in tutti questi anni hanno goduto di un "respiro" sufficientemente ampio ed apprezzabile per il futuro elettore?
Alla luce di queste e moltissime altre domande, pertanto, la ricerca del consenso dovrebbe essere impostata all'insegna dell'elettore che verrà.
Non sarà certamente una missione facile da raggiungere ed inseguire; è però un obiettivo necessario, al fine di (provare a) riabilitare la dignità di una delle scienze più complesse e sottovalutate al mondo.
E' attorno a questo concetto di fondo che si muove il libro "Qualcuno ci giudicherà - la sfida per il cambiamento dell'Italia", scritto da Giuseppe Civati e pubblicato da Einaudi - Stile libero Extra.
Le potenzialità di azione e ragionamento della politica dovrebbero essere incluse nella massima di pensiero richiamata esplicitamente nel seguito, per mano di un autore particolarmente propenso alla ferma volontà di non appiattirsi e non adegarsi ad un penoso status quo:

"[...] Dovremmo agire pensando che il nostro elettore di riferimento è appena nato. [...]"

Sarà davvero questa la chiave di volta per interpretare un pensiero che dovrà coniugarsi per forza e/o per necessità come nuovo?
Condizionali d'obbligo, visti certi precedenti (recenti e non).
La definizione di un pamphlet strutturato per il futuro non può prescindere dalla necessità di discutere con attenzione e meticolosità attorno ad una delle principali (e pressochè infinite) anomalie italiane:

"[...] L'Italia è un Paese dove i giovani dipendono dai vecchi, dove 'è Anchise a portare sulle spalle Enea mentre la città brucia.
Non il contrario, come sarebbe naturale.' E 'dove nessun futuro è stato pensato per Ascanio, il nipote.' Partendo da questa constatazione, Giuseppe Civati [...] ci racconta la sua versione dei fatti.
Ci dice quali sono gli attori che si contendono la scena.
Quali sono gli ostacoli a un cambiamento che non può più essere rimandato. 
Perché se oggi è il momento di fare, e di fare in fretta, non possiamo però ripetere l'errore che segna da sempre la vita del nostro Paese, quello di agire senza rifletttere, senza pensare alle ripercussioni delle nostre scelte sulle prossime generazioni. [...]"

E' troppo spesso infatti impossibile allontanare un cambiamento , di qualsiasi "forma" esso sia, in una società tremendamente complicata come quella contemporanea: più la sua (pre)potenza viene limitata, maggiori potranno essere le conseguenze negative che la sua "onda" scaricherà sulla "società circostante". Un cambiamento non può neppure essere guidato, qualora chi si propone come leader non abbia nè la coerenza e neppure la credibilità per poterlo fare. Quanti esponenti dell'attuale politica possono dirsi credibili? Quanti hanno avuto quantomeno incrinata la propria coerenza, in questi terribili anni di crisi socio-economica (ma non solo)?
Le classi dirigenti di questo Paese, siano esse politiche ma non solo, avrebbero il dovere di amministrare il presente per salvaguardare il futuro; condizionale d'obbligo, inevitabilmente, anche qui. Piantare "semi" positivi che, forse, potranno fiorire un domani non troppo lontano.
A questo proposito, infatti, l'autore del libro richiama una massima attribuita all'imprenditore ed economista Warren Buffett:

"Qualcuno siede all'ombra oggi perché molto tempo fa qualcun altro ha piantato un albero."

Per veder crescere un albero nel domani serve, infatti, piantare un seme oggi; non sembrano esserci molte alternative in proposito.
La costruzione di una politica che da seme possa trasformarsi in rigoglioso albero dovrebbe vedere, al centro della propria azione, una necessaria ripresa di credibilità per (ri)strutturare un progetto collettivo all'altezza del progresso che potrebbe attenderci:

