Adoperarsi per rendere migliori le condizioni di vita dell'essere umano è cosa molto nobile. E' una questione, tuttavia, davvero difficilissima ma di un'importanza potente ed inestimabile.
Se non fosse stato per certe scoperte ed altrettante invenzioni non avremmo mai potuto scavare, edificare case, migliorare la nostra vita ed aumentare le nostre possibilità di "sottomissione" nei confronti della natura e del naturale. Non avremmo mai potuto leggere dentro il mondo, non saremmo mai riusciti a scrivere formule che potessero in qualche modo rispondere alla necessità di regolamentare tutto il caos che regna attorno a quel mondo che ci fa e ci faceva tanta paura.
Progettare e costruire non dovrebbe essere, anche per fortuna, lavoro per tutti. Ci sono regole che, però, nel mondo d'oggi e per il mercato moderno sono purtroppo sfuggite di mano.
E' il caso di macchine costruite per raggiungere velocità sempre maggiori, è il caso di progetti che vedono centrali nucleari prevalere rispetto ad un'energia rinnovabile fornita dall'astronave Terra nella quale andiamo viaggiando.
Progettare significa, specialmente ai tempi d'oggi, plasmare anche eticamente un qualche cosa che deve essere funzionale all'essere umano.
Rifornire di etica un'automobile equivale a creare un veicolo capace di non andare oltre certe velocità, capaci di trasformare quella stessa macchina in un'arma di morte, in una perenne istigazione. Progettare significa, inoltre, avere molta esperienza di casi passati, anche finiti male.
Servirebbero cronologie di fallimenti, antologie sulle cose da evitare in fase di costruzione.
Da laureando in ingegneria meccanica posso affermare, con ragionevole certezza, che progettare qualcosa di sempre perfetto è stato, è e sarà sempre impossibile.
Nonostante ciò, è auspicabile cercare di raggiungere un grado quantomeno raffinato di perfezione.
Darsi sempre e comunque da fare per minimizzare gli sbagli, insomma. Ne era convinto Lev Zetlin, riguardo il difficilissimo compito di prevenire ed evitare disastri strutturali di grave entità:
"Gli ingegneri dovrebbero essere leggermente paranoici durante la fase di progettazione. Dovrebbero considerare ed immaginare che anche l'impossibile può verificarsi. Non dovrebbero avere un atteggiamento troppo compiaciuto e sicuro, confidando che sia sufficiente attenersi ai requisiti previsti dai manuali di progettazione per garantire sicurezza e solidità di una struttura."
Un progettista deve, quindi, prevedere l'impossibile.
Sono questi i veri maghi, altrochè certi ciarlatani che cavalcano l'onda in questi tristissimi tempi contemporanei. Zetlin afferma, inoltre, che la prima ingegneria da ricercare nella costruzione e nella progettazione deve essere "preventiva e curativa".
Progettare sa anche, purtroppo, essere qualcosa di maledetto. In caso di sbaglio non c'è scampo per alcuno.
Ci potrebbero essere solamente impuniti, ma questo è un altro discorso.
Evitare sbagli, appunto. L'ossessione e la paranoia dinnanzi ai propri progetti ed alle proprie idee è la richiesta minima per chi costruisce.
Due grandi ingegneri come Robert Stephenson ed Herbert Hoover non riuscivano quasi mai a dormire perchè il pensiero dei propri progetti e dei propri potenziali sbagli li tormentava, più di qualsiasi altra cosa possibile.
Le conoscenze da accumulare per potere o sapere progettare bene sono, per fortuna, moltissime.
Sono tante le materie e le nozioni da apprendere e da tenere, sempre, a mente: fisica, matematica, scienza delle costruzioni, ordine con il quale effettuare le operazioni per costruire, tecnologia, progresso, economia, etica, moralità, onestà e, soprattutto, CONSAPEVOLEZZA dell'importanza del proprio ruolo.
Chi è ingegnere o progettista dovrebbe sempre avere, in primo luogo, l'istinto ed il buon senso per capire ciò che può fare.
Dinnanzi a certe, non troppo episodiche, testimonianze purtroppo certe convinzioni decadono.
Non troppo pietosamente.
Blog trasferito al seguente indirizzo, reperibile più direttamente anche nella colonna di destra: http://spicchidigiornata.blogspot.com
domenica 8 agosto 2010
PROGETTARE E COSTRUIRE: QUANDO DEVE (DOVREBBE) ESSERE IMPOSSIBILE SBAGLIARE...
Adoperarsi per rendere migliori le condizioni di vita dell'essere umano è cosa molto nobile. E' una questione, tuttavia, davvero difficilissima ma di un'importanza potente ed inestimabile.
Se non fosse stato per certe scoperte ed altrettante invenzioni non avremmo mai potuto scavare, edificare case, migliorare la nostra vita ed aumentare le nostre possibilità di "sottomissione" nei confronti della natura e del naturale. Non avremmo mai potuto leggere dentro il mondo, non saremmo mai riusciti a scrivere formule che potessero in qualche modo rispondere alla necessità di regolamentare tutto il caos che regna attorno a quel mondo che ci fa e ci faceva tanta paura.
Progettare e costruire non dovrebbe essere, anche per fortuna, lavoro per tutti. Ci sono regole che, però, nel mondo d'oggi e per il mercato moderno sono purtroppo sfuggite di mano.
E' il caso di macchine costruite per raggiungere velocità sempre maggiori, è il caso di progetti che vedono centrali nucleari prevalere rispetto ad un'energia rinnovabile fornita dall'astronave Terra nella quale andiamo viaggiando.
Progettare significa, specialmente ai tempi d'oggi, plasmare anche eticamente un qualche cosa che deve essere funzionale all'essere umano.
Rifornire di etica un'automobile equivale a creare un veicolo capace di non andare oltre certe velocità, capaci di trasformare quella stessa macchina in un'arma di morte, in una perenne istigazione. Progettare significa, inoltre, avere molta esperienza di casi passati, anche finiti male.
Servirebbero cronologie di fallimenti, antologie sulle cose da evitare in fase di costruzione.
Da laureando in ingegneria meccanica posso affermare, con ragionevole certezza, che progettare qualcosa di sempre perfetto è stato, è e sarà sempre impossibile.
Nonostante ciò, è auspicabile cercare di raggiungere un grado quantomeno raffinato di perfezione.
Darsi sempre e comunque da fare per minimizzare gli sbagli, insomma. Ne era convinto Lev Zetlin, riguardo il difficilissimo compito di prevenire ed evitare disastri strutturali di grave entità:
"Gli ingegneri dovrebbero essere leggermente paranoici durante la fase di progettazione. Dovrebbero considerare ed immaginare che anche l'impossibile può verificarsi. Non dovrebbero avere un atteggiamento troppo compiaciuto e sicuro, confidando che sia sufficiente attenersi ai requisiti previsti dai manuali di progettazione per garantire sicurezza e solidità di una struttura."
Un progettista deve, quindi, prevedere l'impossibile.
Sono questi i veri maghi, altrochè certi ciarlatani che cavalcano l'onda in questi tristissimi tempi contemporanei. Zetlin afferma, inoltre, che la prima ingegneria da ricercare nella costruzione e nella progettazione deve essere "preventiva e curativa".
Progettare sa anche, purtroppo, essere qualcosa di maledetto. In caso di sbaglio non c'è scampo per alcuno.
Ci potrebbero essere solamente impuniti, ma questo è un altro discorso.
Evitare sbagli, appunto. L'ossessione e la paranoia dinnanzi ai propri progetti ed alle proprie idee è la richiesta minima per chi costruisce.
Due grandi ingegneri come Robert Stephenson ed Herbert Hoover non riuscivano quasi mai a dormire perchè il pensiero dei propri progetti e dei propri potenziali sbagli li tormentava, più di qualsiasi altra cosa possibile.
Le conoscenze da accumulare per potere o sapere progettare bene sono, per fortuna, moltissime.
Sono tante le materie e le nozioni da apprendere e da tenere, sempre, a mente: fisica, matematica, scienza delle costruzioni, ordine con il quale effettuare le operazioni per costruire, tecnologia, progresso, economia, etica, moralità, onestà e, soprattutto, CONSAPEVOLEZZA dell'importanza del proprio ruolo.
Chi è ingegnere o progettista dovrebbe sempre avere, in primo luogo, l'istinto ed il buon senso per capire ciò che può fare.
Dinnanzi a certe, non troppo episodiche, testimonianze purtroppo certe convinzioni decadono.
Non troppo pietosamente.
sabato 7 agosto 2010
MORIRE IN CARCERE, LA MALEDIZIONE CONTINUA...
L'estate ormai arrivata a metà non placa una delle stragi più silenziose che si vanno consumando in questa strana Italia.
In un Paese dove uccide anche il lavoro che, in teoria, dovrebbe garantire vita, non ci si stupisce più di niente. In questo 2010 continuano i suicidi nelle carceri. L'ultimo, tragicamente, consumato qualche giorno fa. E' avvenuto tutto nel carcere di Brindisi.
Un tunisino, di 43 anni, non è riuscito a completare quello che, ancora in teoria, dovrebbe essere un percorso di riabilitazione dell'anima e di reinserimento nella società.
Stava scontando una condanna per detenzione di armi, sarebbe uscito nel maggio del 2012. Nonostante tutto, non è bastato nulla a dargli forza.
Ha scelto di farla finita, stringendosi al collo una maglietta legata alle sbarre della finestra del bagno. Il resto è, purtroppo, perfettamente immaginabile.
Dall'inizio di questo anno altre trentanove persone hanno scelto di riabilitarsi così, semplicemente facendola finita. Non se ne parla, nessuno si preoccupa più di capire che fine abbia fatto quella tanto paventata "operazione carceri", eretta a panacea assoluta dal Ministro Angelino Alfano.
Sull'onda del solleone estivo, nei carceri si continua a preferire di rinunciare alla vita.
Le cause di queste tragiche ma non casuali scelte sono, purtroppo, motivabilissime.
Solamente quest'anno hanno scelto di morire impiccate 34 persone, 5 asfissiate ed 1 sgozzata.
Il totale di morti, includendo eventuali malattie "da accertare", raggiunge quota 112.
Negli ultimi 10 anni i decessi in carcere sono stati 1710, di cui 596 per suicidio.
