Sto leggendo un saggio di Joseph Pulitzer intitolato "Sul giornalismo".
Nonostante lo abbia iniziato da poco, sono riuscito a capire molto più di quanto potessi mai pensare.
Joseph Pulitzer (1847-1911) lasciò questa raccolta di saggi assai brevi a monito del mestiere da lui ritenuto più importante, libero e svincolato di tutti.
Citando opinioni passate di autorevoli esponenti storici, Pulitzer riflette con lucidità sull'allora moderno ruolo dell'essere giornalisti. Citando Whitelaw Reid riassume così il mestiere del giornalista:
"[...]Le occasioni che si presentano al giornalista sono inestimabili. A lui sono date le chiavi di ogni studio,l'accesso ad ogni famiglia, l'orecchio di ogni cittadino quando questi è tranquillo e in una disposizione d'animo ricettiva, un potere di approccio e persuasione che supera di gran lunga quello del pastore protestante o del confessore cattolico. Non sarà un profeta, però senz'altro- lo diciamo con riverenza- è una voce che grida nel deserto e che mostra la via. Non è un prete, ma le sue parole spaziano più ampie e lontane di quelle del prete, e predica il vangelo dell'umanità. Non è un re, ma del re si prende cura e lo educa, e la terra è governata da un'opinione pubblica che egli genera e plasma.
Se attribuite importanza a questa buona terra che il Signore ci ha dato, se volete contribuire a questo straordinario processo di civilizzazione e di elevazione dell'umanità, prendetevi a cuore la cura e l'educazione del vostro sovrano.[...]"
Da tale discorso emerge come il giornalista od il redatore debba essere capace di prendersi cura del tutto non mescolandosi però al tutto stesso. E' di fatto un'entità estranea alla massa, visualizzabile in un sistema a sè stante ma consapevolmente capace di essere del tutto libera.
Libertà, appunto. Un giornalista libero rende servizio anche alla società stessa, rendendosi capace di costruire e plasmare opinioni e pensieri.
Un giornalista deve saper essere protagonista del bene del suo Stato, conoscendo il percorso e le correnti che attraversano il suo popolo sovrano (ciò che meglio preferisco interpretare dal frammento di Reid, nds).
Un giornalista degno di tale nome deve riportare a parole l'armonia e la musicalità della coerenza nel caos del mondo intero. Dovrebbe riuscirci, meglio scrivere così.
Secondo Pulitzer è pure fortunato a fare un mestiere come quello:
"[...]Il giornalista ha una posizione tutta speciale. Lui solo ha il privilegio di plasmare le opinioni, toccare il cuore e fare appello alla ragione di centinaia di migliaia di persone ogni giorno. Una delle prospettive più affascinanti. Il soldato può dover aspettare quarant'anni prima che gli capiti l'occasione giusta. Gran parte degli avvocati, dei medici e dei sacerdoti muore nell'anonimato, mentre ogni giorno si aprono sempre nuove porte per un giornalista che goda della fiducia della comunità e sappia come rivolgersi ad essa.[...]"
Un giornalista è speciale, così come è speciale la possibilità che ha di influenzare le masse avendo a disposizione sempre nuove e privilegiate porte con cui conoscere l'opinione del mondo.
Per essere speciale deve però essere svincolato, libero.
Libertà equivale a filtrare al meglio le modalità per arricchire e far crescere l'opinione pubblica.
In caso contrario la preoccupazione aumenterebbe.
Ne è convinto lo stesso Joseph Pulitzer:
"[...]Per quanto pericoloso possa essere che un plutocrate controlli un giornale per fini di gretto tornaconto, non è certo meno dannoso che siano demagoghi animati da obiettivi ambiziosi ed egoistici ad esercitare tale controllo. La gente sa, per infallibile istinto, quando un giornale è piegato a interessi privati invece che pubblici, e rifiutandosi di acquistarlo ne limita il potenziale nocivo. Ma quando un agitatore demagogico sobilla le "masse" contro le "classi alte" e si erge a fervente paladino del popolo contro i suoi "oppressori", attaccando la legge, l'ordine e la proprietà nell'intento di far proseliti tra gli scontenti e gli sconsiderati, allora il giornale può diventare un pericoloso strumento del male. [...] Il redattore, vero "giornalista" del futuro, deve essere un uomo di tale specchiata integrità da fugare ogni sospetto che possa scrivere o correggere contro le proprie convinzioni. Deve essere conosciuto come uno che preferirebbe rassegnare le dimissioni piuttosto che sacrificare i propri principi a qualche interesse economico. [...]"