"[...] Ogni tanto immagino di vedermi tra vent'anni, quando di certo non sarò più in politica.
O penso a che cosa dirà un giorno mia figlia di quello che avremo fatto in questo Paese. 
E che avremo fatto proprio noi, che per un certo periodo abbiamo avuto piccole e grandi responsabilità. 
Mi pongo [...] in modo semplice [...] il problema di un 'principio di responsabilità' [...] consapevole che saremo giudicai al di là delle chiacchiere, delle contrapposizioni, del ritmo forsennato di dichiarazioni e controdichiarazioni che tanto sembrano appassionarci e che consumano il nostro tempo, e invadono il tempo di tutti. [...] Non possiamo sempre solo lamentarci, dobbiamo concentrarci a fare le cose che non abbiamo visto fare, andare alla ricerca di un tempo perduto che non sia ricerca nostalgica, ma sia capace di innovazione, di recuperare [...] ciò che abbiamo perso o trascurato.
Un tempo nuovo che invece di perdita sia guadagno e crescita per ognuno di noi. [...]
Occorre iniziare a fare adesso cose che non solo diano risposte oggi, ma che ne preparino di più forti domani. Bisogna passare dalle promesse che infuocano il momento contingente, e a poco a poco si spengono, alle premesse più rigorose di qualcosa di diverso, che abbia un solido valore in sé e non serva solo ad ammaliare. [...] Il tempo lungo ci dirà se il modo con cui stiamo inseguendo la felicità riguarda solo la nostra generazione o anche quelle dei nostri figli e nipoti.
Se a questa felicità siamo capaci di dare una forma durevole, sostenibile per noi e per chi verrà dopo di noi. [...]"

Cosa potrebbero dirci gli elettori del futuro in un'improbabile ma non certo surrealistica intervista impossibile?
Fare politica in una maniera nuova, se è ancora possibile farla, dovrebbe essere un'attività che investa nelle possibilità di una generale ma non generica collettività; tutto questo dovrà essere fatto promuovendo una differente versione di ciò che è qualificabile come "bene pubblico", coltivando di volta in volta le potenzialità concretizzabili per (in)augurare un giorno migliore.
Giorno migliore e, se possibile, duraturo.
Il giorno in questione potrà e dovrà essere osservato anche (o soprattutto) dal punto di vista dei bambini, rappresentanti per eccellenza del futuro che ancora deve arrivare implacabile:

"[...] I bambini ci guardano, diceva - intendendo qualcos'altro, ma dando vita a un'espressione che é politicamente fortissima - un vecchio film di Vittorio De Sica. Ciò vale per le persone, per le parole, per le cose che diciamo, per i comportamenti che scegliamo di seguire, per le campagne che promuoviamo, per la libertà che riconosciamo agli altri proprio mentre affermiamo la nostra. [...]"

Concretizzare questo pensiero è, senza dubbio, uno dei compiti più ardui e difficili da assolvere che possano capitare in una singola esistenza; tale complessità val bene una sfida? Rispondere a questa domanda in maniera univoca è pressoché impossibile, in quanto troppo elevati sono i "margini" di soggettività. A prescindere dai punti di vista, siano essi di qualsiasi essere umano con responsabilità imprecisate ed imprecisabili, una questione di fondo dovrebbe essere sempre osservata e tenuta ferma:

"[...] Pensare che qualcuno, un giorno, ci giudicherà. 
Valuterà quello che abbiamo fatto, ne osserverà le conseguenze. 
Ci ringrazierà o forse ci condannerà. Per sempre. 
E lo farà perché lui è il vero destinatario delle nostre imprese. 
Il cittadino cui dobbiamo rivolgerci nei comizi, nei comunicati stampa. 
Il nostro elettore ideale, anche se non ci potrà votare. In pratica dovremmo agire pensando che il nostro elettore di riferimento è appena nato. [...]"

Missione difficile, forse impossibile vista la perdita di credibilità collettiva a cui certe realtà stanno andando e sono andate incontro.
Nonostante tutto, comunque, vale sempre la pena sperare (per non disperare?):

"Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita."
(E.Berlinguer, cit.)


domenica 11 maggio 2014

"NO SURRENDER", CITANDO BRUCE SPRINGSTEEN...


"[...]We made a promise/ we swore we’d always remember/ 
no retreat, believe me, no surrender/ like soldiers in the winter’s night/ 
with a vow to defend/ no retreat, believe me, no surrender.[...]"

