Raccontare storie e cronistorie di una fra le opere maggiormente controverse e discusse dell'intera Italia può essere una missione possibile in un singolo libro?
In uno Stato come quello italiano è da lungo tempo instaurato ed instillato il dibattito relativo all'utilità o meno delle cosiddette "infrastrutture"; sono tantissime le domande che vengono - poco o meno - affrontate (od evitate?) in termini estremamente poco chiari: meglio poche grandi opere o molte piccole opere finalizzate a colmare arretratezze italiane in settori ritenuti (ancora oggi?) enormemente poco strategici? Quali sono e/o come devono essere riformati i criteri da impiegare per la realizzazione di grandi opere internamente ai singoli livelli istituzionali?
Possono esistere altre ragioni - in aggiunta a quelle definite "ufficiali" - che qualificano la priorità e l'ineluttabilità afferente la realizzazione di certe opere?
Rispondere in termini chiari a domande come queste è cosa impossibile da svolgere in un breve tempo ed in un altrettanto breve spazio - quale è quello caratteristico dei libri abitualmente letti.
Cercare di fornire elementi capaci di far riflettere - sforzando anche di sviluppare nel lettore l'opportunità di costruire elementi utili per pensare fuori dal coro - può però essere una missione lecita, nel tentativo di strutturare un discorso attorno a tematiche che sono troppo spesso strutturate all'insegna di un tanto opprimente quanto deprimente pensiero unico.
Le opportunità per farlo sono moltissime: racconti e cronache provenienti da settori (qualificabili eufemisticamente come) trascurati dall'informazione, resoconti di intrecci afferenti opportunismi di vario genere, elenchi e/o alberi "genealogici" afferenti influenze politico-partitiche nella definizione di meccanismi decisionali di vario genere, cronistoria di analogie infrastrutturali italiane e non solo, [...]. I tratti precedentemente definiti sono solo alcuni fra i pilastri su cui è impostata l'opera "Un viaggio che non promettiamo breve - Venticinque anni di lotte No Tav", scritto dallo scrittore agente sotto lo pseudonimo Wu Ming 1 e pubblicato da Stile Libero Einaudi.
Le finalità di questo libro risultano essere tanto chiare quanto forse necessarie sin dal retro di copertina:
"[...] In Italia mmolti comitati e gruppi di cittadini resistono a grandi opere dannose, inutili, imposte dall'alto. Tra questi, il movimento più grande, radicale e radicato è [...] quello No Tav in Val di Susa, all'estremo occidente del Paese [...].
Un movimento che da venticinque anni sperimenta forme nuove - e al tempo stesso antiche - di partecipazione, autogestione, condivisione. Perché proprio in Val di Susa?
Per più di tre anni Wu Ming 1 ha cercato la risposta a questa domanda.
Si è immerso nella realtà del movimento No Tav, partecipando a momenti-chiave della lotta, intervistando decine di attivisti, incrociando storia orale e fonti d'archivio, contemplando la valle dall'alto dei suoi monti. [...] La voce del narratore ci fa passare dal romando di non-fiction alla chanson des gestes, dall'inchiesta serrata alla saga popolare di ispirazione latino-americana [...]"
Esaminando l'opera - articolata su scala temporale definendo le fasi principali che da un punto di vista storico hanno descritto le cronache di politica ed informazione in Italia - l'autore trasmette al lettore il senso di esistenze che vanno lottando per avere una voce che punti a difendere il loro territorio. Terre che sono state ripetutamente minacciate ed affrontate, al fine di realizzare infrastrutture reputate necessarie su dati che gli stessi "resistenti" avevano e hanno qualificato come inconsistenti.
I frutti di questo modus operandi hanno contribuito a generare, nel tempo, una solida serie di incertezze e dubbi nel cuore e nelle mani dell'autore dell'opera.
Queste stesse riflessioni sono riassunte sin dalla copertina dell'opera in recensione:
"[...] Io sono appassionato di fotografia e nella mia mente ho immagini, immagini meravigliose di signore con capelli bianchi e grembiule che si fanno spiegare [...] come si sta sui social network.
L'ho visto ai presidi, più volte. E in altre occasioni ho visto la signora mettere il ragazzo antagonista a fare le pulizie, perché bisogna lasciare pulito, fare la battaglia non vuol dire lasciare sporco in giro. C'è una rappresentazione del centro sociale o del ragazzo incappucciato completamente diversa dalla realtà. Qui in valle cos'è successo?
Quando sono arrivati quelli dei centri sociali, certamente avevano le loro idee e volevano fare un certo tipo di cose, ma si sono avvicinati al movimento No Tav con umità, non hanno preteso di cavalcare. Si è detto: facciamo un pezzo di strada insieme.
Ci siamo conosciuti e hanno portato un grande contributo, soprattutto sulla parte organizzativa, su come si fanno certe cose, le manifestazioni...Questo ha avuto una conseguenza importante.
Quando la sera guardi il Tg, vedi rappresentati i centri sociali in un modo che non riconosci più, e cominci a dubitare di quel che esce da quella scatola.
Questo vale per tante cose: fai la manifestazione No Tav, la sera guardi e dici: ma io c'ero a quella manifestazione lì? E' tutta diversa, io non l'ho vista, non c'ero.
Dopo un pò pensi: ma se la manifestazione No Tav me l'hanno raccontata così, siamo sicuri che anche su tutto il resto... [...]"
E' proprio su questi dualismi che scorrono i "fili" di lettura dell'opera intera, definendo un metodo specifico di descrizione con cui poter essere portati a dubitare di forme di pensiero unico tanto opprimenti quanto schiaccianti e desolanti.
