Quali potrebbero essere le 'ricette' da seguire per tutelare il pianeta Terra e, con esso, tutto lo straordinario patrimonio racchiuso al suo interno? Il peso delle attività umane sembra essere sempre più schiacciante e dirompente, in rapporto diretto ad una serie di complicanze che si stanno abbattendo con preoccupante frequenza: questioni economico-finanziarie, problematiche ambientali, difficoltà trasversali, [...].
Le problematiche che l'astronave Terra deve (e dovrà) affrontare si muovono attraverso una lunga serie di ostacoli, difficoltose vie di compromesso diplomatico (spesso insufficienti), rischi di peggioramento o tracollo. Il sistema rischia di essere totalmente indebolito, a fronte di un aggravarsi di alcune delle questioni precedentemente citate: cambiamento climatico, eccessive forme di finanziarizzazione rapportate all'andamento di società ed economie reali, progressivo esasperarsi delle tensioni sociali. Sono moltissimi i 'sintomi' che sembrano segnalare la necessità di (ri)strutturare le percezioni collettive rivolte al mondo progettato dall'essere umano: qualora questa opera di 'bonifica' non venisse fatta entro quanto tempo potrebbe sopraggiungere un tracollo definitivo?
A prescindere da qualsiasi interpretazione possibile, sembra lecito constatare quanto svariate tematiche siano enormemente collegate le une alle altre: società, clima, politica, ambiente, sviluppo e programmazione, politiche per il lavoro, provvedimenti per (limitare la dis)uguaglianza, [...].
La necessità di far fronte ad uno di questi argomenti potrà generare, inevitabilmente, l'apporto di conseguenze ulteriori nei confronti di altri 'settori' solo apparentemente lontani l'uno dall'altro.
Nell'articolare quindi una serie di ragionamenti relativi ad una caratteristica complicata quale è quella del clima e dei cambiamenti climatici, pertanto, risulta essenziale far riferimento diretto ad una larghissima serie di potenziali accezioni, conseguenze e considerazioni: alterazioni della società, questioni geo-politiche alle quali potersi riferire, equilibri diplomatici da non poter alterare eccessivamente a livello mondiale, esigenze di sostenibilità per gli equilibri ambientali, riguardi concreti nei confronti del solo pianeta a disposizione, [...].
A fronte di questi 'riferimenti' e del loro progressivo incedersi dovrebbe risultare quindi prioritario analizzare con occhio il più possibile critico e consapevole le possibili evoluzioni (od involuzioni) dei fenomeni futuri. Il dipanarsi di vicende simili dovrà articolarsi in un'opera il più possibile completa e trasversale, consapevolmente votata al discutere a tutto tondo di problemi aventi vasto approccio.
Una recente opera che si richiama a questo punto essenziale è "Una rivoluzione ci salverà - Perché il capitalismo non è sostenibile", scritto da Naomi Klein e pubblicato da Bur Editore.
La non sostenibilità del sistema economico contemporaneo è qui vincolata all'alterarsi di una lunga serie di punti concreti, aventi uno sguardo a trecentosessanta gradi verso la necessità di implementare quell'approccio integrato citato in precedenza. Certezze reali nei confronti di denunciare queste compenetrazioni sempre maggiori provengono dalla stessa opera:
"[...] Il capitalismo non è più sostenibile. A meno di cambiamenti radicali nel modo in cui la popolazione mondiale vive, produce e gestisce le proprie attività economiche - con i consumi e le emissioni che negli ultimi decenni sono aumentati vertiginosamente - non c'è modo di evitare il peggio. Cosa fare allora? [...]"
Davanti a questa domanda sembrano essere moltissime le possibili risposte, in riferimento alla necessità di azione o di inazione. Dietro alle possibili scelte da compiere sembrano nascondersi (non troppo velatamente) problematiche che hanno negli anni contribuito a generare la situazione di bassa dentro cui siamo allo stato attuale incuneati: come poter strutturare un modello economico alternativo capace di salvaguardare gli equilibri e la sostenibilità del pianeta Terra?