sabato 10 maggio 2014

"TUTTO E' IN TUTTO", FRA (ANTI)POLITICA E FUTURO

"[...] Perché ci sia il cambiamento, bisogna che prima cambi la politica. 
Avrebbe dovuto succedere molti anni fa, quando la cosiddetta antipolitica non era ancora diventata così popolare.
Avrebbero dovuto, i politici, capire che le cose stavano scivolando. 
Avrebbero dovuto comprendere che il rifiuto della politica come lo conosciamo avrebbe fatto proseliti in tutti gli schieramenti, cambiando pesi e proporzioni, e avrebbe reso definitivamente ingovernabile questo Paese. 
E' il tema della rappresentanza, della ricostruzione di un rapporto e di una relazione politica che si è perduta nell'intero mondo occidentale. 
La riflessione che propongo ha la pretesa di valere per tutti, ma di certo vale per una forza di sinistra che vuole governare l'Italia.
Lo diceva Anassagora qualche millennio fa: tutto è in tutto. 
E vale in particolare per la politica, per la sua organizzazione, per le modalità con cui sviluppare e promuovere la propria proposta e le proprie iniziative. 
Ogni azione non solo deve essere coordinata, ma avere una traduzione e una ripresa a ciascun livello.
Perché la vera differenza tra una grande forza politica contemporanea e una del passato è quella di poter agire a livello nazionale e locale, spingendosi fino alle politiche europee, come unico grande soggetto politico organizzato.
Tutto deve muovere [...] da una grande campagna di informazione che metta ognuno nelle condizioni di conoscere ciò che si sta facendo e seguirne l'evoluzione, al di là delle contrapposte demagogie che spesso non consentono di capire di che cosa si parla. 
Deve consentire di accedere immediatamente ai contenuti [...] ma anche di approfondire, di discutere, di contribuire. Deve far sì che ogni cosa sia condivisa e parli a tutti e con tutti i soggetti [...]
Una forza politica contemporanea non può non concepirsi come un social network evoluto, in grado di generare contenuti e ulteriori relazioni. 
Di mettere in condivisione le qualità e le competenze, a partire da quelle personali [...].
In realtà, la leadership è necessaria, è inevitabile avere una guida riconoscibile, credibile e affidabile, ma tali caratteristiche dipendono in modo essenziale dalla capacità di questa guida di costruire relazioni e cultura politica, facendo crescere il tasso di pluralismo all'interno della forza che guida. [...]"

Fonte citazione: "Qualcuno ci giudicherà - La sfida per il cambiamento dell'Italia", Giuseppe Civati, Einaudi - Stile Libero Extra


Fonte immagine: www.comune.meda.mb.it

giovedì 8 maggio 2014

"DIZIONARIO DELLE BALLE", FRA POLITICA ED ANTIPOLITICA

In un momento nel quale società ed economia sono immerse in una crisi senza sosta, può essere fin troppo facile confondere idee e smarrire le verità che si nascondono dietro ad una serie di tematiche piuttosto complesse.
Comprendere a fondo i meccanismi che hanno condotto e perpetuato questa crisi non è facile, così come non è immediato farsi un'idea precisa della complessità che si nasconde (volutamente indisturbata?) dietro moltissime delle tematiche che "infestano" le cronache odierne.
Come è possibile fare luce nel mare di difficoltà imperante? Esiste un modo per comprendere a fondo un sistema che appare intricato ed (eternamente?) irrisolvibile?
A queste e moltissime altre domande cerca di rispondere il libro "Dizionario delle balle dei politici e degli antipolitici - Come difendersi dalle favolette e capire come stanno veramente le cose", scritto da Davide Maria De Luca e pubblicato da ISBN Edizioni.
L'obiettivo del testo sembra essere chiaro e, alla luce delle cronache e della tragicità dei problemi attuali, limpidamente urgente:

"[...] Nel tentativo di incensare le proprie strategie e screditare quelle degli avversari, spesso i nostri politici si servono di tesi, statistiche e numeri approssimativi o, ancor peggio, errati. Dall'altra parte della barricata, nel loro lavoro di cronaca e analisi 'critica' molti giornalisti finiscono per adottare le stesse tattiche ingannevoli utilizzate dai loro bersagli, prestando scarsa attenzione alla precisione di percentuali, dati e cifre.
Il risultato di questo processo è un'informazione bacata in partenza, dove le sviste, le menzogne e una forte dose di leggerezza sono all'ordine del giorno.
Attraverso un fact checking rigoroso ed esaustivo [...] Davide Maria De Luca dichiara guerra a tutte queste 'balle di sistema', alle molte bugie propinate a proposito di tasse, spesa pubblica, corruzione, criminalità organizzata, immigrazione e tanto altro ancora, venendo in soccorso agli elettori e di tutti coloro che si sono stancati di essere presi in giro. [...] se ritenete che una via alla sincerità e all'obiettività sia ancora possibile [...] questo è il libro che fa per voi.
Raccogliendole e vagliandole attraverso uno scrupoloso e originale filtro critico, il Dizionario delle balle smaschera le falsificazioni della realtà più diffuse e cavalcate dai politici e dagli antipolitici italiani; e il re - qualunque sia il colore del suo Partito - finalmente è nudo e pronto per essere deriso o [...] mandato a casa. [...]"