Le cause principali risiedono, secondo gli esperti, nel sovraffollamento e nelle carenze di gestione politico-amministrativa della questione oggi più che mai complicatissima.
Il segretario generale dell'Osapp Leo Beneduci ha una visione fin troppo chiara del tristissimo argomento:
"Ormai non sappiamo cosa e se voglia fare qualcosa la politica per le carceri, ma quel che è certo é che così non si può andare avanti. [...]Dai suicidi al sovraffollamento alle aggressioni, sono tutti record negativi le cui cause sono da ricercare nell'inadeguata gestione politica e amministrativa del carcere. [...] Sappiamo già che il capo del Dap Ionta non andrà in ferie nel mese di agosto anche a causa delle condizioni di rischio degli istituti penitenziari e conosciamo i molteplici impegni nella maggioranza di governo che coinvolgono il ministro Alfano anche nella Capitale in questo momento, ma appare più che altro una beffa avere un capo dell'Amministrazione e un ministro che non risultano in grado di alleviare in alcun modo i gravissimi disagi del personale e dell'utenza delle carceri."
Mentre accade tutto questo, senza dubbio molto di altro continuerà ad accadere. L'Italia può, però, dormire sonni tranquilli. Sia mai che qualcosa la distragga dal caldo sole di agosto.
venerdì 6 agosto 2010
L'ENERGIA DELLA NATURA
Secondo molti pensatori o filosofi è la concreta manifestazione del divino percepibile dall'essere umano, secondo altri è da sempre concreta rappresentazione del miracolo nel quale riusciamo a muoverci.
A detta di scienziati è un mistero da decifrare e razionalizzare, concependo quel qualcosa che pare casuale come qualcosa capace di descrivere, in essa, stretti rapporti di causa-effetto.
Uno dei più grandi ed affascinanti misteri per l'uomo è da sempre stata la natura. Esiste e si muove in quel posto che chiamiamo mondo, sottoforma di animali e piante.
Esiste ed è, il più delle volte, silenziosamente innocua. Ci concede da sempre un utilizzo pressochè sterminato delle sue risorse, senza chiedere niente in cambio.
Produce e restituisce secondo regole a noi mai completamente conoscibili. Abbiamo provato a decifrarla usando matematici dogmi ed aritmetiche convenzioni, abbiamo tentato con ogni mezzo di adeguarla alle nostre esigenze sperimentando frontiere sempre nuove per l'ingegneria.
Laddove la natura usa un linguaggio proprio, l'uomo non potrà mai altrettanto consapevolmente conoscerlo. Possiamo ideare consapevolezze differenti per spiegare qualcosa che non capiamo nè capiremo mai, ma non potremo mai concepire la potenza istintiva di ribellione che alberga nella natura.
Piegarla al nostro volere andrà bene, ma fino ad un certo punto di sostenibilità.
Dagli ultimi eventi in Russia ed in altre zone come Pakistan e Cina, si potrebbe anche pensare di essere prossimi ad intravedere qualche segnale di ribellione.
Dinnanzi alla rivolta naturale fatta di incendi e temperature elevatissime sono a rischio le centrali nucleari costruite in tempi non sospetti.
Tale potenziale rivolta sarebbe l'ennesimo caso di ribellione naturale dinnanzi al nostro tecnologico bisogno di progredire. Qualora le centrali nucleari perdessero sicurezza, inutile scrivere cosa potrebbe accadere.
La chiave ipotetica è inutile da usare, in casi come questi. Dinnanzi a quasi 200mila ettari devastati le centrali a rischio diventano un incubo per oltre mezzo mondo.
Sarebbe bello, di fronte ad urgenze come queste, conoscere il pensiero di filosofi e scienziati.
La nostra forbice di sopravvivenza, di fronte al nostro percorso di dominatori esclusivamente tecnologici, pare sempre più sottile.
Sia che si chiami entropia, sia che si esprima in chiave di entalpia o sia che possa descrivere leggi elettromagnetiche o termodinamiche, la natura non potrà mai essere per l'uomo quella esclusivamente descritta da leggi matematico-fisiche.
C'è e ci sarà sempre qualcosa capace di andare oltre, incapace di essere spiegato?
D'obbligo dovrà essere per l'uomo cercarla, quella sempre ulteriore spiegazione.
Ignorare le richieste silenziose che la natura ci pone non potrà che essere dannoso e devastante, in primo luogo per noi stessi.
giovedì 5 agosto 2010
DISORDINE, MONDO E PRESUNTO 2012: ORMAI LE REDINI SI SONO PERSE?
Sfogliando le pagine dei giornali o guardando le televisioni si nota, non troppo difficilmente, un insieme di degenerazioni ambientali che ormai sembrano senza alcun freno e controllo.
Si parlava con insistenza, fino a poco tempo fa, di un presunto 2012 che non sarebbe tardato ad arrivare, in quella data indicata dai Maya del 21 dicembre.
Superando il dubbio di veridicità, è umano ma non spontaneo domandarsi se ciò che va accadendo in questi giorni sia sul solco di verità di questa Apocalisse ormai dietro l'angolo.
I dati che allarmano di più provengono da quella che un giorno chiamavamo fredda Russia. In quelle steppe dove Napoleone Bonaparte venne sconfitto dalla mistica figura del "Generale Inverno" oggi non si sta, purtroppo, come allora.
Ciò che sta avvenendo è incredibile. La capitale Mosca è stata circondata per giorni da una fitta cappa di fumo acre e tossico, comparando tale aria respirata a quella che si potrebbe respirare fumando 40 sigarette in solamente due ore.
Dissipata tale nube, si contano ad ora quasi cinquanta morti. Il 10% circa dei russi crede che sia iniziata la fine del mondo. Sulle voci circolanti gli psichiatri sono lucidamente tragicomici:
"''Dicono che e' la punizione divina, l'inizio della fine del mondo, e i loro discorsi alimentano un sacco di voci".
Altri credono invece che la colpa di tale cocktail micidiale di afa e smog sia attribuibile a bombe ed armi chimiche lanciate da chissà quale avversario in chissà quale località sconosciuta ai più.
Tale tesi, condivisa soprattutto dagli anziani, vede nell'America lo storico ed ancora attuale colpevole. Sulle armi capaci di modificare il tempo si è discusso e si discute, da sempre: andando dagli appunti rubati di Tesla al progetto HAARP di telecontrollo climatico, a tante altre tesi complottistiche. Mentre in Russia sono complessivamente bruciati oltre 190mila ettari di terreno libero, in Ucraina si inizia a stare anche peggio.
Ad oggi sono scoppiati, nel giro di sole ventiquattro ore, circa 425 incendi. Alcuni di loro sono stati originati da usi negligenti del fuoco, oltrechè da questo delirio climatico che imperversa su queste terre.
Alla miscela si potrebbero aggiungere gli alluvioni che in Pakistan hanno fatto, fino a qualche giorno fa, circa 1500 morti. A seconda di come la si voglia guardare o rendere grave, qualcosa di piuttosto serio sta accadendo in giro.
Fare poi i conti solo con credenze apocalittiche è cosa piuttosto triste.
Puntando orecchie verso la scienza, cosa si può sapere?
Il dossier scientifico "State of the climate in 2009" redatto dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) parla in maniera fin troppo chiara. Sono oltre 200 pagine di grafici, dati e statistiche.
A qualsiasi occhio, quindi, niente di maggiormente scientifico. Cosa è possibile desumere da questo report? Qualcosa di inquietante.
Il decennio 2000/2009 è stato il più caldo mai registrato, ma questo già si sapeva. Nel solo 2009 le temperature medie sono aumentate di circa 0,1°C rispetto al precedente 2008.
La CO2, misurata in parti per milione, è aumentata in un solo anno di circa 1,5 ppm. Ad oggi siamo a circa 387 ppm.
Nella nostra storia, dall'avvento della rivoluzione industriale, abbiamo riversato nell'atmosfera qualcosa come 335 miliardi di tonnellate di CO2. La metà di questo inquinamento è stata fatta tutta dopo gli anni '70.
Nel frattempo il ritiro dei ghiacciai secondo tale dossier va continuando ed accellerandosi, senza sosta. Molte distese ghiacciate sono ormai scomparse. Paesi come l'India e la Cina hanno vissuto stagioni rigidissime, fra inverno ed estate.
A ciò vanno aggiunti gli sprechi che vanno proseguendo, al quanto pare senza sosta od allerta alcuna. I religiosi dalla Russia invocano solamente preghiere collettive: "Lancio un appello a unirvi in preghiera affinchè la pioggia scenda sulla nostra terra" è la richiesta del Patriarca Ortodosso Kiril.
Scientificamente si nota, purtroppo, un disordine costantemente in aumento.
Esiste una grandezza che, in fisica ed ingegneria, rende ottimamente l'idea di sistema disordinato.
Scrivo, specificatamente, dell'entropia. E' definita dall'integrazione del rapporto fra quantità minime di calore e temperatura di un generico sistema.
Rapporto fra calore e temperatura, in parole povere.
Se vanno aumentando tutte e due, crescerà altrettanto l'entropia del sistema Terra.
Essendo la Terra un sistema supposto isolato, non ha alcuna valvola di sfogo per questo suo enorme "disordine". Ci si chiede quando finirà, purtroppo.
Ci si chiede fino a quando l'uomo potrà così egoisticamente continuare ad esercitare per intero questo osceno mestiere di dominatore.
Da quanto emerge da dossier e realtà, alla Terra qualcosa di troppo non va più bene.
Scienza o 2012, è ora di fare una scelta troppo importante.
lunedì 2 agosto 2010
2 AGOSTO 1980: QUANTE FERITE ANCORA APERTE...
Circa trent'anni e qualche ora fa avveniva quell'episodio destinato a minare, ulteriormente, l'equilibrio di uno Stato e di una città già da allora troppo precario.
Nonostante tutto il dolore e tutto il male sprigionato da quella bomba, ancora mancano le necessarie luci sulla verità. Non bastano gli appelli fatti anche dal Presidente della Repubblica Napolitano, per il quale è necessario, oggi più che mai, dissipare ombre e dubbi su questa tragedia.
Quale fu il motivo di tale, sordo, gesto? Quali furono le ragioni che causarono 85 morti e 200 feriti? Quanti osceni ed oscuri motivi rimangono ancora oggi per impedire il raggiungimento della vera verità?
