Cosa potrebbe significare nei dettagli la discesa dello spread sotto quota 200?
L'evento di inizio anno sembra andare verso la tendenza di confermare quanto pronosticato dal Ministro dell'Economia e delle Finanze lo scorso ottobre, quando aveva previsto spread a "200 punti nel 2014 e a 100 nel 2017". Con la soglia 200 inferiormente raggiunta, sono giunte puntuali le dichiarazioni di leader politici a mezzi di informazione e mass media :
"[...] un grande risultato, frutto di un grande lavoro e soprattutto del sacrifico di tutti gli italiani. Nessuno ha la bacchetta magica. L’Italia è nella in giusta direzione, dobbiamo insistere. [...] Oggi ci sono le condizioni perché il Paese riparta. È un’occasione che va colta. [...]"
E' questo il riassunto dell'opinione del Presidente del Consiglio Enrico Letta, contenuta in un articolo proveniente da Il Corriere della Sera. Un calo dello spread comporta, in estrema sintesi, un calo dei rendimenti necessari all'Italia per finanziarsi all'interno dei troppo celebr(at)i mercati.
Rendimenti in ribasso causano, a loro volta, un circolo virtuoso che può concretamente "tradursi in una minore spesa per interessi sul debito pubblico e nella possibilità di avere a disposizione più risorse per investimenti e per alleggerire il carico fiscale."
Sono questi i benefici principali, riportati in un articolo tratto dal numero odierno de La Repubblica.
Qualora gli indici di spread dovessero attestarsi su livelli simili, sarebbero (teoricamente) previsti risparmi per le casse dello Stato quantificabili in circa 15 miliardi di Euro nel solo 2014 appena iniziato.
Ci sarebbero dunque i margini per definire un quadro di ripresa concreta, stando a quanto fatto trapelare dalle dichiarazioni di Ministri e Presidente del Consiglio.
L'equazione che ha prodotto un abbassamento dello spread sarebbe molto semplice, stando alle dichiarazioni del Ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello:
"[...] meno tassi, meno spesa, meno tasse! La stabilità paga (anche in Euro!) [...]"
E' veramente tutto merito dell'Italia e della (presunta) stabilità politica o persistono motivazioni anche (o soprattutto?) extra-nazionali? L'abbassamento dei tassi di interesse al 3.91% è un beneficio che è destinato ad avere benefici sul breve termine, qualora non adeguatamente sfruttato e spiegato.
Chi si è proposto di informare e governare parlando il "linguaggio sovversivo della verità" dovrebbe avere ben presenti le reali cause e le fondate conseguenze che un ribasso come questo potrebbe indurre sul medio-lungo termine. Rischiano di confondere, o peggio di illudere, altr(ettant)e dichiarazioni fatte da Ministri di questo Governo per commentare il superamento della soglia psicologica raggiunta.
Si ricorda quella del Vice-Presidente Angelino Alfano, secondo cui il calo dello spread potrebbe rappresentare "una tassa occulta in meno per le famiglie e una base per rilanciare l'economia."
Altri esempi di illusione provengono dal Ministro per le Infrastrutture ed i Trasporti, Maurizio Lupi, secondo il quale i risparmi cumulati a seguito di questo livello under 200 dovranno servire per ridurre "le tasse che si pagano sul lavoro" e per "aumentare i soldi in busta paga agli operai."
E' davvero vero che ogni centesimo dei previsti 15 miliardi di risparmi sarà destinato al livellamento del cuneo fiscale? A questa risposta, sottostando al (teorico) "linguaggio sovversivo della verità", dovrebbe essere terribilmente difficile rispondere con un "sì". Rimangono condizioni al contorno troppo incerte, sulla base delle quali sia chi governa che chi informa avrebbero il dovere di essere chiari e realisti.
Non è certo abbassando lo spread di pochi punti che si risolvono le emergenze economico-sociali diffusamente presenti nel Paese.
