C'è, un pò ovunque nel mondo, questo serpentone inarrestabile di guerre, vittime innocenti e stragi poco importanti se non trasmesse ai telegiornali. C'è, un pò ovunque nel mondo, una tendenza ad evitare di accostare alla parola guerra le parole "mai più".
E' stata attaccata una nave di pacifisti; davvero poco rimane a disposizione della sete di futuro migliore per l'umanità. Questa è una di quelle vicende per le quali, purtroppo, le parole si possono solamente sprecare.
Qualcuno che cercava di forzare il blocco attorno alla Striscia di Gaza con un carico di merci ed aiuti umanitari è stato aggredito e ridotto al silenzio. Su quel bastimento molto probabilmente carico d'amore c'erano oltre 10000 tonnellate di materiale e 650 attivisti, disposti solamente ad essere utili al prossimo. Episodi come questi dovrebbero, davvero, far riflettere profondamente l'umanità intera.
Potrebbero far riflettere sul peso specifico della pace, sul suo significato e sulla reale importanza che oggi i fatti del mondo le consegnano. Secondo il Premier israeliano si è solo trattato di una difesa derivata da un attacco precedente.
Indignazione e sgomento in casi come questi si sprecano, per l'appunto. Alla lunga diventano quasi retorici, qualora poi ciascuno nel proprio piccolo non combatta fino all'impossibile per "seminare positivo".
Rincrescimento per le vite umane perdute e per la possibilità, ennesimamente perduta, di dialogo fra parti ad oggi lontane secoli luce.
In momenti come questi la confusione regna in una mente che, logicamente, non trova una ragione a gesti così, profondamente, inconsulti.
Sulla pace molti ne hanno detto, scritto o pensato. Se non c'è pace, c'è purtroppo quasi sempre guerra.
Da qualsiasi punto di vista si guardi il mondo, dinnanzi a temi come questi non deve mai esserci indifferenza.
Ciascuna guerra comporta, inevitabilmente, un decadimento verticale di principi positivi. Idee che dovrebbero ispirare pace, pensieri profondamente inclini alla comprensione di chi subisce dal basso le decisioni dei potenti.
Chi è in alto deve avere il dovere di preoccuparsi di rispettare i principi e le voglie di pace di chi è alla base della piramide umana. Ne era convinto, in primo luogo, lo stesso Abert Einstein:
"La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione."
Un raggiungimento che passa per le fibre di una dimensione che, all'oggi, all'essere umano è completamente sconosciuta.
Einstein e la pace: un rapporto vissuto e combattuto che ha attraversato, nella vita dello scienziato, varie fasi. Partito come convinto pacifista, venne devastato dall'arrivo del terribile Hitler.
La lucidissima follia di quel genio del male portò in lui una convinzione alle volte necessaria di azione militare. Il suo primo pensiero era quello di dover salvaguardare la civiltà e la libertà individuali.
In qualche citazione a noi pervenuta lo scienziato si pronuncia, molto consapevolmente, a favore della pace.
"Il mio pacifismo è un sentimento istintivo, un sentimento che mi abita perchè l'omicidio è ripugnante. Non nasce da una teoria intellettualistica, ma da un profondo orrore per ogni forma di odio e crudeltà."
Si tratta di un frammento del luglio 1929, tratto da una lettera a Paul Hutchinson.
Nel suo pensiero, però, arrivò prestissimo la traccia lasciata nel mondo dal perfido genio tedesco. Negli anni posteriori al '40 si proclamò "paficista militante ma non assoluto", capace di resistere "con la violenza a chi tentasse di uccidermi o di portare via a me e ai miei i necessari mezzi di sussistenza."
Tutto ciò avveniva a cavallo fra il 1951 ed il 1953. Le ragioni del saper parlare di pace risiedono invece nella consapevolezza di ciò che sta dentro all'anima dell'essere umano.
E' questa l'opinione di Ingrid Betancourt:
"La pace, che sogniamo, sarà possibile il giorno in cui ci sarà un atteggiamento diverso nei cuori."
Ciò equivale ad affermare che, finchè le condizioni al contorno del mondo rimarranno queste, davvero poca speranza ci sarà per le nuove generazioni.
Ad oggi, purtroppo, non si vede traccia di atteggiamenti diversi a prevalere.
Intanto continuano richieste di chiarimenti e spiegazioni per il gesto di mancata consapevolezza avvenuto ieri in quel di Gaza. Mancano i perchè, mancano le spiegazioni reali anche se purtroppo abbondano quelle "ufficiali".
Poco importa che, ad oggi, oltre 300mila palestinesi vivano in condizioni di povertà con difficile accesso a beni per noi essenziali quali cibo, sapone od acqua potabile.
Poco importa se, in quella sventurata terra, un 41,8% di disoccupati la catapulta al primo posto nel mondo per mancanti d'impiego. Poco importano davvero molte cose, in questo mondo d'oggi.
Fino a quando qualcosa non cambierà, sarà la pace ad avere al suo seguito le parole "mai più."