Leggerne per saperne di più...esercitando il proprio senso e spirito critico, dunque.
In uno Stato come quello italiano è da lungo tempo instaurato ed instillato il dibattito relativo all'utilità o meno delle cosiddette "infrastrutture"; sono tantissime le domande che vengono - poco o meno - affrontate (od evitate?) in termini estremamente poco chiari: meglio poche grandi opere o molte piccole opere finalizzate a colmare arretratezze italiane in settori ritenuti (ancora oggi?) enormemente poco strategici? Quali sono e/o come devono essere riformati i criteri da impiegare per la realizzazione di grandi opere internamente ai singoli livelli istituzionali?
Possono esistere altre ragioni - in aggiunta a quelle definite "ufficiali" - che qualificano la priorità e l'ineluttabilità afferente la realizzazione di certe opere?
Rispondere in termini chiari a domande come queste è cosa impossibile da svolgere in un breve tempo ed in un altrettanto breve spazio - quale è quello caratteristico dei libri abitualmente letti.
Cercare di fornire elementi capaci di far riflettere - sforzando anche di sviluppare nel lettore l'opportunità di costruire elementi utili per pensare fuori dal coro - può però essere una missione lecita, nel tentativo di strutturare un discorso attorno a tematiche che sono troppo spesso strutturate all'insegna di un tanto opprimente quanto deprimente pensiero unico.
Le opportunità per farlo sono moltissime: racconti e cronache provenienti da settori (qualificabili eufemisticamente come) trascurati dall'informazione, resoconti di intrecci afferenti opportunismi di vario genere, elenchi e/o alberi "genealogici" afferenti influenze politico-partitiche nella definizione di meccanismi decisionali di vario genere, cronistoria di analogie infrastrutturali italiane e non solo, [...]. I tratti precedentemente definiti sono solo alcuni fra i pilastri su cui è impostata l'opera "Un viaggio che non promettiamo breve - Venticinque anni di lotte No Tav", scritto dallo scrittore agente sotto lo pseudonimo Wu Ming 1 e pubblicato da Stile Libero Einaudi.
Le finalità di questo libro risultano essere tanto chiare quanto forse necessarie sin dal retro di copertina:
"[...] In Italia mmolti comitati e gruppi di cittadini resistono a grandi opere dannose, inutili, imposte dall'alto. Tra questi, il movimento più grande, radicale e radicato è [...] quello No Tav in Val di Susa, all'estremo occidente del Paese [...].
Un movimento che da venticinque anni sperimenta forme nuove - e al tempo stesso antiche - di partecipazione, autogestione, condivisione. Perché proprio in Val di Susa?
Per più di tre anni Wu Ming 1 ha cercato la risposta a questa domanda.
Si è immerso nella realtà del movimento No Tav, partecipando a momenti-chiave della lotta, intervistando decine di attivisti, incrociando storia orale e fonti d'archivio, contemplando la valle dall'alto dei suoi monti. [...] La voce del narratore ci fa passare dal romando di non-fiction alla chanson des gestes, dall'inchiesta serrata alla saga popolare di ispirazione latino-americana [...]"
Esaminando l'opera - articolata su scala temporale definendo le fasi principali che da un punto di vista storico hanno descritto le cronache di politica ed informazione in Italia - l'autore trasmette al lettore il senso di esistenze che vanno lottando per avere una voce che punti a difendere il loro territorio. Terre che sono state ripetutamente minacciate ed affrontate, al fine di realizzare infrastrutture reputate necessarie su dati che gli stessi "resistenti" avevano e hanno qualificato come inconsistenti.
I frutti di questo modus operandi hanno contribuito a generare, nel tempo, una solida serie di incertezze e dubbi nel cuore e nelle mani dell'autore dell'opera.
Queste stesse riflessioni sono riassunte sin dalla copertina dell'opera in recensione:
"[...] Io sono appassionato di fotografia e nella mia mente ho immagini, immagini meravigliose di signore con capelli bianchi e grembiule che si fanno spiegare [...] come si sta sui social network.
L'ho visto ai presidi, più volte. E in altre occasioni ho visto la signora mettere il ragazzo antagonista a fare le pulizie, perché bisogna lasciare pulito, fare la battaglia non vuol dire lasciare sporco in giro. C'è una rappresentazione del centro sociale o del ragazzo incappucciato completamente diversa dalla realtà. Qui in valle cos'è successo?
Quando sono arrivati quelli dei centri sociali, certamente avevano le loro idee e volevano fare un certo tipo di cose, ma si sono avvicinati al movimento No Tav con umità, non hanno preteso di cavalcare. Si è detto: facciamo un pezzo di strada insieme.
Ci siamo conosciuti e hanno portato un grande contributo, soprattutto sulla parte organizzativa, su come si fanno certe cose, le manifestazioni...Questo ha avuto una conseguenza importante.
Quando la sera guardi il Tg, vedi rappresentati i centri sociali in un modo che non riconosci più, e cominci a dubitare di quel che esce da quella scatola.
Questo vale per tante cose: fai la manifestazione No Tav, la sera guardi e dici: ma io c'ero a quella manifestazione lì? E' tutta diversa, io non l'ho vista, non c'ero.
Dopo un pò pensi: ma se la manifestazione No Tav me l'hanno raccontata così, siamo sicuri che anche su tutto il resto... [...]"
E' proprio su questi dualismi che scorrono i "fili" di lettura dell'opera intera, definendo un metodo specifico di descrizione con cui poter essere portati a dubitare di forme di pensiero unico tanto opprimenti quanto schiaccianti e desolanti.
Leggerne per saperne di più...esercitando il proprio senso e spirito critico, dunque.

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