mercoledì 16 dicembre 2015

SULL'ANNO ZERO DEL CAPITALISMO ITALIANO...E SU DIFETTI QUASI ANCESTRALI DEL SISTEMA ITALIA

La crisi di stampo economico-finanziario ha lasciato (e/o sta lasciando ancora?) campi sterminati e notevolmente modificati su una pressoché infinita serie di settori: politica, ambiente, società, relazioni diplomatiche, questioni internazionali o sviluppo economico solo per citarne alcuni. 
L'Italia ha probabilmente finito per vedere peggiorate, in questo contesto, una serie di dinamiche interne ad alcuni campi nei quali erano già notevolmente complicate le cose.
Vi erano probabilmente situazioni già precedentemente problematiche che hanno subito un aggravamento strutturale a seguito dei processi di tracollo economico verificatisi. 
Mediante quali passi si è progressivamente destrutturato il contesto italiano di gestione e tutela dei capitali esistenti o circolanti?
Quali sono state le esperienze pericolanti già 'vissute' dallo Stato italiano in epoche precedenti alle riscontrate difficoltà di tipo economico-finanziario?
A queste e molte altre domande cerca di rispondere, mediante un lavoro di cronaca alquanto puntuale, il libro "L'anno zero del capitalismo italiano", scritto dal giornalista e conduttore televisivo Massimo Giannini e pubblicato da Editori Laterza e La Repubblica nella raccolta iLibra
La necessità di analizzare le difficoltà attuali rappresenta una priorità da effettuare, però, tenendo bene a mente quali siano state le vicende che hanno condotto all'impietoso status quo che tutti hanno di fronte. Nonostante lo stesso libro sia aggiornato con le vicende di fine 2013, restano comunque abbastanza fruibili le piste da percorrere per (cercare di) comprendere ove siano precipitate ed affondate (alcune del)le reali cause di questa crisi socio-economica:

"[...] L'idea di questo libro nasce da qui. Rimettere insieme le cronache del capitalismo di questi anni, dalla scala globale (il grande mondo della finanza) a quella locale (il 'piccolo mondo' italiano). Il primo capitolo affronta la scala globale: con l'obiettivo di frugare nel gigantesco 'trolley ovarico' del turbo-capitalismo finanziario [...] tentando di spiegare l'origine del male e giustificare l'urgenza di curarlo. I capitoli successivi affrontano la scala locale. 
La lunga sequela di disastri italiani, che ci ha portato in soli cinque anni a bruciare 9 punti di PIL, 25 punti di produzione industriale e oltre un milione di posti di lavoro, anche se ha consentito a un gruppuscolo agguerrito di esponenti della 'classe dirigente' di portare a casa almeno 60 miliardi l'anno di utili, distribuiti e non reinvestiti. [...]"

Il perpetuarsi di drammatici problemi sulla scala locale pone dinanzi la necessità di esaminare con le dosi più elevate possibili di imparzialità ed obiettività argomenti pesanti quali:
  • rovina del comparto industriale statale;
  • tracollo dell'alta finanza e del comparto borsistico su scala statale;
  • declino strutturale della cosiddetta 'galassia del Nord', crocevia di incroci azionari e flussi di capitale imponenti che hanno dimensionato e diretto sorti e dinamiche del capitalismo privato.
Sono tante le vicende a mescolarsi, altrettante le situazioni di crisi che vanno minando a tutt'oggi le fragili criticità di un'Italia ancora alla ricerca di una crescita economica che vada oltre il cosiddetto zerovirgola. Senza l'impiego di retorica alcuna, nonostante sia passato un certo tempo teoricamente utile per l'implementazione di misure utili a guidare una nazione intera fuori dalla palude, dovrebbe risultare essenziale adoperarsi per (ri)strutturare sia l'economia che la società facendo leva sull'idea di futuro da mettere in campo. Tutto questo, logicamente, senza perdere assolutamente di vista gli errori commessi nel passato lontano e vicino: 

"[...] Oggi che i profitti delle multinazionali tornano a salire, il nostro Paese resta impantanato nella recessione. I poteri della grande industria svaniscono, sacrificati al mito dell'italianità [...], svenduti alla concorrenza estera [...], decapitati da inchieste e arresti [...] o salpati direttamente oltreoceano [...]. Non va meglio ai poteri storti dell'alta finanza, che negli scandali Montepaschi e Fonsai hanno saputo aggirare anche la vigilanza di Consob e BankItalia. [...]"

Nel bel mezzo di questo pantano, purtroppo, rimangono molteplici i problemi tragicamente irrisolti e/o peggiorati da una crisi che non sembra aver concesso a troppi una seconda (o terza, quarta, ennesima) possibilità di crescita e rivalsa. A questo punto fa chiaro riferimento lo stesso autore, individuando nell'opinione pubblica una dirimente ragione da sanare: 

"[...] In questo stato di decomposizione, l'opinione pubblica ha trovato il capro espiatorio nella classe politica. In realtà stiamo vivendo l'eclissi del potere, che nel pubblico come nel privato non ha saputo né voluto affrontare il cambiamento e cavalcare la modernità. [...]"

Tutto questo senza logicamente dimenticare che, però, parte dei problemi del sistema Italia vanno ricercati anche nelle classi dirigenti e nelle modalità da esse stesse scelte per la gestione delle ricchezze e dei capitali. A questo proposito l'autore risulta essere estremamente chiaro nel definire i tratti fondanti di alcune delle principali problematiche: 

"[...] L'Italia ha un tragico problema di classe dirigente. 
E' un problema in politica, e lo è anche in economia. Il nostro è un capitalismo di rendita, che accumula e non investe, che depreda e non paga dazio. [...]"

Quali potrebbero essere le soluzioni a questi problemi? Attraverso quali 'leve' si dovrebbe cercare di agire per migliorare le condizioni esistenti e/o per (cercare di) accelerare l'uscita dalla desolante stasi nella quale l'intero Paese appare precipitato da troppo tempo a questa parte?
Le domande non sembrano sprecarsi, in parallelo richiamo alla quasi totale assenza di soluzioni radicali e definitive. Altro esempio di tanto inversa quanto distruttiva proporzionalità, forse. 


martedì 15 dicembre 2015

FRA (INEVITABILE) CONDIZIONE UMANA E RICERCA DI NOVITA' E FORZA...



"[...] Se ci fosse un uomo 
un uomo nuovo e [...] 
forte nel guardare sorridente 
la [...] oscura realtà del presente. 
Se ci fosse un uomo 
forte di una tendenza senza nome 
se non quella di umana elevazione 
forte come una vita che è in attesa 
di una rinascita improvvisa. 
Se ci fosse un uomo 
generoso e [...] forte nel gestire ciò che ha intorno 
senza intaccare il suo equilibrio interno 
forte nell'odiare l'arroganza 
di chi esibisce una falsa coscienza 
forte nel custodire con impegno 
la parte più viva del suo sogno. [...]" 
(Se ci fosse un uomo, G.Gaber, cit.)


"La condizione umana", R.Magritte

venerdì 11 dicembre 2015

FRA MUSICA E CONTATTO UMANO...


"[...] Girl, ain’t no kindness
in the face of strangers
ain’t gonna find no miracles here
well you can wait on your blesses my darlin’
but I got a deal for you right here [...]
just a little of that human touch
Ain’t no mercy on the streets of this town
ain’t no bread from heavenly skies [...]
Tell me, in a world without pity
do you think what I’m askin’s too much
I just want something to hold on to
and a little of that human touch [...]
you can’t shut off the risk and the pain
without losin’ the love that remains
we’re all riders on this train
So you’ve been broken and you’ve been hurt
show me somebody who ain’t [...]
You might need somethin’ to hold on to
when all the answers, they don’t amount to much
somebody that you could just to talk to
and a little of that human touch [...]"

mercoledì 9 dicembre 2015

FRA ANIMA, ANIME E PAURE...PER INNESCARE RIVOLUZIONI


"[...] Se non ti spaventerai con le mie paure,
 un giorno che mi dirai le tue 
troveremo il modo di rimuoverle. 
In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore 
e su di me puoi contare per una rivoluzione. 
Tu hai l'anima che vorrei avere. [...]"

martedì 8 dicembre 2015

"LA SCUOLA NON SERVE A NIENTE", DISPERSI NEL RINUNCIANESIMO...