Le risposte affidate all'opera in questione sono le stesse che l'autrice ha sperimentato in anni ed anni di lavoro ed intervento territoriale:
"[...] La risposta di Naomi Klein è dirompente: se vogliamo salvarci, l'unica possibilità è mettere in discussione la logica fondamentale della nostra economia, la crescita del PIL come priorità assoluta. E se da anni siamo fermi in un irresponsabile stallo 'perché le azioni che garantirebbero ottime chance di catastrofe rappresentano una minaccia per quell'élite che tiene le redini della nostra economia e del nostro sistema politico', oggi una trasformazione profonda del nostro stile di vita non è più rinviabile - sia nelle grandi politiche industriali sia nelle scelte che coinvolgono tutti noi.
Perché, che lo vogliamo o no, 'la crescita a ogni costo sta uccidendo il pianeta. La rivoluzione non è più una questione ideologica. E' una questione di sopravvivenza.' [...]"
La questione di sopravvivenza riporta nel concreto tutto quell'insieme di urgenze che ad oggi sono state svilite, sottovalutate o ricondotte alla non azione. L'impossibilità di rendere immediate le procedure di risoluzione di problematiche e conflitti imponenti può solo contribuire a far peggiorare od aggravare la serie di squilibri già esistenti su scala globale.
Vi è, da fondo, la percezione che tutto sia vincolato e sottoposto a cambiamenti importanti e potenzialmente capaci di alterare l'insieme di 'status quo' esistenti:
"[...] Presentando il cambiamento come uno scontro fra il capitalismo e il pianeta, non sto dicendo nulla di nuovo. La battaglia è già iniziata, ma per ora il capitalismo sta vincendo a mani basse.
Vince ogni volta che la necessità della crescita economica viene accampata come scusa per rimandare [...] le iniziative a favore del clima o per infrangere gli impegni già presi sul fronte delle emissioni. Vince quando ai greci viene detto che la loro unica via d'uscita dalla crisi economica consiste nell'aprire i loro splenditi mari a trivellazioni ad alto rischio per l'estrazione di gas e petrolio. Vince quando i canadesi si sentono dire che la loro unica speranza di non fare la fine della Grecia è permettere che le foreste boreali vengano spianate per poter estrarre il bitume semi-solido dalle sabbie dell'Alberta. Vince quando un parco di Istanbul viene abbattuto per far posto all'ennesimo centro commerciale. Vince quando a Pechino i genitori si sentono dire che il fatto di mandare i loro figli a scuola ansimanti sotto le maschere antinquinamento [...] è un prezzo accettabile da pagare per il progresso economico. Vince ogni volta che ci rassegniamo a dover scegliere soltanto fra cose negative: austerità o trivellazioni, avvelenamento o povertà. La sfida [...] non si riduce a spendere tanto denaro e cambiare molte politiche: prima che tali cambiamenti divengano anche solo possibili, dobbiamo imparare a pensare in un modo diverso, radicalmente diverso. Oggi il trionfo della logica di mercato [...] sta paralizzando quasi tutti i tentativi seri di rispondere al cambiamento climatico.
L'accanita competizione fra le nazioni ha bloccato per decenni i negoziati climatici all'ONU: i Paesi ricchi puntano i piedi e dichiarano che non taglieranno le emissioni, perché rischierebbero di perdere la loro posizione privilegiata nella gerarchia globale; i Paesi poveri [...] affermano che non intendono rinunciare al loro diritto di inquinare tanto quanto hanno fatto i Paesi ricchi nella loro strada verso il successo, anche se ciò significa aggravare un disastro che colpisce soprattutto i poveri. Perché una simile situazione possa cambiare, occorre una visione del mondo in cui la natura, le altre nazioni e i nostri vicini non siano considerati come avversari bensì come partner in un grande progetto comune di re-invenzione. [...]"
Fonte: "Una tempistica davvero pessima" - "In un modo o nell'altro, tutto cambia", "Una rivoluzione ci salverà - Perché il capitalismo non è sostenibile", Naomi Klein, Best Bur
Il testo in questione cerca quindi di analizzare in maniera strutturale questi problemi e questi approcci, partendo dal presupposto di definire una crisi che appare ormai tanto oggettiva quanto essenziale da circoscrivere o delimitare.
