Complici postumi post-influenzali ed un doveroso riguardo per evitare ricadute, ho trascorso una serata a riflettere sul valore di una parte di mondo che oggi stiamo cercando più che mai di respingere e reprimere.
Dall'ultimo libro di Umberto Galimberti "I miti del nostro tempo" emerge un capitolo interessantissimo che parla della vecchiaia e del ruolo disperso o sperduto che gli invecchiati non hanno più nel mondo che li circonda. In un mondo colto e coltivato per avere uomini e donne eternamente giovani, il tempo che passa è un flagello capace di infliggere torture immonde.
Le rughe si combattono con il botulino, le anime si addormentano con la distrazione per poterle rendere incapaci di emozioni e sensazioni. Le lacrime si perdono, oppure non si versano mai.
Meno fazzoletti si consumano meglio è, in questa straordinaria ed infinità gioventù.
Conta, oggi più di ieri, anche molto il modo in cui si riesce ad invecchiare.
E'significativo e correlato alla maniera con la quale il mondo si vedeva da giovani.
Sigmund Freud in una lettera a Lou Salomè spiegò così il suo flusso di pensieri nella sua stagione di vita invernale:
"[...] Io non ci provo più tanto gusto alla vita. A poco a poco mi sento ricoprire da una corteccia di insensibilità; lo constato senza rammaricarmene. In fondo si tratta di un processo naturale, quasi un cominciare a diventare inorganico. Credo che si chiami "serenità della vecchiaia". Dipenderà senz'altro da una svolta decisiva delle due pulsioni che ho ipotizzato (pulsioni di vita e di morte, nds). Può darsi che il mutamento non sia tanto appariscente; tutto è rimasto interessante com'era in passato, anche le qualità non sono molto diverse, eppure mi manca come una sorta di risonanza. Pur non intendendomene affatto di musica, mi immagino che si tratti della stessa differenza che si ha quando si preme o non si preme il pedale. "
Il mondo esterno quindi non rende merito al vecchio per far valere anche la pulsione di vita che può mettere in atto negli altri esseri umani ancora inabilitati all'esperienza? Tutto è probabile, in un paese senza peso specifico per le rughe e le mani livide dal troppo vissuto.
E'significativo anche un proverbio cinese, molto famoso e racchiuso nella canzone "Sogna Ragazzo Sogna" di Roberto Vecchioni:
"Quando sarai sul punto di morire pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire".
Essere vecchi, nel concetto comune all'umanità intera, coincide spesso quindi anche con l'avere delle convinzioni sbagliate, false od irreali? Il vecchio che spia girando lento per la strada, il vecchio che guarda ininterrottamente i lavori stradali o la costruzione delle case.
Sono tutti luoghi comuni che dei vecchi danno fastidio? Da quel che ho sempre sentito in giro, credo di si.
Hanno dato fastidio anche a me a volte, non lo nego.
Nonostante tutte le influenze esterne, qualcuno ha saputo invecchiare in modo diverso.
E'il caso di Jung, autore ad ottantacinque anni della lettera seguente:
"[...]Raggiungere un'età avanzata non è così piacevole come si sarebbe portati a pensare. In ogni caso comporta un crollo graduale del corpo, di quella macchina con cui la nostra follia ci fa identificare. In effetti è una grande fatica sottrarsi in tempo alla stretta dell'abbraccio del corpo e liberare l'anima nella visione dell'incommensurabile grandezza del nostro mondo, di un mondi di cui noi costituiamo soltanto una parte infinitesimale. [...] Quanto più invecchio, tanto più mi colpiscono la caducità e le incertezze del nostro sapere e tanto più cerco rifugio nella semplicità dell'esperienza immediata per non perdere contatto con le cose essenziali, cioè con le dominanti che improntano l'esistenza umana attraverso i millenni".