Su quali 'mattoni' possono essere costruite o plasmate sia la coscienza collettiva che la necessità di miglioramento e consapevolezza di un intero Paese?
Le possibili soluzioni a questa domanda sono pressoché infinite: informazione adeguata ed approfondita, divulgazione e necessaria conoscenza delle complessità che regolano un sistema complesso come quello attuale, possibilità di esplorare a fondo la società nelle sue varie 'sfaccettature', [...]. Sono molte le opportunità di vita e conoscenza che una persona può avere a disposizione, nel corso di una singola esistenza.
Le occasioni per conoscere ed esplorare dovrebbero poi essere fornite da un sistema adeguatamente fertile e propenso ad incentivare cambiamento e speranza. Condizionale obbligatorio, per una lunghissima serie di ragioni che si scontrano (purtroppo) con la realtà di certe vicende nostrane.
Uno dei mattoni principali su cui poter costruire una coscienza all'altezza e consapevole di poter interpretare il domani nella maniera più giusta (o meno imperfetta) possibile è, non a caso, quello costituito dalla scuola e dall'istruzione.
Il sistema scolastico dovrebbe (pro)porsi l'obiettivo di garantire sia lo sviluppo che l'equa presa di consapevolezza da parte dell'essere umano, proprio perché risulta ormai prioritario (o quantomeno sempre più urgente) adoperarsi nel mondo per cercare di smontarlo e semplificarlo progressivamente.
Semplificare il mondo può significare, in chiave forse un po' impropria, addestrare la propria coscienza ad avere la giusta conoscenza per definirne prima e demolirne poi le varie complessità esistenti. Frequentare, adoperarsi e focalizzarsi sulla necessità di vivere a fondo il sistema scolastico per (avere qualche possibilità in più di) scardinare le difficoltà su cui questo mondo è stato da tempo costruito. Per fare tutto questo, però, servirebbe un altro ingrediente primario oltre a quello costituito dalla commistione fra ambizione e sete di conoscenza/divulgazione di studenti ed insegnanti: un sistema scolastico all'altezza di definirsi tale.
Le modalità che potrebbero contribuire a definire una scuola all'altezza di una delle missioni più importanti da assolvere in chiave educativo-riabilitativa (per la società intera) sono riassumibili, nel dettaglio, riferendosi ad una celebre massima attribuita ad Albert Einstein:

"[...] La scuola dovrebbe sempre tendere a sfornare giovani dalla personalità armonica, non degli specialisti. [...] Bisognerebbe sempre dare la priorità allo sviluppo di una capacità generale di pensiero e di giudizio indipendente, non all'acquisizione di una competenza specialistica. [...]"

Il poter costruire una citata 'personalità armonica' è un obiettivo imponente da raggiungere, a maggior ragione se contestualizzato adeguatamente in una società che sembra quasi derubricare la polifonia dell'anima a semplice rumore di fondo da dover ad ogni costo zittire o quantomeno silenziare. Le capacità di pensiero e giudizio indipendente dovrebbero essere poste davanti ad una serie di competenze specialistiche seguendo quali cardini e regolamenti?
Rispondere a questa domanda richiede una serie di ingredienti da combinare in maniera pressoché perfetta l'uno con l'altro: piani di studio versatili e funzionali, momenti di conoscenza delle realtà extra-scolastiche ed estranee alle sole competenze e conoscenze di studio, [...].
Si dovrebbe, pertanto, trasformare le attività di formazione in momenti di responsabilità e costruzione di una società migliore. Senza quindi farle diventare attività esclusivamente fini a loro stesse.
L'evidente impossibilità di rendere immediatamente realizzabile questo punto rende merito alla complessità della missione che il mondo della scuola dovrebbe avere di fronte, in un mondo (reso) enormemente complesso come quello attuale.
Quali leve dovrebbe utilizzare un sistema scolastico per (cercare/sperare di) rendere migliori le persone che ne costituiscono la 'base', ossia scolari e studenti?
Risposte univoche a questa domanda non sembra ne esistano, proprio perché infinite sono le risorse ed altrettanto interminabile sembra essere la lista dei problemi caratterizzanti questo sistema scolastico. E' tuttavia possibile assimilare informazioni su come una certa scuola potrebbe proporsi e costruirsi, leggendo ed attingendo da giuste fonti che sappiano dare esempi corretti sulle modalità per strutturare un sistema scolastico adeguato alle aspettative di uno Stato da (ri)costruire completamente. Uno di questi riferimenti può essere costituito da una raccolta di opinioni, situazioni e pensieri pubblicata l'anno scorso dalla raccolta iLibra, promossa da La Repubblica e da Laterza Editori. Questa opera si intitola, in una maniera tanto ironica quanto complessa, "La scuola non serve a niente" ed è scritto da Andrea Bajani.
L'imperativo più grande da assolvere per sperare nel miglioramento del sistema scolastico afferisce alla necessità di migliorare in maniera consistente e critica alcuni dati di fatto ormai (dati per) consolidati o non scalfibili:

"[...] Un ragazzo di quindici anni che non vuole più andare a scuola è un fallimento per tutti. 
Dietro ci sono degli insegnanti, una famiglia e un Paese che lo lasciano andare. La scuola di oggi racconta un Paese scollato, che non riesce a tenere insieme insegnanti in crisi di legittimazione e ragazzi asserragliati nelle ultime file. E' il ritratto di un'Italia di solitudini raccolte dentro la stessa penisola. La scuola [...] è nata perché quelle solitudini venissero ricucite con un alfabeto uguale per tutti. Perché la scuola non serve a qualcosa, ma è necessaria per essere in grado di immaginare un Paese migliore. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Proporre scuola equivale quindi a (cercare di) fornire tutti gli strumenti possibili per immaginare un Paese migliore. L'immaginazione di un'Italia diversa è un'attività che dovrebbe svilupparsi ed incanalarsi attraverso mille pieghe possibili: società migliore, ambiente tutelato, aspetti educativo-formativi prioritariamente da conseguire rispetto al puro assolvere di certi 'compitini' scolastici, conoscenza delle complessità burocratico-istituzionali di certi ambienti, sicurezza del lavoro e della sua sostenibilità esistenziale, [...].
Sono quindi molt(issim)e le armi che una società può utilizzare per cercare di combattere quelle solitudini caratteristiche di un sistema scolastico incapace di fornire strumenti e conoscenze per immaginare un Paese migliore. O quantomeno diverso rispetto a quello attuale.
Il primo strumento per costruire un'Italia diversa risiede, in termini concreti, nella necessità di sviluppare una conoscenza che sappia rendere critica una coscienza.
L'essere fonte di critica dovrebbe equivalere, infatti, ad una importante serie di fatti e di vicende: mettere costantemente in discussione certi luoghi comuni, non piegarsi ad opportunità o favoritismi che siano finalizzati al mettere in ombra merito e competenze, evitare l'uso di retorica e stereotipi per combattere la complessità dell'esistente, non accontentarsi della torbida luce di certe situazioni rifiutando al contempo di imboccare strade a tinte esclusivamente complottiste, [...].
Alla luce di alcuni punti promossi nel precedente elenco, pertanto, l'essere fonte critica rischia di essere una missione terribilmente e doppiamente complessa da realizzare.
L'opportunità di costruire una fonte di informazione critica potrebbe e dovrebbe quindi essere un'attività da costruire tenendo fermamente presenti quelle che sono le condizioni attuali di un sistema fortemente debilitato e destrutturato nelle sue potenzialità:

"[...] Questo libro racconta della scuola di oggi e di molte spalle girate, in quello che sembra un assurdo duello [...] in cui si rinuncia persino a mirare. Di una scuola piegata sotto l'ideologia del 'non serve a niente', di quella carie che è l'erosiva delegittimazione della classe insegnante, della fine di quel patto educativo con cui famiglie, insegnanti e Paese cercavano tutti insieme di vedere i figli un po' più felici di come lo erano loro. E delle picconate date ogni giorno alla scuola da interventi frutto di esigenze economiche e non di progetti pedagogici, che mirano a tamponare un'emergenza contabile prima ancora che a fronteggiare e bonificare un'emergenza sociale. [...]
Ma questo libro racconta anche di tutti quei tentativi che ogni giorno si fanno perché la scuola abbia a che fare con un Paese migliore. Racconta chi prova a lasciare l'angolo della rinuncia, perché sa che un ragazzo che gira le spalle è una sconfitta per tutti. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Costruire un sistema scolastico all'altezza potrebbe, quindi, focalizzare davvero un intero Paese verso la possibilità di progettare un futuro davvero migliore di certe attuali aspettative ed attese?
La risposta a questa domanda mai costituirà una certezza incrollabile, proprio perché alquanto elevati restano i margini di dubbio con cui dover far di conto. Nonostante tutto, però, risulta essenziale cercare di adoperarsi per cambiare qualcosa sin dalle fondamenta stesse della questione:

"[...] questo libro racconta anche [...] di tutti quelli che si rendono conto che gli occhi di un ragazzo che scopre qualcosa hanno la forza di rivoltare la terra dello sconforto in cui siamo conficcati da anni in Italia. Di chi ha il coraggio di dire, e pretendere politicamente, che la scuola non serva a qualcosa, ma sia piuttosto una terra da coltivare, di cui è urgente e necessario aver cura. 
E di chi tra le cose che si possono fare di fronte a un ragazzo di quindici anni che volta la schiena, ne fa una semplice: prova a chiamarlo. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Proporre un sistema scolastico all'altezza di uno Stato da riprogettare dovrebbe essere un'attività da svolgere con estrema e chirurgica attenzione, cercando di andare oltre quel velo di perbenismo e finta tolleranza che ha ormai incrostato in fase simil-terminale questa Italia.
L'andare oltre certi schemi dovrebbe presupporre, più di tutto, come istanza primaria quella di valutare ed ascoltare quella fascia di popolazione che vive la scuola sulla propria pelle.
Ascoltare per davvero, però, senza incedere in semplificazioni di comodo e/o finta partecipazione.
L'obiettivo di questo percorso di progettazione del futuro è chiarito con parole (di ascolto) inequivocabili sin dallo stesso autore dell'opera:

