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sabato 31 ottobre 2015
lunedì 26 ottobre 2015
OSSERVANDO "BACI" FRA STELLE, NELL'INFINITO DELLO SPAZIO...
Cosa potrebbe accadere qualora possano esistere due stelle talmente vicine da toccarsi l'una con l'altra? Cosa ne sarebbe del loro moto perpetuo e reciproco, immerso in un Universo che vede altre infinità di corpi celesti galleggiare e muoversi?
A domande simili sarà possibile rispondere osservando una coppia di corpi celesti talmente vicini da toccarsi, immersi nella Grande Nube di Magellano a 'soli' 160mila anni luce dalle zone 'abitate' dagli esseri umani. Le due stelle, unitamente ad un vorticoso girare l'una accanto all'altra, sembra vadano a formare quella che gli astronomi hanno definito come stella binaria a contatto.
Le componenti che rendono tanto affascinante quanto imponente un fenomeno come questo devono essere valutate con estrema attenzione, parimenti ad una certa dose di fascino con la quale guardare a realtà tanto complesse. Pensando a quanto fascino stelle, pianeti e corpi celesti riescano ad esercitare nelle sensibilità degli esseri umani, è possibile ricondursi alla citazione definita nel seguito:
"[...] Perché noi occidentali crediamo nelle stelle e negli oroscopi che cadono dalle stelle e abbiamo dimenticato che i nostri gesti lenti, agili o violenti modificano le stelle, il loro equilibrio, la loro luce, il loro giro? [...]" (U.Galimberti, Il gioco delle opinioni, cit.)
Quanto di quel modificare stelle e loro equilibri può essere studiato ed analizzato dagli esseri umani con consapevolezze e conoscenze sempre maggiori? Nella ricerca delle relazioni esistenti fra esseri umani e stelle, risulterà di grande interesse conoscere quali potrebbero essere i destini di questo "bacio cosmico". Stando a quanto riportato in un articolo de La Repubblica, è possibile rispondere citando quanto segue:
"[...] Secondo le previsioni teoriche [...] queste due stelle potrebbero fondersi in un'unica stella gigante, oppure evolvere separatamente e formare una coppia di buchi neri. Pertanto, questo [...] 'ultimo bacio' non solo ci offre la possibilità di studiare un sistema stellare decisamente bizzarro, ma ci aiuta a capire meglio l'evoluzione dei sistemi stellari doppi, un capitolo [...] misterioso nello studio della vita delle stelle. [...]"
(Fonte: "L'ultimo bacio tra due stelle prima della catastrofe", M.Razzano, La Repubblica - Scienze)
I possibili destini di questo sistema di stelle si intersecano con la necessità di andare sempre più a fondo in questioni come queste, cercando con occhio critico e scientifico di padroneggiare con migliori competenze la complessità di realtà simili. I numeri che ad ora caratterizzano questo fenomeno si configurano come impressionanti, sotto una buona serie di punti di vista e di specificità:
"[...] i due giovani membri di questa strana coppia stellare hanno una massa di poco meno di 30 masse solari, e una temperatura superficiale [...] di circa 40 mila gradi.
Fra i sistemi binari così stretti, detti appunto binarie a contatto, VFTS è quello che contiene infatti le stelle più calde e massicce. [...] ll team internazionale [...] ha [...] scoperto che i centri delle due stelle sono separati da soli 12 milioni di chilometri. Ciò significa che le superfici delle due stelle si sovrappongono e che si è formato un ponte di materia fra i due oggetti. Stelle così imponenti [...] hanno un ruolo molto importante nell'evoluzione delle galassie, soprattutto per la loro capacità di creare atomi di ossigeno. [...]"