Il pensiero va subito a tutte quelle famiglie che hanno atteso, attendono ed attenderanno ancora per chissà quanto una seppur minimale, ma definitiva, forma di giustizia.
Si potrebbe, dati i tempi, invocare una giustizia che sappia essere meno sbagliata rispetto a quelle fino ad ora usate per indagare. Muoversi continuamente fra batture d'arresto e ritorni indietro, per citare Napolitano, non sarà mai facile.
Ai postumi verrà l'onere di tramandare una strage come questa, apprendendo come sempre la "lezione" che si cela dietro ad episodi tragici come questi.
Da giovane 22enne non posso avere memoria piena e consapevole dell'Italia che fu in quei giorni. Ho da sempre, però, letto e parlato di un paese che in quegli anni vide tramortite e distrutte le proprie linfe vitali e consapevoli.
Scrivere di colpevoli o di colpe certe sarebbe sbagliato, in un caso fragile e flebile come questo.
Ciò che so, che posso scrivere e che mi chiedo però è come sia possibile, per chi ha compiuto o fatto compiere quel gesto, dormire ancora sereno la notte.
Mi chiedo come sia possibile, a distanza di così troppo tempo, guardarsi allo specchio senza sprofondare; mi chiedo come possa essere possibile permettere ciò che qualcuno vocifera riguardo presunte coperture nei confronti dei reali mandanti.
La nebulosa attorno a quella strage ed attorno alle altre stragi che attanagliarono il Paese in quegli anni è di sempre più difficile comprensione.
Mi chiedo, sicuramente assieme a tantissimi altri, davvero troppe cose.
Di chiunque possano essere realmente le colpe.
Ripenso al dolore delle famiglie ed a tutte quelle persone che quel giorno presero un treno diretto per il cielo. Ripenso a quel bus numero 7 che fece per ore ed ore la spola fra la stazione, distrutta, e l'obitorio, sempre più pieno.
Ripenso, schifato, ad un governo che dopo trent'anni ha scelto di mancare alle celebrazioni.
Ripenso, inconsapevole ed ignorante, a quanto una strage così abbia lasciato nel cuore di coloro che allora vivevano.
Il 2 agosto del 1980 scoppiò un ordigno che colpì profondamente e nell'intero tutta la straordinaria città di Bologna e tutto quello stupendo Paese che ho imparato a chiamare Italia.
Quale sia l'alchimia che regni dietro tragedie come queste la ignoro, senza mai però dimenticare tutto il dolore umano per i morti che sa andare, purtroppo, oltre qualsiasi definizione di giustizia, di torto o di ragione.
A parole scrivere o parlare di senso d'impotenza o di dolore mi è, purtroppo, impossibile.
Ciò che so è che non sappiamo davvero tante, troppe cose.
Nè forse le sapremo mai.
Senza distinzione alcuna di età.
Siamo ancora fermi, come l'orologio rimasto morto da allora.
sabato 31 luglio 2010
CARO SILVIO, SI STA ROMPENDO IL GIOCATTOLINO?
Mentre l'estate passa, nel berlusconismo si intravedono le prime crepe.
Dopo l'enorme periodo di turbolenza interno al PdL qualcosa di giusto e quasi ovvio sta avvenendo. Mentre l'estate passa, il Presidente della Camera viene sfiduciato ed estraniato dal Partito di appartenenza dal Presidente del Consiglio.
Succede, tutto d'un tratto, che la missione più importante dove Berlusconi mette subito voce è la gestione ed il riodino del suo "partito", mai più ad-personam di ora.
Cacciando il co-fondatore grazie ad un appoggio di misteriose figure chiamate "probiviri", si configura ora un governo sempre più arroccato e di diretta proprietà della Lega Nord.
Sarà interessante vedere l'evolversi degli eventi, da ora in poi.
E' forse meglio scrivere sarebbe. Le priorità dello stivale, purtroppo, non si concentrano solamente attorno alla necessità di tenere unito il Popolo della Libertà.
Perdendo mordente rispetto al resto d'Europa e del mondo ci stiamo, non troppo lentamente, scavando la fossa da soli. Al PdL si affianca ora il movimento "Futuro e Libertà", del quale faranno parte 33 deputati e 14 senatori, a quanto pare dagli ultimi fatti.
La cosa più interessante ma non sbalorditiva è la definizione data del Premier da parte di Gianfranco Fini. Politico dalle origini più che note, ha definito Silvio Berlusconi come curioso aziendalista e fautore di una definizione di democrazia tutta personale.
Si spera che, alla luce degli ultimi fatti, questa non sia più una novità.
Ciò che più conta è che ai piani del piduista Berlusconi sia stato messo qualche bastone di troppo. La fine del berlusconismo sembra, per fortuna, ormai alle porte.
Fra popolo viola e movimenti a più stelle, finalmente, il paese prende coscienza.
Ciò che pare mancare, purtroppo, è quell'alternativa tanto declamata e conclamata più volte in pompa magna. Nel periodo che seguirà la deposizione del Premier-padrone ci sarà una visione assente di politica vera.
Nel male più assoluto l'Italia è diventata in questi anni eccessivamente Berlusconi-dipendente.
Nel periodo che seguirà servirà unire e riunire più italiani consapevoli possibili sotto un programma chiaro, definito e precisamente determinato.
Si dovranno inseguire criteri nuovi di lavoro, si dovranno seguire precise logiche di disponibilità energetica abbinata a massima sostenibilità ambientale possibile.
Limitare gli sprechi senza perdere di vista le reali esigenze di uno Stato ridotto, per colpa di destre e finte sinistre, ormai al lumicino più assoluto.
Servirà coerenza per riconquistare l'Italia migliore, servirà fornire al Paese un nuovo modello politico differente da quello tronfio ed osceno nano-dipendente.
Ad oggi, la missione pare davvero ardua.
giovedì 29 luglio 2010
ESTATE E LIBERTA': "BONJOUR BAHIA", DALL'ANIMA DI ROY PACI
Quella cosa che chiamiamo casa e che non sai cos'è finché non vai lontano
Quella cosa chiamata realtà e che riflette i sogni e nutre le illusioni
Come si chiama un momento così quando non hai le parole
Quando non hai le parole
Quella cosa che chiamiamo pace e che che non sai cos'è finché non fai a botte
Quella cosa che chiamiamo luce e che non sai cos'è finché non viene notte
Quando una notte perfetta va via tra poco sorge il sole
E io non ho le parole, tra poco sorge il sole
E io non ho le parole, tra poco sorge il sole
Eh tudo mundo bem tudo mundo bem bem bem (x4)
Quella cosa che chiamano vita e che non sai cos'è finché qualcuno non muore
Quella che chiamano la verità e che non sai cos'è finché non sai mentire
Quella cosa che chiamiamo festa e che non sai cos'è finché non hai un lavoro
Quella cosa che chiamano amico e che non sai cos'è finché non resti solo
Quella cosa che chiamano tutti e che non sai cos'è finché non canti in coro
ehi you, wherever you go,
cada dia no mundo morre e nasce o sol
ehi you, wherever you go,
aqui nesta praida tudo bem tudo bom
Quella cosa chamata poesia che vive nelle cose se la vai a cercare
Quella cosa che chiamano amore che non sai cos'è finché lei non appare
Dopo una notte di rumba a Bahia sta per sorgere il sole
E io non ho le parole, e sta per sorgere il sole
E io non ho le parole, tra poco sorge il sole
Bonjour Bahia...solo la musica
solo la musica
Quella cosa che si chiama valore che scrive le canzoni e che fa rima col cuore
Quella cosa cos'è quella cosa cos'è
Bonjour Bahia
mercoledì 28 luglio 2010
FRA LEGGE BAVAGLIO ED OPINIONE PUBBLICA, RICORDANDO JOSEPH PULITZER
“Quale sarà la condizione della società e della politica di questa Repubblica di qui a settant’anni, quando saranno ancora vivi alcuni dei bambini che adesso vanno a scuola? Sapremo salvaguardare il primato della Costituzione, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e l’incorruttibilità della giustizia, oppure avremo un governo del denaro e dei disonesti?”.
Secondo Pulitzer la soluzione a queste domande consisteva, semplicemente, nella qualità dell’informazione. Un bavaglio dinnanzi a valori come questi, per fortuna, non basterà mai.
O almeno credo.
domenica 25 luglio 2010
SOCIETA' DEL BEN-AVERE O CONSAPEVOLEZZA DI NECESSARIO BEN-ESSERE?
Approfondendo da una lettura estiva il concetto di società e malessere diffuso dell'umanità mi sono imbattuto in un testo interessantissimo, "Manifesto per la Felicità" scritto da Stefano Bartolini.
In chiave tecnica, almeno nelle parti iniziali, si cerca di definire almeno a livello teorico i cardini essenziali di un nuovo modello di società.
Secondo l'autore l'anima nascosta nell'uomo dovrebbe plasmare un nuovo tipo di mondo a sua immagine e somiglianza. Al giorno d'oggi, infatti, le logiche corrotte dell'essere umano hanno generato fenomeni non più migliorabili o completamente ricostruibili.
Ne sono esempio, a trecentosessanta gradi, tutti i mondi dell'universo prossimo all'uomo.
Ne è esempio un ambiente distrutto la cui sopravvivenza è veicolata strettamente alla misura di emissioni tollerabili ormai in quantità sempre meno infinitesime e sempre più massicce.
Ne è esempio un'economia che ha saputo produrre una base devastata ed un vertice di potenti e potentati subordinati ad una continua sete di ricchezza.
Ne sono esempio tecnica e sostenibilità umana, ormai spedite verso poli opposti di tollerabilità ed intento. Costruiamo macchine sempre più veloci e potenti ignorando i limiti di velocità necessari per la nostra sopravvivenza.
Se la società è malata, come si può riconoscere o definire un individuo sano o quantomeno normale?
La missione, da qualsiasi punto la si guardi, è quasi impossibile da circoscrivere.
A tal proposito mi ha efficacemente colpito una citazione riportata fra le prime pagine del libro, riprodotta da Eric Fromm: "Molti psicologi e psichiatri rifiutano l'idea che la società nel suo insieme potrebbe essere malata. Assumono che il problema della salute mentale in una società è solo quello degli individui giovedì 22 luglio 2010
GIOVANI E MONDO: QUANDO UNA DELLE POCHE SPERANZE RIMASTE LA SENTIAMO DENTRO...