Quanta parte di vittoria o di sconfitta è ancora nelle mani dell'umanità intera?
A lettori ed interessati le complesse risposte.
Le problematiche che l'astronave Terra deve (e dovrà) affrontare si muovono attraverso una lunga serie di ostacoli, difficoltose vie di compromesso diplomatico (spesso insufficienti), rischi di peggioramento o tracollo. Il sistema rischia di essere totalmente indebolito, a fronte di un aggravarsi di alcune delle questioni precedentemente citate: cambiamento climatico, eccessive forme di finanziarizzazione rapportate all'andamento di società ed economie reali, progressivo esasperarsi delle tensioni sociali. Sono moltissimi i 'sintomi' che sembrano segnalare la necessità di (ri)strutturare le percezioni collettive rivolte al mondo progettato dall'essere umano: qualora questa opera di 'bonifica' non venisse fatta entro quanto tempo potrebbe sopraggiungere un tracollo definitivo?
A prescindere da qualsiasi interpretazione possibile, sembra lecito constatare quanto svariate tematiche siano enormemente collegate le une alle altre: società, clima, politica, ambiente, sviluppo e programmazione, politiche per il lavoro, provvedimenti per (limitare la dis)uguaglianza, [...].
La necessità di far fronte ad uno di questi argomenti potrà generare, inevitabilmente, l'apporto di conseguenze ulteriori nei confronti di altri 'settori' solo apparentemente lontani l'uno dall'altro.
Nell'articolare quindi una serie di ragionamenti relativi ad una caratteristica complicata quale è quella del clima e dei cambiamenti climatici, pertanto, risulta essenziale far riferimento diretto ad una larghissima serie di potenziali accezioni, conseguenze e considerazioni: alterazioni della società, questioni geo-politiche alle quali potersi riferire, equilibri diplomatici da non poter alterare eccessivamente a livello mondiale, esigenze di sostenibilità per gli equilibri ambientali, riguardi concreti nei confronti del solo pianeta a disposizione, [...].
A fronte di questi 'riferimenti' e del loro progressivo incedersi dovrebbe risultare quindi prioritario analizzare con occhio il più possibile critico e consapevole le possibili evoluzioni (od involuzioni) dei fenomeni futuri. Il dipanarsi di vicende simili dovrà articolarsi in un'opera il più possibile completa e trasversale, consapevolmente votata al discutere a tutto tondo di problemi aventi vasto approccio.
Una recente opera che si richiama a questo punto essenziale è "Una rivoluzione ci salverà - Perché il capitalismo non è sostenibile", scritto da Naomi Klein e pubblicato da Bur Editore.
La non sostenibilità del sistema economico contemporaneo è qui vincolata all'alterarsi di una lunga serie di punti concreti, aventi uno sguardo a trecentosessanta gradi verso la necessità di implementare quell'approccio integrato citato in precedenza. Certezze reali nei confronti di denunciare queste compenetrazioni sempre maggiori provengono dalla stessa opera:
"[...] Il capitalismo non è più sostenibile. A meno di cambiamenti radicali nel modo in cui la popolazione mondiale vive, produce e gestisce le proprie attività economiche - con i consumi e le emissioni che negli ultimi decenni sono aumentati vertiginosamente - non c'è modo di evitare il peggio. Cosa fare allora? [...]"
Davanti a questa domanda sembrano essere moltissime le possibili risposte, in riferimento alla necessità di azione o di inazione. Dietro alle possibili scelte da compiere sembrano nascondersi (non troppo velatamente) problematiche che hanno negli anni contribuito a generare la situazione di bassa dentro cui siamo allo stato attuale incuneati: come poter strutturare un modello economico alternativo capace di salvaguardare gli equilibri e la sostenibilità del pianeta Terra?