"[...] Il ritratto dell'Italia che hanno disegnato in questi anni i ragazzi con cui ho lavorato mi ha spesso sorpreso, a volte confermato in un'impressione fugace. In qualche caso mi ha immalinconito. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Lasciar quindi parlare o scrivere i ragazzi, privilegiando la strutturazione di un sistema scolastico che riesca a mettere in luce i propri punti deboli partendo dalla base dello stesso.
Il punto più importante di questa opera deve quindi persistere, quasi inevitabilmente, in una tanto incessante quanto non occasional-promozionale fase di ascolto:

"[...] Alle parole non si chiede più di far succedere il mondo ma di trasportarlo. 
A sedici anni un ragazzo preferisce restare in silenzio, dire una parola in meno invece che una di troppo. [...] A scuola [...] le parole diventano solo traslocatori di cose lungo lo stremante piano inclinato del programma scolastico: sulla schiena delle parole si cercano solo rivoluzioni industriali, sonetti ed endecasillabi, [...]I ragazzi le vedono passare e assistono al loro avvicendarsi da traghettatrici del tempo perso, da Caronti della morta vita. 
Così chiedono ad altre parole di farli evadere, di aiutarli a scappare da casa: le rovesciano sul telefonino o sui monitor del computer come sos, le spingono fuori [...]
Per questo è fondamentale chiedere ai ragazzi di tornare a officiare quel rito di scelta e chiamata, far sentire la potenza e il rischio di togliere la sicura a un ordigno. E' fondamentale per loro ed è importante per noi, vedere quali saranno le cose del mondo che chiameranno e, di conseguenza, quale forma avrà il mondo che avranno nominato. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

L'attitudine al descrivere e definire piani nei quali costruire un domani capace di far parlare i giovani dovrebbe costituire, pertanto, un fermo pilastro votato alla ricostruzione del sistema precedentemente definito come debilitato e svilito?
La risposta a questa domanda contribuisce forse a costruire, in prima istanza, quello spirito d'insieme racchiuso dalla citazione di Einstein attraverso le parole qualificate come "capacità di pensiero e di giudizio". Lasciar parlare gli stessi giovani, senza aver logicamente paura o timore alcuno dei risultati raggiungibili ed esprimibili. E' quindi con queste modalità che si potrebbe inaugurare quell'inevitabile attività di ascolto che il libro definisce come prioritaria e sostanziale:

"[...] da alcuni anni - in collaborazione con il Salone del Libro di Torino - metto intorno a un tavolo ragazzi dai quindici ai diciotto anni, di diversa provenienza sociale, e faccio tirare fuori loro parole dal cilindro come conigli. Mi piace capire che nome danno all'Italia che vedono sfilare in pixel distratti, o in carne e ossa in mezzo alla strada. 
Mi sembra l'unico modo per provare a sentire - io - se il Paese in cui viviamo è lo stesso, e per far sentire a loro che una parola è un pugno di sabbia, e contiene dunque in sé l'infinito e la stretta: trattenere, perdere  e colpire. In realtà ai ragazzi [...] chiedo uno sforzo aggiuntivo. 
Chiedo di non accontentarsi delle parole che generosamente il vocabolario fornisce, della dotazione [...] di mezzi con cui dire la realtà. Li invito a trovarne altre, a inventare parole che nel vocabolario non hanno posto. Li istigo a cercarne di nuove [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Far apprendere e discutere nel merito di una delle armi più grandi che l'essere umano abbia a disposizione, dopo il pensiero libero ed inarrestabile. Quello della parola, non a caso.
Pensiero e parola per pensare nuove parole adatte al contesto fortemente declinante di questa Italia.
Il peso delle parole dovrà quindi essere oggettivo ed oggettivamente inarrestabile, per una lunga serie di ragioni efficacemente sintetizzate da una celebre canzone:

"[...] Le mie parole sono sassi/ precisi aguzzi pronti da scagliare [...] sono nuvole sospese/ gonfie di sottintesi [...] sono lampi dentro a un pozzo, cupo e abbandonato [...]  sono foglie cadute/ promesse dovute/ che il tempo ti perdoni per averle pronunciate [...] le parole che ho detto, oppure ho creduto di dire/ lo ammetto/ strette tra i denti [...] Le mie parole son capriole/ palle di neve al sole/ razzi incandescenti prima di scoppiare [...] sono andate a dormire sorprese da un dolore profondo/ che non mi riesce di spiegare/ fanno come gli pare/ si perdono al buio per poi ritornare. [...] Le parole che ho detto e chissà quante ancora devono venire [...] immaginate, sentite o sognate/ spade, fendenti/ al buio sospirate, perdonate/ da un palmo soffiate. [...]"
Fonte: Le mie parole, S.Bersani - Pacifico

(Ri)partire dal peso e dalla (pre)potenza delle parole, quindi.
Poco importa se le stesse siano ribelli o svilite da un contesto asfissiante, l'importante è che esistano e siano anche freddamente meditate. L'autore dell'opera costruisce quindi una breve rassegna di freddi e taglienti neologismi provenienti dalla base di un sistema scolastico immerso in un sistema nazionale già prepotentemente debilitato:

"[...] Tra le parole inventate c'è stato il verbo Svivere, per indicare un'idea del quotidiano come qualcosa di [...] improntato più alla passività che alla vita attiva. 
C'è stata la Monetica, che puntava il dito sull'unico valore e l'unica etica condivisi, ovvero il denaro. E poi ancora il termine Disonestar, che battezzava e sottilmente stigmatizzava l'attitudine tutta italiana a diventare celebrità grazie a [...] la sistematica violazione della legge, del decoro, della correttezza. [...] c'è stata la Demolitica, intesa come politica del distruggere, e la Ludovita, che raccontava un Paese più intento a giocare e a non prendersi sul serio che a metterci la faccia nel tentativo di costruire qualcosa di buono e duraturo. 
L'Italia che i ragazzi hanno chiamato all'appello [...] è un'Italia azzoppata, dove il furbismo la faceva da padrone, la sfiducia teneva banco, fedele alleata di ogni alibi a non fare. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Sullo sfondo, fra tante parole (pur)troppo eloquenti e significative, una parola capace di squarciare uno fra i molti veli di ipocrisia e meschinità esistenti:

"[...] la ragazza mi guardava, di nuovo con il braccio alzato, ed era evidente che la parola ce l'aveva già in testa da un pezzo. Ha preso fiato e ha detto: 'Propongo la parola Rinuncianesimo.' [...]
Mi erano venute in mente quelle famiglie in cui non si discute nemmeno più perché si è smesso di provarci, in cui ci sono queste cene in cui nessuno parla e c'è sempre quello che aspetta l'ultimo boccone per alzarsi e andare dritto in camera. 
E mi era venuto in mente un articolo che avevo letto sul giornale pochi giorni prima e che parlava di tutte quelle persone [...] che non cercavano più lavoro perché avevano cercato troppo e si erano viste troppe volte sbattere la porta in faccia. [...] E, ancora, avevo pensato a quel momento in cui, correndo verso la fermata del bus, di colpo si smette di correre, si smette di credere che la si potrà raggiungere davvero. Perché c'è un momento in cui si rinuncia, in cui tutto il corpo alza bandiera bianca. E mi chiedevo [...] qual era il punto esatto in cui l'Italia aveva smesso di correre, in cui aveva lasciato andare le braccia lungo i fianchi e aveva permesso che le sue gambe si fermassero. [...]" Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Costruire scuola per combattere certi luoghi che sembrano essere tutto fuorché comuni, costruire scuola per (sperare di) arginare una retrograda involuzione votata alla pietosa banalizzazione di questioni tragicamente pungenti. Costruire scuola per (cercare di) salvare sguardi e speranze a ripetizione tradite, in un Paese che non ama avere sia un'ottica che un'etica del medio-lungo termine:

"[...] C'è uno sguardo che ha, chi si ferma [...]. Lo sguardo che abbiamo tutti quando rinunciamo.
Si smette di guardare avanti, verso il punto che cercavamo di raggiungere. E ci si guarda i piedi. Nient'altro. [...]" Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Combattere anche quel tremendamente cupo "nient'altro" pare poter costituire la missione prioritaria con la quale cercare di battersi, in questa Italia.
Nulla di più può essere detto o scritto sulle possibilità di riuscita.



sabato 5 dicembre 2015

FRA MUSICA E RICERCA DI UN MONDO (NON IN)DIFFERENTE...