Una voce consapevolmente critica riguardo a questa situazione troppo entusiasticamente celebrata proviene dal giornalista Federico Fubini, all'interno di un articolo contenuto nel numero odierno de La Repubblica; titolo e sottotitolo dell'articolo sono emblematici nei confronti dello status di euforia attuale:
"Adesso Roma ha quindici mesi per sfruttare la fine dell'emergenza - Vanno tagliati spese e deficit prima di nuovi rialzi dei tassi."
Le premesse a contorno dell'articolo sono consapevoli di un miglioramento non rispondente, però, ad una completa guarigione dalla malattia che ha fino ad oggi dilaniato e (quasi) distrutto lo stato socio-economico di questo Paese:
"[...] uno spread Bund-Btp di meno di 200 punti [...] ricorda allo stesso tempo molti aspetti diversi.
L'emergenza è finita, ma la normalità ancora non inizia.
Il Paese resta comunque sul filo del rasoio. [...]"
Cosa significa, nei dettagli, questo rimanere sul "filo del rasoio"?
Si è veramente raggiunta una nuova "pace dei Conti pubblici" finalizzata all'innesco di percentuali di crescita economica significative? La risposta a queste domande deve essere consapevolmente affrontata ed approfondita:
"[...] Da un lato c'è il calo dello spread sospinto da accenni di ripresa industriale, dalla tenuta del Governo [...]e da un avanzo primario che resta il migliore di Eurolandia.
Ciò ha permesso al Tesoro di risparmiare 2,7 miliardi in interessi solo nel 2013, apre spazi per ridurre le tasse sul lavoro e può creare dei posti di lavoro in più.
Dall'altro lato però non tutto è lineare come sembra. [...]"
Dietro questa mancata linearità potrebbero nascondersi i problemi più gravi e, allo stato attuale, non doverosamente affrontati e portati all'attenzione del dibattito pubblico.
Informazioni dettagliate sono reperibili, a questo proposito, dal medesimo articolo in questione:
"[...] Il fabbisogno di cassa del Governo del 2013 ha sfiorato gli 80 miliardi di Euro, più del 5% del PIL, eppure il Tesoro non ha ancora spiegato [...] come farà a tenere il deficit pubblico [...] entro il 3%.
Il calo dello spread è determinato in buona parte da eventi lontani dall'Italia: la ripresa internazionale e la gigantesca produzione di liquitità della Federal Reserve e della Bank of Japan, circa 1500 miliardi solo nel 2013; sono in primo luogo questi fattori a spingere gli investitori a comprare i titoli considerati più rischiosi e a più alto rendimento come quelli del debito italiano. [...]"
Chi ha gioito inneggiando ad una ritrovata stabilità o quiete economica dovrebbe, almeno in parte, ricredersi o ritrattare le proprie dichiarazioni: il calo dello spread non è certo significativamente attribuibile ai traguardi prodotti dal Governo delle (furono) "larghe intese".
Rimangono situazioni pericolose e pericolanti a "contorno" di un beneficio simile?
L'opinione del giornalista sembra essere netta anche su questo frangente:
"[...] la liquidità globale sta affluendo verso i Btp [ossia verso l'Italia, nds] in modo cauto rispetto a quanto non accada per i titoli di Spagna o Portogallo, i cui rendimenti calano anche più in fretta.
Anche passare sotto la soglia dei 200 punti-base [...] potrebbe non rivelarsi la svolta che appare a prima vista.
Non con un'inflazione italiana che [...] resta inchiodata quasi a zero per la paralisi dei consumi e il crolo dei prestiti alle imprese, giunto [...] a intensità senza precedenti perchè le banche italiane temono gli imminenti esami europei sui loro bilanci. [...]"
Le presenti situazioni rischiano potenzialmente di produrre un nuovo cortocircuito, il cui esito finale potrebbe essere un risultato opposto rispetto maggiormente ambito; l'equazione pericolosa è riportata dallo stesso giornalista in termini chiarissimi:
"[...] se l'economia non inizia davvero a crescere, il debito pubblico non potrà che salire ancora e riportare sfiducia e 'spread' elevati sul Paese. [...]"