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martedì 1 giugno 2010
FRA EINSTEIN, BETANCOURT E PACE: UN MODO COME UN ALTRO PER EVITARE DI SENTIRSI FIGLI DELLA GUERRA
C'è, un pò ovunque nel mondo, questo serpentone inarrestabile di guerre, vittime innocenti e stragi poco importanti se non trasmesse ai telegiornali. C'è, un pò ovunque nel mondo, una tendenza ad evitare di accostare alla parola guerra le parole "mai più".
E' stata attaccata una nave di pacifisti; davvero poco rimane a disposizione della sete di futuro migliore per l'umanità. Questa è una di quelle vicende per le quali, purtroppo, le parole si possono solamente sprecare.
Qualcuno che cercava di forzare il blocco attorno alla Striscia di Gaza con un carico di merci ed aiuti umanitari è stato aggredito e ridotto al silenzio. Su quel bastimento molto probabilmente carico d'amore c'erano oltre 10000 tonnellate di materiale e 650 attivisti, disposti solamente ad essere utili al prossimo. Episodi come questi dovrebbero, davvero, far riflettere profondamente l'umanità intera.
Potrebbero far riflettere sul peso specifico della pace, sul suo significato e sulla reale importanza che oggi i fatti del mondo le consegnano. Secondo il Premier israeliano si è solo trattato di una difesa derivata da un attacco precedente.
Indignazione e sgomento in casi come questi si sprecano, per l'appunto. Alla lunga diventano quasi retorici, qualora poi ciascuno nel proprio piccolo non combatta fino all'impossibile per "seminare positivo".
Rincrescimento per le vite umane perdute e per la possibilità, ennesimamente perduta, di dialogo fra parti ad oggi lontane secoli luce.
In momenti come questi la confusione regna in una mente che, logicamente, non trova una ragione a gesti così, profondamente, inconsulti.
Sulla pace molti ne hanno detto, scritto o pensato. Se non c'è pace, c'è purtroppo quasi sempre guerra.
Da qualsiasi punto di vista si guardi il mondo, dinnanzi a temi come questi non deve mai esserci indifferenza.
Ciascuna guerra comporta, inevitabilmente, un decadimento verticale di principi positivi. Idee che dovrebbero ispirare pace, pensieri profondamente inclini alla comprensione di chi subisce dal basso le decisioni dei potenti.
Chi è in alto deve avere il dovere di preoccuparsi di rispettare i principi e le voglie di pace di chi è alla base della piramide umana. Ne era convinto, in primo luogo, lo stesso Abert Einstein:
"La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione."
Un raggiungimento che passa per le fibre di una dimensione che, all'oggi, all'essere umano è completamente sconosciuta.
Einstein e la pace: un rapporto vissuto e combattuto che ha attraversato, nella vita dello scienziato, varie fasi. Partito come convinto pacifista, venne devastato dall'arrivo del terribile Hitler.
La lucidissima follia di quel genio del male portò in lui una convinzione alle volte necessaria di azione militare. Il suo primo pensiero era quello di dover salvaguardare la civiltà e la libertà individuali.
In qualche citazione a noi pervenuta lo scienziato si pronuncia, molto consapevolmente, a favore della pace.
"Il mio pacifismo è un sentimento istintivo, un sentimento che mi abita perchè l'omicidio è ripugnante. Non nasce da una teoria intellettualistica, ma da un profondo orrore per ogni forma di odio e crudeltà."
Si tratta di un frammento del luglio 1929, tratto da una lettera a Paul Hutchinson.
Nel suo pensiero, però, arrivò prestissimo la traccia lasciata nel mondo dal perfido genio tedesco. Negli anni posteriori al '40 si proclamò "paficista militante ma non assoluto", capace di resistere "con la violenza a chi tentasse di uccidermi o di portare via a me e ai miei i necessari mezzi di sussistenza."
Tutto ciò avveniva a cavallo fra il 1951 ed il 1953. Le ragioni del saper parlare di pace risiedono invece nella consapevolezza di ciò che sta dentro all'anima dell'essere umano.
E' questa l'opinione di Ingrid Betancourt:
"La pace, che sogniamo, sarà possibile il giorno in cui ci sarà un atteggiamento diverso nei cuori."
Ciò equivale ad affermare che, finchè le condizioni al contorno del mondo rimarranno queste, davvero poca speranza ci sarà per le nuove generazioni.
Ad oggi, purtroppo, non si vede traccia di atteggiamenti diversi a prevalere.
Intanto continuano richieste di chiarimenti e spiegazioni per il gesto di mancata consapevolezza avvenuto ieri in quel di Gaza. Mancano i perchè, mancano le spiegazioni reali anche se purtroppo abbondano quelle "ufficiali".
Poco importa che, ad oggi, oltre 300mila palestinesi vivano in condizioni di povertà con difficile accesso a beni per noi essenziali quali cibo, sapone od acqua potabile.
Poco importa se, in quella sventurata terra, un 41,8% di disoccupati la catapulta al primo posto nel mondo per mancanti d'impiego. Poco importano davvero molte cose, in questo mondo d'oggi.
Fino a quando qualcosa non cambierà, sarà la pace ad avere al suo seguito le parole "mai più."
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