"[...] Ho visto la gente 
della mia età andare via 
lungo le strade che non portano mai a niente, 
cercare il sogno che conduce alla pazzia 
nella ricerca di qualcosa che non trovano 
nel mondo che hanno già [...] 
dentro alle stanze da pastiglie trasformate, 
lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città, 
essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà [...]
questa mia generazione ormai non crede 
in ciò che spesso han mascherato con la fede, 
nei miti eterni della patria o dell' eroe 
perché è venuto ormai il momento di negare 
tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, 
una politica che è solo far carriera, 
il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, 
l' ipocrisia di chi sta sempre 
con la ragione e mai col torto 
e un dio che è morto, 
nei campi di sterminio dio è morto, 
coi miti della razza dio è morto 
con gli odi di partito dio è morto [...]"

venerdì 4 dicembre 2015

FRA PARIGI ED AMBIENTE, DISCUTENDO DI SOCIETA' E FUTURO...

L'avere a disposizione un pianeta Terra unico sul quale essere costretti (o fortunati, questione come sempre di punti di vista) a vivere dovrebbe essere la questione principale che porti ciascun essere umano ad avere piena consapevolezza dell'urgenza di tutelare un patrimonio inestimabile.
E' con questo punto fondante che si potrebbe cercare di raggiungere un accordo nella Conferenza sul Clima in corso di svolgimento a Parigi. Condizionali d'obbligo, a fronte di una serie di urgenze sempre più ingenti ed imperative da risolvere.
Risolvere per (cercare di) risollevare le possibili sorti del mondo, dunque.
La mole di compromessi esistenti sul tappeto dovrebbe essere riposta, in quanto l'obiettivo da raggiungere appare essere comune, concreto e strutturato: impedire che il pianeta Terra raggiunga un punto di non ritorno.
Il dibattito esistente e diffuso a livello pubblico ruota attorno alla necessità di adoperarsi, davvero ed in maniera appunto mondialmente coesa, per (tentare di) tradurre nobili intenzioni in un fondamentale dato di fatto:

"[...] Stipulare un accordo formale dove venga indicato come obiettivo il contenimento dell’aumento della temperatura globale [...] a 1,5-2 gradi. 180 Paesi hanno presentato alla conferenza di Parigi le loro 'promesse' di riduzione delle emissioni [...]. I Paesi che vogliono svilupparsi chiedono a quelli industrializzati, che hanno inquinato per due secoli, di fare di più, e di finanziare lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie pulite. [...] Ma secondo le stime [...] dell’UNFCCC e del Climate Action Tracker le promesse equivalgono a un aumento della temperatura globale di 2,7 gradi a fine secolo.
In questo caso avremo gravissime conseguenze sugli equilibri climatici se invece continuassimo sulla rotta attuale l’incremento sarebbe di 3,3 – 3,7 gradi. Quindi disastri ancora più gravi.
La speranza? Che il riscaldamento globale si fermi a 1,5 gradi. [...]"
Fonte: La conferenza sul clima di Parigi: perché è importante e ci riguarda, R.Giovannini, U.Leo, S.Pozzato, La Stampa
[http://www.lastampa.it/2015/12/02/multimedia/scienza/ambiente/la-conferenza-sul-clima-di-parigi-spiegata-in-con-unanimazione-nDId5sFNsrppqaSpzd5gkI/pagina.html]

Gli orizzonti da raggiungere sembrano essere chiari e sempre più complicati da conseguire, stando ad un articolo redatto da La Repubblica:

"[...] L'Ue ridurrà le sue emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030. Gli Stati Uniti le ridurranno dal 26 al 28% rispetto ai loro livelli del 2005. [...] Le nazioni responsabili di oltre il 90% delle emissioni globali hanno individuato i loro obiettivi [...]. Tra di loro vi sono [...] Paesi Sviluppati e in via di sviluppo, anche se il loro contributo è diverso: nel caso dei paesi sviluppati si tratta di riduzioni effettive delle emissioni, mentre nel caso dei paesi in via di sviluppo si parla di tutta una molteplicità di obiettivi diversi, tra i quali limiti alle emissioni [...] e impegni ad aumentare la produzione di energia a bassa emissione di anidride carbonica o a proteggere le foreste. [...]
Uno degli elementi fondamentali di qualsiasi accordo raggiunto a Parigi dovrebbe essere l'Istituzione di un sistema di revisione degli obbiettivi riguardanti le emissioni ogni cinque anni, con la prospettiva di rivederli al rialzo. Altro criterio da adottare [...] è fare ulteriori tentativi per ridurre le emissioni al di fuori del processo delle Nazioni Unite, per esempio coinvolgendo a fare di più anche i singoli attori che non sono Stati - per esempio città, governi locali e imprese. [...]"
Fonte: Clima, tutto quello che dovete sapere sul vertice di Parigi, F.Harvey - The Guardian, La Repubblica
[http://www.repubblica.it/ambiente/2015/12/02/news/clima_tutto_quello_che_dovete_sapere_sul_vertice_di_parigi-128614440/]

Quante e quali possibilità rimangono per cercare di salvare il salvabile?
A prescindere dalle cifre, si conferma come importantissima ed urgente la necessità di definire nuovi orizzonti entro i quali potersi muovere per (ri)costruire società, economia ed ambiente.


giovedì 3 dicembre 2015

SUL SOLE, FRA LETTERATURA E PITTURA...SEMPRE IN ARTE

"[...] A l'alta fantasia qui mancò possa;/| ma già volgeva il mio disio e 'l velle/ sì come rota ch'igualmente è mossa/ l'amor che move il sole e l'altre stelle. [...]"
(D.Alighieri, cit.)

Impression, soleil levant - C.Monet

mercoledì 2 dicembre 2015

"DENTRO E CONTRO", ANDANDO OLTRE POPULISMI ISTITUZIONAL(IZZAT)I E DI FRONTIERA

Come si può cercare di cambiare e migliorare un sistema dichiaratamente in crisi come quello politico? E' (anche, non solo) dalla politica che si dipartono, infatti, i meccanismi decisionali capaci di rendere intricato l'attuale sistema che tutti conoscono o hanno (purtroppo?) imparato a conoscere sulla loro pelle. Come è possibile migliorarlo, lo stesso?
E' davvero possibile agire in profondità per modificarne radicalmente gli equilibri e, a maggior ragione, minimizzarne squilibri e disparità?
Sul come poter procedere sarebbe possibile scrivere una quantità interminabile di righe, proprio perché estreme sono le problematiche che la stessa politica ha al suo interno e sta nel tempo causando a tutto il contorno socio-economico.
Se il sistema è complicato, i primi passi da compiere per comprenderlo e migliorarlo sono pochi: studiarlo, analizzarlo a fondo, divulgarlo per semplificarlo.
Cosa può accadere in caso contrario? Qualora il mondo politico non riesca a semplificarsi, purtroppo, la distanza rispetto al sistema socio-economico circostante potrebbe incrementarsi ancora di più.
Non è però sempre vero che la semplificazione risulta utile ed essenziale per comprendere il sistema: quale è il confine tra semplificazione funzionale e populismo (solo potenzialmente? O realmente?) distruttivo? Quale potrà essere il destino di un'Italia ove populismo e semplificazione distruttiva siano interni e/o prodotti dallo stesso sistema che dovrebbe preoccuparsi di "ammaestrare" e gestire le crescenti complessità?
Si potranno definire, per ognuna di queste domande, una lunghissima serie di possibili risposte a cui poter attingere per costruire propositivi spunti con cui migliorare le cose.
Sul rapporto più connesso e contemporaneo che intercorre fra populismo e politica, anche se non con peculiarità estreme, cerca di indagare e fornire qualche utile strumento di riflessione l'opera "Dentro e contro - Quando il populismo è di Governo", scritto da Marco Revelli e pubblicato da Laterza Editori. Lo scopo ed il contesto del presente libro risultano essere chiare sin dalla copertina:

"[...] In Italia assistiamo a un fenomeno politico inquietante: un populismo di tipo nuovo, virulento e nello stesso tempo istituzionale. Tanto più preoccupante perché emerge non dal margine ma dal centro stesso del potere. Non dal basso ma dal cuore del Governo. [...]"

Il contorno di situazioni e di vicende che si costruisce attorno al citato "cuore" del Governo risulterà davvero, in un contesto complicato come quello attuale, allargato e degenerato su più livelli istituzionali? Sarà possibile rispondere a questa domanda citando specifiche parole dell'autore:

"[...] Crisi di fiducia verso la politica e ripudio della sua lontananza e delle sue lentezze, crisi della rappresentanza e delle sue Istituzioni, crisi dei partiti e del ceto politico.
Matteo Renzi è riuscito a mettere a valore ognuna di queste diverse faglie di crisi del sistema politico italiano. Tutte trasformate [...] da problemi in risorse. 
Una paradossale operazione che valorizza un modello di gestione del potere esplicitamente post-democratico, fondato su una forma estrema di decisionismo. 
Non si tratta di una questione di stile, o di comunicazione. [...]"

