La questione ambientale sembra essere, in questa Italia, tanto urgente quanto sottovalutata e/o non percepita da chi avrebbe il dovere di farlo. L'ambiente potrebbe costituire una sorta di 'leva' grazie alla quale si potrebbero (contribuire a) far riprendere lavoro, occupazione e crescita economica.
Nonostante tutto, l'emergenza rimane e rischia ogni anno di aggravarsi sempre più: dalla gestione del ciclo dei rifiuti al delirio climatico, dalla mobilità sostenibile all'innesco di cicli produttivi sostenibili, dalla tutela dell'ecosistema alla gestione di impianti 'sostenibili tecnologicamente', [...].
Molte ed infinite sono le questioni ambientali che dovrebbe essere opportuno (cercare di) risolvere: a prescindere da qualsiasi punto di vista, però, il rispetto e la tutela dell'ambiente sono due punti che sembrano acquistare importanza solamente in occasioni d'emergenza straordinaria.
Esistono periodi in cui nevica o piove più del solito?
Le risposte a domande come questa assumono tinte richiamanti una lunga serie di tematiche nuovamente sotterrate ogni qualvolta l'ascia del maltempo viene riposta: dissesto idrogeologico, tutela e prevenzione delle costruzioni, battaglie contro voracità e cementificazione, piani nazionali per (ri)mettere in (dis)sesto l'intero territorio, importanza di pianificare tante piccole e diffuse opere a scapito di poche, grandi e localizzate infrastrutture, [...].
Esistono luoghi in cui l'emergenza ambientale si acuisce grazie a connivenza accompagnata ad omertà e colpevolezza diffusa di mancati interventi?
Le risposte a domande come questa sono tristemente tipiche di quei luoghi sui quali troppo è stato detto e poco (o niente?) sembra essere stato fatto: dalla Terra dei Fuochi alle zone nelle quali sono stati sepolti rifiuti che è poco definire tossici, troppi sembrano essere i mancati gesti che hanno condannato ambiente e persone a restare entrambi feriti (alle volte mortalmente).
Alle volte terribilmente, alle volte mortalmente. C'è poco spazio per sinonimi, su tematiche simili.
Restano ancora oggi esistenti luoghi in questa Italia all'interno dei quali la tematica del lavoro è riuscita ad abolire la linea di confine (non troppo sottile) che esiste fra vivere e morire?
A domande simili a questa è possibile rispondere osservando alcune tristi e voraci realtà industriali, nelle quali concetti come vita ed occupazione sono (tristemente) accompagnati da uno scomodo senso di morte che è stato (fino ad oggi?) impossibile combattere ed estirpare.
Sullo sfondo di queste e di molt(issim)e altre tragiche (e sempre urgenti) emergenze rimangono concetti sfiorati, non adeguatamente valutati e/o trascurati rispetto al loro potenziale: riqualificazione industriale, contabilità ambientale, prevenzione del territorio, misure per minimizzare l'impatto ambientale, [...].
Quando all'ambiente si contrappone l'economia, purtroppo, sembra che il primo duellante sia ogni volta costretto a perdere ed eclissarsi a (totale) vantaggio del secondo.
Quante sono le zone di Italia da sottoporre a bonifica, riqualificazione e miglioramento ambientale?
Fino a che punto sarà possibile procedere senza sottoporre a netto ribaltamento le attuali priorità esistenti?
A quanto potrebbe ammontare, fino ad oggi, l'economia sommersa di tipo ambientale in termini di costi e/o di mancati benefici? E' ancora possibile intervenire per provare a porre qualche rimedio?
A queste e molte altre domande potrebbe provare a rispondere il report "Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?", promosso in questa fine di gennaio da Legambiente.
Sono molte le aree di Italia in cui si dovrebbe fare qualcosa di utile e concreto, seguendo piste non oggi ancora completamente battute e percorse.