Dinnanzi allo sfacelo dei tempi moderni i giovani possono immaginare di fare tutto per migliorare quello che, poco o tanto, ancora può essere cambiato. Il sinonimo più azzeccato di futuro all'oggi coincide con la sete che le nuove generazioni hanno di imporsi nel mondo.
Incapaci di accettare lo status quo delle cose, se non distratti, possono incanalare positivamente le loro energie per provare a ricostruire i cattivi argini delle vicende moderne.
Possono acquisire "competenze", se solo così si possono riduttivamente chiamare, per migliorare e migliorarsi. Possono trasformarsi non solo su libri di scuola, su esami universitari o su lavori sempre più precari; possono modificarsi anche seguendo altre piste, differenti e proporzionalmente difficili rispetto alle avversità contemporanee.
I giovani devono, da giovani, coltivare qualcosa dentro di loro. Possono far crescere sapere, cultura e convinzioni. Possono coltivare attentamente e scrupolosamente motivazioni e profonde consapevolezze che riescono a volare sempre un pelo più in alto delle "adulte burocrazie".
Scrivevo, poco sopra, che i giovani hanno sete. Avrei potuto usare altrettanti, infiniti, sinonimi.
Se si ha sete ma manca l'acqua attorno, è davvero dura vivere.
Se si ha sete ma manca l'acqua si finisce con il sopravvivere dinnanzi alle ingiustizie del mondo.
Le motivazioni le trovano immaginando qualcosa che non funziona rinascere e ritornare alle piene funzionalità.
Le consapevolezze le riscoprono cercando rifugio in frammenti di vita felici, in sogni od illusioni ancora non disilluse dalla realtà. Si può ritornare anche bambini, ogni tanto, a corrente alternata.
Il massimo comune denominatore di questa società è la quasi assoluta mancanza di stimoli generazionali e, di conseguenza, anche relazionali.
Se esiste un massimo comune denominatore, il filo scientifico non sottile che è in me mi impone di credere che debba esistere anche un minimo comune multiplo.
Deve per forza esistere una realtà capace di attrarre a sè magneticamente tutti i giovani volenterosi e desiderosi di cambiare il mondo in meglio.
Queste sono purtroppo verità che, anche ingegneristicamente scrivendo, nessuna dimostrazione può insegnare. La meccanica del mondo è troppo complessa per poter essere racchiusa o circoscritta da teoremi e formule di sperimentale validità.
La meccanica del mondo si può solo guardare ed intravedere, per troppo sommi capi.
Tutte queste premesse fanno dell'essere giovani un mestiere difficilissimo.
Timbrando il cartellino del passare del tempo dovremmo essere all'altezza, riparando tutta quell'infinità di errori commessi dalle generazioni precedenti.
Dovremo conoscere o riconoscere la nostra sacra responsabilità di esseri umani, senza perdere di vista cardini di sostenibilità ambientale ed amore verso il prossimo.
Ci sarà da lavorare molto.
Moltissimo.
La paura non prenderà mai il sopravvento se condivideremo la fatica. Sarà sempre più sbagliato isolarsi per provare a cambiare il corso degli eventi.
Mentre petrolio fuoriesce da ogni dove inquinando mari e facendo morire animali dovremo studiare ingegneria con la consapevolezza di ciò che voglia dire ammaestrare il mondo alle nostre esigenze.
Mentre generazioni ancora più future di noi si vedranno tagliare futuro e lavoro dovremo studiare scienze sociali con la consapevolezza di ciò che voglia dire essere differenti da chi è venuto prima.
La logica corrotta di questo tempo dovrà essere, si spera il più irreversibilmente possibile, corretta.
Cambiare è sempre possibile, fino all'annuncio di "Game Over" finale.
Ce lo ricorda anche Enrico Berlinguer, ripreso dalle nebbie di una società che oggi più che mai ha davvero molto bisogno di figure come la sua:
"Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c'è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia."
E' giunto il momento di abbatterlo, questo vecchio ordine. Dovremo farlo a suon di picconate morali, a suon di calmi ma decisi passi.
Felpati felpati ci avvicineremo al nemico da migliorare, per poi allargare più che mai gli orizzonti del mondo non appena ci sarà possibile.
Siamo giovani, dopotutto il tempo gioca ampliamente dalla nostra parte.
Coraggio.
"I HAVE A DREAM", RICORDANDO MARTIN LUTHER KING
Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.
Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.
Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.
E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.
Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.
Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.
Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.
Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.
Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.
Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.
E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.
Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.
Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.
E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.
Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.
Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.
Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.
Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.
Ma non soltanto.
Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".
martedì 20 luglio 2010
POESIA IN MUSICA: "GIUDIZI UNIVERSALI" DI SAMUELE BERSANI
Non capita spesso di incontrare canzoni che, se private della musica, rimangono impregnate di quel fascino tutto particolare che un bel componimento sa regalare all'anima.
Ancora meno ne possiamo incontrare oggi, di canzoni poetiche e nobilitanti per l'anima umana.
Fra le poche canzoni capaci di essere poesie senza musica ne ricordo da sempre una che mi ha profondamente e positivamente sconvolto, fin dal primo ascolto.
Si tratta di "Giudizi Universali", canzone scritta qualche anno fa dal grandissimo cantautore bolognese Samuele Bersani.
Tratta con parole velate la probabile fine di un amore, fino a qualche momento prima figlio di passione e divenuto poi, non troppo improvvisamente, succo di mille riassunti e mille mila compromessi che rendono l'anima del cantautore non così gemella con quella idealizzata tra i suoi versi.
E' una canzone che parla di un sentimento semplice, immediato e consapevole.
Pur di tornare ad essere quella che era, l'anima cantante si ribella al sogno d'amore prima intrapreso. Desidera ritornare a sognare da sola, completamente in pace.
Di fronte alla sfuggevolezza di certi momenti ricordati come intensi l'anima ferita non ha più alcun ricordo. Dimentica di tutto, vuole togliere di mezzo razionalità e ragione per tornare a volare alto.
Sola. Nel mentre, della fiamma della passione ormai spenta rimangono solo cera e buio.
Dinnanzi alla ritrovata libertà un'anima, seppur sola, non potrà mai più trovare nulla che possa spostarla dal suo equilibrio, fino a poco prima troppo precario.
Preda forse di un'errata interpretazione, preferisco riportare di seguito il sublime testo:
"Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
complicare il pane
ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo
taglia bene l'aquilone, togli la ragione e lasciami sognare, lasciami
sognare in pace
Liberi com'eravamo ieri, dei centimetri di libri sotto i piedi
per tirare la maniglia della porta e andare fuori come Mastroianni
anni fa,
come la voce guida la pubblicità
ci sono stati dei momenti intensi ma li ho persi già
Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
calpestare il cuore
ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole
Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini
per scivolare meglio sopra l'odio
Torre di controllo, aiuto, sto finendo l'aria dentro al serbatoio
Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c'è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più...
Vuoti di memoria, non c'è posto per tenere insieme tutte le
puntate di una storia
piccolissimo particolare, ti ho perduto senza cattiveria
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo
taglia bene l'aquilone
togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace
Libero com'ero stato ieri ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi
adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori
come Mastroianni anni fa, sono una nuvola, fra poco pioverà
e non c'è niente che mi sposta o vento che mi sposterà
Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c'è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più, non ci sei più, non ci sei..."
Rimane così, senza musica, semplicissima poesia.
domenica 18 luglio 2010
I TEMPI CAMBIANO, COME I FASCISMI: UTILE RICORDARLO CON PRIMO LEVI
Il ritratto quasi perfetto di questa Italia è racchiuso in una citazione di Primo Levi, capace di condensare in poche righe tutto ciò che viene detto e fatto oggi da quella che dovrebbe essere la massima classe dirigente del Paese.
Corruzione dilagante, crisi sociale perennemente irrisolta e non combattuta, evasione fiscale fiscalmente scudata, attacchi a più non posso seguendo trame complottistiche da insinuare nelle menti degli italiani.
Qualcuno attacca magistratura, giustizia ed informazione; qualcuno attacca con straordinaria intensità l'argine del fare buona politica vedendo comunisti dovunque e trame complottistiche di una sinistra che, inabissata, vede nella congiura l'unico modo per fare fuori un Cesare che, come tanti altri imperatori, deve essere ad ogni costo informato su tutte le minime attività delle sue subordinate cricche.
Succede poi che i suoi migliori amici vengono, l'uno dopo l'altro, indagati. Succede poi che quegli stessi, fidatissimi, colleghi diventino una cozzaglia di "pensionati sfigati".
Succede che l'amicizia perde giustamente valore, dinnanzi all'ombra del carcere che ritorna ad avvolgere un nano Cesare qualunque, fra i molti additabili.
Succede che il Premier-imperatore diventa ricattabile, minacciabile od ancora influenzabile.
Scandali dovunque, a macchia d'olio e non di leopardo, in questa Italia malfamata.
Come certificare la malattia della quale il Paese soffre? Impossibile farne una diagnosi esatta, sono troppi gli elementi ormai compromessi ed illusori.
Ce lo ricorda, comunque, con qualche avviso utile Primo Levi.
Era l'8 maggio del 1974 ed in tempi non sospetti qualcuno pensava questo:
"Ogni tempo ha il suo fascismo. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola."
Se tre indizi fanno una prova, qui ne vengono confermati in toto tre.
Abbiamo una prova di fascismo italiano modernizzato e contemporaneo?
Meglio non pensarci, sarà colpa del caldo estivo.
venerdì 16 luglio 2010
CONSIGLI PER UN PAESE NORMALE, RICORDANDO ENZO BIAGI
Vicino all'ultimare la lettura dell'ultimo libro postumo del grandissimo giornalista, posso guardarmi dentro ed attorno con più obiettività per capire come e dove volgere gli occhi per osservare tutto ciò che non va come dovrebbe o potrebbe davvero.
Preda di un'analisi dettagliata e visceralmente vissuta, Enzo Biagi e Salvatore Giannella tracciano un quadro stupendo di tutti gli elementi che in questa italiana terra potrebbero girare per un verso più giusto.