Si potrebbe quindi ripresentare concretamente un rischio di ciclica sfiducia, qualora le condizioni presenti non fossero adeguatamente sfruttate e consapevolmente pesate?
La storia dei livelli di debito pubblico vede un costante aumento dei propri livelli, se considerati in percentuale sul Pil: si è passati da un 103,6% del 2007 ad una percentuale prossima al 131,3% del 2013.
Basta davvero una discesa (momentanea?) dello spread per dichiarare vittoria?
Questa domanda rievoca lo spettro di situazioni passate e non doverosamente sfruttate dallo Stato italiano in tempi non sospetti:
"[...] L'Italia era sul crinale anche nel '93, quando uscì dalla crisi di allora.
Anche a quel tempo [...] i tassi scesero e [...] restarono bassi a lungo in vista dell'aggancio all'Euro e poi con i primi dieci anni di vita nella moneta unica.
Allora l'Italia sprecò quel dividendo dei tassi [...] in corruzione, clientelismo e inefficienza, perchè la spesa pubblica è salita dal 47% a oltre il 51% del Pil [...] ma così hanno fatto anche le tasse, la povertà, la disoccupazione e l'ingiustizia sociale. [...]"
Se una prima volta lo Stato italiano ha già gettato alle ortiche un'occasione irripetibile per finanziarsi a tassi molto bassi, di quanto tempo potrebbe beneficiare allo stato attuale per attirare investimenti ad interessi convenienti?
L'opinione dello stesso Fubini è lapidaria in proposito:
"[...] Ora l'Italia rischia di avere circa quindici mesi, non altri quindici anni, per cogliere il secondo dividendo dei tassi bassi: dopo la Federal Reserve potrebbe iniziare ad alzare i tassi e ritirare la liquidità dai mercati, rivelando brutalmente chi nuotava senza costume. [...]"
E' altrettanto evidente che, in caso di nuova sfiducia nei confronti del debito sovrano dello Stato italiano, sarebbero probabilmente inevitabili altre manovre "lacrime e sangue" finalizzate al contenere gli squilibri di spesa.
Quale può essere pertanto il primo passo da compiere, traendo magari spunto da errori passati e già commessi?
Il futuro sembra essere anche su questo tema univoco ed univocamente interpretabile:
"[...] Si tratta dunque di iniziare subito a ridurre gli sprechi e la materia prima della corruzione.
Solo così Germania potrà dare più tempo all'Italia per ridurre il suo debito dal 2015, evitando altre manovre lacrime e sangue tra un anno. [...]"
Con un occhio al futuro, pertanto, si dimostra come sia (forse) inevitabile il ricorso ad ulteriori manovre "correttive" finalizzate al mettere 'toppe'' ai conti pubblici.
Senza contare, inoltre, della necessità di raggiungere adeguati livelli di crescita finalizzata al sostentamento dei livelli ormai stratosferici di debito pubblico raggiunti: basterebbero indici percentuali oscillanti fra lo zerovirgola ed il punto percentuale, a fronte di interessi annuali minimi che superano le decine di miliardi di Euro?
Probabilmente no.
Senza contare il peso (potenzialmente) devastante approvato dall'Italia con l'Europa relativamente alle misure da prendere per abbattere i livelli di debito pubblico, appunto dal 2015 in avanti.
La sensazione della ripartenza, alla luce di queste e moltissime altre (troppo evidenti?) considerazioni, sembra essere piuttosto lontana. A posteri ed italiani le ardue sentenze.
L'evento di inizio anno sembra andare verso la tendenza di confermare quanto pronosticato dal Ministro dell'Economia e delle Finanze lo scorso ottobre, quando aveva previsto spread a "200 punti nel 2014 e a 100 nel 2017". Con la soglia 200 inferiormente raggiunta, sono giunte puntuali le dichiarazioni di leader politici a mezzi di informazione e mass media :
"[...] un grande risultato, frutto di un grande lavoro e soprattutto del sacrifico di tutti gli italiani. Nessuno ha la bacchetta magica. L’Italia è nella in giusta direzione, dobbiamo insistere. [...] Oggi ci sono le condizioni perché il Paese riparta. È un’occasione che va colta. [...]"