L'impatto complessivo che un settore come questo può avere sull'economia nazionale sembra essere palese ed evidente, sin dal sottotitolo annesso al report in questione:
"Risanare l'ambiente, tutelare la salute, riconvertire l'ambiente alla green economy"
Riqualificare per poter contribuire ad avviare un circolo virtuoso e positivo, dunque.
Il report in questione descrive la smobilitazione di una quantità di risorse enorme, stando a quanto diffuso dallo stesso report:
"[...] Le bonifiche vanno a rilento, ma non il giro d’affari del risanamento ambientale che si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi di euro. Dal 2001 al 2012 sono stati messi in campo 3,6 miliardi di euro di investimenti, tra soldi pubblici (1,9 miliardi di euro, pari al 52,5% del totale) e progetti approvati di iniziativa privata (1,7 miliardi di euro, pari al 47,5% del totale), con risultati concreti davvero inesistenti. [...]"
Se l'impatto reale degli interventi è stato fino ad oggi insufficiente, sembra poter essere oggettivo afferare di aver perso tempo, risorse economiche ed anche potenzialità occupazionali.
Il totale complessivo delle aree da monitorare e riqualificare sembra essere, stando a quanto diffuso dal Report in questione citando le stime del Ministero dell'Ambiente, enormemente ampio:
"[...] Secondo il Programma nazionale di bonifica curato dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il totale delle aree perimetrate come siti di interesse nazionale (SIN) è arrivato negli anni a circa 180mila ettari di superficie, scesi oggi a 100mila ettari, solo grazie alla derubricazione dello scorso anno di 18 siti da nazionali a regionali [...]"
Quali sono le ragioni principali per questo stallo di processi potenzialmente virtuosi ed utilizzabili per il benessere collettivo? Le risposte a tale domanda possono provenire citando il contenuto dell'articolo presente sul sito di Legambiente, riportato nel seguito:
"[...] Sebbene i primi 15 SIN da bonificare furono identificati nel 1998, nonostante le risorse impiegate e le semplificazioni adottate, la situazione attuale è di sostanziale stallo. [...] Caratterizzazioni e analisi effettuate in modo a volte esagerato e inefficace, progetti di risanamento che tardano ad arrivare e bonifiche completate praticamente assenti, a parte qualche piccolissima eccezione.
Il Ministero dell’ambiente arranca, dietro alle migliaia di conferenze dei servizi e documenti, intanto i responsabili dell’inquinamento, pubblici e privati, ne approfittano per spalmare su più anni gli investimenti sulle bonifiche.
Nel frattempo sono sempre più numerose le indagini sulle false bonifiche e sui traffici illegali dei rifiuti derivanti dalle attività di risanamento.Occorre un vero cambio di passo per fare quello che è stato già realizzato con successo in altri paesi industrializzati. [...]" (Fonte: Stefano Ciafani, Vice Presidente Legambiente)
Le ragioni di un insuccesso così evidente, pertanto, sembrano da attribuire in (più o meno) larga parte a ragioni quali: burocrazia, intoppi e lacune normative, analisi inefficaci ed incomplete, carenza di pianificazione progettuale, assenza di monitoraggio strutturale delle buone pratiche da poter realizzare.
L'impatto del dissesto ambientale ha prodotto, produce e produrrà devastazioni anche sulle vite umane.
Stando a quanto diffuso dal report in questione, infatti, sembrano (purtroppo) abbondare abominevoli situazioni monitorate e studiate in dettaglio:
Quante altre potrebbero essere le località non monitorate e/o dove ancora non sono arrivate le "sirene" del pericolo combinato social-vital-ambientale?
Quale bilancio economico potrebbero avere le tragedie sopra descritte?
Senza contare altre zone non incluse nel precedente elenco di morte, già tragicamente colpite da una mortifera incuria figlia di conflitti d'interesse e complicità (forse) anche istituzionali: è questo il caso, ad esempio, della (purtroppo) recentemente celebre Terra dei Fuochi.
