martedì 31 dicembre 2013

FRA ANNO NUOVO E (BUONI) PROPOSITI: COME PREPARARSI?

"Filastrocca di capodanno:
fammi gli auguri per tutto l'anno:
voglio un gennaio col sole d'aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente."
(Filastrocca di Capodanno, Gianni Rodari)

"[...]l'anno vecchio è finito ormai/ ma qualcosa ancora qui non va./ 
Si esce poco la sera compreso quando è festa/ e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,/ e si sta senza parlare per intere settimane,/ 
e a quelli che hanno niente da dire/ del tempo ne rimane. [...] 
Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico/ e come sono contento/ di essere qui in questo momento [...]vedi caro amico cosa si deve inventare/ per poterci ridere sopra,/ per continuare a sperare. 
E se quest'anno poi passasse in un istante,/ vedi amico mio/ come diventa importante/ che in questo istante ci sia anch'io./ L'anno che sta arrivando tra un anno passerà/ 
io mi sto preparando è questa la novità."
(L'anno che verrà, Lucio Dalla)


domenica 29 dicembre 2013

"FARE" SCIENZA, INSEGUENDO UN LIMITE: FRA SENTIMENTO ED ESPERIMENTO

Il fulcro del metodo sperimentale teorizzato ed applicato da Galileo Galilei risiede in un frammento contenuto nella giornata terza dell'opera "Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze":

"[...] così si costuma e conviene nelle scienze le quali alle conclusioni naturali applicano le dimostrazioni matematiche, come si vede ne i per spettivi, negli astronomi, ne i mecanici, ne i musici ed altri, li quali con sensate esperienze confermano i principii loro, che sono i fondamenti di tutta la seguente struttura [...]"

In altre parole, pertanto, tutto quello che l'essere umano ha imparato a chiamare scienza ha avuto, ha ed avrà (forse?) per sempre strettamente 'a che fare' con la parola esperimento
Senza esperimento può esserci scienza? Cosa sarebbe diventata e dove sarebbe arrivata l'umanità qualora non fossero state scoperte ed adeguatamente battute le strade che hanno fino ad oggi incarnato il concetto di esperimento? Cosa sarebbero le vite di ogni essere umano senza tutte quelle invenzioni e/o scoperte derivate dai progressi compiuti a seguito di esperimenti?
E' proprio dietro a queste domande che si nascondono i più grandi pregi e difetti del sopra citato metodo sperimentale; stando a quanto descritto, infatti, si chiama metodo sperimentale tutto ciò che rende un'affermazione vera soltanto quando verificata dallo svolgimento di appositi esperimenti
E' oltre tale 'baratro' che rischia di nascondersi la possibilità di rendere giusto merito all'importanza di questa ottica procedurale su cui sono stati costruiti molt(issim)i progressi dell'umanità, su ogni campo dello scibile: ricerca perenne contrapposta ad assenza perenne di certezze. 
Internamente alla scienza esistono tantissime componenti, genericamente identificate all'interno della citazione di Galileo attraverso astronomimecanicimusici ed altri
Il punto chiave è, però, riuscire a realizzare il punto secondo il quale è necessario confermare "con sensate esperienze [...] i principii loro": quali sono le fasi attraverso le quali una teoria scientifica può essere confermata e/o smentita, rimanendo nell'alveo dei limiti umani imposti (forzatamente) (d)al metodo sperimentale? 
E' possibile rispondere a questa domanda definendo la serie di fasi riportate nel seguito: 
  1. Fase induttiva: durante tale fase, dall'osservazione di un fenomeno attraverso la consultazione di dati sperimentali, si perviene alla formulazione di una regola reputata universale. Tale fase è articolata nelle sotto-fasi riportate nel seguito: I. osservazioni, misure e raccolta dati; II. formulazione di un'ipotesi, cercando di spiegare e/o comprendere il perchè del manifestarsi di un determinato fenomeno;
  2. Fase deduttiva: tale fase è solita articolarsi nelle due sotto-fasi seguenti: III. verifica dell'ipotesi; IV. formulazione di una teoria qualora l'ipotesi venga confermata. 
Dei passi riportati in numero romano, il più complicato, controverso e strumentalizzabile risulta essere il punto III: quali sono i margini entro cui un'ipotesi può essere definitaverificata
Quali sono le zone d'ombra che possono essere (teoricamente) imputate ad una scoperta da sottoporre a verifica rigorosa? Quali e quante competenze servono per condurre una ricerca verificando successivamente che la stessa sia stata condotta in termini rigorosi e logicamente aderenti alla scienza? 
La quantità di domande che questa sotto-fase può scatenare rischia di essere seconda solo alla mole di difficoltà che è necessario 'rendere chiara' per poter giudicare (non) valido un percorso che ha condotto ad un certo esito. 
Tutta la nostra scienza è ancora oggi (e sempre rimarrà) un apparato complicatissimo e fragile: paradossalmente, forse, più il progresso aumenta e più aumentano le sue 'dosi' di incertezza e fragilità. 
Nulla di più esatto è stato attribuito, a questo proposito, ad una citazione di Albert Einstein:

"Una cosa ho imparato nella mia lunga vita: che tutta la nostra scienza è primitiva e infantile eppure è la cosa più preziosa che abbiamo."