Usando come solo punto di riferimento la bussola civile di ogni cuore umano, si muovono alla ricerca di una Stella Polare che pare molto più lontana di quanto si possa credere. Ricordano, tanto per iniziare, frammenti dal "De brevitate vitae" di Lucio Anneo Seneca:
"C'è chi si logora in una volontaria schiavitù, [...]; i più, privi di bussola, cambiano sempre idea, in balia di una leggerezza volubile ed instabile e scontenta di sè."
Allo stesso modo, forse purtroppo, trovano un mondo nel quale la leggerezza ormai predominante non riesce più ad essere scontenta di sè stessa.
Espansa a macchia d'olio, ha contaminato diritti, giustizia, informazione, modelli, memoria ed educazione.
Cè un mondo normale dove ci sono eroi che lottano ogni giorno in silenzio ma ricevendo meriti, c'è un Paese normale che riesce a sognare cose che poi, più o meno puntualmente, riesce a realizzare.
Potrebbe esserci un Paese normale per la semplicità dei suoi abitanti, od ancora normale per una cattiva realtà inaccettabile.
Potrebbe esserci una Terra più consapevole, capace di ribellarsi oppure di lottare per vedere qualcosa di sempre nuovo e migliore. Un Paese normale dovrebbe essere prima di tutto innamorato dei propri cervelli migliori, senza farli scappare o demoralizzare al primo tentativo di cercare lavoro.
In un Paese normale acquisiscono, più o meno magicamente, meno importanza gli stadi, i locali e le mode del momento. In un Paese normale il cuore della gente può essere ascoltato, fatto aprire e parlare.
In un Paese normale il confronto non scappa; non scappa neppure il confronto con la Storia, la passione sfrenata per tutto ciò che faccia rima con giustizia e/o regole.
Tutto questo alla ricerca,più o meno perenne, di quella bussola civile che tanto serve per trasformare in meglio il mondo intero.
In un Paese normale sono accettabili provincialismo e campanilismo, in un mondo normale la religione deve sapere in quali direzioni rinnovarsi e modificarsi.
Dalla miniera di contenuti espressi in quelle pagine è impossibile risalire ad un quadro nitido e definito su come procedere efficacemente per cambiare in meglio ciò che ci circonda.
Vengono lanciati in cielo spunti, fuochi luminosi per poter raggiungere la nostra stella positiva più vicina.
In un Paese normale televisioni e pubblicità saprebbero degnamente lanciare modelli positivi, parlando alle persone e non esclusivamente agli indici di ascolto.
In un Paese non normale, purtroppo, sono sempre meno le persone come Enzo Biagi.
Non so se questa sia definibile come malattia contagiosa, non so se il crollo di un sogno possa coincidere con la morte di uomini così tremendamente importanti.
So solo che, più mi guardo attorno, più non vedo spunti importanti per potergli dare torto.
mercoledì 14 luglio 2010
COME E' POSSIBILE?
Com'è possibile che tutto questo lasci indifferente un Paese? Quando la corruzione estrema ha eliminato la possibilità di sviluppare una politica sana.
Quando non sembra esserci altra alternativa che o corrompersi od emigrare.
Roberto Saviano, 13 luglio 2010
domenica 11 luglio 2010
PROMOTORI DI QUALI LIBERTA'?
Il Cavaliere ama molto giocare con le parole, ma questo già purtroppo si sapeva. Fonda un grande Partito dell'Amore, capace di vincere e convincere su folte schiere di comunisti e cattocomunisti che hanno ogni colpa possibile.
Insulta a destra e manca qualsiasi Istituzione, che non sia ovviamente la sua. Parla di sacrosanto diritto alla privacy, giusto per salvaguardare tutti quegli italiani che a detta sua moriranno vecchi ed intercettati. Siamo a milioni, per questo con una legge ricolma d'Amore deve tutelarci.
Deve proteggerci, lasciarci quell'intimità necessaria al momento di un confronto fra cornette telefoniche. Parla a folte schiere di giovani, svezzando ed illuminando in loro concetti essenziali quali amore, libertà e passione per la buona politica.
Protegge dinnanzi ad altrettante folte platee l'amico fraterno Dell'Utri, invocando la figura eroica dello stalliere Mangano. Da ieri, le ultime tristi eco di propaganda "politica".
Dal sito dei "Promotori della libertà" attacca la libertà di stampa definendola un diritto non assoluto, ma prescindente da altri diritti: "La libertà di stampa non è un diritto assoluto che prescinde dai diritti degli altri."
La colpa dell'Italia è quella di avere troppa libertà di stampa. Il demerito di questo è, ovviamente, della sinistra. E' tutta colpa di quel rosso che lui vede dovunque: "Dobbiamo togliere il bavaglio alla verità posto da quella stampa schierata con la sinistra e pregiudizialmente ostile al governo."
C'è una stampa che, a detta del Premier, calpesta il sacrosanto diritto alla privacy dei cittadini. E' notoriamente risaputo quanti giornali pubblichino quotidianamente le nostre telefonate, dando risalto alla spesa da fare nel weekend od al figlio da andare a prendere a scuola.
Secondo Silvio Berlusconi la libertà di stampa deve essere subordinata all'uso sereno del telefono.
Siamo arrivati anche a questo punto. Continuando con gli affondi non si ferma, come sua (tristissima) prerogativa: "In democrazia non esistono diritti assoluti, perchè ognuno incontra un limite negli altri diritti."
Fra questi ultimi ricordiamo, appunto, il diritto a non essere intercettati. Da ciò emerge un quadro desolante. Per Berlusconi la priorità delle famiglie italiane è il diritto a non essere intercettati, messo dinnanzi anche al diritto di poter arrivare tranquillamente alla fine del mese.
L'italiano medio si preoccupa di poter avere il telefono libero da spie anzichè di poter dare ogni giorno la vita migliore alla propria famiglia.
Se le nostre preoccupazioni principali fossero queste, ci sarebbe davvero da preoccuparsi.
Dopotutto, nonostante tutto, sono anche questi quegli elementi di perenne barzelletta che il Cavaliere ha importato con il suo modo di fare "politica" imprenditoriale.
Le dichiarazioni inaccettabili provenienti dalla sua bocca sono ormai, purtroppo, all'ordine del giorno.
Stupisce quali siano, per lui, questi inalienabili diritti assoluti prioritari rispetto alla libertà di stampa.
Vista la sua primaria ossessione per limitare la stessa, stupisce che a fatti non consideri in alcun modo quell'altro mondo ritenuto più importante.
Alla fine della fiera, in una democrazia la stampa è quel veicolo che fa giungere alle masse il lavoro fatto dalle massime classi dirigenti. Controllandone, o peggio limitandone, la libertà è purtroppo ovvio che i giudizi della società possano essere falsati o taroccati.
Il libero fluire della libertà di stampa ha prodotto, in questi ultimi tempi, uno scandalo politico dietro l'altro. E' più normale pensare che, per poter salvaguardare una ben determinata "cricca", si stia procedendo ad un bavaglio da imporre alle voci libere rimaste nel Paese.
Negando la libertà di stampa, a dispetto di quanto pensa il Premier, se ne negano moltissime altre. Influenzando in maniera distorta le opinioni di uno Stato si finirebbe con l'influenzare tutto il resto.
Parla di diritti assoluti inerenti alla libertà di stampa, salvo poi tacere sui massacri che l'amico Gheddafi va compiendo in quel della Libia, in barba a qualunque diritto umano.
Libertà di stampa che si ritorce, quasi istantaneamente, sull'opinione pubblica.
Quanto opinione pubblica ed altri "diritti" siano intimamente legati ce lo ricorda Erskine May:
"L'opinione pubblica è al tempo stesso la guida ed il controllo degli uomini di Stato".
Veicolandone una si finisce con l'imprimere guida e controllo falsate, in primo luogo a quei nostri "uomini" di Stato.
Conoscendo benissimo queste dinamiche, Silvio Berlusconi riesce a sollecitare questo tema a comando per poter continuare ad inseguire quelle leggi ad-personam che, esclusive, gli permettono di respirare al di fuori da quattro sbarre.
Sullo sfondo qualche propaganda fatta a giovani Promotori è sufficiente a lavarsi la coscienza.
Siamo una marea di intercettati, con la sola priorità di poter essere liberamente padroni delle nostre conversazioni telefoniche.
Se questi sono i problemi, consiglierei ai Ministri di farsi un giro per le strade lontane dai palazzi romani.
Purtroppo, ormai si sa, questi sono solamente sogni per comuni mortali.
ERITREI IN LIBIA: GRAN PARTE DEL (DE)MERITO E' ITALIANA...
Ad un anno e qualche mese dalla stipula dello storico patto d'amicizia italo-libica, stipulato in pompa magna dal duo Berlusconi-Gheddafi, si iniziano a vedere i primi, stupendi, risultati.
Doveva essere un'alleanza trasversale, versatile e funzionale in primo luogo per l'occupazione e per le politiche economiche. Erano prontissimi molti imprenditori ad emigrare, per portare oltremare quelle realtà industriali italiane tanto desiderate dall'estero.
Niente di tutto ciò si è ancora manifestato agli occhi dei più, purtroppo. Sono usciti i primi numeri, tristemente ufficiali, da parte delle autorità libiche sullo stato totale dei rifugiati nel nostro Stato "amico".
Una nota del Ministero degli Esteri libico rivela che, su un totale di circa400 rifugiati, ben 245 sono stati respinti da pattuglie italiane per essere consegnati alle autorità di Tripoli.
Il numero 245, in tutta la melma possibile, si spera che sia un numero casuale e non riconducibile esclusivamente a quei poveri prigionieri eritrei che vanno marcendo da giorni nel lager di Brak.
Lo sottolinea il Cir (Centro Italiano Rifugiati), con una nota congiunta fra Christopher Hein e Savino Pezzo. Lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è, a detta loro, mosso per certificare se effettivamente non avevano i "requisiti" per chiedere asilo politico:
"Nella lettera Napolitano afferma che la vicenda continuerà ad essere seguita con la dovuta urgenza nell'auspicio che possano essere rapidamente chiarite le ragioni che hanno determinato la richiesta di aiuto dei rifugiati eritrei e che sia fatta luce sulle condizione della loro permanenza presso i campi profughi della Libia."
