Sono tornate a rintoccare ieri le campane della minaccia mafiosa all'autonomia politica italiana.
Il potere pare non essere più così indipendente come un tempo; si ha la sensazione che lo stato mafioso collocato dentro lo Stato italiano sia un male accettato e connaturato francamente da troppo tempo.
Che siano vere o che siano false, le dichiarazioni di Massimo Ciancimino risuonano come fulmini a cielo già abbondantemente coperto e nuvoloso.
Una minaccia inconsulta ad un sistema tollerato ed al contempo intollerabile.
Il succo delle sue dichiarazioni vedono "Berlusconi come entità politica frutto della trattativa tra Stato e mafia." Un'istanza che non lascia appello ad altre possibilità interpretative.
Sia vero o sia falso, starà alla magistratura dimostrarlo con la più ampia efficacia possibile.
Se fosse vero, gli scenari politici degli ultimi sedici anni si tingerebbero di tinte orrende ed oscene.
Se tutto ciò fosse falso, si potrebbe rivalutare il ruolo e la purezza del pentito di mafia.
Assieme alle dichiarazioni, ieri, c'era anche qualche "prova scritta".
Un pizzino di Bernardo Provenzano ne è la prima, tremenda, potenziale conferma:
"Intendo portare il mio contributo che non sarà di poco perchè questo triste non si verifichi, sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive."
Si è passati quindi dal controllo della fibra occulta del paese alla necessità di possedere l'opinione pubblica, veicolandone e distraendone i contenuti dal potenziale mal comune.
In questo possibile percorso di intima connessione fra Stato e mafia entrerebbero moltissimi fattori.
Verrebbero inglobate in questa connessione per esempio i punti del famoso papello di Riina, qualche sospetto inerente al mancato scioglimento del Consiglio Comunale di Fondi per infiltrazioni mafiose.
Salta alla mente le mancate dimissioni di Cosentino dopo la bufera di colpe che lo hanno attraversato.
Secondo Massimo Ciancimino "Berlusconi era l'entità politica frutto della trattativa" fra Stato e mafia.
Rappresentava il legame base con il quale la mafia avrebbe potuto collegarsi alle relazioni più intime dello Stato italiano.
Se così fosse, sarebbe l'ennesima tristissima conferma di un'immonda depressione italiana.
In questo percorso sarebbero state coinvolte altre figure, quali ad esempio Marcello Dell'Utri.
Dinnanzi a questo pesantissimo fardello, la destra si smarca ritrattando la solita tesi del complottismo.
Non è possibile per uno Stato di diritto reggere un'atmosfera come questa, così come è altrettanto vero che è lecito che una giustizia, UGUALE PER TUTTI, possa essere messa nelle condizioni di fare il suo corso.
Silvio Berlusconi, evidentemente, non la pensa allo stesso modo: "è il solito copione di ogni volta che si avvicinano le elezioni.[...] è un complotto ordito dalla stessa mano che vuole sabotare l'azione del governo, [...]L'uso politico della giustizia."
Il Premier non sa forse che la giustizia, per giudicare un politico, deve affinarsi alla politica stessa? Giudicare Berlusconi, poi, è impossibile. Verrà nei mesi prossimi protetto con mille mila scudi o leggi ad hoc sul filo della costituzionalità.
Nonostante tutto ciò è doveroso che la giustizia faccia il suo corso, senza troppi conflitti o complotti di norma. Se l'azione di governo è stata positiva nella lotta alla mafia si dimostri che non si ha paura di quella stessa legge alla quale ci si affida per delegittimare questo cancro ormai con troppe metastasi.
Comunque vada il Premier avrà a disposizione il suo essenziale scudo per l'immunità.
Può dormire sonni tranquilli, da questo punto di vista.
Il resto del centrodestra lavora fra minacce, farsa o fango elettorale.
In un momento come questo, le tematiche di confronto potrebbero essere ben altre.
Condizionale d'obbligo, come sempre italianità prevede.