Alla luce di questa considerazione, la verità sembra essere piuttosto semplice: l'arma più preziosa che possiamo brandire per fare luce sul mondo è primitiva e infantile.
Nonostante questo, però, senza questa non saremmo forse nulla.
Sempre ammesso che, all'oggi, l'umanità sia riuscita a raggiungere qualche risultato utile nel mezzo di oceani di errori e naufragi.
Le strade percorribili per la verifica dell'ipotesi possono essere, per fortuna o purtroppo, sentieri ripidi ed irti di ostacoli da abbattere grazie all'utilizzo di valori non certo facilmente acquistabili sul 'mercato della vita': competenza, studio, obiettività, lungimiranza, ricerca, inventiva, curiosità, creatività, volontà, onestà, immaginazione, [...]. 
La scienza deve quindi affidarsi alla bontà dell'anima umana per brillare in credibilità ed efficacia? 
Laddove non ci sia bontà, nè in chi fa scienza e neppure in chi giudica il risultato scientificamente raggiunto, l'esito del metodo sperimentale può anche crollare vistosamente sotto i colpi di (pur)troppo evidenti disvalori: strumentalizzazione, banalizzazione estrema a fini non divulgativi, occultamento dati, mancanza di giudizio e competenza, esagerazione della scoperta, ingigantimento di un traguardo e/o di un risultato, [...]. 
Dietro ad ognuno di questi difetti si nascondono, più o meno volontariamente, tutti i limiti della natura umana da cui è impossibile sfuggire: nonostante questo, comunque, ogni ipotesi e/o traguardo scientifico ha l'onere e l'onore di dover passare e superare la precedentemente citata sotto-fase III
Senza quella è impossibile arrivare, nei fatti, alla formulazione di una teoria convincente da cui sia (eventualmente) possibile trarre beneficio collettivo per tutta l'umanità e per tutto ciò che la circonda. 
Alla luce di tali premesse, pertanto, emerge un solo dato di fondo: senza esperimento ciò che oggi intendiamo come scienza sembra non poter (r)esistere. 
Il metodo sperimentale presuppone, infine, la necessità di valutare che ogni scoperta non sia eternamente destinata a durare: qualsiasi ipotesi ha potuto, può e potrà essere smentita nel futuro.
Basterà solamente verificare che nuove informazioni e/o aggiornamenti continuino a rendere vera una certa teoria; in caso contrario, sarebbe necessario ripartire da capo. 
Tutto questo serve a far capire, nei fatti, un essenziale convincimento: fare scienza è difficile, tremendamente difficile. Fare scienza per il benessere dell'essere umano rischia di esserlo ancora di più. 
Nonostante queste evidenti difficoltà, però, il sentiero dell'essere umano ha il grande onere di dover andare avanti traendo spunto dagli errori commessi all'indietro
La scienza è, ad oggi, articolata in un'immensa serie di campi che richiedono competenze sterminate per poter essere comprese e/o dominate a fondo. Sempre ammesso che non sia impossibile poterlo fare davvero.
E' praticamente impossibile, infatti, per un singolo essere umano padroneggiare, oggi, tutta la scienza nell'arco di una sola esistenza. Troppe le specializzazioni, troppi gli aggiornamenti e le possibilità di sperimentare
Si ha a disposizione, nei fatti, il seguente elenco non certo esaustivo sulle cosiddettebranche scientifiche:
  1. fisica;
  2. chimica;
  3. biologia;
  4. scienze della terra;
  5. antropologia;
  6. etnologia;
  7. archeologia;
  8. storia; 
  9. psicologia;
  10. sociologia;
  11. politologia;
  12. economia;
  13. filologia;
  14. critica letteraria;
  15. linguistica;
  16. giurisprudenza;
  17. storia dell'arte;
  18. medicina; 
  19. ingegneria. 
Ad ognuno di questi punti corrisponde un campo di conoscenze sterminato, una possibilità di approfondimento dirompente che può giustamente abbattere qualsiasi desiderio umano di conoscenza assoluta.
Dietro ad ognuna di queste branche, però, rimangono sempre e solo le stesse 'cose' a poter trarre beneficio o maleficio dal progredire (o regredire) della scienza: pianeta Terra, esseri umani, animali.
E' con loro e per loro che le rivoluzioni scientifiche dovrebbero essere scatenate. 
Ciascuno di questi settori rischia di essere, però, un campo dove emozioni e sentimenti rischino (giustificabilmente) di avere una componente piuttosto importante. 
Senza però dover prendere per forza il sopravvento. 
Il dibattito attorno a temi suscettibili di sentimento ed emozione umana è da sempre tanto complicato quanto, per fortuna o purtroppo, necessario da concludere in qualche modo: basti pensare a quanto la conseguenza positiva o negativa di una scoperta e/o di un'ipotesi verificata possa impattare sull'esistenza di ogni essere umano.
In virtù di questa importanza oggettivamente da realizzare, però, possono componenti simili non essere messe in primissimo piano? Lo spunto per mettere questa domanda al centro della discussione provengono da un'altra citazione attribuita alla straordinaria mente di Albert Einstein: 

"Una teoria dovrebbe essere dimostrata per mezzo di esperimenti, ma non è il sentimento che dovrebbe guidare dall'esperimento alla nascita di una teoria."

Neanche a farlo apposta, per fortuna o purtroppo, ritorna questa parola a farla da padrone:esperimento, appunto. Esperimento superiore al sentimento, dunque? 
Questa domanda nasconde una condizione forse necessaria ma non sufficiente per costruire una scienza etica(mente) rispettosa del mistero umano che ogni giorno sembra avvolgere la vita che ognuno, sia esso uomo, animale o vegetale, si trova a vivere. 
Può la scienza perseguire il dovere di rendere migliore la sola vita che ognuno di noi si trova a vivere? 
Se il passaggio su questa Terra è unico, altrettanto uniche dovrebbero essere le pretese umane di avere risposte ad ogni disagio collettivamente distribuito.
Come possiamo comportarci ogni qualvolta osserviamo una vita unica ed unicamente strozzata per sempre da una malattia incurabile e/o sconosciuta che capita statisticamente a pochi individui su qualche milione di persone?
Come possiamo sentirci ogni qualvolta vediamo un ambiente tradito, un animale lasciato morire od una foresta devastata da pioggia acida per cui l'essere umano è in qualche modo colpevole? 
Come possiamo rimediare al sentimento di sfiducia  che matura ogni qualvolta ci si rende conto della fragilità di un progetto ingegneristico, delle falle non adeguatamente tamponate all'interno di un piano scientifico volto all'inseguimento del benessere collettivo? 
Queste e moltissime altre possibili domande si richiamano alla natura più intima del metodo sperimentale con cui, forse, l'anima umana si trova costretta a "far di conto" quotidianamente: per comprendere appieno certi problemi, forse, sarebbe davvero necessario trovarcisi dentro
Come fare comunque, però, ogni qualvolta che questo non è possibile? 
I problemi di opinione e carenza di discussione che stanno emergendo in questi giorni nei confronti di vicende come sperimentazione cellule staminali denotano, forse, un'esacerbante problematica insita nella natura umana: l'incapacità più assoluta di trovare senso della misura ed equilibrio nel giudicare certi fatti tragici e tragicamente gravi. 
Uno spunto importante per capire un ramo del discorso entro cui declinare il concetto precedentemente esposto risiede in una citazione contenuta nell'Amaca odierna di Michele Serra, scritta relativamente al caso della ragazza massacrata di insulti e minacciata di morte per la sola ragione di aver difeso una sperimentazione animale senza la quale avrebbe detto addio alla sua esistenza: 

"[...] Mi domando spesso perchè, tra i fanatici incapaci di affrontare qualunque discussione, i sedicenti animalisti occupino un posto così rilevante. 
Chi ama la natura, la frequenta [...] cerca di sentirsene parte, sa che la natura è complessa; non è schematica, la natura, non è ideologica. 
Quando sento parlare i portavoce più fanatici e sprovveduti del sedicente animalismo mi viene da pensare che gli umani, dopo aver soggiogato e manipolato la natura con goffa avidità, oggi tendono a farne un nuovo tabù.
Ma tutti i tabù sono retrogradi e irrazionali; e tutti i tabù nascono dal senso di colpa [...]
Il rispetto per gli animali [...] è una manifestazione di pensiero evoluto. 
L'animalismo isterico è una devoluzione patologica della cultura umana."