Nel mentre i prigionieri eritrei sembrano addirittura indirizzati ai lavori forzati. Ne è convinto, purtroppo, anche il giurista Fulvio Vassallo Paleologo. Docente di diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo, sottolinea con toni molto incerti le condizioni dei campi profughi libici. L'accordo di liberazione e residenza in cambio di lavoro che prevede lavori socialmente utili in diversi Comuni della Libia potrebbe nascondere, secondo Paleologo, una forma diversa di detenzione nei campi di lavoro libici.
In pochissime parole è riassunto nel titolo affidato al suo documento: "Arbeit macht frei", dalle tristissime eco richiamanti quel lavoro come fonte di libertà dai lager tedeschi.
In poche parole agli eritrei prigionieri sarebbe stato fatto firmare un documento capace di non permettere loro qualsiasi spostamento o qualunque libertà di circolazione. La sola occupazione potrebbe essere quella di dedicarsi a qualche lavoro utile in qualche comune nostro "amico".
Nel documento di Paleologo si leggono tratti notevolmente pessimistici: "Il lavoro promesso in cambio della libertà appare solo come un tentativo di disperdere il gruppo di profughi eritrei, da giorni vittima di torture e violenze da parte della polizia libica, e rendere più difficili le inchieste internazionali sulle responsabilità di questa ennesima deportazione violenta subita da persone che avrebbero dovuto essere accolte come rifugiati."
Sullo sfondo di qualsiasi altra politica di revisione o strumentalizzazione l'appello dei prigionieri rimane vivo. Senza alcuna colpa, chiedono solo di non essere lasciati soli.
Nonostante tutto ciò, quel maledetto 245 rimane come Spada di Damocle sulle loro e nostre teste.
Qualche frammento di solidarietà sarebbe doveroso, ne sono convinto...
giovedì 8 luglio 2010
TERREMOTATI E MANGANELLATI
Poco più di un anno fa, ovviamente davanti a giornalisti e telecamere, queste parole:
"Il terremoto in Abruzzo è stato un dolore, una cosa lancinante e lacerante. Tutte le storie che mi sono venute addosso sono state drammatiche. L'ho promesso sulle bare: non lasceremo mai sola questa regione."
Sono parole pronunciate da Silvio Berlusconi, esattamente il 10 aprile del 2009. Giusto ieri, purtroppo, l'ennesima smentita a fatti.
Migliaia di terremotati, arrivati nella Capitale per far presente che la loro emergenza esiste ancora, sono stati bloccati dalle Forze dell'Ordine e presi violentemenente a manganellate.
Chiedevano risposte e rimedi all'obbligo di pagare le tasse, oltrechè a focalizzare l'attenzione del Parlamento su una legge sociale ad hoc relativa al loro dramma, tutto fuorchè scelto.
Come si sta oggi nella città de L'Aquila? A distanza di un anno, nonostante proclami di governo all'insegna della più assoluta mancanza di pragmaticità, la questione è drammatica.
25mila persone ancora senza casa, disseminate qua e là in alberghi per una vacanza ormai interminabile.
16mila persone ancora senza lavoro, almeno non per colpa della terribile crisi economica.
Nonostante questi drammi, la cosa che più sconvolge è che presto dovranno tutti esaurire il "debito" accumulato in questi mesi post-sisma.
Liquidare tasse ed emolumenti non versati in questo anno, per un totale di circa 250 milioni di Euro, secondo stime pessimistiche. Questi arretrati dovranno essere saldati entro 60 mesi a partire dal gennaio prossimo.
Su 59 Comuni terremotati, 53 Sindaci hanno scelto di portare in segno di protesta fino a Roma i loro gonfaloni. La ricostruzione avrebbe dovuto, secondo la propaganda di allora, partire dalla Capitale.
Arrivati nella Capitale per chiedere attenzione al loro dramma, volevano solo "poter parlare visto che i telegiornali raccontano sempre che va tutto bene."
E' proprio questo, per l'ennesima volta, il più grande problema italiano di questo berlusconismo ormai marcio ed incancrenito. Tutto ciò che non appare in televisione è destinato a non esistere.
Perorare la loro giusta causa è scontato, dato lo status quo in cui questa Italia versa, da troppo tempo a questa parte.
Arrivati per la protesta, sono stati d'improvviso raggiunti da quattro blindati dei Carabinieri e da moltissimi uomini delle Forze dell'Ordine, agghindati per l'occasione di tutto punto in tuta antisommossa.
Di fronte a tentativi per forzare la linea rossa fatta dai pubblici ufficiali, giù con manganelli e botte.
Ne sono volate, in sette ore di durissima repressione.
Ne hanno prese tutti, indistintamente. Nel mentre, ricordiamo l'impegno del Premier Berlusconi a Palazzo Grazioli. Stava tenendo un vertice di maggioranza del PdL, affare di gran lunga molto più importante per mantenere stabile la sua lontananza dal carcere.
Dietro agli aquilani migliaia di disabili, giunti per chiedere allentamenti sui nuovi limiti imposti dalla manovra da 25miliardi di Euro ai sussidi per la disabilità.
Nonostante tutto, presto a L'Aquila si rinizierà a pagare regolarmente i contributi.
Secondo i calcoli di Massimo Cialente, Sindaco de l'Aquila, servirebbero circa 180 milioni di Euro per ripianare i debiti accumulati dagli incolpevoli aquilani.
Al posto di rincarare o di incidere ulteriormente con tasse di scopo, si potrebbe "limare" sui 31 miliardi di Euro di spese belliche previste per questo anno. Si potrebbero limare fra gli 800milioni di Euro che vengono ogni anno spesi per la nostra burocrazia, in quell'antro che la Lega Nord vede in "Roma Ladrona".
Ad ora la sola proposta in controtendenza è quella fatta dall'Onorevole Anna Finocchiaro, prevedente una diluizione in 10 anni del 40% del credito da restituire.
In seno alla Capitale, manganellate ed aggressioni ai terremotati bisognosi di attenzione.
Che tristezza.
martedì 6 luglio 2010
LETTERA PER UN PAESE NORMALE
Nell'ultimo libro di Enzo Biagi, composto ed articolato grazie alla mano di Salvatore Giannella, c'è all'incipit una bellissima lettera che il revisore ha voluto regalare a tutti i lettori, scritta dal compianto giornalista.
Enzo Biagi ebbe, negli ultimi anni della sua esistenza, l'ossessione positiva di voler vedere ad ogni costo un Paese più normale, o quantomeno meno sbagliato di quanto già fosse diventato.
Parafrasando frasi pronunciate dal regista Federico Fellini, Biagi voleva che gli italiani tornassero ad innamorarsi di uno Stato più degno, più normale.
Così pensando, nel Capodanno 2005 scrisse questa lettera che condivido volentieri con tutti gli interessati:
"Io mi auguro che l'Italia possa diventare finalmente un Paese normale, un Paese in cui sia abolita la doppiezza. Io sono dalla parte di Zavattini che diceva: lunedì 5 luglio 2010
CHE NE SARA' DI NOI? RIFLESSIONE A BOCCE "FERME" SU QUESTI UNDER 30...
Qualcosa di grande nel mondo che ci hanno lasciato non va nè forse ritornerà a funzionare, mai più.
Ci hanno lasciato un sistema marcio dal capitalismo e da un'economia che è riuscita nell'impresa impossibile di ribellarsi al suo creatore.
Ci hanno lasciato una Terra fondata sull'oro nero e non sull'oro verde, impendendoci di poter progettare nel breve termine politiche nuove di risparmio energetico e sostenibilità ambientale.
Ci hanno fatto studiare a scuola di primo, secondo, terzo e quarto mondo, salvo poi farci sapere che nella realtà i mondi di povertà ormai non si contano più. Si parla, non a caso, di generazioni senza alcuna speranza. Mentre scrivo, mentre respiro o mentre faccio sport miliardi di barili fuoriescono da una falla, in quel del Golfo del Messico.
A bocce ferme qualcuno ha preferito salvare il petrolio che "otturare" la falla con una microscopica implosione interna. Ci hanno lasciato questo mondo qui, figlio della mancanza di concetti quali lungo termine o preservazione.
Ci hanno lasciato un mondo dove le necessità per chi decideva non eravamo noi, ma forse qualcosa di diverso che non voglio neppure sapere chi o cosa sia.
Ci hanno lasciato un mondo morso da una crisi paurosamente incontrollabile, al termine della quale forse moltissimi giovani saranno per sempre tagliati fuori da questo sistema "produttivo".
Solo in Italia i dati parlano di un 30% di giovani senza alcuna occupazione nè studio.
Vite parcheggiate, appoggiate al lavoro di altre generazioni che, prima o poi, matureranno il necessario per poter passare gli ultimi anni a vivere di rendita.
A sua volta, purtroppo, qualcuno di quelli una volta giovani avranno maturato anni bruciati, senza lavoro nè occupazione alcuna.
Alla faccia della flessibilità professionale, alla faccia di qualsiasi tipo di formazione o carriera.
Volare da soli e sostenere coloro che voleranno e che avevano volato prima di noi sarà sempre più, terribilmente, difficile.
Costretti a respirare in un sistema marcio, chissà mai quanti di noi potranno dirsi contenti di muovere i propri passi su un mondo come questo. A ciò, purtroppo, è da aggiungere l'inconsapevolezza o l'indifferenza che molti vanno manifestando nei confronti di quello che li circonda.
E' desolante, aberrante, alienante e deprimente.
Per moltissimi fare una famiglia indipendente dal resto del mondo sarà un sogno, destinato forse a rimanere per sempre tale. Ci lasceranno fra le mani animali calpestati, uccisi da aria contaminata e da oro nero che sgorga a fiumi dinnanzi a sonanti petrol-dollari.
Lasceranno nelle teste di molti le convinzioni di uno studio non necessario, di una cultura figlia di fattori che dalla vita di ognuno si possono eliminare.
Ci lasceranno numeri su numeri, ma non di certo colpevoli su colpevoli.
La futura strage è imminente, oppure è già cominciata.
All'ufficio di collocamento dei "senza futuro", se qualcosa non cambierà davvero, noi saremo i primi frequentatori.
Qualcosa deve, o dovrà, rinnovarsi profondamente. Una società vecchia e stantia può essere rimpolpata con il peso di idee potenti e prepotenti, al tempo stesso.
Si dovrà avere il coraggio di osare di più, si dovrebbe avere il coraggio di annullare compromessi secolari che ci hanno portato fino a questo punto.
Sono in ballo, oggi più che mai, futuri destini di donne ed uomini. Sono in gioco, oggi più che mai, i destini di futuri figli.