Quali rischi potrebbe dipingere per il futuro un sistema tanto intricato e complesso?
A questa domanda risponde lo stesso autore, senza troppi giri di parole finalizzati all'occultamento del contenuto principale: evitare che la politica e la tutela del concetto di res publica finiscano sotto scacco di forme di semplificazione eccessive e pesantemente sistemiche.
Si potrà citare, a questo proposito, quanto di seguito definito:

"[...] Tutto ciò che si consuma sotto i nostri occhi allude a una vera e propria mutazione genetica del nostro assetto  istituzionale e dell'immaginario politico che gli fa da contorno. 
E' il risultato di prassi reiterate e con più protagonisti, frutto di un processo cominciato [...] con il Governo tecnico di Monti, l'exploit del Movimento Cinque Stelle, la rielezione di Napolitano, fino al compimento [...]"

Le parole chiave che vanno a comporre il sentiero di questa analisi tanto critica quanto sferzante contribuiscono a definire un sentiero molto intricato e dissestato:

  • Populismi di transizione;
  • Fenomeni strutturali di semplificazione della res publica;
  • Tecniche dell'illusionista e dell'uomo solo al comando;
  • Gestione ed influenza dei poteri sovra-nazionali sul sistema statale;
  • Sfide nello spazio europeo e nei contesti continentali.
Leggere per comprendere, confutare o sfatare una certa (declinante) descrizione del sistema ormai imperante e preponderante. 


domenica 29 novembre 2015

ASCOLTANDO IL SILENZIO, TUTTO INTORNO...



"[...] Hello, darkness, my old friend
I've come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision
That was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence

In restless dreams I walked alone
Narrow streets of cobblestone
Beneath the halo of a street lamp
I turned my collar to the cold and damp
When my eyes were stabbed
By the flash of a neon light
That split the night
And touched the sound of silence

And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never share...
And no one dare
Disturb the sound of silence.

'Fools,' said I, 'you do not know
Silence like a cancer grows.'
'Hear my words that I might teach you,
Take my arms that I might reach you.'
But my words like silent raindrops fell,
And echoed in the wells of silence.

And the people bowed and prayed
To the neon god they made.
And the sign flashed out its warning
In the words that it was forming.
And the signs said: 'The words of the prophets
Are written on the subway walls
And tenement halls, 
And whisper'd in the sound of silence.' [...]"

martedì 24 novembre 2015

SAPERE E (SAPER) SPIEGARE POCO...ANCHE ALLA PROPRIA ANIMA

"[...] Io non so niente di niente e poco avrò da spiegarti 
perché qui niente è facile e spesso cambiano le regole 
ma cerca amore e amore dai e se puoi non negarti mai 
dovrai rischiare di perdere per vincere ogni tanto [...]
non chiedo niente di più [...] anima mia [...] 
Le amicizie verranno e passeranno col tempo 
e i dolori nel petto si agiteranno col vento 
ama il prossimo tuo e tutto quello che hai dentro 
e non svenderlo mai, non svenderti mai [...]"
(Buona sorte, Stadio, cit.)


domenica 22 novembre 2015

"NOI SIAMO CULTURA", ALLA RICERCA DEL SAPERE CHE RENDE LIBERI?

Quali sono i comuni denominatori che possono contribuire a rendere ciascun essere umano unico nel suo genere e l'intera umanità peculiarmente votata alla diffusione di intelligenza, arte e discipline tecnico-umanistiche? Attraverso quali leve è possibile impostare percorsi di crescita e consapevolezza capaci di estendersi fra generazioni differenti, valicando quindi i limiti temporali?
A queste e molte altre domande può (cercare di) rispondere, con tutti i possibili ed inevitabili limiti, il concetto di cultura. A questa parola viene ricondotto, anche etimologicamente, un processo di crescita ed accrescimento dell'esistente in termini di competenze e capacità degli esseri umani.
Non a caso, infatti, la stessa parola sembra avere radici imperniate sulla parola latina cultus.
La stessa rispondeva, in origine, al participio passato del verbo colere che significa coltivare.
Fare cultura può quindi significare, non a caso, coltivare e trasmettere nel tempo e nel suo perdurare specifiche forme di conoscenza e consapevolezza da estendersi su dimensioni extra-generazionali.
Cosa ne potrebbe essere dell'essere umano senza la cultura e la capacità di trasmettere e raccontare la stessa nel corso degli anni? Cosa può significare per l'essere umano avere una cultura ed una coscienza da trasmettere alle generazioni successive?
Il rispondere a domande simili rischia di essere una questione estremamente complessa, proprio perché moltissime sono le variabili che rendono la cultura un fenomeno fortemente esteso e prolungato (o prolungabile) nel tempo.
Ammesso che non sia possibile terminare esaurientemente la presente riflessione, potrà essere sempre lecito interrogarsi con consapevolezza relativamente a quanto la cultura possa essere importante per l'umanità intera. A prescindere dagli estremi temporali di riferimento.
A questa questione possono ricollegarsi, in termini espliciti, i concetti di sapere e crescita culturale; quali sono le "frontiere" verso le quali può spingersi il sapere? Come può rendere e trasformare la conoscenza? Il limite estremo (e/o di volta in volta rinviabile?) coinciderà, brevemente, con l'accezione secondo cui si perviene al celebre "sapere di non sapere"?
Attorno a queste domande è possibile imbastire una riflessione molto lunga ed elaborata, proprio perché infinite sono le possibilità ed i confini entro cui potersi al meglio destreggiare.
Tale riflessione potrebbe essere agevolata dalla lettura dell'opera "Noi siamo cultura - Perché il sapere ci rende liberi", scritto da Edoardo Boncinelli e pubblicato da Rizzoli Editore.
Il fine dell'opera risulta chiaro, sin dalla copertina principale:

"[...] Che cosa fa di noi quello che siamo? 
Se è vero che buona parte della nostra vita è già scritta nel nostro codice genetico, è altrettanto innegabile che le nostre esistenze sono influenzate dall'ambiente che ci circonda e da un infinito numero di elementi puramente casuali [...]
L'interazione di questi tre fattori (genoma, ambiente e caso) genera un numero potenzialmente infinito di individualità, ma questa ricetta sembra lasciare poco spazio alle nostre scelte personali: non siamo noi a comporre il nostro Dna, incidiamo sul mondo molto meno di quanto lui incida su di noi e [...] la nostra volontà è pressoché impotente davanti al caso. [...]"

Nonostante certe dinamiche possano rendere impotenti od anche svuotate le volontà degli esseri umani, dovrà essere importante adoperarsi per rendere al meglio possibile la consapevolezza di unicità ed esclusività degli esseri umani:

"[...] ogni giorno facciamo, pensiamo o diciamo qualcosa che rispecchia in pieno [...] la nostra unicità. E nel nostro continuo tentativo di affrancarci dall'idea di un destino immutabile abbiamo un alleato: la cultura. [...] Edoardo Boncinelli riflette sulla natura umana concentrandosi sulla pulsione che più di ogni altra ci distingue dagli animali: quella a sapere, conoscere, definire e regolamentare. E ci dimostra che la cultura scientifica e quella umanistica contribuiscono in egual misura nello sforzo collettivo di interpretare la realtà, fornendoci al tempo stesso gli strumenti per comprenderla.
'Noi siamo cultura' è un richiamo a dare un senso alla nostra libertà e un invito a coltivare l'umano bisogno di trasmetterla. Perché non c'è umanità senza conoscenza e non c'è conoscenza senza umanità. [...]"

Conoscenza ed umanità legano la cultura ed il suo accrescersi entro una serie assai precisa di confini e specifiche, definite proprio dalla necessità di accrescersi e migliorarsi il più consapevolmente possibile:

"[...] Chi possiede una buona cultura sta meglio. Sa di più e per questo può imparare di più. E' più al corrente delle cose del mondo ed è più in contatto e in sintonia con esse, senza perciò essere  supinamente conformista. Anzi, più sa, più è in grado di formarsi idee proprie su questo o quell'argomento. In che modo si può dunque acquisire cultura? Come se ne fruisce? 
Come si produce e come se ne possono incentivare l'appropriazione e la diffusione? 
Quali forme di cultura esistono e che senso può avere entrarne in possesso? [...]"