Esistono vie alternative al prevalere del sentimento più ribelle e negativo, così come possono esistere nuovi orizzonti entro cui cercare di 'direzionare' i binari di ciò che fino ad oggi abbiamo identificato come esperimento.
Servirebbe solo sviluppare, (ri)ordinare e/o riabituare la mentalità umana alla costruzione di una positiva ed efficace discussione collettiva?
Basterebbe una terapia di gruppo per far comprendere quanto scienzaesperimento esentimento debbano essere intimamente legati (anche se non concordi) per poter realizzare strategie utili e/o innovative?
Ne sono rappresentazione significativa e significativamente lucida le parole della biologa e ricercatrice Susanna Penco riportate al sito lav.it
"[...]  Il futuro [...] è la medicina personalizzata, che sfrutta le differenze genetiche interindividuali per capire il funzionamento delle malattie umane”.
“Ho appreso [...] del clamore suscitato in rete dalle affermazioni di una studentessa malata, con la quale condivido la sfortuna di non aver avuto la salute in dotazione. Anche io convivo con una malattia che mi ha costretta a flebo di cortisone, a terapie pesanti [...] in quanto devo sottopormi cronicamente ad una cura fastidiosa, di cui alcuni lavori scientifici[...] mettono anche in dubbio l’efficacia.
Mi sconfortano le parole offensive verso la studentessa, poiché educazione e civiltà sono valori imprescindibili. Tuttavia, contrariamente a lei, troverei umiliante per me stessa farmi fotografare con una flebo attaccata alla vena: pertanto metto in rete una foto in cui appaio sorridente, anche se molto spesso sono tutt’altro che serena o in salute. Detesto le strumentalizzazioni di qualsiasi genere.
Siccome sono malata mi informo, e leggo ad esempio che non ci sono ancora cure per le forme progressive di sclerosi multipla: è un dato di fatto [...].”
“Grazie alle mie conoscenze scientifiche [...] sono persuasa che, anche per le malattie più agghiaccianti, ossia delle quali non si conoscono le cause e che riducono fortemente la qualità della vita, sia proprio la sperimentazione sugli animali ad allontanare le soluzioni e la guarigione per i malati.
Sono spesso malattie croniche, che costringono i pazienti e le loro famiglie ad una vita drammatica.
Inoltre, le terapie sono molto costose per il SSN. Se si abbandonasse un metodo fuorviante[...] e ci si concentrasse sull’uomo, i progressi della scienza sarebbero più rapidi ed efficaci: io spero risolutivi”.  
Una via per arrivarci è la donazione degli organi per la ricerca. “D’accordo con i miei parenti [...] ho donato il cervello affinché sia studiato dopo la mia morte. Se c’è un modo di capire le cause, e di guarire anziché curare [...], dovremmo cominciare a studiare tessuti umani e anche gli organi post mortem.
La soluzione migliore è sempre la prevenzione che, finché non sono note le cause, non è attuabile.
La Dott.ssa Candida Nastrucci, biochimico clinico [...] , aggiunge che per quanto riguarda le malattie genetiche, non è possibile determinare quali tipi di terapie avremmo potuto sviluppare usando tessuti o cellule derivati da esseri umani o dallo stesso paziente.
L’uso di animali potrebbe anche aver rallentato il progresso della ricerca per trovare cure per malattie umane. Il futuro è la medicina personalizzata, che sfrutta le differenze genetiche interindividuali per capire il funzionamento delle malattie umane”.
Per queste ragioni negli altri Paesi si investe sui metodi alternativi: per esempio, il National Institutes of Health (NIH) degli Stati Uniti ha finanziato con 6 milioni di dollari un progetto rivoluzionario per la mappatura del toxoma umano, con l’obiettivo di sviluppare test tossicologici per la salute umana e ridurre i test su animali”. [...]"

E' essenziale porre attenzione a tutte le voci possibili per trarre spunti costruttivi per realizzarne (forse) una sola: rischia di essere questa la sfida più grande al compimento di un nuovo esperimento capace di confermare e costruire un miglior modo di fare scienza
Si potrebbe ripristinare un clima degno della miglior tempesta di cervelli possibile, alla quale (purtroppo) una (sempre troppo larga) parte dell'Italia sembra essere stata completamente disabituata. 
La probabilità di realizzare tale speranza (od utopico miraggio?) può essere aumentata favorendo, nei fatti, quanto scritto nell'articolo "Il coraggio di fidarsi dei competenti" dal giornalista Mario Calabresi. 
In un contesto limitato al controverso caso Stamina, è il giornalista a proporre una visione complementare a questo caos fatto di rinvii, insulti, accuse e discriminazioni esistenziali: 

"[...] chiunque abbia una persona cara affetta da una malattia incurabile o degenerativa sa con quanta attenzione si sia portati a guardare a ogni novità scientifica, conosce l’emozione e la speranza che può ingenerare anche una sola riga di giornale o la frase di un medico.
Ma sa anche [...] che i miracoli sono merce assai rara e che la scienza procede con una velocità che purtroppo non coincide con i nostri bisogni e i nostri desideri. 
Bisogna avere grande rispetto per i malati e per i loro amici e familiari, ma rispettare una persona significa innanzitutto non prenderla in giro, non approfittare della sua sofferenza, non speculare sul suo dolore e sulla sua pena. Rispetto significa avere il coraggio della verità ed è colpevole lasciar agire in modo indisturbato profittatori e falsi guaritori. Si può pensare di girare la testa dall’altra parte, per non esporsi e per non dover scrivere cose che deluderanno speranze, ma tutto ciò è dolorosamente complice. [...]
Non bisogna mettere da parte la razionalità e la ragione perché si è offuscati dall’emozione della richiesta di aiuto di un malato, soprattutto se quell’implorazione di essere curato viene da un bambino o dai suoi genitori, perché questo non sarebbe di nessun aiuto. [...]
Di fronte a questi comportamenti, che crescono oltre misura nell’ignoranza, bisogna avere il coraggio di chiedere insistentemente lumi ai nostri migliori medici e ai nostri ricercatori più illustri, quelli che fino ad oggi hanno dimostrato di saper fare la differenza, [...]. 
Il ruolo dell’informazione deve essere di tornare a ricordare che l’esperienza conta e che le opinioni non sono tutte uguali: perché esiste ancora una differenza tra chi ha studiato una vita e ha realmente guarito dei pazienti e chi invece non ha mai aperto un libro o passato una notte in laboratorio e che con i soldi della ricerca si è comprato una Porsche. L’ultimo parere trovato su internet, per quanto affascinante o originale, non può avere lo stesso valore di quello di uno scienziato che si dedica al tema da decenni. [...]"