E' questo il riassunto dell'opinione del Presidente del Consiglio Enrico Letta, contenuta in un articolo proveniente da Il Corriere della Sera. Un calo dello spread comporta, in estrema sintesi, un calo dei rendimenti necessari all'Italia per finanziarsi all'interno dei troppo celebr(at)i mercati.
Rendimenti in ribasso causano, a loro volta, un circolo virtuoso che può concretamente "tradursi in una minore spesa per interessi sul debito pubblico e nella possibilità di avere a disposizione più risorse per investimenti e per alleggerire il carico fiscale."
Sono questi i benefici principali, riportati in un articolo tratto dal numero odierno de La Repubblica.
Qualora gli indici di spread dovessero attestarsi su livelli simili, sarebbero (teoricamente) previsti risparmi per le casse dello Stato quantificabili in circa 15 miliardi di Euro nel solo 2014 appena iniziato.
Ci sarebbero dunque i margini per definire un quadro di ripresa concreta, stando a quanto fatto trapelare dalle dichiarazioni di Ministri e Presidente del Consiglio.
L'equazione che ha prodotto un abbassamento dello spread sarebbe molto semplice, stando alle dichiarazioni del Ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello:
"[...] meno tassi, meno spesa, meno tasse! La stabilità paga (anche in Euro!) [...]"
E' veramente tutto merito dell'Italia e della (presunta) stabilità politica o persistono motivazioni anche (o soprattutto?) extra-nazionali? L'abbassamento dei tassi di interesse al 3.91% è un beneficio che è destinato ad avere benefici sul breve termine, qualora non adeguatamente sfruttato e spiegato.
Chi si è proposto di informare e governare parlando il "linguaggio sovversivo della verità" dovrebbe avere ben presenti le reali cause e le fondate conseguenze che un ribasso come questo potrebbe indurre sul medio-lungo termine. Rischiano di confondere, o peggio di illudere, altr(ettant)e dichiarazioni fatte da Ministri di questo Governo per commentare il superamento della soglia psicologica raggiunta.
Si ricorda quella del Vice-Presidente Angelino Alfano, secondo cui il calo dello spread potrebbe rappresentare "una tassa occulta in meno per le famiglie e una base per rilanciare l'economia."
Altri esempi di illusione provengono dal Ministro per le Infrastrutture ed i Trasporti, Maurizio Lupi, secondo il quale i risparmi cumulati a seguito di questo livello under 200 dovranno servire per ridurre "le tasse che si pagano sul lavoro" e per "aumentare i soldi in busta paga agli operai."
E' davvero vero che ogni centesimo dei previsti 15 miliardi di risparmi sarà destinato al livellamento del cuneo fiscale? A questa risposta, sottostando al (teorico) "linguaggio sovversivo della verità", dovrebbe essere terribilmente difficile rispondere con un "sì". Rimangono condizioni al contorno troppo incerte, sulla base delle quali sia chi governa che chi informa avrebbero il dovere di essere chiari e realisti.
Non è certo abbassando lo spread di pochi punti che si risolvono le emergenze economico-sociali diffusamente presenti nel Paese.
Una voce consapevolmente critica riguardo a questa situazione troppo entusiasticamente celebrata proviene dal giornalista Federico Fubini, all'interno di un articolo contenuto nel numero odierno de La Repubblica; titolo e sottotitolo dell'articolo sono emblematici nei confronti dello status di euforia attuale:
"Adesso Roma ha quindici mesi per sfruttare la fine dell'emergenza - Vanno tagliati spese e deficit prima di nuovi rialzi dei tassi."
