E' aumentata, da ieri, la consapevolezza italica di dimorare in un fumetto dalle tinte ancora molto vaghe ed indefinite. Siamo in un contesto strano, senza condizioni al contorno chiare e senza un orientamento nitido e chiaramente definibile.
C'è stata aspra battaglia, in quel di Roma ieri. Nella direzione nazionale del PdL, Silvio Berlusconi non la ha mandata a dire all'aspro dissenso espresso da Gianfranco Fini. Reso ormai impossibilitato a fare finta di niente, è stato costretto, come da suo marchio di fabbrica, ad un attacco frontale e spregiudicato nei confronti di un co-fondatore che ha, come lui, gli stessi diritti di confronto e dibattito politico, culturale e valoriale.
Quello che conta, per il Premier, non è nulla di tutto ciò. Ciò che conta per lui sono le bilance della giustizia, rigorosamente sempre pendenti verso la sua innocenza; ciò che conta per lui sono i sondaggi favorevoli ed i finti proclami di un "Partito dell'Amore" che distrugge tutto e tutti a suon di mazzate nei denti.
Fa bene Gianfranco Fini a sottolineare la necessità di evitare il passaggio da un centralismo democratico ad un centralismo carismatico. Fa altrettanto bene, dal suo punto di vista, Silvio Berlusconi ad aizzarsi ed attaccare a spada tratta con tutta la fenomenologia del perfetto comunicatore a lui intimamente connessa.
L'opinione che Berlusconi vorrebbe sempre vedere è a tinte monocromatiche; l'opinione emersa ieri è stata figlia di tinte colorate e colorite che a lui vogliono da sempre sfuggire.
Nonostante offese ed ossessioni di impunità ad-personam, qualche crepa in questo fumetto inizia a mostrarsi. Il Paese addormentato dovrebbe sapere come e cosa volere da un leader che individua nella riforma istituzionale l'emergenza principale di un'Italia stremata.
Entrato in politica per scappare alla galera, il fenomeno Berlusconi è destinato a durare ancora per qualche tempo. E' importante e significativa, anche, la necessità di avere una voce fuori dal coro di silenzi e timidi assensi come Gianfranco Fini.
Esponente in questo momento di un'idea rinnovata ed aggiornata di destra e di politica, ha fatto emergere pluralismo ed una disponibilità al confronto che fanno ben promettere.
Ne ha tuonate moltissime il Premier, ieri. Ha accusato esponenti finiani di aver ridotto il PdL a "pubblico ludibrio".
Non si ricorda di tutte le volte che lui ha rappresentato l'Italia come "pubblico ludibrio", come cloaca o qualsivoglia altro termine impressibo.
Basti ripensare alle corna ai vertici mondiali, basti pensare all'abbronzatura di un certo Obama.
Basti pensare ai discorsi personali fatti dinnanzi alla cortese attenzione di Zapatero e di giornalisti spagnoli assetati di ben altre notizia.
Per immaginare un esempio di ludibrio, paradossalmente, il primo riferimento va a Silvio Berlusconi.
Ridicolizzatore a più non posso, non ama sentirsi nè essere ridicolizzato.
Il solo modo per essere ridicolizzati, secondo lui, si esprime forse attraverso il dissenso ed il contraddittorio. Questi due ingredienti causano una miscela esplosiva, capace di far emergere a più riprese tutta la sua incoerenza e tutta la sua, straordinaria, capacità di recitazione.
Si accontenta di avere dalla sua una platea di silenzi, di mani battenti a comando e di persone che con lui o per lui hanno avuto particolari rapporti.
Affermare prima di essere liberale, contattando poi "direttorissimi" ed esponenti di agenzie di sicurezza e comunicazione per far rimuovere voci "non gradite" al pifferaio magico.
Dall'alto dei suoi 73anni, Silvio Berlusconi si trova con una nuova voce nel coro.
Si ritrova vicino la voce di un co-fondatore con la legittima necessità di esprimere opinioni importanti all'insegna della tanto richiesta pluralità.
Il vero ribelle, rispetto ai valori di politica e moralità richieste, è proprio il Premier.
Potrebbe cogliere, una volta tanto, una buona occasione per vergognarsi.
Nel mentre, la nostra fumettosa e fumosa storia italiana continua.

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