Le parole ed i concetti chiave che percorrono le fibre di questa opera cercando di fornire alcuni indirizzi di risposta alle domande precedenti sono riportate sinteticamente nel seguito:

  • Collettività e sua influenza rispetto al singolo;
  • Cervello e sue trappole di comprensione ed elaborazione delle informazioni;
  • Trasmissione del sapere;
  • Modalità di adattabilità rispetto ai contesti esterni;
  • Coltivare i semi del talento e della curiosità per costruirsi teste piene;
  • Libertà 'residente' nel concetto di cultura;
  • Elaborazione di particolari concezioni fra determinismo, libero arbitrio e crescenti complessità;
  • Definizione delle idee di meraviglia, fra arte e scienza; 
  • Impostazione di forme di progresso differenti le une dalle altre, arrivando a costruire saperi a più velocità;
  • Imprese collettive e rivoluzioni necessarie.
Fare cultura si richiamerà, pertanto, alla necessità di essere maggiormente liberi e sicuri delle proprie insicurezze. L'individuazione dei propri limiti è un percorso costante e da coltivare nel tempo, proprio per (cercare di) scoprire quali risorse sia possibile mettere in circolo per crescere e migliorare l'umanità intera e la percezione del proprio ruolo nel mondo. 

"[...] Possiamo rinunciare a tutto tranne che alla conoscenza. Perché è la nostra ricchezza più grande, l'unica eredità che conta e che non perde mai valore. [...]"



sabato 21 novembre 2015

SULLA POLITICA...ALL'EPOCA DELLA CRISI DELLA POLITICA

"[...] Non  solo una commedia italiana (o all'italiana).
Quello della 'cerimonia cannibale' [...] in cui l'uomo politico viene costantemente divorato dalla propria immagine sovraesposta, è un rito universale, che si celebra nell'intero Occidente dove la rappresentazione permanente è chiamata a simulare [...] una sovranità che è ormai evaporata. [...]
Tutti uniformati dalla comune funzione di camouflage: trompe l'oeil per occultare il trono vuoto, sostituendo al Governo l'annuncio. 
Alla decisione politica il segnale mediatico [...], come si addice a una generazione di uomini di Stato a cui si è dato di incarnare il paradosso di uno Stato insovrano: 'esser chiamati a governare el contesto del declino della sovranità statale' trasformando appunto la pratica del Governo in sua teatrale Rappresentazione. E trasformandosi, a loro volta, in caricatura di se stessi.
Sono la forma che la politica assume nell'epoca della crisi della politica. O, se si preferisce, sono l'incarnazione antropomorfa della post-politica, in un mondo nel quale l'esercizio effettivo del potere si è ritirato dietro le quinte, lasciando sulla scena solo l'effetto magico [...] della vuota parola. [...]"

(Fonte: La tecnica dell'illusionista, Dentro e contro - quando il populismo è di Governo, M.Revelli, Laterza Editori)

Cartolina, Prima Guerra Mondiale

mercoledì 18 novembre 2015

FRA TRENI E VAPORE, DI STAZIONE IN STAZIONE...DI DOLORE IN DOLORE


"[...] Io la sera mi addormento 
e qualche volta sogno [...]
e nel sogno stringo i pugni 
tengo fermo il respiro e sto ad ascoltare. 
Qualche volta sono gli alberi d'Africa a chiamare 
altre notti sono vele piegate a navigare. 
Sono uomini e donne piroscafi e bandiere 
viaggiatori viaggianti da salvare. [...]
Come i treni a vapore come i treni a vapore 
di stazione in stazione di porta in porta [...] 
il dolore passerà. [...]
Mi sogno la pioggia fredda e dritta sulle mani
i ragazzi della scuola che partono 
già domani. [...]
Mi sogno i sognatori che aspettano la primavera 
o qualche altra primavera da aspettare ancora [...]"

lunedì 16 novembre 2015

FRA TEMPI INCERTI, POTERE DI CONVINZIONE E (RICERCA DI) INTERPRETI ALL'ALTEZZA...

"[...] 1. Certezza [...] 
2. (al pl.) Insieme dei principi in cui una persona si riconosce [...]"
(Fonte: Convinzione - definizione, 
Dizionario di Italiano de Il Corriere della Sera)


sabato 14 novembre 2015

NOVEMBRE COME SETTEMBRE...#STAYHUMANFORPARIS, SENZA PAROLA ALCUNA

Novembre come settembre, senza parole con troppa amara armonia nel cuore.


"[...] L'amore [...] è un apparecchio momentaneo infilato sotto il petto./ 
Forse perché da quella data di settembre/ 
è aumentato il senso/ 
corrisposto del sospetto. [...]"
(Che Vita, S.Bersani, cit.)

giovedì 12 novembre 2015

FRA CULTURA, LETTURA E PUNTI DI VI(S)TA...

"[...] E se siamo responsabili del nostro agire, lo diventiamo ancora di più quando ci dotiamo di una cultura. A prescindere dalle strategie [...] che certe forme di potere escogitano per mantenere i cittadini in condizioni di ignoranza per meglio assoggettarli e controllarli, è innegabile che possedere cultura sia una grossa assunzione di responsabilità.
La cultura è una milizia senza fine, e non tutti hanno la forza o il coraggio di perseguirla fino in fondo, in un mondo in cui (in pubblico) ovunque si dicono le stesse cose [...]
Può darsi che in questo tenersi a distanza dal sapere pesi un retaggio dei tempi andati, quando la cultura era qualcosa di scandaloso, qualcosa di proibito, di riservato a pochi iniziati e spesso contrario alla morale. 
Non ci dimentichiamo che la democrazia greca è riuscita ad avvelenare Socrate perché 'rovinava' i giovani semplicemente cercando di allargare loro il cervello. 
Ma credo che in questo disinteresse giochi forse anche l'incapacità di provare piacere nell'acquisire conoscenza, un piacere che nasce dalla soddisfazione di colmare la propria sete di sapere. 
Se qualcuno non prova questa sete, se non sente il bisogno di placarla, per quanto mai definitivamente, è difficile che si accosti al pozzo del sapere, e tanto più che provi soddisfazione dall'attingervi. E' anche vero [...] che a volte basta una lettura azzeccata per accendere in qualcuno la voglia di avventurarsi in altre letture, e basta un libro per far mutare di corso una biografia. 
Non accade spesso, ma accade. La molla [...] è la curiosità, è il desiderio di capire quello che ancora non si è capito e di capire meglio quanto già si è capito: la soddisfazione, in entrambi i casi, è equiparabile a quella che può procurarci il riuscire a distinguere finalmente una forma da un insieme di punti colorati che parevano non averne una, o a estrarre un significato da una serie di parole che sembravano esserne prive. [...]"
Fonte: I miei libri - "Noi siamo cultura", Edoardo Boncinelli, Editore Rizzoli

"Still life with books and candle", H.Matisse

martedì 10 novembre 2015

A PROPOSITO DI ITALIA(NI), FRA EVOLUZIONE ED INVOLUZIONE...

"[...] Povera patria! 
Schiacciata dagli abusi del potere [...] 
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;/ e tutto gli appartiene./ 
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!/ Questo paese è devastato dal dolore [...]
Non cambierà, non cambierà [...] 
forse cambierà. [...]
Nel fango affonda lo stivale dei maiali. 
Me ne vergogno un poco [...] Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali/ che possa contemplare il cielo e i fiori [...] La primavera intanto tarda ad arrivare. [...]"
(Povera Patria, F.Battiato, cit.)

"La partenza dei Mille da Quarto"

lunedì 9 novembre 2015

"NON SO NIENTE DI TE": INSEGUIRE LE PROPRIE CONVINZIONI PER RIBALTARE COLLETTIVE CONVENZIONI?

Qualcuno ha pienamente la vita che vorrebbe vivere?
Quali confini può essere giusto (o necessario) attribuire al rapporto esistente fra lavoro e vita, in un momento di crisi economico-sociale come quello appena trascorso (e/o che sta ancora perdurando?)? Sono solo le prospettive di carriera a dover influenzare le componenti esistenziali della vita umana? Possono coesistere altri punti di vista eventualmente maggioritari internamente alla vita "unica" da vivere?
Non vi è mai un secondo tentativo, infatti, per bilanciare eventuali errori commessi nel definire il dualismo esistente fra le contemporanee prospettive di carriera ed umanità.
Quali potrebbero essere, nell'unica vita a disposizione per sbagli ed errori a cui rimediare, le possibili reazioni ad una serie di comportamenti per anni portati avanti (o trascinati, dipende dai punti di vista) senza le giuste convinzioni?
Quali potrebbero essere, nella sola vita ugualmente a disposizione, i pensieri e le convinzioni che possano accompagnare un insieme di cambiamenti tanto sentiti quanto necessari e repentini?
A domande simili potrebbero essere trovate molt(issim)e risposte, proprio perché infinite sono le sfumature che un'anima può costruirsi per reagire a certi schemi imposti.
Sempre ammesso che si abbia ovviamente tempo per porsele, per fortuna o purtroppo.
La velocità di certi tempi può annichilire o ribaltare l’opportunità di (pro)porre alla propria anima certe riflessioni. Attorno alle convinzioni di una vita da (ri)scrivere si muove la trama dell'opera "Non so niente di te", scritto da Paola Mastrocola e pubblicato da Einaudi Editore.
La trama narrativa, costruita attorno a concetti rievocanti una ribellione al sistema ed a certe convenzioni, è impostata sulla figura del giovane Filippo Cantirami:

"[...] Filippo Cantirami, un giovane e brillante economista italiano, è atteso nella Sala di uno dei più prestigiosi college di Oxford per tenere una Conferenza, anche se in realtà dovrebbe trovarsi a Stanford. E quando fa la sua apparizione è seguito da un gregge di pecore. 
Perché non è dove dovrebbe essere e non fa quello che dovrebbe fare?
Una commedia degli equivoci
[...] che racconta [...] il sogno di una vita diversa. [...]"