Le premesse a contorno dell'articolo sono consapevoli di un miglioramento non rispondente, però, ad una completa guarigione dalla malattia che ha fino ad oggi dilaniato e (quasi) distrutto lo stato socio-economico di questo Paese:
"[...] uno spread Bund-Btp di meno di 200 punti [...] ricorda allo stesso tempo molti aspetti diversi.
L'emergenza è finita, ma la normalità ancora non inizia.
Il Paese resta comunque sul filo del rasoio. [...]"
Cosa significa, nei dettagli, questo rimanere sul "filo del rasoio"?
Si è veramente raggiunta una nuova "pace dei Conti pubblici" finalizzata all'innesco di percentuali di crescita economica significative? La risposta a queste domande deve essere consapevolmente affrontata ed approfondita:
"[...] Da un lato c'è il calo dello spread sospinto da accenni di ripresa industriale, dalla tenuta del Governo [...]e da un avanzo primario che resta il migliore di Eurolandia.
Ciò ha permesso al Tesoro di risparmiare 2,7 miliardi in interessi solo nel 2013, apre spazi per ridurre le tasse sul lavoro e può creare dei posti di lavoro in più.
Dall'altro lato però non tutto è lineare come sembra. [...]"
Dietro questa mancata linearità potrebbero nascondersi i problemi più gravi e, allo stato attuale, non doverosamente affrontati e portati all'attenzione del dibattito pubblico.
Informazioni dettagliate sono reperibili, a questo proposito, dal medesimo articolo in questione:
"[...] Il fabbisogno di cassa del Governo del 2013 ha sfiorato gli 80 miliardi di Euro, più del 5% del PIL, eppure il Tesoro non ha ancora spiegato [...] come farà a tenere il deficit pubblico [...] entro il 3%.
Il calo dello spread è determinato in buona parte da eventi lontani dall'Italia: la ripresa internazionale e la gigantesca produzione di liquitità della Federal Reserve e della Bank of Japan, circa 1500 miliardi solo nel 2013; sono in primo luogo questi fattori a spingere gli investitori a comprare i titoli considerati più rischiosi e a più alto rendimento come quelli del debito italiano. [...]"
Chi ha gioito inneggiando ad una ritrovata stabilità o quiete economica dovrebbe, almeno in parte, ricredersi o ritrattare le proprie dichiarazioni: il calo dello spread non è certo significativamente attribuibile ai traguardi prodotti dal Governo delle (furono) "larghe intese".
Rimangono situazioni pericolose e pericolanti a "contorno" di un beneficio simile?
L'opinione del giornalista sembra essere netta anche su questo frangente:
"[...] la liquidità globale sta affluendo verso i Btp [ossia verso l'Italia, nds] in modo cauto rispetto a quanto non accada per i titoli di Spagna o Portogallo, i cui rendimenti calano anche più in fretta.
Anche passare sotto la soglia dei 200 punti-base [...] potrebbe non rivelarsi la svolta che appare a prima vista.
Non con un'inflazione italiana che [...] resta inchiodata quasi a zero per la paralisi dei consumi e il crolo dei prestiti alle imprese, giunto [...] a intensità senza precedenti perchè le banche italiane temono gli imminenti esami europei sui loro bilanci. [...]"
Le presenti situazioni rischiano potenzialmente di produrre un nuovo cortocircuito, il cui esito finale potrebbe essere un risultato opposto rispetto maggiormente ambito; l'equazione pericolosa è riportata dallo stesso giornalista in termini chiarissimi:
"[...] se l'economia non inizia davvero a crescere, il debito pubblico non potrà che salire ancora e riportare sfiducia e 'spread' elevati sul Paese. [...]"
Si potrebbe quindi ripresentare concretamente un rischio di ciclica sfiducia, qualora le condizioni presenti non fossero adeguatamente sfruttate e consapevolmente pesate?
La storia dei livelli di debito pubblico vede un costante aumento dei propri livelli, se considerati in percentuale sul Pil: si è passati da un 103,6% del 2007 ad una percentuale prossima al 131,3% del 2013.