L'opera in questione si propone, pertanto, l'obiettivo di definire un adeguato fact checking a moltissime verità tanto divulgate e promulgate da essersi irrigidite e trasformate in luoghi comuni. Come è possibile definire in maggior dettaglio il concetto di fact checking?
Riprendendo dal sito centroeinaudi.it è possibile rispondere a tale domanda attraverso le parole sotto riportate sinteticamente:

"[...] Il fact-checking nasce all’interno dei giornali come una funzione editoriale di controllo circa la verità e attendibilità degli articoli. [...] Il fact-checking è dunque un’operazione interna alle redazioni dei prodotti informativi, una sorta di autocritica circa i fatti e i modi in cui questi stessi vengono interpretati e spiegati negli articoli. La sua funzione è quella di assicurare ai lettori informazioni corrette, complete e coerenti. [...]"

Un'attività di fact checking è pertanto una strada forzata da percorrere per il raggiungimento di un'informazione coerente, corretta, competente, obiettiva ed imparziale.
A che punto è questa "strada" nell'Italia contemporanea?
A questa domanda risponde l'autore del presente libro in questione:

"[...] In Italia nessuno ha mai fatto fact checking per professione. 
E' molto probabile che la cosa non vi sorprenda. Se provate a cercare risposte precise a domande piuttosto semplici, la stampa italiana vi fornirà più dubbi che certezze: quale Governo in Italia ha alzato le tasse negli ultimi vent'anni?
Quale Governo è invece riuscito ad abbassarle? 
E' vero che quest'anno dovremo ridurre la spesa pubblica di 50 miliardi di Euro perché è l'Europa a imporcelo? E perché se il programma F-35 vale davvero 90 miliardi non è giusto tagliarlo [...] per ridurre il debito pubblico o abbassare le tasse?
A queste grandi domande, ma anche intorno a questioni minori, nel nostro Paese è difficile ottenere risposte precise.
E' sbagliato, però, dare subito la colpa ai giornalisti [...] fare fact checking è costoso, e da molti anni la stampa italiana, di denaro, ne ha molto poco. 
Inoltre, nel nostro Paese gran parte delle notizie arrivano al pubblico tramite la televisione, dove a causa dei tempi rapidissimi e della necessità di dare spazio a tutti i politici fare fact checking è un'impresa ardua, anche per i giornalisti più diligenti e volenterosi. [...]
Per avere un dibattito pubblico sano è importante che i dati e i fatti vengano verificati. 
Questo libro vuole essere uno strumento utile per districarsi e trovare una via di uscita dal dedalo di balle e menzogne che si dipanano intorno ai principali temi del dibattito pubblico e delle campagne elettorali. [...] troverete una raccolta di lemmi organizzati in ordine alfabetico, ognuno dei quali smaschera un errore, una bugia, un'inesattezza di cui politici e antipolitici si sono serviti per portare avanti la propria causa e i loro fini elettorali, giusti o sbagliati che fossero. [...]"

Alla luce di quanto scritto, infatti, sembra essere innegabile affermare che l'estrema semplificazione di problemi (troppo spesso) tremendamente complessi può trascinare dibattito pubblico e consenso su strade molto scivolose e pericolose.
Il gioco al ribasso potenzialmente esercitabile può, su questo fronte, diventare anche controproducente per la trattazione di problemi e per la stessa individuazione di strategie e soluzioni per superare gli ostacoli stessi.
A questo proposito, infatti, l'autore ha importato il libro per differenti categorie; su questo fronte, infatti, è possibile vedere un'analisi impostata sulle seguenti omnicomprensive macro-aree:

  • Economia;
  • Politica;
  • Società;
  • Istruzione;
  • Giustizia. 

Per ogni argomento afferente o ricollegabile a queste tematiche, è stato individuato un sistema capace di misurare (in ordine crescente di 'gravità') l'entità della balla raccontata e/o perpetuata per svariati fini politico-elettorali:

  • Abbaglio: errore, fraintendimento o svista banalmente migliorabile;
  • Fanfaluca: cosa da nulla, bugia, sciocchezza e/o stupidaggine;
  • Frottola: cosa inventata, non vera e quindi non verificata/verificabile;
  • Bufala: notizia clamorosamente infondata, panzana, errore madornale assolutamente da evitare;
  • Menzogna: dichiarazione contraria a ciò che viene fatto, sentito, visto.