A prescindere da qualunque punto di vista possibile, dunque, sembra essere ormai acclarato il sillogismo improprio seguente: riqualificare l'ambiente per (provare a) salvare l'essere umano e gli ecosistemi.
Non sembra mancare molto, purtroppo, al raggiungimento del cosiddetto punto di non ritorno.
Quali potrebbero essere i passi da fare sul lungo termine, al fine di garantire una maggior probabilità di salvezza al sistema social-ambientale italiano?
La risposta a questa domanda proviene dall'articolo allegato al Report in questione:
"[...] Se non decollerà il settore delle bonifiche, non riusciremo a riconvertire il sistema produttivo italiano alla green economy. [...] Il Governo e il Parlamento devono accelerare il processo di risanamento ambientale, risolvendo anche il problema delle risorse, ma anche il mondo industriale deve fare la sua parte mettendo in campo azioni concrete, bonificando in tempi non geologici i suoli e le falde inquinate, con adeguate risorse economiche ed umane, per risanare le gravi distorsioni di uno sviluppo corsaro e distruttivo, che ha reso inutilizzabili intere aree del Paese, creando piuttosto quell’auspicabile equilibrio tra ambiente, salute e lavoro che può aprire un prospettiva concreta di lavoro e di sviluppo. [...]"
(Fonte: Giorgio Zampetti, Responsabile Scientifico Legambiente)
La prospettiva concreta di lavoro e di sviluppo inaugurabile sembra essere, per fortuna o purtroppo, un processo attuabile inseguendo piccoli passi possibili, sin dal breve termine.
A questo proposito risponde l'elenco di possibili azioni su cui potersi concentrare, proposto dalla stessa Legambiente divulgatrice del dossier in questione:
Qualora tutti i punti non fossero valutabili o quantomeno accoglibili, sarebbe forse possibile discutere comunque attorno a qualche punto oggettivamente fondante ed urgente di questo elenco.
L'ambiente, così come il miglioramento della società, non sembrano poter più attendere: serve infatti imprimere una svolta alle decisioni ed alle valutazioni di importanza tecnico-politiche, sempre più urgente e radicale.
Per saperne di più:
"Legambiente presenta il dossier “Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?", Legambiente.it
(http://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/legambiente-presenta-il-dossier-bonifiche-dei-siti-inquinati-chimera-o-realta)
"Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?", Legambiente.it
(http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/dossier_legambiente_-_le_bonifiche_in_italia_2014.pdf)
Nonostante tutto, l'emergenza rimane e rischia ogni anno di aggravarsi sempre più: dalla gestione del ciclo dei rifiuti al delirio climatico, dalla mobilità sostenibile all'innesco di cicli produttivi sostenibili, dalla tutela dell'ecosistema alla gestione di impianti 'sostenibili tecnologicamente', [...].
Molte ed infinite sono le questioni ambientali che dovrebbe essere opportuno (cercare di) risolvere: a prescindere da qualsiasi punto di vista, però, il rispetto e la tutela dell'ambiente sono due punti che sembrano acquistare importanza solamente in occasioni d'emergenza straordinaria.
Esistono periodi in cui nevica o piove più del solito?
Le risposte a domande come questa assumono tinte richiamanti una lunga serie di tematiche nuovamente sotterrate ogni qualvolta l'ascia del maltempo viene riposta: dissesto idrogeologico, tutela e prevenzione delle costruzioni, battaglie contro voracità e cementificazione, piani nazionali per (ri)mettere in (dis)sesto l'intero territorio, importanza di pianificare tante piccole e diffuse opere a scapito di poche, grandi e localizzate infrastrutture, [...].
Esistono luoghi in cui l'emergenza ambientale si acuisce grazie a connivenza accompagnata ad omertà e colpevolezza diffusa di mancati interventi?