Blog trasferito al seguente indirizzo, reperibile più direttamente anche nella colonna di destra: http://spicchidigiornata.blogspot.com
martedì 9 febbraio 2010
FRA MAFIA E POLITICA: RADICI DI UN PIETOSO MALESSERE ITALIANO
Sono tornate a rintoccare ieri le campane della minaccia mafiosa all'autonomia politica italiana.
Il potere pare non essere più così indipendente come un tempo; si ha la sensazione che lo stato mafioso collocato dentro lo Stato italiano sia un male accettato e connaturato francamente da troppo tempo.
Che siano vere o che siano false, le dichiarazioni di Massimo Ciancimino risuonano come fulmini a cielo già abbondantemente coperto e nuvoloso.
Una minaccia inconsulta ad un sistema tollerato ed al contempo intollerabile.
Il succo delle sue dichiarazioni vedono "Berlusconi come entità politica frutto della trattativa tra Stato e mafia." Un'istanza che non lascia appello ad altre possibilità interpretative.
Sia vero o sia falso, starà alla magistratura dimostrarlo con la più ampia efficacia possibile.
Se fosse vero, gli scenari politici degli ultimi sedici anni si tingerebbero di tinte orrende ed oscene.
Se tutto ciò fosse falso, si potrebbe rivalutare il ruolo e la purezza del pentito di mafia.
Assieme alle dichiarazioni, ieri, c'era anche qualche "prova scritta".
Un pizzino di Bernardo Provenzano ne è la prima, tremenda, potenziale conferma:
"Intendo portare il mio contributo che non sarà di poco perchè questo triste non si verifichi, sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive."
Si è passati quindi dal controllo della fibra occulta del paese alla necessità di possedere l'opinione pubblica, veicolandone e distraendone i contenuti dal potenziale mal comune.
In questo possibile percorso di intima connessione fra Stato e mafia entrerebbero moltissimi fattori.
Verrebbero inglobate in questa connessione per esempio i punti del famoso papello di Riina, qualche sospetto inerente al mancato scioglimento del Consiglio Comunale di Fondi per infiltrazioni mafiose.
Salta alla mente le mancate dimissioni di Cosentino dopo la bufera di colpe che lo hanno attraversato.
Secondo Massimo Ciancimino "Berlusconi era l'entità politica frutto della trattativa" fra Stato e mafia.
Rappresentava il legame base con il quale la mafia avrebbe potuto collegarsi alle relazioni più intime dello Stato italiano.
Se così fosse, sarebbe l'ennesima tristissima conferma di un'immonda depressione italiana.
In questo percorso sarebbero state coinvolte altre figure, quali ad esempio Marcello Dell'Utri.
Dinnanzi a questo pesantissimo fardello, la destra si smarca ritrattando la solita tesi del complottismo.
Non è possibile per uno Stato di diritto reggere un'atmosfera come questa, così come è altrettanto vero che è lecito che una giustizia, UGUALE PER TUTTI, possa essere messa nelle condizioni di fare il suo corso.
Silvio Berlusconi, evidentemente, non la pensa allo stesso modo: "è il solito copione di ogni volta che si avvicinano le elezioni.[...] è un complotto ordito dalla stessa mano che vuole sabotare l'azione del governo, [...]L'uso politico della giustizia."
Il Premier non sa forse che la giustizia, per giudicare un politico, deve affinarsi alla politica stessa? Giudicare Berlusconi, poi, è impossibile. Verrà nei mesi prossimi protetto con mille mila scudi o leggi ad hoc sul filo della costituzionalità.
Nonostante tutto ciò è doveroso che la giustizia faccia il suo corso, senza troppi conflitti o complotti di norma. Se l'azione di governo è stata positiva nella lotta alla mafia si dimostri che non si ha paura di quella stessa legge alla quale ci si affida per delegittimare questo cancro ormai con troppe metastasi.
Comunque vada il Premier avrà a disposizione il suo essenziale scudo per l'immunità.
Può dormire sonni tranquilli, da questo punto di vista.
Il resto del centrodestra lavora fra minacce, farsa o fango elettorale.
In un momento come questo, le tematiche di confronto potrebbero essere ben altre.
Condizionale d'obbligo, come sempre italianità prevede.
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