Fornire solidarietà e considerazione alle grida di dolore dei malati è cosa talmente ovvia e giusta da risultare quasi retorica, così come grida costruttive di colta indignazionedovrebbero essere fatte nei confronti di coloro che vedono nella rete una modalità nuova per nascondersi e/o vincere su chi porta avanti certe battaglie (con coerenza, a torto o ragione).
Parafrasando e contestualizzando un frammento di Caparezza, infatti, è altrettanto possibile affermare che "[...]in questo meccanismo [...] la Rete non è Che Guevara/ anche se si finge tale [...]".
Sono invece più rivoluzionari ed utili le discussioni costruttive anche se su punti di vista opposti, sono più rivoluzionari gli studi ed è più rivoluzionaria la consapevolezza che risiede nell'urgenza di portare avanti certe battaglie armati di competenza, compostezza e dignità che solo una media conoscenza può regalare all'anima umana. Nonostante questa strada colma di ostacoli, fortunatamente, rimane la scienza ad essere sola fonte di luce. E', su questo fronte, infatti ancora più vera una citazione attribuita ad Albert Einstein: 

"Scopo di ogni attività dell'intelletto è ridurre il mistero a qualcosa di comprensibile."

In altre parole, parafrasando Ivano Fossati, è sempre possibile scrivere che: 

"[...] Quello che manca al mondo/ è un poco di silenzio [...]"



Per saperne di più: 

"Il metodo scientifico o sperimentale", M.Lombardo, scienzeascuola.it

"Scienza", Wikipedia

"Galileo Galilei e il metodo sperimentale", online.scuola.zanichelli.it

"Vivisezione: no agli insulti, no alle strumentalizzazioni", lav.it

"Il coraggio di fidarsi dei competenti", M.Calabresi, La Stampa

sabato 28 dicembre 2013

"AI FRATELLI CERVI, ALLA LORO ITALIA"

"In tutta la terra ridono uomini vili,
principi, poeti, che ripetono il mondo
in sogni, saggi di malizia e ladri
di sapienza. Anche nella mia patria ridono
sulla pietà, sul cuore paziente, la solitaria
malinconia dei poveri. E la mia terra è bella
d’uomini e d’alberi, di martirio, di figure
di pietra e di dolore, d’antiche meditazioni.

Gli stranieri vi battono con dita di mercanti
il petto dei santi, le reliquie d’amore,
bevono vino e incenso alla forte luna
delle rive su chitarre di re accordano
canti di vulcani. Da anni e anni
vi entrano in armi, scivolano dalle valli
lungo le pianure con gli animali e i fiumi.

Nella notte dolcissima Polifemo piange
qui ancora il suo occhio spento da navigante
dell’isola lontana. E il ramo d’ulivo è sempre ardente.

Anche qui dividono in sogni la natura,
vestono la morte e ridono i nemici
familiari. Alcuni erano con me nel tempo
dei versi d’amore e solitudine nei confusi
dolori di lente macine e di lacrime.
Nel mio cuore finì la loro storia
quando caddero gli alberi e le mura
tra furie e lamenti fraterni nella città lombarda.

Ma io scrivo ancora parole d’amore,
e anche questa è una lettera d’amore
alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi
non alle sette stelle dell’orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d’amore nel silenzio.
Non sapevano soldati filosofi poeti
di questo umanesimo di razza contadina.
L’amore la morte in una fossa di nebbia appena fonda.

Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,
non per memoria, ma per i giorni che strisciano
tardi di storia, rapidi di macchie di sangue."

(Salvatore Quasimodo)


venerdì 27 dicembre 2013

"COSTRUIRE", FRA NEVE E AMORE...


"[...] nel mezzo c'è tutto il resto/ e tutto il resto è giorno dopo giorno/ 
e giorno dopo giorno è/ silenziosamente costruire/ 
e costruire è sapere e potere/ rinunciare alla perfezione./ 
Ti stringo le mani/ rimani qui/ cadrà la neve/ a breve."


giovedì 26 dicembre 2013

FRA UOMO E RICERCA SCIENTIFICA, PER (RI)COSTRUIRE IL FUTURO

Quale può essere il vero valore da attribuire alla ricerca scientifica in un tempo nel quale le emergenze "dettate" dalla crisi potrebbero (non a ragione) imporre altre priorità?
Cosa ne sarebbe stato dell'essere umano e del suo percorso su questa Terra qualora le scoperte scientifiche non fossero progredite o neppure cominciate?
In quanto animale (teoricamente) intelligente, l'uomo ha dalla sua parte ferree dosi di ragione e curiosità con le quali muoversi per indagare e/o cercare di semplificare il mondo.
Dalla curiosità potrebbero nascere tutte quelle componenti che permettono all'essere umano di compiere qualche passo concreto in avanti verso termini altrimenti troppo generici quali benessere o sviluppo.
La ricerca scientifica è un pilastro nella costruzione di un futuro degno e sostenibile, sotto tutti i punti di vista possibili. Molto si è detto di chi fa e di cosa sia definibile come ricerca; prima di tutto è necessario ricordare una frase attribuita al biologo francese Jean Rostand:

"Ricerca scientifica: la sola forma di poesia che sia retribuita dallo Stato."

Il ruolo del ricercatore sembra essere, sotto questa luce, ancora maggiormente nitido e chiaro: chi fa ricerca scopre e/o riesce ad inventare qualcosa con cui semplificare e/o codificare la complessità del mondo.
In cosa potrebbe allora consistere la licenza poetica con la quale il ricercatore guarda alla possibilità di semplificare il mondo? A questa domanda potrebbe rispondere un frammento di intervista attribuito alla recentemente scomparsa Margherita Hack:

"[...]Il divertimento della ricerca scientifica è anche trovare sempre altre frontiere da superare, costruire mezzi più potenti d'indagine, teorie più complesse, cercare sempre di progredire pur sapendo che probabilmente ci si avvicinerà sempre di più a comprendere la realtà, senza arrivare mai a capirla completamente.[...]"