(Fonte: "L'ultimo bacio tra due stelle prima della catastrofe", M.Razzano, La Repubblica - Scienze)
A domande simili sarà possibile rispondere osservando una coppia di corpi celesti talmente vicini da toccarsi, immersi nella Grande Nube di Magellano a 'soli' 160mila anni luce dalle zone 'abitate' dagli esseri umani. Le due stelle, unitamente ad un vorticoso girare l'una accanto all'altra, sembra vadano a formare quella che gli astronomi hanno definito come stella binaria a contatto.
Le componenti che rendono tanto affascinante quanto imponente un fenomeno come questo devono essere valutate con estrema attenzione, parimenti ad una certa dose di fascino con la quale guardare a realtà tanto complesse. Pensando a quanto fascino stelle, pianeti e corpi celesti riescano ad esercitare nelle sensibilità degli esseri umani, è possibile ricondursi alla citazione definita nel seguito:
"[...] Perché noi occidentali crediamo nelle stelle e negli oroscopi che cadono dalle stelle e abbiamo dimenticato che i nostri gesti lenti, agili o violenti modificano le stelle, il loro equilibrio, la loro luce, il loro giro? [...]" (U.Galimberti, Il gioco delle opinioni, cit.)
Quanto di quel modificare stelle e loro equilibri può essere studiato ed analizzato dagli esseri umani con consapevolezze e conoscenze sempre maggiori? Nella ricerca delle relazioni esistenti fra esseri umani e stelle, risulterà di grande interesse conoscere quali potrebbero essere i destini di questo "bacio cosmico". Stando a quanto riportato in un articolo de La Repubblica, è possibile rispondere citando quanto segue:
"[...] Secondo le previsioni teoriche [...] queste due stelle potrebbero fondersi in un'unica stella gigante, oppure evolvere separatamente e formare una coppia di buchi neri. Pertanto, questo [...] 'ultimo bacio' non solo ci offre la possibilità di studiare un sistema stellare decisamente bizzarro, ma ci aiuta a capire meglio l'evoluzione dei sistemi stellari doppi, un capitolo [...] misterioso nello studio della vita delle stelle. [...]"
(Fonte: "L'ultimo bacio tra due stelle prima della catastrofe", M.Razzano, La Repubblica - Scienze)
I possibili destini di questo sistema di stelle si intersecano con la necessità di andare sempre più a fondo in questioni come queste, cercando con occhio critico e scientifico di padroneggiare con migliori competenze la complessità di realtà simili. I numeri che ad ora caratterizzano questo fenomeno si configurano come impressionanti, sotto una buona serie di punti di vista e di specificità:
"[...] i due giovani membri di questa strana coppia stellare hanno una massa di poco meno di 30 masse solari, e una temperatura superficiale [...] di circa 40 mila gradi.
Fra i sistemi binari così stretti, detti appunto binarie a contatto, VFTS è quello che contiene infatti le stelle più calde e massicce. [...] ll team internazionale [...] ha [...] scoperto che i centri delle due stelle sono separati da soli 12 milioni di chilometri. Ciò significa che le superfici delle due stelle si sovrappongono e che si è formato un ponte di materia fra i due oggetti. Stelle così imponenti [...] hanno un ruolo molto importante nell'evoluzione delle galassie, soprattutto per la loro capacità di creare atomi di ossigeno. [...]"
(Fonte: "L'ultimo bacio tra due stelle prima della catastrofe", M.Razzano, La Repubblica - Scienze)
In quanto tempo sarà davvero possibile conoscere il destino di queste stelle? Quanta ricerca servirà per padroneggiare con competenza e consapevolezza fenomeni simili? Esistono altre realtà tanto misteriose quanto affascinanti nell'Universo circostante?
La sola parola chiave per (cercare di) rispondere a queste e moltissime altre domande sarà sempre ed identicamente una sola: scienza, appunto.
Per saperne di più:
"L'ultimo bacio tra le due stelle prima della catastrofe", M.Razzano, La Repubblica - Scienze,
http://www.repubblica.it/scienze/2015/10/21/news/l_ultimo_bacio_delle_due_stelle_prima_della_catastrofe-125489486/#gallery-slider=125494215
domenica 25 ottobre 2015
TEMPI DI PIOGGIA, FRA PITTURA E MUSICA...
