domenica 23 ottobre 2016

"SCHIAVI DI UN DIO MINORE", NEL TENTATIVO DI COMPRENDERE QUALI DINAMICHE SIANO DISTRUTTIVE PER L'UMANITA'...

Quanto può il lavoro (arrivare ad) incidere sull'esistenza di una persona?
Dietro ad una domanda simile si sono giocati, si giocano e si continuano a giocare squilibri ed equilibri di tante esistenze che sono state dilaniate da una crisi senza precedenti.
Vite tanto lacerate quanto invisibili, mai segnalate quanto si potrebbe e/o si dovrebbe fare.
Anni di crisi e di dolore hanno lacerato il tessuto sociale del Paese e del mondo, sfibrando oltre il sostenibile le corde di dignità caratteristiche di molti esseri umani.
Tanti vorrebbero avere voce ma non la hanno, nella speranza forse mai del tutto abbandonata di ritrovare un filo di rappresentanza di istanze ad oggi non recepite e qualificate come prioritarie.
Mediante quali passi si potrebbe (cercare di) prestare ascolto alle corde di tante persone ad oggi non valorizzate come si dovrebbe?
A questa e moltissime altre domande cerca di rispondere il libro "Schiavi di un Dio minore - sfruttati, illusi, arrabbiati: storie dal mondo del lavoro oggi", scritto da Giovanni Arduino e Loredana Lipperini e pubblicato da Utet.
Quali persone possono essere definite - in un'etica contemporanea non molto lontana da certi sempre più tristi luoghi comuni - come "schiavi" di un Dio minore?
L'impronta data dall'opera risulta essere chiara sin dall'incipit della stessa opera:

"[...] Gli schiavi di un Dio minore vivono tra noi, anche se non li vediamo. 
Ne rimangono tracce sui giornali: il trafiletto su un bracciante morto di stenti in un campo di raccolta, l'editoriale sui magazzinieri che collassano a fine turno. 
Quelli che invece vivono lontani sono ridotti a numeri, statistiche: il tasso di suicidi nelle aziende asiatiche dove si producono a poco prezzo i nostri nuovi device, la paga oraria delle operaie cinesi o bengalesi che rendono così economici i nostri vestiti. 
D'altra parte [...] l'abbattimento dei prezzi, senza intaccare i guadagni, si ottiene sacrificando i diritti e a volte la vite dei lavoratori [...]
Ma non si tratta solo di delocalzzare o impiegare manodopera immigrata. 
La schiavitù si insinua nelle pieghe della modernità [...]: non c'è in fondo differenza tra i caporali dei braccianti e i braccialetti elettrinici, i microchip, [...], strumenti pensati per la sicurezza ma votati al controllo. [...]"

E' proprio attraverso queste pieghe che continuano a muoversi le piaghe della schiavitù moderna.
Schiavitù che rende l'uomo non solamente meno libero - ma anche meno consapevole della propria infelice condizione. Troppo spesso lo stordimento incede costante, disperdendosi fra i diecimila impegni che ogni singolo giorno scorrono fra le esistenze di questi 'schiavi'.
Stordimenti non voluti e troppo spesso inconsapevoli finiscono per abbattere certe percezioni, con il fine di rendere molto meno urgenti le necessità di miglioramento.
A questo proposito le storie dei moderni schiavi vengono ad intersecarsi profondamente, le une con le altre, in una sorta di generalizzazione che mai potrà diventare qualunquista:

"[...] E dove manca il padrone, c'è lo schiavismo autoinflitto dei freelance, che sopravvivono al loro delle tasse, senza ferie pagate, contributi, tempo libero. Indipendenti, sì, ma incatnati alle date di consegna e al giudizio insindacabile dei committenti, ai loro tempi biblici di pagamento. 
Nella trionfante narrazione dell'oggi, tutta sharing economy, start up e 'siate affamati, siate folli', non c'è spazio per questi schiavi moderni. [...]"

Tutto viene così reso sempre meno vivibile e sempre più flessibile, arreso, liquido.
Quali strade far (r)esistere per provare a costruire una società migliore capace di portare certe esperienze e certe battaglie alla luce del sole ed all'altezza della considerazione da parte di Stati alle volte percepiti come troppo distanti e stranianti per gli individui?
Leggerne per saperne di più, con una eco stagnante mai repressa e valorizzata dagli stessi autori dell'opera nell'introduzione al libro:

"[...] La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile e si risolve per molti nella libertà di morire di fame. [...]" (Sandro Pertini, Discorso di fine anno, 31 dicembre 1983)


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