Non vorrò mai dire ai miei figli che la colpa per avergli consegnato un mondo deturpato e distrutto è anche mia, nostra. Potrei guardarli in faccia con occhi troppo convincenti.
ITALIA ED INFORMAZIONE: TRIBUTO AD ENZO BIAGI
Sul ruolo fondamentale di chi informa, divulga e promuove informazione moltissimi si sono pronunciati.
Più di qualsiasi altra frase parla chiarissimo una sentenza di Theodore Roosevelt, pronunciata il 7 aprile del 1904:
"L'uomo che scrive, l'uomo che mese dopo mese, settimana dopo settimana, giorno dopo giorno fornisce il materiale destinato a plasmare il pensiero del nostro popolo è sostanzialmente l'uomo che più di chiunqe altro contribuisce a determinare la natura del popolo ed il tipo di governo che esso deciderà di darsi."
Emerge quindi, invevitabilmente, il ruolo essenziale e primario affidato al fare Informazione, appunto in maniera corretta.
Influenzare le masse divulgando notizie è inevitabile; ciò che si deve evitare è il farlo in maniera corrotta.
Il giornalismo corrotto è causa anche di metastasi interne al potere, a quel tipo di governo fuoriuscente dall'opinione collettiva del popolo "plasmato".
Come fare informazione in maniera pura coincide, dunque, sul come organizzare e comporre uno Stato di pieno diritto. Dall'italico punto di vista, l'informazione piange.
Quale "cura" poter seguire per ristabilire corretta divulgazione di notizie e, di conseguenza, migliore restaurazione della classe politica dirigente? In un Paese addormentato come il nostro non è affatto semplice cercare ricetta o rimedio specifico e perfettamente impeccabile.
Tutto giace, silenziosamente ed inavvertitamente, dormiente.
Una qualche luce, tuttavia, non deve mancare.
Non può mancare, specialmente per le generazioni che verranno.
Una "raccolta" di consigli lasciatici in pesantissima eredità proviene dal grandissimo e mai troppo rimpianto Enzo Biagi. Nel suo ultimo, postumo, libro "Consigli per un Paese Normale" il giornalista lascia in testimonianza qualche cenno sul come rendere migliore questa nostra, malridotta e deteriorata, Italia.
In un Paese normale cosa si deve fare e come si deve organizzare l'informazione?
In un Paese normale...
1) il giornalismo è una scuola di libertà;
2) il giornalista ha un solo padrone: il lettore;
3) il giornalismo non è strumento di propaganda;
4) un giornalista non scende a compromessi;
5) la verità non è un mistero;
6) la morte di un Papa non diventa un enigma;
7) i gialli del passato non minacciano il futuro;
8) le risposte non si attendono per decenni;
9) non c'è spazio per diabolici burattinai;
10) la Tv rispetta il suo pubblico;
11) la menzogna non è cosa da ridere;
12) anche la pubblicità parla al cuore.
Di tutti questi punti, ai posteri l'ardua valutazione di quanti vengano, all'oggi, rispettati.
Per il resto, mai abbastanza ringraziamenti per Enzo Biagi. Ci manchi, moltissimo.
sabato 3 luglio 2010
LI STANNO UCCIDENDO
Riecheggiano lamenti, sofferenze, pianti e paura di morte.
In momenti come questi, non ci si può non sentire appesi ad un filo flebile ed inafferrabile: 250 eritrei sono attualmente rinchiusi nel Centro di Detenzione di Brak, guarda caso nel Sud della Libia.
Da là giungono grida d'aiuto non rimandabili nè respingibili al mittente.
"Stiamo morendo di fame e di sete", raccontano da quel lager moderno. Sono pestati e picchiati ogni due ore, ammassati in 90 in una stanzetta piccolissima.
Percossi e malmenati ogni due ore, senza alcuna possibilità nè di fuga nè di ribellione di fronte all'avversario.
Invocano aiuto, vanno implorando di non essere lasciati soli. La loro voce deve diventare anche la nostra, nel denunciare un'atrocità come questa. Voce strozzata che dobbiamo ingigantire, con ogni mezzo possibile.
Dinnanzi ai tentativi di censura e silenzio operati dalle autorità libiche, qualche spiffero c'è stato. E' emersa infatti una eco di libertà ad opera di Mussie Zerai, sacerdote e responsabile dell'agenzia Habesha, ong che si occupa di accogliere i migranti africani.
Eritrei probabilmente respinti o rimandati via anche dalle nostre coste, chi potrà mai scriverlo con certezza. Ciò che purtroppo conta è che sono rinchiusi là dentro, senza alcuna possibilità di fuga.
Il loro inferno è quella stanzetta senza luce, soffocante e dotata di una sola feritoia filtrante un pò di luce ed aria.
Per il resto si tratta di una novantina di individui completamente al buio.
Che colpe hanno? Quali delitti od atrocità avranno mai commesso per essere soggiogati a questo trattamento? Zerai continua, lapidario, denunciando il trattamento subito dai prigionieri:
"Non c'è spazio per vederli stesi, sono ammassati come sardine. Non hanno nulla per coprirsi, neppure."
Sono stati "accolti" a pane ed acqua, presenti in quantità pure insufficiente per tutti. Hanno dovuto sacrificarsi, per darne ai più deboli.
Per le dimensioni della stanza, secondo Mussie Zerai, solo cinque uomini potrebbero respirare. Figuriamoci novanta con che esito usciranno, se mai rivedranno la luce.
Gridano più forte che possono, affinchè la loro voce possa trovare riscontro nelle parole di chi può urlare:
"Fate qualcosa. E fatelo presto. Non sappiamo ancora quanto potremo resistere ancora..."
Individui senza colpe specifiche, eccetto quella di cercare accoglienza ed una vita migliore.
Molti di loro hanno fatto un viaggio attraverso il Sahara dentro camion, sottoposti a caldo ed intemperie di ogni genere.
Sono stati presi di sacco, con un pestaggio lo scorso 30 giugno. Stipati dentro container hanno viaggiato, lungo quella strada bellissima fatta di sabbia ardente.
Colgo senza esitare l'appello lanciato da questi perseguitati, dando a loro il meglio delle mie potenzialità.
L'Unità ha lanciato un appello per farsi sentire.
Date le ottime relazioni fra gli amici intimi Berlusconi e Gheddafi, il Premier è il più indicato a tentare la via della risoluzione pacifica della cosa.
Laddove l'amica Libia calpesta i diritti umani, l'amica Italia deve farsi sentire e, nel caso, farsi pressante.
Il giornale ha raccomandato di inviare al Ministero dell'Interno, all'indirizzo info@interno.it, una mail dal simil testo:
"Io, (nome cognome) sono convinto che un Paese civile non possa essere complice di un crimine contro l'umanità. Fermate il massacro dei prigionieri eritrei in Libia."
Volere è potere, si diceva un tempo.
Nel mio piccolo, regalo a voi tutta la mia voce per urlare.
venerdì 2 luglio 2010
BERLUSCONI E BAVAGLIO: METTERLO A LUI SAREBBE COSA BUONA E GIUSTA...
Tutto ciò che non può comprare a peso d'oro prova e proverà sempre a zittirlo, con ogni mezzo possibile. Il succo della politica berlusconiana è, a fatti, quello di rendere appetibile la sua figura a ritmo di demagogia e consensi.
Dice di lasciare piene le tasche degli italiani, non volendo in alcun modo metterci le mani.
A comportamenti, però, ottiene tutt'altro; gli ultimi rapporti parlano di pressione fiscale aumentata, su famiglie che hanno ancora stipendi fermi ad oltre dieci anni fa.
Ti mette la sopratassa sull'autostrada e sui raccordi autostradali, salvo poi assumere in giugno un'amichetta che può godere di ferie immediate già poche settimane dopo.
Fedele ad un progetto di assottigliamento delle voci critiche e del dissenso, il Premier sta con ogni mezzo tentando di annullare la viva coscienza del Paese.
Amico intimo del leader libico Gheddafi, non proferisce parola riguardo a quei tanti respinti dalle nostre coste che vengono, in terra libica, massacrati anche a morte.
Ottenere consenso in un Paese come l'Italia, adattissimo a distrazione e dittature morbide, è molto facile. E' sufficiente plasmare a propria immagine e somiglianza l'opinione pubblica.
Basta poco, come sostennero anche Pulitzer e Jefferson in tempi non sospetti. Inculcare nello Stato la logica del "se un problema non si vede non esiste" è troppo facile per i mezzi a disposizione del Presidente del Consiglio.
Grazie ad un abile gioco di meriti e spazi televisivi è facile perfino far eclissare l'emergenza terremoto abruzzese e la rinata emergenza rifiuti in quel della Campania. Così, tutto d'un tratto, molte cose diventano normali.
E' normale tutto ciò che non riesce più ad indignare. Per alcuni passa in sordina che un senatore abbia come eroe Mangano, per alcuni passa in sordina che ormai il conflitto di interessi sia, purtroppo, con radici dovunque.
L'ennesimo affronto al diritto d'informazione e d'opinione è la legge-bavaglio, definitivo colpo alla libertà ed alla dignità dello Stato italiano.
Deliri di un folle? Per fortuna molti la pensano in maniera simile a me. La protesta di ieri ha confermato che la condivisione di pensieri dinnanzi ad una follia come questa è essenziale.
"E' un segno di reazione in un paese che sembra tramortito, in stato di trance. E' positiva l'unità attorno alla protesta, un buon segno. Non so se riusciremo a fermare questa legge, ma siamo già sulla buona strada." è l'opinione di Dacia Maraini.
Le fa eco lo scrittore Roberto Saviano: "Ci viene raccontato che questa legge serve per difendere la privacy, che pure è una cosa sacrosanta, che bisogna smetterla di ascoltare le telefonate dei fidanzati, ma vogliono solo impedire che il potere venga raccontato."
Si sommano poi Fiorella Mannoia, Dario Fo e tanti altri personaggi disposti ad aprirsi e schierarsi nei confronti di una porcata come questa.
Si tratta di una legge che serve solo ad una ristretta cricca di persone; gentaglia disposta a fare solo i suoi sporchi interessi. Ci arrivano richieste da ogni dove, per annullare questa oscenità.