Sarà proprio quella stessa vita a dover essere ricostruita (anche se in momenti esistenziali differenti), sia dal giovane che dalla sua famiglia, tracciando un filo conduttore capace di individuare quali convinzioni sia necessario far maturare per ribellarsi ad alcune pe(n)santi convenzioni.
Il contesto dell'opera e quello reale si intersecano, strutturandosi in un doppio filo dal quale è potenzialmente impossibile distanziarsi. E' la stessa autrice dell'opera ad indicare, come iniziale "avvertenza", questo opportuno esercizio di identificazione fra dimensioni reale e narrativa:

"[...] questo è un romanzo storico impossibile. Impertinente. 
Parla del nostro presente, ma al passato, cioè da un futuro che fa diventare passato il presente. O, se preferite, parla di un passato che però per noi adesso è il presente e non può ancora in nessun modo farci da passato. E' come se il libro fosse scritto dopo il 2060 da un autore che sceglie di rappresentare una storia ambientata nel 2011. 
Ogni tanto si intromette: giudica e commenta il nostro tempo. 
E ogni tanto invece no: proprio quando dovrebbe dire - così ci svelerebbe un po' il futuro - se ne sta zitto. Insomma, è un romanzo un po' presbite e un po' miope. Forse ho messo insieme due difetti della vista. Forse sentivo il bisogno, per veder meglio, di allontanare gli oggetti e poi di riavvicinarli. 
E' un bisogno che viene, con l'età. [...]"

Avendo come cornice un tempo di crisi anche valoriale prima che socio-economica, pertanto, l'autrice cerca di definire quali possano essere le prospettive di una vita ambiziosa di ricostruirsi al di fuori di alcuni schemi troppo pesanti.
L'interprete del perenne conflitto fra prospettive di vita e desiderio di realizzarsi eticamente in un contesto di schemi blocca(n)ti è incarnato proprio dal protagonista del romanzo, tratteggiato e dipinto perlopiù attraverso parole ed esperienze di familiari, conoscenti e amici.
Familiari ed amici che si aspetta(va)no da lui una vita completamente differente, rispetto ad altrettanti binari percorsi durante un individuale viaggio.
Viaggio che si compie inevitabile, sullo sfondo di una società che sembra non lasciare mai abbastanza spazio a quanti vogliano costruirsi dimensioni alternative di vita od esistenza differenti a quelle plasmate da un pensiero unico imperante. Convinzioni che ribaltano convenzioni, dunque.
Sia vissute che sperimentate od imposte da altri, dunque.
I passi principali di azione sono quelli che promuovono una ribellione tanto essenziale quanto definitiva ad un certo sistema, fino al punto forse estremo a cui un familiare può spingersi nel giudicare una persona a lui particolarmente cara: "Non so niente di te", appunto e non per caso.
Inseguendo, sempre e comunque, quella linea della vita che è tanto importante tracciare per potersi riconoscere in qualcosa di autentico e vero. Sino alla fine dei propri giorni, proprio per essere spinti a credere in qualcosa che riesca ad avere un'anima anche in tempi che non sembrano permettere e neppure donare consapevolezza alcuna.
Tracciando la linea della vita, dunque, si può sempre finire per essere sorpresi dai confini scoperti di volta in volta:

"[...] tu dici la vita dovevi almeno capire perché/ la vita, il tempo che cambia col vento che arriva./ Quest'anima stanca che pure respira/ quest'angolo piatto che gira, quest'anima/ dolce e cattiva, che dice 'Guardami'/ dice 'Perché non parli?'/ dice 'Sbrigati/ prima che sia troppo tardi [...] Fermati/ prima che sia troppo tardi [...]" (La linea della vita, F.De Gregori, cit.)



domenica 8 novembre 2015

A PROPOSITO DI LUNA, FRA MUSICA E PITTURA...

"[...] Notte scura, notte senza la sera, 
notte impotente, notte guerriera. 
Per altre vie, con le mani le mie 
cerco le tue, cerco noi due. 
Spunta la luna dal monte [...]
Tra volti di pietra, tra strade di fango 
cercando la luna, cercando. [...]
Dovunque cada l 'alba sulla mia strada, 
senza catene vi andremo insieme. [...]
Tra volti di pietra, tra strade di fango 
cercando la luna, cercando. [...]
Un canto di sponde sicure di bimbi festanti in un prato, 
voce che sale più in alto di un sogno mancato. [...]"
(Spunta la luna dal monte, P.Bertoli - Tazenda, cit.)

"Costa al chiaro di luna", C.D.Friedrich

venerdì 6 novembre 2015

FRA INGEGNERIA, STORIA E PROGETTAZIONE: L'IMPORTANZA DELL'ERRORE

"[...] La più grande tragedia che soggiace agli errori di progettazione e ai fallimenti che ne derivano sta forse nel fatto che molti di essi potrebbero [...] essere evitati, e tuttavia proprio uno dei mezzi probabilmente più efficaci per migliorare il livello di affidabilità dell'Ingegneria sembra essere quello più trascurato. 
Pur essendo estremamente istruttiva per ciò che riguarda la natura della progettazione e le tecniche di costruzione, la casistica storica è in gran parte assente dai programmi accademici per ingegneri, forse perché la tecnologia moderna sembra sempre essere di gran lunga più avanzata rispetto a quella dei decenni [...] precedenti.
Eppure, spesso, la tecnologia è solo una manifestazione superficiale, ottenuta principalmente attraverso strumenti analitici e di calcolo, di quanto si è compreso della sostanza e del comportamento delle realizzazioni dell'ingegneria.
Chiunque dubiti di tale affermazione deve solo pensare agli errori di progettazione e ai cedimenti che si verificano nel clima di fiducia [...] creato da quella che viene chiamata la 'tecnologia moderna'. La natura fondamentale della progettazione ingegneristica trascende l'innovazione tecnologica. Di conseguenza, uno studio della casistica storica in grado di chiarire quegli aspetti di concettualizzazione, valutazione ed errore che sono costanti immutabili del processo di progettazione può rivelarsi altrettanto importante e prezioso ai fini della comprensione della tecnologia e dei suoi strumenti, quali il calcolo o il software più avanzato. 
Le lezioni del passato [...] non sono soltanto piene di ammonimenti sugli errori da evitare, ma forniscono anche molto ottimi esempi di valutazione tecnica. [...]"

Fonte: "Prefazione", "Gli errori degli Ingegneri - Paradigmi di progettazione"
Henry Petroski, Pendragon Editore

Leonardo Da Vinci - Macchine

giovedì 5 novembre 2015

EPPURE SENTIRE, FRA PERCEZIONI E MUSICA...


"[...] Eppure sentire 
nei fiori tra l'asfalto 
nei cieli di cobalto [...]
Eppure sentire 
nei sogni in fondo a un pianto 
nei giorni di silenzio - c'è [...]"

lunedì 2 novembre 2015

"CON PAROLE PRECISE", CERCANDO UNA SCRITTURA CIVILE PER MIGLIORARE LA SOCIETA'

Quale potrebbe essere il rapporto esistente fra linguaggio e contenuti dello stesso?
Le espressioni scritte e/o parlate che devono prefiggersi l'obiettivo di tradurre e concretizzare concetti e pensieri umani sono figlie di convenzioni radicatisi attraverso secoli di storia.
Il suo essere definita e regolata da schemi pre-costituiti ma in continua evoluzione rende la scienza linguistica una disciplina estremamente complessa da praticare e migliorare, in quanto sono tanto elevati quanto probabilmente (e positivamente) ineliminabili i rischi di contaminazione.
Il linguaggio è tanto potente quanto importante per la società e per i suoi meccanismi, proprio perché può teoricamente (contribuire a) plasmare ed arricchire qualcosa che somiglia ad una coscienza collettiva capace di indirizzare ed influenzare opinioni e destini di molt(issim)i esseri umani che si lasciano (anche inconsapevolmente ed inconsciamente) manipolare. Le radici del linguaggio e dell'arte della parola possono trovare spunto, quindi, sia nella storia che nelle vicende su cui si è plasmata la storia dell'essere umano. La mancata conoscenza delle stesse può comportare limiti nei confronti del vissuto e/o del vivibile, similmente a quanto richiamato in alcune massime filosofiche:

"[...] I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo. [...]"
(L.Wittgenstein, att.)