Il fare ricerca potrebbe quindi essere assimilato, in ordine sparso e non di importanza, allo svolgimento delle attività seguenti: abbattimento di un limite imposto ma mai pienamente superabile, accrescimento delle necessarie "dosi" di competenza e capacità con cui cercare di adoperarsi per migliorare il mondo, costruzione di maggiori livelli di benessere e soddisfazione per l'umanità, riduzione sensibile di fenomeni di disagio umano, innalzamento della qualità media per l'ambiente e per l'ecosistema, [...].
L'attività del ricercatore è, però, un mestiere che comporta spesso molti (mai troppi) oneri nell'immediato e (forse) grandi onori sul medio-lungo termine: è per questo motivo che chi guarda all'attività del ricercatore deve avere in sè ben ferme moltissime convinzioni.
Servono serietà, competenza, trasparenza, monitoraggio dei risultati ma soprattutto fiducia.
Il valore della fiducia è molto complesso da articolare e costruire, nei fatti di ogni giorno: alla ricerca dovrebbero servire più di tutto fondi adeguati per poterla esercitare al meglio possibile.
In un tempo di crisi economica, purtroppo, questo rischia di essere il tasto più dolente per una politica ed una tecnica (pur)troppo abituate ad inseguire risultati significativi (e/o illusori) solo ed esclusivamente sul breve termine. L'orizzonte della ricerca deve essere sconfinato e quasi geneticamente votato al rinnovamento, seguendo una citazione attribuita ad Enrico Fermi:

"La professione del ricercatore deve tornare alla sua tradizione di ricerca per l'amore di scoprire nuove verità. Poiché in tutte le direzioni siamo circondati dall'ignoto e la vocazione dell'uomo di scienza è di spostare in avanti le frontiere della nostra conoscenza in tutte le direzioni, non solo in quelle che promettono più immediati compensi o applausi."

Lo spostamento in avanti delle "frontiere" è una vicenda complessa, quasi impossibile da sintetizzare con giustezza, competenza ed obiettività. Uno dei pilastri su cui si fondano tali convinzioni è stato descritto da Piero Angela, all'interno della frase riportata nel seguito:

"La ricerca è per definizione movimento: ciò che era vero ieri non lo è più oggi, e sarà ancora modificato domani." (L'uomo e la marionetta, 1972)

Dietro a questo concetto si nasconde, non a caso, la questione fondante della ragione scientifica: il metodo sperimentale. Una tesi scientifica, frutto di una serie di ipotesi confermate dai dati ottenuti da un'attività di ricerca, risulterà vera fino al momento in cui sarà verificabile: in caso di smentita sarà necessario adoperarsi per riconfermarla, ampliarla, restringerla o ripartire da zero.
Il fulcro della ricerca è riassumibile attraverso parole quali cambiamento e movimento.
A prescindere da tutte le opinioni e le possibili interpretazioni nel merito della questione, rimane ben salda una consapevolezza di fondo attribuita alla mente straordinaria(mente curiosa) di Albert Einstein:

"Una cosa ho imparato nella mia lunga vita: che tutta la nostra scienza è primitiva e infantile eppure è la cosa più preziosa che abbiamo."

Ad oggi, infatti, l'essere umano del mondo e dell'universo che lo circonda conosce nei dettagli poco o nulla: (quasi) tutto è approssimazione, statistica, giudizio dettato da statica abitudine, [...].
Nonostante tutto questo, comunque, senza ricerca l'essere umano sarebbe forse rimasto agli antipodi della civiltà e della cultura universale. Condizionale d'obbligo, ovviamente.
Scienza e ricerca racchiudono, al loro interno, forme di continua discussione e conferma dei risultati ottenuti: sono solite non dare nulla per scontato, quindi. Non riescono neppure a lasciare nulla al caso ed all'indimostrabile. Quali consapevolezze ha prodotto per l'essere umano tale vicenda?
A questa domanda cerca forse di rispondere una citazione attribuita a Karl Popper:

"Tutta la conoscenza prescientifica, sia essa animale o umana, è dogmatica; e con la scoperta del metodo non dogmatico, cioè del metodo critico, comincia la scienza."
(Tutta la vita è risolvere problemi, 1996)

Alla luce di tutto questo, pertanto, fare scienza equivale ad affermare nei fatti concetti quali: elogio del continuo tentativo, sfida al cambiamento, rincorsa verso il mutamento, dimostrazione verso ciò che è (solo?) apparentemente irrisolvibile, costruzione di nuovi traguardi con serietà, esperienza e competenza, [...].
Possono esistere però una scienza ed una ricerca caratterizzate da una (più o meno vasta) dose di casualità?
Quante scoperte, magari divenute oggi tremendamente essenziali per i nostri livelli abituali di vita, sono state generate dal caso o da errori non inizialmente progettati?
Da queste domande si definiscono metodologie di lavoro anche afflitte da elevata casualità: la scienza rischia quindi di essere soprattutto anche fortuna nella scoperta.
E' questo lo scopo che si prefigge di affermare la necessità di sostenere la ricerca libera, soprattutto in un momento nel quale l'economia reale è vincolata da pesanti(ssime) spade di Damocle.
La necessità di essere pionieri liberi nei confronti del mondo scientifico è un'esigenza che fu chiara ad Abraham Flexner, fondatore dell'Institute for Advanced Study di Princeton:

"[...] Non è curioso che, in un mondo minacciato da un odio irrazionale che rischia di travolgere la civiltà, uomini e donne, vecchi e giovani, prendano le distanze totalmente o parzialmente dall'indiavolato corso della vita quotidiana per coltivare la bellezza, estendere la conoscenza, curare le malattie, lenire le sofferenze, come se, nello stesso momento, i fanatici non fossero impegnati a diffondere dolore, bruttezza e sofferenza? [...]"

Larghissima parte di questo concetto è attualizzabile ancora oggi, in un momento storico-social-economico-[...] nel quale tutto (o quasi) sembra procedere in una direzione opposta rispetto a valori quali crescita o sviluppo.
La ricerca libera ed indisturbata ha prodotto alcuni fortunosi risultati, divenuti poi fondamentali per la realizzazione del progresso sia sociale che umano.
Lo stesso Flexner aveva idee piuttosto chiare sul profilo da attribuire alla possibilità di costruire una ricerca impostata su fattori di caso e casualità, come riportato in una citazione riportata in un articolo presentato sul sito di LeScienze:

"[...] Non sto dicendo che qualunque cosa succeda inaspettatamente in laboratorio porterà un giorno a qualcosa di utilità pratica, e neppure che la sua finale utilità pratica sia la sua effettiva giustificazione.
Piuttosto, sono per l'abolizione della parola ‘utilità’ e per la liberazione dello spirito umano.
Certo, dovremo prevedere l’esistenza di qualche innocuo perdigiorno e la perdita di qualche prezioso dollaro.
Ma ciò che è infinitamente più importante è che dovremo spezzare le catene del pensiero umano e lasciarlo libero d'intraprendere quelle avventure che, da una parte, hanno condotto Hale, Rutherford e Einstein nei luoghi più remoti dello spazio e, dall'altra, hanno scatenano l'energia imprigionata nell'atomo.[...]"