Guardando criticamente a tale pezzo, è evidente come ciò che ad inizio Novecento era il giornalista del futuro DEVE essere oggi predominante in questo presente.
Nel 2010 dovremmo collezionare redattori attorno a noi, similmente alla definizione fatta da Pulitzer.
Lo stesso definisce come un "pericoloso strumento del male" nasca quando un agitatore sobilli con la demagogia le masse aizzandole contro le travi portanti di una società.
Assieme all'agitatore sono da condannare anche quelle forme di "giornalismo aggregato" che si muovono in direzione del servilismo demagogico disposto a distruggere i pilastri di una società.
Non ricorda la situazione di uno Stato a moltissimi di noi familiare questa situazione? Personalmente, credo di si.
Attualizzando tale discorso portando al punto centrale una personcina capace di minare la stabilità e l'equilibrio di travi portanti quali Costituzione, magistratura e Giustizia si trova un'evidentissima anomalia italiana. Discorso comunque soggettivo, si intende.
Un demagogo mosso dall'egoistico interesse di evitare il carcere può rovinare un Paese, citando ancora Pulitzer. Attualizzando tale figura a quella personcina di cui scrivevo prima, poco altro è necessario scrivere.
Influenzare l'opinione pubblica distraendola e debellare le istanze di ribellione annacquando il pensiero collettivo con allucinanti banalità sono modi irresistibili per addormentare il ruolo del giornalista.
Pensare che Joseph Pulitzer scriveva cose come queste il secolo scorso fa davvero riflettere.
Vedere il peggio di queste cose concentrate nella nostra Italia fa piangere.
Blog trasferito al seguente indirizzo, reperibile più direttamente anche nella colonna di destra: http://spicchidigiornata.blogspot.com
martedì 26 gennaio 2010
SUL GIORNALISMO E SULL'OPINIONE PUBBLICA: JOSEPH PULITZER INSEGNA ALL'ITALIA...
Sto leggendo un saggio di Joseph Pulitzer intitolato "Sul giornalismo".
Nonostante lo abbia iniziato da poco, sono riuscito a capire molto più di quanto potessi mai pensare.
Joseph Pulitzer (1847-1911) lasciò questa raccolta di saggi assai brevi a monito del mestiere da lui ritenuto più importante, libero e svincolato di tutti.
Citando opinioni passate di autorevoli esponenti storici, Pulitzer riflette con lucidità sull'allora moderno ruolo dell'essere giornalisti. Citando Whitelaw Reid riassume così il mestiere del giornalista:
"[...]Le occasioni che si presentano al giornalista sono inestimabili. A lui sono date le chiavi di ogni studio,l'accesso ad ogni famiglia, l'orecchio di ogni cittadino quando questi è tranquillo e in una disposizione d'animo ricettiva, un potere di approccio e persuasione che supera di gran lunga quello del pastore protestante o del confessore cattolico. Non sarà un profeta, però senz'altro- lo diciamo con riverenza- è una voce che grida nel deserto e che mostra la via. Non è un prete, ma le sue parole spaziano più ampie e lontane di quelle del prete, e predica il vangelo dell'umanità. Non è un re, ma del re si prende cura e lo educa, e la terra è governata da un'opinione pubblica che egli genera e plasma.
Se attribuite importanza a questa buona terra che il Signore ci ha dato, se volete contribuire a questo straordinario processo di civilizzazione e di elevazione dell'umanità, prendetevi a cuore la cura e l'educazione del vostro sovrano.[...]"
Da tale discorso emerge come il giornalista od il redatore debba essere capace di prendersi cura del tutto non mescolandosi però al tutto stesso. E' di fatto un'entità estranea alla massa, visualizzabile in un sistema a sè stante ma consapevolmente capace di essere del tutto libera.
Libertà, appunto. Un giornalista libero rende servizio anche alla società stessa, rendendosi capace di costruire e plasmare opinioni e pensieri.