"[...] I want to know, have you ever seen the rain?
I want to know, have you ever seen the rain
Comin' down on a sunny day?
Yesterday, and days before,
Sun is cold and rain is hard, [...]
Been that way for all my time. [...]
I know; It can't stop, I wonder. [...]"
(Have you ever seen the rain, Creedence Clearwater Revival, cit.)
"Pioggia sul lago Buttermere", J.M.W. Turner, 1798 ca, Tate Gallery - Londra
sabato 24 ottobre 2015
VIVENDO ATTRAVERSO EPOCHE, FRA STORIA E MUSICHE PROFONDE...
"[...] Ho quarant'anni [...]
troppo schifo per poter dimenticare.
Ho vissuto il terrorismo [...]
Aeroplani esplosi in volo e le bombe sopra i treni.
Ho visto gladiatori sorridere [...]
i pestaggi dei nazisti [...].
Ho visto bombe di stato scoppiare [...]
E anarchici distratti cadere [...] dalle finestre. [...]
Ho una casa piena d'odio, di correnti e di fazioni,
di politici corrotti, i miei amici son pancioni [...].
Ho quarant'anni spesi male fra tangenti e corruzioni
Ho comprato Ministri, faccendieri e giornalisti
Ho venduto il mio di dietro ad un amico americano
E adesso cerco un'anima anche di seconda mano. [...]
Ma ho scoperto l'altro giorno guardandomi allo specchio
di essere ridotta ad uno straccio.
Questo male irreversibile mi ha tutta divorata [...]"
martedì 20 ottobre 2015
SUL SUCCESSO E SUL (POTER/VOLER/DOVER) DIVENTARE QUALCUNO, FRA MUSICA E CITAZIONI LETTERARIE...
"[...] C'era l'uomo qualunque,/ sostenuto dal Fronte dell'Uomo Qualunque./
Nella schiena dei partiti affondo le unghie:/
'Io non sono di destra né di sinistra,/ sono un uomo qualunque!/
E lo stato è demagogo, nel sistema bipolare non mi ci ritrovo.' [...]
Il qualunquista milita in una banda/ che prende piede se la prendi sotto gamba. [...]
E' una farsa,/ ha una cultura scarsa,/
ma non gli basta il ruolo della comparsa. [...]"
("Diventerò qualcuno", Caparezza, cit.)
"[...] Chi ha avuto successo non ode che gli applausi.
Per il resto è sordo. [...]"
(E.Canetti, att.)
"[...] Sia detto alla sfuggita, il successo è una cosa piuttosto lurida;
la sua falsa somiglianza col merito inganna gli uomini. [...]"
(V.Hugo, att.)
lunedì 19 ottobre 2015
FRA DEMOCRAZIA E (PESO DELLE) PAROLE, IN SOCIETA' LIQUIDE...
"[...] Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo [...] vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte.
E' assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all'autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini [...], mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell'infanzia, ama i cittadini che si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l'unico agente e regolatore...non potrebbe esso togliere loro la fatica di pensare e la pena di vivere? [...]"
(Alexis De Tocqueville, cit. in "La democrazia vive di parole precise", Breviario di scrittura civile, G.Carofiglio, Editori Laterza)
"[...] Uno dei pericoli maggiori per la democrazia è il linguaggio ipnotico che seduce le folle. [...]"
(Gustavo Zagrebelsky, cit. in "La democrazia vive di parole precise", Breviario di scrittura civile, G.Carofiglio, Editori Laterza)
E' assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all'autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini [...], mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell'infanzia, ama i cittadini che si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l'unico agente e regolatore...non potrebbe esso togliere loro la fatica di pensare e la pena di vivere? [...]"