Le risposte a domande come questa sono tristemente tipiche di quei luoghi sui quali troppo è stato detto e poco (o niente?) sembra essere stato fatto: dalla Terra dei Fuochi alle zone nelle quali sono stati sepolti rifiuti che è poco definire tossici, troppi sembrano essere i mancati gesti che hanno condannato ambiente e persone a restare entrambi feriti (alle volte mortalmente).
Alle volte terribilmente, alle volte mortalmente. C'è poco spazio per sinonimi, su tematiche simili.
Restano ancora oggi esistenti luoghi in questa Italia all'interno dei quali la tematica del lavoro è riuscita ad abolire la linea di confine (non troppo sottile) che esiste fra vivere e morire?
A domande simili a questa è possibile rispondere osservando alcune tristi e voraci realtà industriali, nelle quali concetti come vita ed occupazione sono (tristemente) accompagnati da uno scomodo senso di morte che è stato (fino ad oggi?) impossibile combattere ed estirpare.
Sullo sfondo di queste e di molt(issim)e altre tragiche (e sempre urgenti) emergenze rimangono concetti sfiorati, non adeguatamente valutati e/o trascurati rispetto al loro potenziale: riqualificazione industriale, contabilità ambientale, prevenzione del territorio, misure per minimizzare l'impatto ambientale, [...].
Quando all'ambiente si contrappone l'economia, purtroppo, sembra che il primo duellante sia ogni volta costretto a perdere ed eclissarsi a (totale) vantaggio del secondo.
Quante sono le zone di Italia da sottoporre a bonifica, riqualificazione e miglioramento ambientale?
Fino a che punto sarà possibile procedere senza sottoporre a netto ribaltamento le attuali priorità esistenti?
A quanto potrebbe ammontare, fino ad oggi, l'economia sommersa di tipo ambientale in termini di costi e/o di mancati benefici? E' ancora possibile intervenire per provare a porre qualche rimedio?
A queste e molte altre domande potrebbe provare a rispondere il report "Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?", promosso in questa fine di gennaio da Legambiente.
Sono molte le aree di Italia in cui si dovrebbe fare qualcosa di utile e concreto, seguendo piste non oggi ancora completamente battute e percorse.
L'impatto complessivo che un settore come questo può avere sull'economia nazionale sembra essere palese ed evidente, sin dal sottotitolo annesso al report in questione:
"Risanare l'ambiente, tutelare la salute, riconvertire l'ambiente alla green economy"
Riqualificare per poter contribuire ad avviare un circolo virtuoso e positivo, dunque.
Il report in questione descrive la smobilitazione di una quantità di risorse enorme, stando a quanto diffuso dallo stesso report:
"[...] Le bonifiche vanno a rilento, ma non il giro d’affari del risanamento ambientale che si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi di euro. Dal 2001 al 2012 sono stati messi in campo 3,6 miliardi di euro di investimenti, tra soldi pubblici (1,9 miliardi di euro, pari al 52,5% del totale) e progetti approvati di iniziativa privata (1,7 miliardi di euro, pari al 47,5% del totale), con risultati concreti davvero inesistenti. [...]"
Se l'impatto reale degli interventi è stato fino ad oggi insufficiente, sembra poter essere oggettivo afferare di aver perso tempo, risorse economiche ed anche potenzialità occupazionali.
Il totale complessivo delle aree da monitorare e riqualificare sembra essere, stando a quanto diffuso dal Report in questione citando le stime del Ministero dell'Ambiente, enormemente ampio:
"[...] Secondo il Programma nazionale di bonifica curato dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il totale delle aree perimetrate come siti di interesse nazionale (SIN) è arrivato negli anni a circa 180mila ettari di superficie, scesi oggi a 100mila ettari, solo grazie alla derubricazione dello scorso anno di 18 siti da nazionali a regionali [...]"