Il grado di complessità, dunque, va da un errore ad una palese alterazione della notizia direttamente opposta alla verità ed al reale svolgimento dei fatti. La necessità di impostare una discussione coerente e corretta su argomenti come questi dovrebbe prevedere, ovviamente e logicamente, la priorità di strutturare ragionamenti tecnico-politici maggiormente improntati all'analisi dei dati di fatto per individuare e/o ricavare le soluzioni del dibattito politico. Condizionale d'obbligo, ovviamente.
In questo "gioco" al contrario, pertanto, sono tre i potenziali "attori" che provano a trarre beneficio da fraintendimenti ed errori: politica, antipolitica ed informazione. L'urgenza di costruire una visione differente potrà incontrarsi, inevitabilmente, con la necessità di migliorare e far crescere il dibattito democratico intrinseco ad uno Stato capace di far progredire le proprie collettività:

"[...] La democrazia [...] è un esperimento, e un suo esito positivo è tutt'altro che certo. 
In ogni caso, non c'è alcun dubbio sul fatto che almeno un dovere ce l'abbiamo: dobbiamo capire come (e riuscire a) introdurre il sistema analitico nel discorso politico. Non possiamo limitarci a ragionare: è nostro dovere anche ragionare bene. [...]"
(Fonte: Prefazione al libro, A.Pascale)

Leggere per informarsi e per (imparare a) ragionare bene/meglio, dunque.
In alternativa, qualora le tesi presentate non dovessero convincere, leggere per confutare e/o smentire le tesi.


domenica 4 maggio 2014

A PROPOSITO DI UNIVERSO, FRA SCIENZA E CURIOSITA'...

"L'Universo è immenso, e gli uomini non sono altro che piccoli granelli di polvere su un insignificante pianeta. Ma quanto più prendiamo coscienza della nostra piccolezza e della nostra impotenza dinanzi alle forze cosmiche, tanto più risulta sorprendente ciò che gli esseri umani hanno realizzato.
(B. Russell, att.)

"La cosa più incomprensibile dell'Universo è che esso sia comprensibile.
(A.Einstein, att.)

"Dell'Universo abbiamo solo visioni informi, frammentate, che completiamo con associazioni di idee arbitrarie, creatrici di suggestioni pericolose.
(M.Proust, att.)



sabato 3 maggio 2014

"CRITICA DELLA DEMOCRAZIA DIGITALE", PER UN'ANALISI CORRETTA DELL'OPPORTUNITA' MULTIMEDIALE...

La non meglio identificata "rete" può assolvere all'arduo compito di sostituire la democrazia rappresentativa, oggettivamente provata da una serie di "disturbi" che hanno finito per farla percepire come odiata, distante dalla base, negativa, votata al proprio esclusivo interesse, [...]?
Potrebbe l'utilizzo della "rete" contribuire a minimizzare/azzerare la distanza fra eletti ed elettori?
Quali devono essere i passi da intraprendere e le riflessioni da fare per provare a realizzare, nel concreto, una rete funzionale al raggiungimento di tali obiettivi?
A queste e moltissime altre domande cerca di rispondere il libro "Critica della democrazia digitale - La politica 2.0 alla prova dei fatti", scritto da Fabio Chiusi e pubblicato da "Codice Edizioni"; l'opportunità di poter concretizzare una democrazia "diretta e digitale" è veramente così facile da inseguire come sembra? Su questa domanda si gioca la potenza descrittiva ed informativa del testo in questione:

"[...] Una nuova e realistica mappa dei limiti e delle opportunità di internet per la nostra democrazia in crisi. Davvero in futuro la democrazia sarà digitale o non sarà? 
Le opportunità non mancano, ma non è dandole per scontate che si realizzeranno. [...]"

Se le opportunità non mancano, dovrebbero essere però coltivate ed attentamente incentivate da chi si prefigge (a parole) la possibilità di sfruttare le potenzialità espresse da ciò che è digitale e multimediale. Opportunità e potenzialità, dunque: sembrano essere questi i "confini" di una missione particolare a cui è necessario prestare ascolto ed attenzione. Dietro queste due parole, teoricamente positive, se ne possono nascondere altre capaci di esprimere criticità e difficoltà.
Come cantava Caparezza nella celebre canzone "Chi se ne frega della musica", infatti, non è tutto oro quel che luccica:

"[...] In questo meccanismo/ che non posso inceppare/ la rete non è Che Guevara/ anche se si finge tale [...]"

