martedì 15 giugno 2010

SULL'ACUTEZZA DELL'INGEGNO UMANO: FRAMMENTO DAI MASSIMI SISTEMI GALILEIANI

Figlio di una cultura il più possibile contemporaneamente letteraria e tecnico-scientifica, sono da sempre rimasto più che affascinato dal compendio universale scritto da Galileo Galilei qualche secolo fa: "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo". Scritto da un genio assoluto ed universalmente conosciuto, si presta ad essere teatro di ferventi discussioni, problematiche ed interpretazioni sui rapporti che intercorrono fra scienza, società, pregiudizi ed opinioni alternative alle correnti scientifiche allora conosciute. Ci sono assaggi di meccanica, di moti celesti, di astronomia e di tutto quell'altro che, appunto, è etichettabile come "massimo sistema del mondo". Laddove c'è un massimo sistema, esiste di pari passo un'infinitesimale capacità dell'essere umano di poter provare a comprendere la complessità di quell'enorme amalgama di concetti e pulsioni universali. Nel libro galileiano le voci delle possibili opinioni umane sono interpretate da tre differenti personaggi, ciascuno con le loro autonome e differenti caratteristiche di pensiero: Sagredo, Salviati e Simplicio. Ciascuno ha la sua, inimitabile, parte. Sagredo rappresenta infatti l'interessato, colui il quale si adopera con orecchio consapevole a certe tematiche pur rimanendone completamente esterno dal punto di vista "specifico". La sua figura rispecchia, non a caso, la curiosità degli esseri umani e la finalità con cui Galileo volle rivestire la sua opera: attrarre intelligenze curiose a capire i massimi sistemi del mondo, anche se non esperte di quel mondo. Sullo sfondo dibattono, su poli opposti di pensiero, l'aristotelico Simplicio ed il copernico-galileiano Salviati. Nel libro sono moltissime le occasioni di incontro e scontro fra i protagonisti, moderate ogni volta dal curioso Sagredo. Nel mare di contenuti, emerge un frammento bellissimo riguardante le possibilità e le caratteristiche della mente umana. Sono parole che Galileo attribuisce, non a caso, a Sagredo. E' un intervento fatto a margine di un capitolo, a segnalare la dovuta presa di consapevolezza che ogni essere umano dovrebbe avere dinnanzi al baratro delle proprie, pressochè infinite, potenzialità. Lo riporto di seguito: "[...] Io son molte volte andato meco medesimo considerando, [...], quanto sia grande l'acutezza dell'ingegno umano; e mentre io discorro per tante e tanto maravigliose invenzioni trovate dagli uomini, sia nelle arti come nelle lettere, e poi fo riflessione sopra il saper mio, tanto lontano dal potersi promettere non solo di ritrovarne alcuna di nuovo, ma anco di apprendere delle già ritrovate, confuso dallo stupore ed afflitto dalla disperazione, mi reputo poco meno che infelice. Se io guardo alcuna statua delle eccellenti, dico a me medesimo: . Se io guardo quel che hanno ritrovato gli uomini nel compartir gli intervalli musicali, nello stabilire regole per poter maneggiare con diletto dell'udito, quando potrò finire di stupirmi? La lettura de i poeti eccellenti di qual meraviglia riempie chi attentamente considera l'invenzion de'concetti e la spiegatura loro? Che diremo dell'architettura? che dell'arte navigatoria? Ma sopra tutte le invenzioni stupende, quale eminenza di mente fu quella di colui che s'immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benchè distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? [...]" Un elogio, infinito, alle possibilità umane. Grazie anche per questo, Galileo.

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