Quali sono le ragioni principali per questo stallo di processi potenzialmente virtuosi ed utilizzabili per il benessere collettivo? Le risposte a tale domanda possono provenire citando il contenuto dell'articolo presente sul sito di Legambiente, riportato nel seguito:
"[...] Sebbene i primi 15 SIN da bonificare furono identificati nel 1998, nonostante le risorse impiegate e le semplificazioni adottate, la situazione attuale è di sostanziale stallo. [...] Caratterizzazioni e analisi effettuate in modo a volte esagerato e inefficace, progetti di risanamento che tardano ad arrivare e bonifiche completate praticamente assenti, a parte qualche piccolissima eccezione.
Il Ministero dell’ambiente arranca, dietro alle migliaia di conferenze dei servizi e documenti, intanto i responsabili dell’inquinamento, pubblici e privati, ne approfittano per spalmare su più anni gli investimenti sulle bonifiche.
Nel frattempo sono sempre più numerose le indagini sulle false bonifiche e sui traffici illegali dei rifiuti derivanti dalle attività di risanamento.Occorre un vero cambio di passo per fare quello che è stato già realizzato con successo in altri paesi industrializzati. [...]" (Fonte: Stefano Ciafani, Vice Presidente Legambiente)
Le ragioni di un insuccesso così evidente, pertanto, sembrano da attribuire in (più o meno) larga parte a ragioni quali: burocrazia, intoppi e lacune normative, analisi inefficaci ed incomplete, carenza di pianificazione progettuale, assenza di monitoraggio strutturale delle buone pratiche da poter realizzare.
L'impatto del dissesto ambientale ha prodotto, produce e produrrà devastazioni anche sulle vite umane.
Stando a quanto diffuso dal report in questione, infatti, sembrano (purtroppo) abbondare abominevoli situazioni monitorate e studiate in dettaglio:
- eccesso di tumori della pleura in zone di interesse (SIN) con l'amianto o dove l'amianto è uno degli inquinanti maggiormente presenti: Balangero, Casale Monferrato, Broni, Bari-Fibronit, Biancavilla, Pitelli, Massa Carrara, Priolo e Litorale Vesuviano;
- incremento evidente di mortalità per tumore o per malattie legate all'apparato respiratorio per le emissioni negli impianti petroliferi, petrolchimici, siderurgici e metallurgici: Gela, Porto Torres, Taranto e nel Sulcis in Sardegna;
- presenza di malformazioni congenite: Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres;
- patologie riscontrate del sistema urinario per esposizione a metalli pesanti e composti alogenati: Piombino, Massa Cararra, Orbetello, nel basso bacino del fiume Chienti e nel Sulcis;
- presenza di malattie neurologiche da esposizione a metalli pesanti e solventi organo alogenati: Trento nord, Grado e Marano e nel basso bacino del fiume Chienti;
- presenza di linfomi e di contaminazioni da policlorobifenili: Brescia.
Quante altre potrebbero essere le località non monitorate e/o dove ancora non sono arrivate le "sirene" del pericolo combinato social-vital-ambientale?
Quale bilancio economico potrebbero avere le tragedie sopra descritte?
Senza contare altre zone non incluse nel precedente elenco di morte, già tragicamente colpite da una mortifera incuria figlia di conflitti d'interesse e complicità (forse) anche istituzionali: è questo il caso, ad esempio, della (purtroppo) recentemente celebre Terra dei Fuochi.
A prescindere da qualunque punto di vista possibile, dunque, sembra essere ormai acclarato il sillogismo improprio seguente: riqualificare l'ambiente per (provare a) salvare l'essere umano e gli ecosistemi.
Non sembra mancare molto, purtroppo, al raggiungimento del cosiddetto punto di non ritorno.
Quali potrebbero essere i passi da fare sul lungo termine, al fine di garantire una maggior probabilità di salvezza al sistema social-ambientale italiano?