Il vecchio ha bisogno quindi di concretezza, di pragmatismo e di concetti profondi che non debbano tradire mai in alcun modo la sua esperienza di vita. Sentendosi più che mai prossimo alla morte, cerca qualcosa che gli permetta di restare il più possibile ancorato all'esistenza.
Con un cervello consapevole ed in preda alla riflessione sulla morte, l'elaborazione del lutto per la propria vita deve essere una cosa non certo facile.
Consolano l'amore per i nipoti, i sorrisi dei figli divenuti grandi, i sorrisi con gli amici di un tempo ed il peso dato ai ricordi. Consola ancora di più l'Amore vero, a patto che nella vita si sia incontrata veramente una persona con la quale si sia fatto un bellissimo viaggio.
L'esempio più grande di quanto questo valore sia fondamentale è riportato nella poesia di Eugenio Montale:
"Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue."
Un capolavoro indubbiamente, figlio però di un dolore consapevole derivante dal fatto di non aver condiviso un viaggio insieme fino alla reciproca fine di due anime più che mai gemelle.
Dietro questa poesia, la realtà del mondo di oggi. Nei miei giorni ho visto gente ridere e deridere coppie di anziani abbracciate o sorprese a girare ancora mano nella mano. Nonostante ciascuno sia bastone dell'altro, c'è qualcuno di più giovane che prende a bastonate queste consapevolezze essenziali.
Bello schifo, dinnanzi a testimonianze d'Amore come queste.
Fra solchi e rughe c'è qualcosa di importante e vero nell'essere umano, fino alla fine.
In un mondo come quello di oggi, questi sono fulmini a ciel sereno per un occhio vivo e sensibile.
Per il resto cosa è agli occhi di tutti un vecchio? Riassume benissimo il concetto Galimberti:
"Ma come deve essere un vecchio? Naturalmente mite, dolce, sensibile, perchè se si commuove troppo ha l'arteriosclerosi, se è gioviale non accetta la vecchiaia. Deve prendere parte alla conversazione, ma guai se ripete un aneddoto. Deve avere interessi, ma guai se progetta qualcosa come se fosse un ventenne. La vecchiaia quindi, prima che un decadimento, è uno stile di vita imposto dagli altri, che ai vecchi concedono uno spazio espressivo molto ridotto, oltre il quale il vecchio è giudicato trascurato, disordinato, sciatto, o ambizioso, vanitoso, ridicolo. E tra l'essere considerato scialacquatore o avaro, impotente o maniaco sessuale, senza personalità o testardo, imprudente o vigliacco, non si dà via di mezzo. [...]"
Per i vecchi vale la legge del tutto o del nulla. Data la loro morte "vicina" il confine di decenza morale e comportamentale glielo può imporre liberamente il mondo esterno.
Il vecchio si deve adeguare al mondo che cambia così velocemente sotto i suoi passi.
Hillman nel descrivere l'anziano usa parole fatte di paragoni infuocati ma mai sbagliati.
Un vecchio è una "mummia animata", un "paradosso sospeso" in quella zona crepuscolare nella quale è impossibile reperire altro al di fuori dell'attesa della morte.
Il vecchio è lasciato solo nella sala d'attesa della morte. Costretto all'isolamento nelle sue paure, preso così di soprassalto in un mondo che vive al contempo di ideali di gioventù perenne e di assurde realtà statiche fino allo stremo.
Il vecchio è soprattutto questo, e tanto altro ovviamente.
Dimenticanze di presenze e conforto nei caldi mesi estivi, raccomandazioni di dottori e metereologi sui soliti "non lasciateli" esposti nelle calde ore solari; il vecchio è l'uomo che vive il tramonto in sola persona avendo già conosciuto la sua alba da tempo immemore.
Il vecchio, per tutto il resto del mondo, non è.
Nel mentre, guardo l'orizzonte degli eventi dalla collina della mia scarsissima esperienza.
Detrito dopo detrito, comporrò una montagna.