Le risposte affidate all'opera in questione sono le stesse che l'autrice ha sperimentato in anni ed anni di lavoro ed intervento territoriale:
"[...] La risposta di Naomi Klein è dirompente: se vogliamo salvarci, l'unica possibilità è mettere in discussione la logica fondamentale della nostra economia, la crescita del PIL come priorità assoluta. E se da anni siamo fermi in un irresponsabile stallo 'perché le azioni che garantirebbero ottime chance di catastrofe rappresentano una minaccia per quell'élite che tiene le redini della nostra economia e del nostro sistema politico', oggi una trasformazione profonda del nostro stile di vita non è più rinviabile - sia nelle grandi politiche industriali sia nelle scelte che coinvolgono tutti noi.
Perché, che lo vogliamo o no, 'la crescita a ogni costo sta uccidendo il pianeta. La rivoluzione non è più una questione ideologica. E' una questione di sopravvivenza.' [...]"
La questione di sopravvivenza riporta nel concreto tutto quell'insieme di urgenze che ad oggi sono state svilite, sottovalutate o ricondotte alla non azione. L'impossibilità di rendere immediate le procedure di risoluzione di problematiche e conflitti imponenti può solo contribuire a far peggiorare od aggravare la serie di squilibri già esistenti su scala globale.
Vi è, da fondo, la percezione che tutto sia vincolato e sottoposto a cambiamenti importanti e potenzialmente capaci di alterare l'insieme di 'status quo' esistenti:
"[...] Presentando il cambiamento come uno scontro fra il capitalismo e il pianeta, non sto dicendo nulla di nuovo. La battaglia è già iniziata, ma per ora il capitalismo sta vincendo a mani basse.
Vince ogni volta che la necessità della crescita economica viene accampata come scusa per rimandare [...] le iniziative a favore del clima o per infrangere gli impegni già presi sul fronte delle emissioni. Vince quando ai greci viene detto che la loro unica via d'uscita dalla crisi economica consiste nell'aprire i loro splenditi mari a trivellazioni ad alto rischio per l'estrazione di gas e petrolio. Vince quando i canadesi si sentono dire che la loro unica speranza di non fare la fine della Grecia è permettere che le foreste boreali vengano spianate per poter estrarre il bitume semi-solido dalle sabbie dell'Alberta. Vince quando un parco di Istanbul viene abbattuto per far posto all'ennesimo centro commerciale. Vince quando a Pechino i genitori si sentono dire che il fatto di mandare i loro figli a scuola ansimanti sotto le maschere antinquinamento [...] è un prezzo accettabile da pagare per il progresso economico. Vince ogni volta che ci rassegniamo a dover scegliere soltanto fra cose negative: austerità o trivellazioni, avvelenamento o povertà. La sfida [...] non si riduce a spendere tanto denaro e cambiare molte politiche: prima che tali cambiamenti divengano anche solo possibili, dobbiamo imparare a pensare in un modo diverso, radicalmente diverso. Oggi il trionfo della logica di mercato [...] sta paralizzando quasi tutti i tentativi seri di rispondere al cambiamento climatico.
L'accanita competizione fra le nazioni ha bloccato per decenni i negoziati climatici all'ONU: i Paesi ricchi puntano i piedi e dichiarano che non taglieranno le emissioni, perché rischierebbero di perdere la loro posizione privilegiata nella gerarchia globale; i Paesi poveri [...] affermano che non intendono rinunciare al loro diritto di inquinare tanto quanto hanno fatto i Paesi ricchi nella loro strada verso il successo, anche se ciò significa aggravare un disastro che colpisce soprattutto i poveri. Perché una simile situazione possa cambiare, occorre una visione del mondo in cui la natura, le altre nazioni e i nostri vicini non siano considerati come avversari bensì come partner in un grande progetto comune di re-invenzione. [...]"
Fonte: "Una tempistica davvero pessima" - "In un modo o nell'altro, tutto cambia", "Una rivoluzione ci salverà - Perché il capitalismo non è sostenibile", Naomi Klein, Best Bur
Il testo in questione cerca quindi di analizzare in maniera strutturale questi problemi e questi approcci, partendo dal presupposto di definire una crisi che appare ormai tanto oggettiva quanto essenziale da circoscrivere o delimitare.
Quanta parte di vittoria o di sconfitta è ancora nelle mani dell'umanità intera?
A lettori ed interessati le complesse risposte.

Nessun commento:
Posta un commento