La risposta a questa domanda proviene dall'articolo allegato al Report in questione:
"[...] Se non decollerà il settore delle bonifiche, non riusciremo a riconvertire il sistema produttivo italiano alla green economy. [...] Il Governo e il Parlamento devono accelerare il processo di risanamento ambientale, risolvendo anche il problema delle risorse, ma anche il mondo industriale deve fare la sua parte mettendo in campo azioni concrete, bonificando in tempi non geologici i suoli e le falde inquinate, con adeguate risorse economiche ed umane, per risanare le gravi distorsioni di uno sviluppo corsaro e distruttivo, che ha reso inutilizzabili intere aree del Paese, creando piuttosto quell’auspicabile equilibrio tra ambiente, salute e lavoro che può aprire un prospettiva concreta di lavoro e di sviluppo. [...]"
(Fonte: Giorgio Zampetti, Responsabile Scientifico Legambiente)
La prospettiva concreta di lavoro e di sviluppo inaugurabile sembra essere, per fortuna o purtroppo, un processo attuabile inseguendo piccoli passi possibili, sin dal breve termine.
A questo proposito risponde l'elenco di possibili azioni su cui potersi concentrare, proposto dalla stessa Legambiente divulgatrice del dossier in questione:
- Garantire maggiore trasparenza sul Programma nazionale di bonifica, permettendo a tutti di accedere alle informazioni sull’aggiornamento del risanamento di ciascun sito di interesse nazionale da bonificare;
- Stabilizzare la normativa italiana e approvare una direttiva europea sul suolo;
- Rendere più conveniente l’applicazione delle tecnologie di bonifica in situ, passando dalla stagione delle caratterizzazioni a quella dell’approvazione dei progetti e dell’esecuzioni dei lavori, per realizzare bonifiche vere e non le solite messe in sicurezza o i soliti tombamenti;
- Istituire un fondo nazionale per le bonifiche dei siti orfani: uno strumento attivo negli Stati Uniti dal lontano 1980 (quando fu approvata la legge federale sul Superfund) e previsto anche nella proposta di direttiva europea sul suolo presentata nel 2006;
- Sostenere l’epidemiologia ambientale per praticare una reale prevenzione;
- Fermare i commissariamenti anche sulle bonifiche dei siti inquinati - così come su altre emergenze ambientali - i commissariamenti attivati negli anni si sono dimostrati un vero fallimento;
- Potenziare il sistema dei controlli ambientali pubblici;
- Introdurre i delitti ambientali nel codice penale;
- Applicare il principio chi inquina paga anche all’interno del mondo industriale, promuovendo all’interno delle associazioni di categoria iniziative tese a escludere i soci che ricorrono a pratiche illecite nello smaltimento dei rifiuti, anche derivanti da operazioni di bonifica;
- Ridimensionare il ruolo della Sogesid, società pubblica attiva sulla gran parte dei SIN e al centro di recenti indagini giudiziarie, affinché il Ministero e gli altri enti di supporto riprendano appieno le loro competenze ed affidino eventualmente specifiche attività a soggetti individuati sulla base di gare pubbliche o comunque sulla base di valutazioni comparative.
Qualora tutti i punti non fossero valutabili o quantomeno accoglibili, sarebbe forse possibile discutere comunque attorno a qualche punto oggettivamente fondante ed urgente di questo elenco.
L'ambiente, così come il miglioramento della società, non sembrano poter più attendere: serve infatti imprimere una svolta alle decisioni ed alle valutazioni di importanza tecnico-politiche, sempre più urgente e radicale.
Per saperne di più:
"Legambiente presenta il dossier “Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?", Legambiente.it
(http://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/legambiente-presenta-il-dossier-bonifiche-dei-siti-inquinati-chimera-o-realta)
"Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?", Legambiente.it
(http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/dossier_legambiente_-_le_bonifiche_in_italia_2014.pdf)

Nessun commento:
Posta un commento