Quali tranelli ed ostacoli può nascondere una rete spacciata sempre e comunque per soluzione a tutti i possibili mali?
E' una realtà potenzialmente così utile ed importante?
E' necessario intraprendere un'analisi anche (o soprattutto?) votata all'elaborazione critica di questi punti di vista che dovrebbero (teoricamente) essere essenziali ed imprescindibili da analizzare e/o considerare:

"[...] Da decenni gli esperti si dividono sulla possibilità della rete di permettere una maggiore partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, fino all'utopia dell'autogoverno del popolo, che secondo molti equivarrebbe a una versione "social media" della democrazia diretta ateniese. 
Ora che sono stati condotti in tutto il mondo esperimenti per implementare soluzioni tecnologiche nelle strutture democratiche, è tempo di chiedersi se i risultati prodotti siano all'altezza delle aspettative. 
Descrivendo un panorama contraddittorio ma ricco di potenzialità, Fabio Chiusi ci racconta le più interessanti esperienze di democrazia digitale; soprattutto quelle italiane, che fanno del nostro Paese uno dei laboratori più avanzati e un osservatorio privilegiato per valutarne l'efficacia. [...]"

L'opportunità di definire online specifici argini per la costruzione di un sistema democratico, complementare o sostitutivo di quello tradizionale, è una reale possibilità che potrebbe comportare più costi o più benefici? E' davvero tutto così immediato e facile come sembra, seguendo la politica degli hashtag o la uguale e opposta etica del "made in blog"?
Possono altresì esistere realtà e/o coni d'ombra leggermente più complessi e difficili da individuare?
Quali esperienze esistono già e/o possono costituire, anche se in forma "embrionale" e/o primitiva, un canovaccio dal quale poter partire per la strutturazione di specifiche linee guida alle quali attenersi?
Esistono risposte non facili e/o demagogiche a domande come queste; tali opinioni sono prepotentemente urgenti da trovare ed esaminare nel dettaglio, vista l'improvvisa importanza data/attribuita al mezzo "web" in un contesto percepito come in perenne discesa.
Come sempre, alla fine, è tutta una questione afferente al saper dare il giusto peso alle tematiche ed agli strumenti:

"[...] gli sviluppi della democrazia digitale 'non hanno finora costituito un'alternativa alla democrazia rappresentativa. La  politica online è perlopiù politics as usual.' Ossia, resta la solita politica. 
E sarebbe un peccato capitale, dato che, una volta sgomberato il campo dall'inutile contrapposizione fra 'scettici' ed 'entusiasti', si comprende che la rete ha molto da dare alla democrazia, basta non caricarla di pesi che non è fatta  per sopportare.
Per questo c'è bisogno di una riflessione sulla crisi della democrazia digitale nonostante essa non sia che un elemento marginale della crisi di quella analogica. 
E nonostante anche un suo perfetto funzionamento rischi di non essere affatto sufficiente a curare i mali, ben più profondi, della politica 'tradizionale'.
Questo volume [...] è un punto di partenza che si propone di redistribuire pesi e responsabilità. 
E avvertire, con tutta l'umiltà possibile di chi cerca di rimettersi ai dati e al suo più sincero sforzo di comprenderli, che se a fare lo sforzo non saranno le nostre realissime schiene finiremo per cedere insieme alla possibilità di un web libero e promotore di libertà. 
Le avvisaglie [...] ci sono già tutte. E' tempo di sostituire la leggerezza dei principi con il peso dei fatti: prima che sia troppo tardi. [...]"

Dati, analisi concrete e pragmatismo, quindi.
La declinazione in fatti concreti delle molte opportunità multimediali dovrà passare, quindi, anche da un'analisi coerente e corretta di limiti ed opportunità dello strumento digitale stesso. Prima che sia (ancor più) difficile sostituire la leggerezza dei principi con il peso dei fatti, appunto.


venerdì 2 maggio 2014

"BAMBINI", CITANDO PAOLA TURCI...



"[...]Bambino/ armato e disarmato in una foto/ senza felicità/ 
sfogliato e impaginato in questa vita/ sola/ che non ti guarirà/ 
Crescerò e sarò un po' più uomo/ ancora/ un'altra guerra mi cullerà [...]"