L'attività di ricerca coincide quindi con un'attività assimilabile ad un investimento: spendere oggi per poter, forse, provare a prevenire e/o stare meglio domani.
Scienza è anche caso, probabilità, inseguimento di una verità sperimentale destinata a spostarsi sempre un punto oltre l'occhio raggiunto dall'essere umano curioso.
Scienza è fatica, sostegno a chi spende e sacrifica parte della propria vita per il raggiungimento di un Risultato degno di essere chiamato tale. Risultato capace di effettuare cambiamento e rinnovamento a propulsione.
Citando Stephen Hawking, infatti, è possibile affermare quale sia il vero scopo del ricercatore:

"[...] Il profondissimo desiderio di conoscenza dell'uomo è una giustificazione sufficiente per il persistere della nostra ricerca. E il nostro obiettivo non è niente di meno di una descrizione completa dell'universo in cui viviamo. [...]" (Dal big bang ai buchi neri, 1988)



Per saperne di più:

"'Ich probiere': un manifesto a favore della conoscenza inutile", Le Scienze
(http://www.lescienze.it/news/2013/12/25/news/ich_probiere_flexner_conoscenza_inutile-1942452/)

"Errori e Scoperte casuali", Cosediscienza.it
(http://www.cosediscienza.it/varie/05_casuali.htm)

"Scoperte, le migliori fatte per caso", La Repubblica
(http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/03/08/scoperte-le-migliori-fatte-per-caso.html)

martedì 24 dicembre 2013

INSEGUENDO SPIRITI ED ATMOSFERE NATALIZIE FUGGITE...


"Il Natale, bambini, non è una data. 
È uno stato d'animo.
(Mary Ellen Chase)

"Il Natale, bambino mio, è l'amore in azione. 
Ogni volta che amiamo, ogni volta che doniamo, è Natale."
(Dale Evans)

lunedì 23 dicembre 2013

A PROPOSITO DI NATALE, FRA INFANZIA E MUSICA...


"L'infanzia è credere che con un albero di Natale e tre fiocchi di neve tutta la Terra viene cambiata."
(A.Laurendeau, 1960)

domenica 22 dicembre 2013

"BANCHIERI": STORIE DI UN BANDITISMO CONTEMPORANEO?

I risultati di un'economia in trappola consegnano una situazione che, ormai dal 2008, sembra non conoscere via d'uscita alcuna: una finanziarizzazione incontrollata (ed incontrollabile?) ha innescato un circolo vizioso che ha di fatto massacrato società e sottratto risorse "appartenenti" alla ricchezza "reale". 
Parole un tempo (troppo) sconosciute sono diventate quasi all'ordine del giorno: spread,btpbundswap, [...].
La complessità del meccanismo si è (volutamente?) inceppata e fermata, per una serie di cause che rischia di essere impossibile comprendere nella loro totalità. A tutt'oggi, infatti, è oggettivo affermare che le scienze economico-finanziarie siano di una difficoltà secondaria solamente alla loro importanza.
La questione fondamentale ed urgente dovrebbe essere, fino a prova contraria, molto semplice da pensare ma altrettanto complessa ed intricata da attuare: informarsicapirne di più
E' anche da queste riflessioni che parte e si dirama l'opera "Banchieri - Storie dal nuovo banditismo globale", scritto dal giornalista Federico Rampini.
La situazione allarmante ed estrema è riportata nell'anticipazione sin dalla copertina del testo stesso: 

"La crisi economica scoppiata nel 2008 [...] sembra non avere fine, in Italia come in Europa: nonostante i Governi e gli economisti si arrovellino sulle misure da adottare, le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta, i consumi crollano. [...]
Federico Rampini non si chiede a 'che cosa' imputare la colpa ma piuttosto a 'chi' [...]
Rampini racconta chi sono i banchieri di oggi, come abbiano potuto adottare comportamenti tanto perversi, assumersi rischi così forti e agire in modo talmente dissennato da provocare un'autentica 'Pearl Harbour' economica, sprofondando l'Occidente nella più grave crisi economica degli ultimi settant'anni. 
E tutto questo, contando sempre sulla certezza dell'impunità.
A pagare [...] sono infatti i cittadini dei paesi sulle due sponde dell'Atlantico [...]: crescenti disuguaglianze, precarietà del presente, paura del futuro. [...]"

Dinanzi all'estrema complessità di un meccanismo da riparare, dovrebbe essere necessario disporre di un meccanico altrettanto bravo ed esperto che possa capire le ragioni del danno per poter intervenire e porre rimedi con prontezza ed efficacia.
Il tempo di intervento da richiedere dovrebbe essere breve, al fine da permettere la possibilità di fare il meno male possibile. Condizionale d'obbligo, viste le recenti condizioni perduranti.
L'autore assimila il periodo attuale ad un "tunnel apparentemente infinito", a cui ad ogni (forma di) crisi ne segue un'altra con l'unica certezza di massacrare quella risorsa identificabile come economia reale
Ben vengano, dunque, intenti positivi e non votati all'esclusivo complottismo di maniera per fare chiarezza su un fenomeno così devastante come questo. 
Gli intenti ed i propositi dell'autore sembrano essere infatti chiari sin dalla premessaintroduttiva al libro: 

"[...] Se rinasco, in un'altra vita vorrei insegnare l'economia ai bambini. 
Perchè crescano armati degli utensili giusti, perchè nessuno li possa arginare con il linguaggio dei tecnocrati. 
Dare un volto e un nome ai colpevoli è uno degli obiettivi di questo libro. 
Dobbiamo riconoscerli, per non cadere nelle loro trame. [...]
Il sistema economico che abbiamo ereditato ci sta rubando il futuro, sta logorando gli ultimi nostri sogni: per noi, per i nostri figli. Chi lo aveva detto per primo non fu creduto, e già ne paghiamo un prezzo pesante. 
[...] nelle nostre strategie di resistenza quotidiana, nelle pieghe della vita, stanno germinando le idee che ci salveranno. Chi ci vuole scoraggiare da questa ricerca, ha dalla sua la micidiale saggezza del Gattopardo: tutto cambi, se vogliamo che tutto rimanga com'è. 
Ma non possiamo più permettercelo, che tutto rimanga com'è.
Oggi restare fermi vuol dire avere la certezza di essere ricacciati indietro.[...]"