Limiti alla parola possono quindi costruire e definire anche imponenti limiti sia al proprio mondo che al proprio vissuto; fino a che punto potrebbe essere possibile spingersi per migliorarsi e migliorare le arti della parola e dell'espressione? A quali livelli si potrebbe pervenire qualora tutto riuscisse ad essere curato ed accresciuto al meglio possibile? Come potersi adoperare per coltivare il vicendevole rapporto fra linguaggi ed uomini? Quale è l'attore principale e preponderante in questo 'schema'?
Fra le tantissime possibili risposte, è possibile ricondursi ad una massima per comprendere quale sia il vero 'vincitore' fra i due partecipanti al processo di miglioramento:

"[...] L'uomo agisce come se fosse lui a forgiare e a dominare il linguaggio, mentre è il linguaggio che resta signore dell'uomo. [...] Il linguaggio è il più alto e, ovunque, il più importante di quei consensi che gli esseri umani non sanno mai articolare valendosi soltanto dei propri mezzi. [...]"
(M.Heidegger, att.)

Il rapporto di (pre)potenza esistente fra linguaggio ed uomo può incarnarsi, ancora di più, nel conflitto riguardante le istanze collettive precedentemente citate.
Cosa può produrre a livello collettivo uno stile di comunicazione improntato a verità e realismo? Cosa potrebbero altresì generare modi di parlare, comunicare e (pro)porsi votati alla falsità, alla confusione ed alla mancata completezza di informazioni?
A prescindere da queste domande, le prove che il linguaggio possa contribuire ad innescare evoluzioni od involuzioni nelle società sono abbondanti e fondate per una lunghissima serie di possibili ragioni:

"[...] Ad opera del linguaggio è sorta una comunanza, una comunanza del sapere e quindi del volere mai prima esistita. [...]" (K.Lorenz, att.)

La citata 'comunanza del sapere' potrebbe declinarsi anche come concetto al negativo, qualora linguaggio e comunicazione non vengano articolati seguendo canoni adeguati al loro ruolo nella società. In altre parole, pertanto, può essere facile che comunicazione e linguaggi non all'altezza contribuiscano a costruire società e/o uomini non all'altezza del proprio (teorico) compito da perseguire nel mondo? Attorno a questi concetti ed all'importanza di linguaggio e comunicazione 'ruota' l'ultima opera di Gianrico Carofiglio, dal titolo "Con parole precise - Breviario di scrittura civile". L'intento principale di questo testo risulta essere definito in termini maggiormente espliciti nel seguito, mediante tale citazione:

"[...] Non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza. Sono parole del filosofo J.Searle, teorico del rapporto fra linguaggio e realtà istituzionali. 
Le società vengono costruite e si reggono essenzialmente su una premessa linguistica: sul fatto cioè che dire qualcosa comporti un impegno di verità e di correttezza nei confronti dei destinatari. 
Non osservare questo impegno mette in pericolo il primario contratto sociale di una comunità, cioè la fiducia in un linguaggio condiviso. [...]"

Il citato 'contratto sociale' di una comunità può essere mantenuto in vita e/o anche salvato garantendo alla stessa comunità stipulante qualche forma di garanzia e di semplificazione di parole e strutture linguistiche:

"[...] L'antidoto è la scrittura civile, cioè quella limpida e democratica, rispettosa delle parole e delle idee. Scrivere bene, in ogni campo, ha attinenza con la qualità del ragionamento e del pensiero. Implica chiarezza di idee da parte di chi scrive e produce in chi legge una percezione di onestà. [...]"

Chiarezza di intenti ed onestà d'animo dovrebbero costituire, quantomeno in chiave teorica, due pilastri fondamentali su cui strutturare una società all'altezza piena della propria 'funzione educante'. La necessità di dare pieno e consapevole potere alla parola potrà comportare, nei fatti, la possibilità di contribuire a definire e strutturare una società migliore:

"[...] Questo è il messaggio che ti sto indirizzando/ il crimine sonoro che sto perpetrando/ violando quel tacito codice incivile del silenzio/ da cui mi differenzio/ in quanto presenzio e sentenzio/ ritmica la rima [...] dirada la nebbia luminosa come il sole/ perché la lingua batte se la mente vuole [...]"
('Potere alla parola', Frankie Hi Nrg, cit.)

L'obiettivo di sviluppare e/o adottare un linguaggio che sappia essere all'altezza di raccogliere le sfide della complessa società moderna è una finalità da perseguire cercando di fare il possibile per realizzare una serie di obiettivi che dovrebbero essere teoricamente finalizzati ad una qualche responsabilizzazione/maturazione delle società coinvolte:

"[...] Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno. [...]"
('Dello scrivere oscuro', P.Levi, cit.)

Il primo metodo per abbattere il silenzio e/o l'ipocrisia imperanti e (provare a) parlare un linguaggio maturo dovrà riguardare, invece, la necessità di essere chiari ed obiettivi nei confronti di (eventuali) nostre (in)coerenze personali. Si deve essere all'altezza di quanto detto/scritto/semplificato/[...], senza cedere a vincoli di subordinazione eccessiva od a declinanti forme di compromesso.
Le potenziali opportunità di miglioramento dovrebbero essere costruite ed arricchite mettendo in campo una lunga serie di azioni collegate a parole e concetti variegati. Ognuno di questi punti viene richiamato estesamente dall'opera in questione, anche applicandosi a nozionistica e semantica:

  • Utilizzo delle metafore e loro potere chiarificatore;
  • Pregi e difetti attribuibili a forme di scrittura (s)leale;
  • Impiego di parole utili senza abusare di inutilità semantiche;
  • Necessario impiego di forme di concretezza e linearità nell'esposizione sia orale che scritta;
  • Riflessioni sui possibili punti di vista esterni alla propria individualità.
Il linguaggio risulta essere efficace e comunicante, infatti, solo se viene adeguatamente compreso da chi ascolta o legge. Parole e gesti, infatti, possono finire per colpire in maniera importante (o imponente, a seconda dei punti di vista) solo se ben direzionati ed indirizzati verso il prossimo: 

"[...] Abituati a considerare con estrema attenzione le parole degli altri, e per quanto puoi entra nell'anima di chi sta parlando. [...]" (Marco Aurelio, att.)

Senza dimenticare, una volta di più, quella che dovrebbe essere una primaria responsabilità per ciascun essere umano che voglia ambire a chiamarsi davvero tale: 

"[...] Occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è un lusso da intellettuali o una questione accademica. E' un dovere cruciale dell'etica civile. [...]"
(Fonte: Con parole precise - Breviario di scrittura civile, G.Carofiglio, Editori Laterza)

L'imperativo per cercare di (ri)costruire una società completamente allo sbando potrebbe essere, quindi, riabilitare al meglio possibile forme adeguate (o quantomeno dignitose) di etica civile. 
Si dice, forse non a caso, che tutto parta da quel punto estremo. 





domenica 1 novembre 2015

SULL'ETERNO RITORNO DEL GENIALE, FRA RELATIVITA' E CONTESTI STORICI

"[...] Dunque, come ha fatto Einstein? Come ha fatto a dare un contributo così grande e duraturo? [...] è di certo lui il motivo per cui possiamo immaginare che qualcuno possa, nella solitudine della sua mente, riflettere a fondo e svelare le verità del cosmo.
Come scienziato Einstein collaborava con gli altri, ma i suoi massimi progressi giunsero in solitari istanti di chiarezza [...]. Forse queste intuizioni sono emerse perché il suo cervello aveva un'architettura insolita? Da un atteggiamento non conformista? 
Dalla capacità di concentrarsi con tenacia e senza compromessi? Forse. Sì. Probabilmente. 
La realtà, ovviamente, è che non lo sa nessuno. Possiamo raccontarci storie sul perché un certo tizio ha avuto questa o quella idea, ma alla fine pensiero e intuizione sono modellati da influssi troppo numerosi per essere analizzati. Fuggendo le iperboli, il meglio che possiamo dire è che Einstein ebbe la mente giusta nel momento giusto per risolvere una serie di profondi problemi della fisica. E fu un momento straordinario. I suoi tanti ma in confronto modesti contributi dei decenni successivi alla scoperta della relatività generale suggeriscono che il momento d'oro per quel particolare nesso intellettuale che Einstein aveva portato alla fisica era ormai passato. 
Con tutto quello che ha raggiunto, e l'eredità ancora viva, viene da porsi un'altra domanda: potrà mai esserci un altro Einstein? Se parliamo di un super-genio che spinga di forza in avanti il sapere, la risposta è senz'altro affermativa. Nel mezzo secolo passato dopo la sua morte ci sono stati scienziati del genere. Se invece intendiamo una mente superiore alla quale guarderemo [...] come a un esempio entusiasmante di quello che può ottenere la mente umana, allora la domanda è un'altra: che cosa è veramente prezioso e immortale? [...]"

Fonte: "Mente giusta al momento giusto" - "Perché è importante",
B.Greene, Le Scienze - novembre 2015.

"Relativity", M.C.Escher - dicembre 1953