Blog trasferito al seguente indirizzo, reperibile più direttamente anche nella colonna di destra: http://spicchidigiornata.blogspot.com
venerdì 8 gennaio 2010
Riflessione sul valore dei vecchi umani (29 novembre 2009)
Complici postumi post-influenzali ed un doveroso riguardo per evitare ricadute, ho trascorso una serata a riflettere sul valore di una parte di mondo che oggi stiamo cercando più che mai di respingere e reprimere.
Dall'ultimo libro di Umberto Galimberti "I miti del nostro tempo" emerge un capitolo interessantissimo che parla della vecchiaia e del ruolo disperso o sperduto che gli invecchiati non hanno più nel mondo che li circonda. In un mondo colto e coltivato per avere uomini e donne eternamente giovani, il tempo che passa è un flagello capace di infliggere torture immonde.
Le rughe si combattono con il botulino, le anime si addormentano con la distrazione per poterle rendere incapaci di emozioni e sensazioni. Le lacrime si perdono, oppure non si versano mai.
Meno fazzoletti si consumano meglio è, in questa straordinaria ed infinità gioventù.
Conta, oggi più di ieri, anche molto il modo in cui si riesce ad invecchiare.
E'significativo e correlato alla maniera con la quale il mondo si vedeva da giovani.
Sigmund Freud in una lettera a Lou Salomè spiegò così il suo flusso di pensieri nella sua stagione di vita invernale:
"[...] Io non ci provo più tanto gusto alla vita. A poco a poco mi sento ricoprire da una corteccia di insensibilità; lo constato senza rammaricarmene. In fondo si tratta di un processo naturale, quasi un cominciare a diventare inorganico. Credo che si chiami "serenità della vecchiaia". Dipenderà senz'altro da una svolta decisiva delle due pulsioni che ho ipotizzato (pulsioni di vita e di morte, nds). Può darsi che il mutamento non sia tanto appariscente; tutto è rimasto interessante com'era in passato, anche le qualità non sono molto diverse, eppure mi manca come una sorta di risonanza. Pur non intendendomene affatto di musica, mi immagino che si tratti della stessa differenza che si ha quando si preme o non si preme il pedale. "
Il mondo esterno quindi non rende merito al vecchio per far valere anche la pulsione di vita che può mettere in atto negli altri esseri umani ancora inabilitati all'esperienza? Tutto è probabile, in un paese senza peso specifico per le rughe e le mani livide dal troppo vissuto.
E'significativo anche un proverbio cinese, molto famoso e racchiuso nella canzone "Sogna Ragazzo Sogna" di Roberto Vecchioni:
"Quando sarai sul punto di morire pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire".
Essere vecchi, nel concetto comune all'umanità intera, coincide spesso quindi anche con l'avere delle convinzioni sbagliate, false od irreali? Il vecchio che spia girando lento per la strada, il vecchio che guarda ininterrottamente i lavori stradali o la costruzione delle case.
Sono tutti luoghi comuni che dei vecchi danno fastidio? Da quel che ho sempre sentito in giro, credo di si.
Hanno dato fastidio anche a me a volte, non lo nego.
Nonostante tutte le influenze esterne, qualcuno ha saputo invecchiare in modo diverso.
E'il caso di Jung, autore ad ottantacinque anni della lettera seguente:
"[...]Raggiungere un'età avanzata non è così piacevole come si sarebbe portati a pensare. In ogni caso comporta un crollo graduale del corpo, di quella macchina con cui la nostra follia ci fa identificare. In effetti è una grande fatica sottrarsi in tempo alla stretta dell'abbraccio del corpo e liberare l'anima nella visione dell'incommensurabile grandezza del nostro mondo, di un mondi di cui noi costituiamo soltanto una parte infinitesimale. [...] Quanto più invecchio, tanto più mi colpiscono la caducità e le incertezze del nostro sapere e tanto più cerco rifugio nella semplicità dell'esperienza immediata per non perdere contatto con le cose essenziali, cioè con le dominanti che improntano l'esistenza umana attraverso i millenni".
