Ad un anno e qualche mese dalla stipula dello storico patto d'amicizia italo-libica, stipulato in pompa magna dal duo Berlusconi-Gheddafi, si iniziano a vedere i primi, stupendi, risultati.
Doveva essere un'alleanza trasversale, versatile e funzionale in primo luogo per l'occupazione e per le politiche economiche. Erano prontissimi molti imprenditori ad emigrare, per portare oltremare quelle realtà industriali italiane tanto desiderate dall'estero.
Niente di tutto ciò si è ancora manifestato agli occhi dei più, purtroppo. Sono usciti i primi numeri, tristemente ufficiali, da parte delle autorità libiche sullo stato totale dei rifugiati nel nostro Stato "amico".
Una nota del Ministero degli Esteri libico rivela che, su un totale di circa400 rifugiati, ben 245 sono stati respinti da pattuglie italiane per essere consegnati alle autorità di Tripoli.
Il numero 245, in tutta la melma possibile, si spera che sia un numero casuale e non riconducibile esclusivamente a quei poveri prigionieri eritrei che vanno marcendo da giorni nel lager di Brak.
Lo sottolinea il Cir (Centro Italiano Rifugiati), con una nota congiunta fra Christopher Hein e Savino Pezzo. Lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è, a detta loro, mosso per certificare se effettivamente non avevano i "requisiti" per chiedere asilo politico:
"Nella lettera Napolitano afferma che la vicenda continuerà ad essere seguita con la dovuta urgenza nell'auspicio che possano essere rapidamente chiarite le ragioni che hanno determinato la richiesta di aiuto dei rifugiati eritrei e che sia fatta luce sulle condizione della loro permanenza presso i campi profughi della Libia."
Nel mentre i prigionieri eritrei sembrano addirittura indirizzati ai lavori forzati. Ne è convinto, purtroppo, anche il giurista Fulvio Vassallo Paleologo. Docente di diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo, sottolinea con toni molto incerti le condizioni dei campi profughi libici. L'accordo di liberazione e residenza in cambio di lavoro che prevede lavori socialmente utili in diversi Comuni della Libia potrebbe nascondere, secondo Paleologo, una forma diversa di detenzione nei campi di lavoro libici.
In pochissime parole è riassunto nel titolo affidato al suo documento: "Arbeit macht frei", dalle tristissime eco richiamanti quel lavoro come fonte di libertà dai lager tedeschi.
In poche parole agli eritrei prigionieri sarebbe stato fatto firmare un documento capace di non permettere loro qualsiasi spostamento o qualunque libertà di circolazione. La sola occupazione potrebbe essere quella di dedicarsi a qualche lavoro utile in qualche comune nostro "amico".
Nel documento di Paleologo si leggono tratti notevolmente pessimistici: "Il lavoro promesso in cambio della libertà appare solo come un tentativo di disperdere il gruppo di profughi eritrei, da giorni vittima di torture e violenze da parte della polizia libica, e rendere più difficili le inchieste internazionali sulle responsabilità di questa ennesima deportazione violenta subita da persone che avrebbero dovuto essere accolte come rifugiati."
Sullo sfondo di qualsiasi altra politica di revisione o strumentalizzazione l'appello dei prigionieri rimane vivo. Senza alcuna colpa, chiedono solo di non essere lasciati soli.
Nonostante tutto ciò, quel maledetto 245 rimane come Spada di Damocle sulle loro e nostre teste.
Qualche frammento di solidarietà sarebbe doveroso, ne sono convinto...
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domenica 11 luglio 2010
ERITREI IN LIBIA: GRAN PARTE DEL (DE)MERITO E' ITALIANA...
Ad un anno e qualche mese dalla stipula dello storico patto d'amicizia italo-libica, stipulato in pompa magna dal duo Berlusconi-Gheddafi, si iniziano a vedere i primi, stupendi, risultati.
Doveva essere un'alleanza trasversale, versatile e funzionale in primo luogo per l'occupazione e per le politiche economiche. Erano prontissimi molti imprenditori ad emigrare, per portare oltremare quelle realtà industriali italiane tanto desiderate dall'estero.
Niente di tutto ciò si è ancora manifestato agli occhi dei più, purtroppo. Sono usciti i primi numeri, tristemente ufficiali, da parte delle autorità libiche sullo stato totale dei rifugiati nel nostro Stato "amico".
Una nota del Ministero degli Esteri libico rivela che, su un totale di circa400 rifugiati, ben 245 sono stati respinti da pattuglie italiane per essere consegnati alle autorità di Tripoli.
Il numero 245, in tutta la melma possibile, si spera che sia un numero casuale e non riconducibile esclusivamente a quei poveri prigionieri eritrei che vanno marcendo da giorni nel lager di Brak.
Lo sottolinea il Cir (Centro Italiano Rifugiati), con una nota congiunta fra Christopher Hein e Savino Pezzo. Lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è, a detta loro, mosso per certificare se effettivamente non avevano i "requisiti" per chiedere asilo politico:
"Nella lettera Napolitano afferma che la vicenda continuerà ad essere seguita con la dovuta urgenza nell'auspicio che possano essere rapidamente chiarite le ragioni che hanno determinato la richiesta di aiuto dei rifugiati eritrei e che sia fatta luce sulle condizione della loro permanenza presso i campi profughi della Libia."
Nel mentre i prigionieri eritrei sembrano addirittura indirizzati ai lavori forzati. Ne è convinto, purtroppo, anche il giurista Fulvio Vassallo Paleologo. Docente di diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo, sottolinea con toni molto incerti le condizioni dei campi profughi libici. L'accordo di liberazione e residenza in cambio di lavoro che prevede lavori socialmente utili in diversi Comuni della Libia potrebbe nascondere, secondo Paleologo, una forma diversa di detenzione nei campi di lavoro libici.
In pochissime parole è riassunto nel titolo affidato al suo documento: "Arbeit macht frei", dalle tristissime eco richiamanti quel lavoro come fonte di libertà dai lager tedeschi.
In poche parole agli eritrei prigionieri sarebbe stato fatto firmare un documento capace di non permettere loro qualsiasi spostamento o qualunque libertà di circolazione. La sola occupazione potrebbe essere quella di dedicarsi a qualche lavoro utile in qualche comune nostro "amico".
Nel documento di Paleologo si leggono tratti notevolmente pessimistici: "Il lavoro promesso in cambio della libertà appare solo come un tentativo di disperdere il gruppo di profughi eritrei, da giorni vittima di torture e violenze da parte della polizia libica, e rendere più difficili le inchieste internazionali sulle responsabilità di questa ennesima deportazione violenta subita da persone che avrebbero dovuto essere accolte come rifugiati."
Sullo sfondo di qualsiasi altra politica di revisione o strumentalizzazione l'appello dei prigionieri rimane vivo. Senza alcuna colpa, chiedono solo di non essere lasciati soli.
Nonostante tutto ciò, quel maledetto 245 rimane come Spada di Damocle sulle loro e nostre teste.
Qualche frammento di solidarietà sarebbe doveroso, ne sono convinto...
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