domenica 25 luglio 2010

SOCIETA' DEL BEN-AVERE O CONSAPEVOLEZZA DI NECESSARIO BEN-ESSERE?

Approfondendo da una lettura estiva il concetto di società e malessere diffuso dell'umanità mi sono imbattuto in un testo interessantissimo, "Manifesto per la Felicità" scritto da Stefano Bartolini. In chiave tecnica, almeno nelle parti iniziali, si cerca di definire almeno a livello teorico i cardini essenziali di un nuovo modello di società. Secondo l'autore l'anima nascosta nell'uomo dovrebbe plasmare un nuovo tipo di mondo a sua immagine e somiglianza. Al giorno d'oggi, infatti, le logiche corrotte dell'essere umano hanno generato fenomeni non più migliorabili o completamente ricostruibili. Ne sono esempio, a trecentosessanta gradi, tutti i mondi dell'universo prossimo all'uomo. Ne è esempio un ambiente distrutto la cui sopravvivenza è veicolata strettamente alla misura di emissioni tollerabili ormai in quantità sempre meno infinitesime e sempre più massicce. Ne è esempio un'economia che ha saputo produrre una base devastata ed un vertice di potenti e potentati subordinati ad una continua sete di ricchezza. Ne sono esempio tecnica e sostenibilità umana, ormai spedite verso poli opposti di tollerabilità ed intento. Costruiamo macchine sempre più veloci e potenti ignorando i limiti di velocità necessari per la nostra sopravvivenza. Se la società è malata, come si può riconoscere o definire un individuo sano o quantomeno normale? La missione, da qualsiasi punto la si guardi, è quasi impossibile da circoscrivere. A tal proposito mi ha efficacemente colpito una citazione riportata fra le prime pagine del libro, riprodotta da Eric Fromm: "Molti psicologi e psichiatri rifiutano l'idea che la società nel suo insieme potrebbe essere malata. Assumono che il problema della salute mentale in una società è solo quello degli individui e non quello di una possibile inadeguatezza della cultura stessa." Il primo problema emerge da un'errata valutazione di criteri di sanità e normalità, imposti dalla società stessa. Il secondo punto di vista viene portato a galla dalla freddezza del contesto sociale nel quale l'essere umano muove i suoi passi. Paralizzato da modelli assurdi ed ispirato da comportamenti totalmente fuori dal mondo, è facilissimo per un uomo perdere di vista il bilanciamento dell'ago della normalità. Stefano Bartolini propone a tal proposito l'ennesima, corretta e necessaria visione della realtà per la costruzione di un mondo migliore. Tale punto di vista parte dalla solita, geniale, consapevolezza di un tutto unico. Da quella totalità non spiegabile a parole si dipartono tutte le branche e le sensazioni del genere umano: politica, economia, tecnica, socialità, etica, moralità e quanto altro di immaginabile. Al mondo d'oggi manca la piena convinzione di quanto tutto sia così, tremendamente, collegato. Non è una consapevolezza diffusa, ma è opinione condivisa da uomini che con le loro scoperte hanno apportato migliorie significative al ben-essere del genere umano. Ne sono esempio esseri umani che hanno usato moralità e frammenti di anima per riscrivere teorie di economia o pagine di matematica, coaudiuvando di fatto un efficacissimo binomio fra tecnica e sostenibilità umana. Il carattere di universalità non è, purtroppo, nè comune nè funzionale al tipo di società moderna. Stefano Bartolini, nell'analisi critica e tecnica del troppo avere moderno, propone soluzioni di sostenibilità relazionale. Scrive a più riprese della necessità di ritrovare cardini del dialogo e della comunicazione tra esseri umani, riproponendo il ruolo dell'uomo come fautore di un universo nuovo, rinnovato e migliore. Non dovrà mancare il coraggio di giudicare sbagliato il tipo di società costruita, dall'alba dei tempi ad oggi. Dovranno pertanto essere necessarie nuove pagine di storia, completamente differenti da quelle passate. Emerge dal testo come primaria necessità la priorità di modellare una società, appunto, relazionale. Solo con relazioni più forti e rinnovate, infatti, potremmo combattere tutto quell'osceno mondo che non respira più oggi. La palla passa, ovviamente, alle generazioni che hanno ancora il tempo dalla loro parte. Giovani, tocca a noi.

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