Come poter fare, dunque, per non essere 'ricacciati indietro'? 
Se la domanda è facile ed immediata, purtroppo, le possibili risposte rischiano di non esserlo altrettanto. 
Cercare comunque di adoperarsi per tentativi nell'inseguimento di soluzioni utili è unamission a cui dovrebbe essere impossibile sottrarsi, viste le tremende urgenze e gravità dell'argomento in questione. 
Il viaggio attraverso la possibilità di indagare dentro tali fenomeni è una possibilità dall'autore strutturata scrivendo quanto sinteticamente illustrato nel seguito: 
  1. I colpevoli - primaria è la necessità di comprendere chi siano davvero gli autori di questo devastante fenomeno, tutt'ora senza uscita. In un periodo in cui la crescitasembra latitare a vantaggio di fenomeni quali recessione e/o decrescita, pertanto, la necessità di comprendere come dove certi fenomeni siano nati dovrebbe essere primaria e fondamentale al fine di garantire al sistema una continuità post-crisi;
  2. Il crimine paga - l'urgenza di scoprire chi ha (volutamentetessuto trame che hanno assunto contorni criminali rischia di essere, a tutti gli effetti e semplificazioni possibili, un dato di fatto o quantomeno una vicenda giustificabile. Non meno urgente dovrebbe essere, a tal proposito, la necessità di individuare quelli che sono gli autori impuniti a seguito di processi simili di speculazione incontrollataeccessiva finanziarizzazione, [...];
  3. Le onnipotenti: FED e BCE - le potenzialità ed i ruoli crescenti (ma soprattutto futuri) rivestiti dalle banche continentali stanno assumendo un peso che, in sempre più occasioni, sembra superare quello delle autorità sia politiche che tecniche. Questi 'arcangeli' moderni sono i soli a poter immettere liquidità nel sistema, potendo realizzare nei fatti quelle realtà tanto invocate chiamate 'sovranità monetaria' o 'stampare moneta'. E' inoltre sempre vero che la possibilità di stampare moneta equivale alla creazione di posti di lavoro e/o ripresa economica?
  4. Il danno sociale - in questa contemporaneità le entità dei danni riscontrati stanno causando fenomeni di doppio lavoro per singola vita, creazione di 'eserciti' di disoccupati ed inoccupati. Quantificare questa emergenza rischia di essere il primo passo da compiere per cercare di risolverla al meglio (od al meno peggio) possibile;
  5. Il rigetto - Se un cambiamento può causare paura, altrettanto timore può essere provocato da un cambiamento inaspettato. La reazione di allerta potrebbe essere una conseguenza di questa crisi deflagrante e involutiva, specialmente nei confronti di unasocietà che sta vedendo acuirsi sempre più disuguaglianze e disparità;
  6. Il lavoro che verrà - la crisi economico-finanziaria ha prodotto, produce e potrà continuare a produrre folte schiere di giovani e meno giovani, aventi in comune detti quali 'zero sogni' od ancora 'zero aspettative'. Ripartire da loro è fondamentale, in quanto prime vittime di questo cortocircuito sistemico;
  7. In cerca del nuovo - La ricerca del nuovo è un processo che dovrebbe investire la ricerca di molteplici soluzioni fra quelle realmente sostenibili e possibili, al fine di costruire un domani permeato dalla minor probabilità di incorrere in errori simili a quelli compiuti in passato. Tale obiettivo è una mission da costruire sotto i concetti diprotesta costruttiva e/o proposta consapevole
Il periodo che si attarda a concludersi dovrebbe aver consegnato a popolazioni e cittadini di questo mondo una semplice ma esaustiva 'lezione': non è nelle soluzioni facili ed improvvisate che si nasconde il rimedio vero e duraturo all'(apparente?) onnipotenza di certi errori. 
La (ri)costruzione di un nuovo modello economico è una missione che deve sì trarre spunto dagli errori passati, ma anche approfittare degli orizzonti e dei fini che la stessa economia vuole nuovamente tornare ad inseguire: crescita subordinata ad equità ed uguaglianza, sviluppo economico sostenibile subordinato a fenomeni di finanziarizzazione indiscriminata ed incontrollata, [...]. 
Una possibile via d'uscita potrebbe consistere anche nell'applicazione globale della cosiddetta resilienza, definita dall'autore del libro nel seguente modo:

"[...] Per gli ingegneri descrive la capacità di un materiale  di resistere agli urti senza spezzarsi.
Per gli psicologi è la risorsa che consente un recupero più rapido dopo una depressione, aiuta a superare traumi e dolori. In ecologia riassume una forza intrinseca degli ecosistemi: la predisposizione a ritrovare l'equilibrio dopo uno shock esterno. [...] Stiamo tentando di risollevarci dal più grave 'shock sistemico' che abbia mai colpito economia mondiale dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. 
Capire cosa ci rende resilienti di fronte a questo genere di catastrofi può essere essenziale per evitarle in futuro.
O meglio: per ridurre i danni, sociali ed umani, quindi ripartire al più presto. [...]"

Senza scrivere della probabile necessità di effettuare una sorta di alfabetizzazione economica di massa che sappia coinvolgere le generazioni future. 
A lettori (e futuro) le ardue sentenze. 


venerdì 20 dicembre 2013

FOGLIE D'AUTUNNO, FRA POESIA E MUSICA...


"Ma dove ve ne andate,/ povere foglie gialle/ come farfalle spensierate?/ 
Venite da lontano o da vicino/ da un bosco o da un giardino?/ 
E non sentite la malinconia/ del vento stesso che vi porta via?
(Trilussa)

giovedì 19 dicembre 2013

POSSIBILE ANDARE "OLTRE" LA RICCHEZZA? IMPARARE DALLA CRISI...