Basta davvero una discesa (momentanea?) dello spread per dichiarare vittoria?
Questa domanda rievoca lo spettro di situazioni passate e non doverosamente sfruttate dallo Stato italiano in tempi non sospetti:
"[...] L'Italia era sul crinale anche nel '93, quando uscì dalla crisi di allora.
Anche a quel tempo [...] i tassi scesero e [...] restarono bassi a lungo in vista dell'aggancio all'Euro e poi con i primi dieci anni di vita nella moneta unica.
Allora l'Italia sprecò quel dividendo dei tassi [...] in corruzione, clientelismo e inefficienza, perchè la spesa pubblica è salita dal 47% a oltre il 51% del Pil [...] ma così hanno fatto anche le tasse, la povertà, la disoccupazione e l'ingiustizia sociale. [...]"
Se una prima volta lo Stato italiano ha già gettato alle ortiche un'occasione irripetibile per finanziarsi a tassi molto bassi, di quanto tempo potrebbe beneficiare allo stato attuale per attirare investimenti ad interessi convenienti?
L'opinione dello stesso Fubini è lapidaria in proposito:
"[...] Ora l'Italia rischia di avere circa quindici mesi, non altri quindici anni, per cogliere il secondo dividendo dei tassi bassi: dopo la Federal Reserve potrebbe iniziare ad alzare i tassi e ritirare la liquidità dai mercati, rivelando brutalmente chi nuotava senza costume. [...]"
E' altrettanto evidente che, in caso di nuova sfiducia nei confronti del debito sovrano dello Stato italiano, sarebbero probabilmente inevitabili altre manovre "lacrime e sangue" finalizzate al contenere gli squilibri di spesa.
Quale può essere pertanto il primo passo da compiere, traendo magari spunto da errori passati e già commessi?
Il futuro sembra essere anche su questo tema univoco ed univocamente interpretabile:
"[...] Si tratta dunque di iniziare subito a ridurre gli sprechi e la materia prima della corruzione.
Solo così Germania potrà dare più tempo all'Italia per ridurre il suo debito dal 2015, evitando altre manovre lacrime e sangue tra un anno. [...]"
Con un occhio al futuro, pertanto, si dimostra come sia (forse) inevitabile il ricorso ad ulteriori manovre "correttive" finalizzate al mettere 'toppe'' ai conti pubblici.
Senza contare, inoltre, della necessità di raggiungere adeguati livelli di crescita finalizzata al sostentamento dei livelli ormai stratosferici di debito pubblico raggiunti: basterebbero indici percentuali oscillanti fra lo zerovirgola ed il punto percentuale, a fronte di interessi annuali minimi che superano le decine di miliardi di Euro?
Probabilmente no.
Senza contare il peso (potenzialmente) devastante approvato dall'Italia con l'Europa relativamente alle misure da prendere per abbattere i livelli di debito pubblico, appunto dal 2015 in avanti.
La sensazione della ripartenza, alla luce di queste e moltissime altre (troppo evidenti?) considerazioni, sembra essere piuttosto lontana. A posteri ed italiani le ardue sentenze.
Immagine reperita da: lindipendenza.com
Per saperne di più:
"Lo spread chiude a 197 punti. Letta: 'Ora si può ripartire'", tg24.sky.it
(http://tg24.sky.it/tg24/economia/2014/01/03/spread_sotto_quota_200_letta_saccomanni_ripresa.html)
"Letta: adesso l'Italia può ripartire", Il Corriere della Sera
(http://www.corriere.it/politica/14_gennaio_03/letta-adesso-l-italia-puo-ripartire-b886c866-74ab-11e3-90f3-f58f41d83fbf.shtml)
"Adesso Roma ha quindici mesi per sfruttare la fine dell'emergenza", F.Fubini, La Repubblica
"Lo spread sotto quota 200 punti, così si risparmiano 15 miliardi. Letta: 'Ora l'Italia può ripartire'", V.Puledda, La Repubblica

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