Preghiere dall'America: ci viene suggerito di abbandonarla per non compromettere, pure là, battaglie importanti sui fronti mafia e terrorismo.
Con il bavaglio l'Italia diventerebbe zona franca di trattative, dialoghi e loschi intenti.
Il resto, purtroppo, è rima intima con il concetto di prossima dittatura. Nel tempo, si sa, le cose cambiano. Si modificano allo stesso modo i codici ed i comportamenti di chi vuole instaurare un qualcosa di assoluto nel Terzo Millennio.
Il fascismo è, ormai, solo temporalmente lontano. Manca poco per superarlo.
Qualcuno, forse, sta ancora aspettando che Silvio Berlusconi in persona riesca a debellare il cancro.
Dopotutto, lo aveva promesso.
giovedì 1 luglio 2010
1 LUGLIO 2010 : NO BAVAGLIO
I NOSTRI EROI
Questo blog aderisce alla protesta NO BAVAGLIO
E' tutto concatenato. La legge bavaglio, ovvero l'imposizione per legge del silenzio sulla conoscenza e l'informazione e l'elogio dell'omertà; il delirio sull'immortalità (con Don Verzé che urla "si... può... fareee!") e la pretesa dell'intoccabilità assoluta. Tutto al più presto possibile, tanto non ci sono altri che degli incapaci da circonvenire con qualche doppia porzione abbondante di lenticchie federaliste e qualche poltrona d'oro per la progenie somara. La peste manzoniana v.2 sarebbe ancora troppo poco per questi venduti.
E se non abbiamo ancora capito chi sono Loro veramente ci seminano le prove e gli indizi sotto al naso, tanto siamo bambini di sette anni, disse iddu. Per provare. Per provare, per provare la loro insospettabilità.
Ormai dalle facce di settentrionali ghepensimì e meridionali intellettuali la buccia sta cadendo a brandelli per mostrare, come i Visitors dei telefilm di quando eravamo ragazzini, la sottostante pelle della piovra. Ci ridono in faccia: "Guarda, guarda cosa siamo veramente, guarda la pelle viscida" ma noi siamo ancora distratti dalla figura di merda rimediata dai miliardari pallonari.
Vogliono vedere se qualcuno avrà il coraggio di toccarli. E' una sfida, una gara estrema di onnipotenza, uno schiaffo andato a dare, con il saltino, direttamente in faccia a Dio, un Dio che si sta pericolosamente invecchiando, visto che non li fulmina all'istante. Un Dio rammollito, una specie di Mickey Rourke rintronato ed imbolsito lontano millenni da quello di Ezechiele che scatenava sui malvagi il suo furiosissimo sdegno. Un Dio che si sbaglia e ci toglie i giovani, lasciando vivere e ciulare i vecchi maiali.
Il bavaglio urge perchè si comincia a percepire una certa insofferenza tra gli italiani che hanno sciaguratamente votato il nano truccato. La si può sentire, per esempio, ascoltando i discorsi dei bottegai al mercato, una delle zoccole dure dell'elettorato berlusconiano. Stamattina si lamentavano ad alta voce che uno pur condannato per mafia non avrebbe fatto un giorno di galera. Mi pare perfino di aver udito un "è una vergogna". Tutta gente che ha l'abbonamento di Sky, immagino, perchè dal TG1 non l'ha di certo saputo.
Chissà se in qualche angolino recondito del portaneuroni di costoro c'è spazio per un ravvedimento oneroso, per un "Cazzo, ma io non avrò mica votato dei mafiosi?"
Prima che il papiminkia si svegli dal coma e il bottegaio giuri di non votarli mai più è necessario imbavagliare la stampa, quella rimasta a fare il suo lavoro e dovere di informare, dopo aver asservito le televisioni ed averle fatte diventare dei luoghi di fantasia dove le condanne diventano assoluzioni. Perchè gli elettori non vengano a sapere troppo e continuino a credere che ci sia un governo capace di governare.
Ci sono ancora molti nodi da sciogliere e tanti processi che potrebbero riaprirsi. Ecco la fretta di dichiarare l'intoccabilità retroattiva del ghepensimì.
Pisanu, che ama giocare ultimamente nel ruolo del fluidificante, nel senso che dice e non dice, ondivaga, mastica e sputa e ogni tanto butta là con nonchalance la stoccatina, dice che "Ci fu una trattativa", intendendo tra Mafia e Istituzioni. Non dice però tanticchia di più. Dice che non fu lo Stato a trattare ma poi si sa chi risultò vincente dopo la trattativa, e allora? Quale nuora , tra le tante, dovrebbe intendere?
Nel corso della lunga e complessa operazione di demolizione controllata dello Stato italiano, la cosca governativa siculo-brianzola capitanata dal padrino tascabile con la faccia da varano incazzato impiastricciato di fondotinta, piazza, per bocca del cumpari palermitano, un'altra bella carica, una bomba affettuosa, diciamo, sotto al concetto di eroismo.
Aggiornatevi, voi che siete rimasti al carabinierino Salvo D'Acquisto che porge il petto al fuoco del nemico in vece dei civili rastrellati per rappresaglia, oppure ai giudici martiri Falcone e Borsellino che hanno offerto la vita saltando su seicento chili di esplosivo in difesa dell'onore di una nazione minacciata dall'avanzare del cancro del malaffare criminale e mafioso.
Il nuovo eroe, non importa se mafioso conclamato, assassino e trafficante di droga, è, come nella tradizione dell'epica della mala, chi non parla, chi non ha fatto i nomi. Iu ninti sacciu e ninti taliai.
E quali nomi non fece? Quelli eccellenti, quelli dei politici, degli innominabili. Di coloro che alla fine saranno pure innocenti ma sembrano così tanto colpevoli. Di quelli che hanno stampato in fronte il "prova a prendermi".
Lo stalliere muto diventa un eroe, l'eroe personale, l'eroe ad personam del senatore condannato in tribunale ed assolto dai servi mediatici. Quello che sta cominciando a far incazzare il papiminkia modello base.
E' il suo eroe ma non il nostro, credo di poter parlare per tutti coloro che hanno avuto il conato di vomito a sentire l'elogio dell'omertoso. C'è una differenza incolmabile tra noi e questi governanti e lo rivendichiamo e rivendicheremo sempre con orgoglio.
Non riusciranno mai a farci considerare eroi dei delinquenti.
DA: http://ilblogdilameduck.blogspot.com/
INDIZI DI COLPA E PAURA DEL CARCERE? FAI L'AMICO E CHIAMA BERLUSCONI!
Risultata l'ennesima sentenza di colpevolezza a discapito del fedelissimo del Premier, Marcello Dell'Utri è emerso dal processo con una seconda condanna a sette anni di carcere.
Dinnanzi ad una sentenza come questa c'è anche chi ha avuto il coraggio, o la faccia tosta, di esultare. Molti politicanti della "destra" italiana hanno fatto valere motivazioni di grande pregio dinnanzi alla condanna penale del fondatore del Partito madre del PdL, appunto "Forza Italia".
Hai fatto il mafioso fino al 1992 e poi, tutto d'un tratto, smetti. D'improvviso decidi di fare il bravo e di metterti, onestamente, a fondare un partito che nel giro di due anni assume dimensioni nazionali.
Metti a capo di questo partito un imprenditore che, ricercando la fuga dalla galera, fa di tutto per intraprendere la via politica seguendo i precetti della P2 di turno capace di monopolizzare il Paese intero.
Sbatti a destra e manca complotti, mettendo un potere contro l'altro. La magistratura è politicizzata, arrabbiata rossa solo con te che sei il salvatore della Patria.
Accusi la "sinistra", se così ancora si può etichettare, di essere comunista, cattocomunista o quanto altro. Riesci perfino a dare agli italiani dei "coglioni", tanto è strutturato il modello di società che hai creato.
Ci sono tuoi amici che proteggi, con ogni sforzo, dalla galera. Te li trascini in politica, dando loro posti di rilievo e preparando leggi ad-hoc per non farli rinchiudere. Confondi, nei tuoi giornali e telegiornali, le parole prescrizione con assoluzione.
Dai mandato a direttori di testate giornalistiche di difenderti e di parlare a piene mani di tue capacità.
Il direttore di "Studio Aperto" fa un editoriale a difesa di Dell'Utri, Brancher e Berlusconi quando il suo tg è pieno colmo di seni, chiappe al vento e gossip sempre verde.
Dinnanzi a remore come queste, la credibilità è la prima cosa che conta.
I rapporti fra mafia e politica sono, del resto, tutt'altra vicenda. Sono meno importanti, si nascondono meglio.
L'ennesima conferma arriva dalla relazione svolta dalla commissione antimafia sul biennio 1992/1993. Giuseppe Pisanu ha confermato che la relazione fra mafia e politica nelle stragi ci fu. In un Paese normale dovrebbero riemergere fatti quali il mai troppo conosciuto "papello" e quanto altro ancora.
Il Governo, se da un lato si attribuisce meriti sulla lotta alla mafia che non gli competono pienamente, dall'altro vuole affrettare i tempi per bloccare le intercettazioni con l'approvazione della legge bavaglio.
Riducendo all'osso gli "spifferi" informativi si potrà combattere efficacemente la corruzione dilagante, a loro dire. Approvano una manovra fiscale accarezzando per breve tempo l'idea di realizzare un ennesimo condono edilizio.
Mentre la crisi dilaga, il premier "live" in Panama difende il suo Milan affermando di volerne restare presidente per altri 25 anni almeno.
Se le emergenze sono queste, abbiamo da stare freschi...
Mentre la crisi dilaga si fa Ministro l'indiziato Aldo Brancher. Uomo incaricato di misteriose deleghe, partecipa al Consiglio dei Ministri senza nulla di specifico di cui occuparsi.
Mentre l'Italia è indignata per la sua nomina senza specifico incarico, lui si indigna altrettanto perchè tutti si concentrano su di lui anzichè sulla sconfitta dell'Italia al Mondiale sudafricano.
Da ciò è evidente lo spirito che certi loschi individui vorrebbero dominante nel Paese intero. Laddove la politica ha bisogno di luce è sempre meglio portare ombre od armi di distrazione.
Chiama un Ministro inesistente, chiama un ex-mafioso divenuto onesto in meno di un anno e componi un bellissimo puzzle di trasparenza e politica: ne verrà fuori il perfetto Partito dell'Amore.
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