Un giornalista deve saper essere protagonista del bene del suo Stato, conoscendo il percorso e le correnti che attraversano il suo popolo sovrano (ciò che meglio preferisco interpretare dal frammento di Reid, nds).
Un giornalista degno di tale nome deve riportare a parole l'armonia e la musicalità della coerenza nel caos del mondo intero. Dovrebbe riuscirci, meglio scrivere così.
Secondo Pulitzer è pure fortunato a fare un mestiere come quello:
"[...]Il giornalista ha una posizione tutta speciale. Lui solo ha il privilegio di plasmare le opinioni, toccare il cuore e fare appello alla ragione di centinaia di migliaia di persone ogni giorno. Una delle prospettive più affascinanti. Il soldato può dover aspettare quarant'anni prima che gli capiti l'occasione giusta. Gran parte degli avvocati, dei medici e dei sacerdoti muore nell'anonimato, mentre ogni giorno si aprono sempre nuove porte per un giornalista che goda della fiducia della comunità e sappia come rivolgersi ad essa.[...]"
Un giornalista è speciale, così come è speciale la possibilità che ha di influenzare le masse avendo a disposizione sempre nuove e privilegiate porte con cui conoscere l'opinione del mondo.
Per essere speciale deve però essere svincolato, libero.
Libertà equivale a filtrare al meglio le modalità per arricchire e far crescere l'opinione pubblica.
In caso contrario la preoccupazione aumenterebbe.
Ne è convinto lo stesso Joseph Pulitzer:
"[...]Per quanto pericoloso possa essere che un plutocrate controlli un giornale per fini di gretto tornaconto, non è certo meno dannoso che siano demagoghi animati da obiettivi ambiziosi ed egoistici ad esercitare tale controllo. La gente sa, per infallibile istinto, quando un giornale è piegato a interessi privati invece che pubblici, e rifiutandosi di acquistarlo ne limita il potenziale nocivo. Ma quando un agitatore demagogico sobilla le "masse" contro le "classi alte" e si erge a fervente paladino del popolo contro i suoi "oppressori", attaccando la legge, l'ordine e la proprietà nell'intento di far proseliti tra gli scontenti e gli sconsiderati, allora il giornale può diventare un pericoloso strumento del male. [...] Il redattore, vero "giornalista" del futuro, deve essere un uomo di tale specchiata integrità da fugare ogni sospetto che possa scrivere o correggere contro le proprie convinzioni. Deve essere conosciuto come uno che preferirebbe rassegnare le dimissioni piuttosto che sacrificare i propri principi a qualche interesse economico. [...]"
Guardando criticamente a tale pezzo, è evidente come ciò che ad inizio Novecento era il giornalista del futuro DEVE essere oggi predominante in questo presente.
Nel 2010 dovremmo collezionare redattori attorno a noi, similmente alla definizione fatta da Pulitzer.
Lo stesso definisce come un "pericoloso strumento del male" nasca quando un agitatore sobilli con la demagogia le masse aizzandole contro le travi portanti di una società.
Assieme all'agitatore sono da condannare anche quelle forme di "giornalismo aggregato" che si muovono in direzione del servilismo demagogico disposto a distruggere i pilastri di una società.
Non ricorda la situazione di uno Stato a moltissimi di noi familiare questa situazione? Personalmente, credo di si.
Attualizzando tale discorso portando al punto centrale una personcina capace di minare la stabilità e l'equilibrio di travi portanti quali Costituzione, magistratura e Giustizia si trova un'evidentissima anomalia italiana. Discorso comunque soggettivo, si intende.
Un demagogo mosso dall'egoistico interesse di evitare il carcere può rovinare un Paese, citando ancora Pulitzer. Attualizzando tale figura a quella personcina di cui scrivevo prima, poco altro è necessario scrivere.
Influenzare l'opinione pubblica distraendola e debellare le istanze di ribellione annacquando il pensiero collettivo con allucinanti banalità sono modi irresistibili per addormentare il ruolo del giornalista.
Pensare che Joseph Pulitzer scriveva cose come queste il secolo scorso fa davvero riflettere.
Vedere il peggio di queste cose concentrate nella nostra Italia fa piangere.
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