Il vecchio ha bisogno quindi di concretezza, di pragmatismo e di concetti profondi che non debbano tradire mai in alcun modo la sua esperienza di vita. Sentendosi più che mai prossimo alla morte, cerca qualcosa che gli permetta di restare il più possibile ancorato all'esistenza.
Con un cervello consapevole ed in preda alla riflessione sulla morte, l'elaborazione del lutto per la propria vita deve essere una cosa non certo facile.
Consolano l'amore per i nipoti, i sorrisi dei figli divenuti grandi, i sorrisi con gli amici di un tempo ed il peso dato ai ricordi. Consola ancora di più l'Amore vero, a patto che nella vita si sia incontrata veramente una persona con la quale si sia fatto un bellissimo viaggio.
L'esempio più grande di quanto questo valore sia fondamentale è riportato nella poesia di Eugenio Montale:
"Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue."
Un capolavoro indubbiamente, figlio però di un dolore consapevole derivante dal fatto di non aver condiviso un viaggio insieme fino alla reciproca fine di due anime più che mai gemelle.
Dietro questa poesia, la realtà del mondo di oggi. Nei miei giorni ho visto gente ridere e deridere coppie di anziani abbracciate o sorprese a girare ancora mano nella mano. Nonostante ciascuno sia bastone dell'altro, c'è qualcuno di più giovane che prende a bastonate queste consapevolezze essenziali.
Bello schifo, dinnanzi a testimonianze d'Amore come queste.
Fra solchi e rughe c'è qualcosa di importante e vero nell'essere umano, fino alla fine.
In un mondo come quello di oggi, questi sono fulmini a ciel sereno per un occhio vivo e sensibile.
Per il resto cosa è agli occhi di tutti un vecchio? Riassume benissimo il concetto Galimberti:
"Ma come deve essere un vecchio? Naturalmente mite, dolce, sensibile, perchè se si commuove troppo ha l'arteriosclerosi, se è gioviale non accetta la vecchiaia. Deve prendere parte alla conversazione, ma guai se ripete un aneddoto. Deve avere interessi, ma guai se progetta qualcosa come se fosse un ventenne. La vecchiaia quindi, prima che un decadimento, è uno stile di vita imposto dagli altri, che ai vecchi concedono uno spazio espressivo molto ridotto, oltre il quale il vecchio è giudicato trascurato, disordinato, sciatto, o ambizioso, vanitoso, ridicolo. E tra l'essere considerato scialacquatore o avaro, impotente o maniaco sessuale, senza personalità o testardo, imprudente o vigliacco, non si dà via di mezzo. [...]"
Per i vecchi vale la legge del tutto o del nulla. Data la loro morte "vicina" il confine di decenza morale e comportamentale glielo può imporre liberamente il mondo esterno.
Il vecchio si deve adeguare al mondo che cambia così velocemente sotto i suoi passi.
Hillman nel descrivere l'anziano usa parole fatte di paragoni infuocati ma mai sbagliati.
Un vecchio è una "mummia animata", un "paradosso sospeso" in quella zona crepuscolare nella quale è impossibile reperire altro al di fuori dell'attesa della morte.
Il vecchio è lasciato solo nella sala d'attesa della morte. Costretto all'isolamento nelle sue paure, preso così di soprassalto in un mondo che vive al contempo di ideali di gioventù perenne e di assurde realtà statiche fino allo stremo.
Il vecchio è soprattutto questo, e tanto altro ovviamente.
Dimenticanze di presenze e conforto nei caldi mesi estivi, raccomandazioni di dottori e metereologi sui soliti "non lasciateli" esposti nelle calde ore solari; il vecchio è l'uomo che vive il tramonto in sola persona avendo già conosciuto la sua alba da tempo immemore.
Il vecchio, per tutto il resto del mondo, non è.
Nel mentre, guardo l'orizzonte degli eventi dalla collina della mia scarsissima esperienza.
Detrito dopo detrito, comporrò una montagna.
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