"[...] 'Vivere con meno. Molto meno.' [...] Tanti lo fanno per necessità, in seguito al taglio dello stipendio di uno dei coniugi, alla disoccupazione di un figlio, alla pensione più magra del previsto. 
Ma anche loro abbracciano il cambiamento come un'occasione positiva.
Downsizing [traduzione: rimpicciolimento, ridimensionamento] è il termine che fu coniato per descrivere le ristrutturazioni aziendali, che falcidiano il personale, delocalizzano in Paesi a basso costo di manodopera, rattrappiscono la base occupazionale. 
Ora si parla di downsizing [...] applicato al tenore di vita. 
E' la lezione appresa nella crisi, il paradigma valoriale che segue la Grande Contrazione. 
La nazione che ha inventato ed esportato nel mondo nel mondo intero la formula più estrema del consumismo, e ne ha pagato il prezzo sottoforma di distruzione ambientale, diseguaglianze, patologie sociali, oggi vuole speirmentare qualcosa di diverso. [...] 
Nel Paese che reinventò il marketing dello spreco, il 'paga due compra tre', oggi invece almeno un pezzo di società si rieduca per vivere con 100 oggetti al massimo, perchè di più non serve averne. 
I giovani sono all'avanguardia, loro fanno di necessità virtù. [...] 
Anche perchè hanno imparato a modificare le loro aspettative. Non per forza si accontentano di 'meno': cercano qualcos'altro, rispetto all'Età dell'Oro vissuta dai loro genitori. 
Sono i giovani il motore dell'economia della condivisione, le formule di share che costituiscono nuovi business [...].
'Se nei prossimi vent'anni dovremo tutti adottare abitudini di vita più semplici e ridimensionare le aspettative di consumo, tanto vale cominciare subito e con lo spirito giusto' è la filosofia di Sean Gosiewski, che dirige l'organizzazione non profit 'Alliance for Sustainability'. 
Questo cambiamento nei valori e negli stili di vita investe l'urbanistica e incrocia l'evoluzione demografica. [...]
Restringersi, letteralmente: vivere in meno metri quadri, con meno cose. 
Buttare via, senza pietà, anche quello che sembrava necessario. [...] 
'Downshifting' leggo nella definizione di Wikipedia inglese 'è un comportamento sociale o una tendenza collettiva per cui gli individui adottano modi di vita più semplici, per sfuggire dal materialismo ossessivo, per ridurre lo stress e i danni psichici che ne derivano.' [...] 
i collaboratori di Wikipedia fanno il tifo per il downshifting, lo vedono come un'evoluzione positiva. 
Lo è senz'altro quando avviene per scelta volontaria. 
E' più difficile esaltarlo se coloro che sono costretti ad autoridursi lo fanno sotto il peso di licenziamenti, tagli alle pensioni, e si privano dell'essenziale. [...] 
Sembriamo Noè che deve scegliere cosa portarsi sull'Arca? 
Certo che ci sarà un futuro, dopo il diluvio. Ha ragione Wikipedia, questa è la via dela saggezza. [...]
Uno dei teorici di questo rinsavimento collettivo [...] è Lord Robert Skidelsky, grande storico inglese dell'economia, biografo di John Maynard Keynes, una delle massime autorità sul pensiero che 'salvò il mondo' dalla Grande Depressione degli anni Trenta. 
Suo figlio Edward è un filosofo. 
Hanno unito le loro intelligenze, e le loro discipline, per trovare una risposta alla crisi che vada oltre l'economia in senso stretto. Il loro saggio 'Quanto è abbastanza' [...] prende spunto proprio da una riflessione di Keynes sui valori di una società post-industriale. 
In una conferenza del 1928, poi trasformata in un pamphlet nel 1930 ['Possibilità economiche per i nostri nipoti'], Keynes dipinse un affresco visionario del futuro. 
Alcune delle sue profezie si sono avverate: l'immensa moltiplicazione della ricchezza. 
Altre no: non abbiamo usato il progresso tecnologico per ridurre drasticamente il tempo di lavoro e allargare a dismisura la sfera delle nostre attività culturali, artistiche, filantropiche. 
Al contrario di quanto auspicava Keynes, siamo immersi in un sistema ipermaterialistico; anche coloro che hanno un tenore di vita benestante non si accontentano. 
L'incapacità di riconoscere quando 'abbiamo abbastanza' è una malattia diffusa. 
E' anche un limite della scienza economica, che non sembra avere nulla da dire in proposito. 
Skidelsky padre mi spiega il buon senso della sua ricerca: l'aspirazione a una 'buona vita', la rifondazione dell'economia su basi etiche, per una crescita più sana e sostenibile, lo conducono a rileggere i grandi classici della filosofia: Aristotele, Kant, Marcuse, Bertrand Russell. 
'Bisogna chiedere aiuto alla filosofia [...] perchè l'economia non ha molto da dirci su cosa costituisce una buona vita. L'economia è diventata una "disciplina del processo", nel senso che si occupa dei mezzi e non dei fini. 
Si è basata sempre più su un approccio metodologico che dà per scontato l'individualismo.' 
La grande crisi iniziata nel 2008 [...] può servire almeno a renderci più saggi? 
Cambierà la gerarchia delle priorità che hanno guidato i nostri modelli di sviluppo? 
'Qualche segnale positivo c'è' [...] 'ma insieme con un dubbio: che il rinsavimento sia solo temporaneo? 
Quando la macchina dell'economia si rimette in moto possiamo facilmente dimenticare le lezioni imparate nei tempi duri. Questo vale sia per gli individui sia per la società nel suo insieme. 
Le crisi scatenano un processo d'introspezione, ci costringono a guardare dentro noi stessi, personalmente e come comunità. Finchè durano, è importante che ciascuno di noi contribuisca a questa riflessione autocritica e poi che cerchi di renderla duratura.' [...] 
alcuni accusano Skidelsky di avere una visione 'patrizia', elitaria. 
La sua prospettiva ideale, che esalta il tempo libero, i consumi culturali, la creazione artistica, sembra distante dai bisogni di milioni di disoccupati in Occidente; o dalle aspirazioni di un miliardo di contadini cinesi e indiani. 
'Questa' risponde o storico 'è una critica superficiale. Noi ci troviamo per la prima volta nella storia davanti a questa possibilità: di vivere in un sistema che crea abbastanza ricchezza per tutti. 
E' già una realtà nelle nazioni sviluppate dell'Occidente. 
Nel passato la ricchezza era riservata a minoranze; le società erano statiche; [...]
Oggi stiamo raggiungendo una situazione in cui quello stile di vita è alla portata di una parte crescente della popolazione. Quell'ideale di una 'vita civile' un tempo era riservato agli aristocratici e ai ricchi. 
Gli stessi filosofi del passato, quando disegnavano i loro modelli di una buona vita, si rivolgevano a delle minoranze. Ora che l'ideale può interessare una maggioranza tra noi, è il momento di estrarre dalle riflessioni del passato i valori di una buona vita.'
 Un'altra obiezione attacca il concetto di 'abbastanza'. 
Come dimostra  il comportamento dei signori della finanza, o altre oligarchie di straricchi, molti ritengono di non avere mai abbastanza denaro. Questo [...] è il cinismo di chi vede l'essere umano come immutabile, dunque considera l'avidità e l'insaziabilità tratti di natura. 
'Ma in passato questi difetti furono affrontati attraverso delle limitazioni morali. 
Abbiamo bisogno di una morale proprio perchè la natura umana non è perfetta, e tuttavia può essere trasformata, controllata.' [...]
devi lavorare sempre di più per poterti concedere tutti quei gadget che l'industria ti vuol vendere.
Alla fine lavori così tanto che non ti resta per pensare a te stesso, e vivere una buona vita. 
Hai una vita riempita solo da oggetti. 
Quel che resta del tuo tempo libero è ad alta intensità di consumo. Ma non è obbligatorio subire questo modello. 
Bisogna ripensare il tempo libero, imparare a godersi la vita. [...]
Una grande riflessione [...] fu il saggio di John Kenneth Galbraith 'La società opulenta'. 
Si pose proprio questo problema: che cosa c'è oltre l'opulenza? 
Dopo di allora, quel filone di pensiero non è diventato maggioritario. 
La discussione si è fermata, con l'eccezione degli ambientalisti e dei teorici della decrescita, che comunque rimasero ai margini. 
Ora è venuto il momento di riprendere.' [...]"

Fonte: "Banchieri - Storie dal nuovo banditismo globale", Federico Rampini, Ed.Mondadori - Strade blu

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