(Alexis De Tocqueville, cit. in "La democrazia vive di parole precise", Breviario di scrittura civile, G.Carofiglio, Editori Laterza)
"[...] Uno dei pericoli maggiori per la democrazia è il linguaggio ipnotico che seduce le folle. [...]"
(Gustavo Zagrebelsky, cit. in "La democrazia vive di parole precise", Breviario di scrittura civile, G.Carofiglio, Editori Laterza)
"[...] la teoria dell'argomentazione rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta degli invasati e la non-verità degli scettici c'è posto per le verità da sottoporsi a continua revisione mercé la tecnica di addurre ragioni pro e contro. Sa che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza. [...]"
(Norberto Bobbio, cit. in "La democrazia vive di parole precise", Breviario di scrittura civile, G.Carofiglio, Editori Laterza)
"[...] Per democrazia non intendo affatto qualcosa di vago come il Governo del popolo o il Governo della maggioranza, ma un insieme di Istituzioni che permettono il controllo pubblico dei governanti e il loro licenziamento da parte dei governati e che consentono ai governati di ottenere riforme senza ricorrere alla violenza [...]. La democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico.
Non ci dovrebbe essere alcun potere politico incontrollato in una democrazia. [...]"
(Karl Popper, cit. in "La democrazia vive di parole precise", Breviario di scrittura civile, G.Carofiglio, Editori Laterza)
Fonte immagine:
Il posto delle parole - I libri, le conversazioni, i pensieri,
ilpostodelleparole.typepad.com
sabato 17 ottobre 2015
"LA PASSIONE RIBELLE": COLTIVARE LO STUDIO PER (CERCARE DI) RIBELLARSI
L'equilibrio che si raggiunge con lo studio fino a che punto può rendere precarie ed instabili la conoscenza del mondo ed il livello di sicurezza con cui guardare ad esso?
Le finalità dello studio contribuiscono a trasformare, nel tempo, le sensibilità e le percezioni dell'essere umano nei confronti dell'esterno: quali sono le relazioni che chi studia nel tempo può approfondire, rendendo quindi meno salde le proprie consapevolezze nei confronti di molte e svariate tematiche? Dove può nascondersi il confine ultimo dello studiare, se le certezze non risultano accresciute da un percorso di progressiva ma costante maturazione intellettuale?
Tutto rischia di concludersi nel famoso "so di non sapere" di filosofica memoria? Potrebbero invece esistere altre 'leve' da sollecitare che, a loro volta, cerchino di modificare sensibilità ed attitudini 'nascoste' di chi spende il proprio tempo per approfondire? Come viene visto chi investe una parte (più o meno consistente) della propria vita a studiare? Quali sono le 'atmosfere' più adatte per incanalare nella propria testa conoscenze utili per (provare a) padroneggiare le sempre crescenti complessità del mondo esterno? Le attività di studio devono rispondere ad una serie di ragioni specifiche o devono muoversi in libertà con la sintonia che l'anima di qualcuno prova nei confronti di qualcosa di non meglio definito? Il perché (cercare di) investire del tempo a studiare rende piena consapevolezza di una massima attribuita ad Albert Einstein, strutturata valutando il rapporto che può arrivare ad esistere con il mondo circostante:
"[...] Non considerate mai lo studio come un dovere, ma come una occasione invidiabile di imparare a conoscere l'effetto liberatorio della bellezza spirituale, non solo per il vostro proprio godimento, ma per il bene della comunità alla quale appartiene la vostra opera futura. [...]"
Lo studiare potrebbe e/o dovrebbe quindi costituire una sorta di 'missione' sociale, finalizzata alla presa di coscienza e conoscenza verso quanto è possibile fare individualmente per contribuire alla crescita del mondo. Lo studio è anche un'attività troppo spesso plasmata su convinzioni e convenzioni troppo poco flessibili, per nulla adatte all'anima di chi cerca in giovane età di assimilare tutto con spirito di 'spugna'. Quanti casi si potrebbero contare di persone disilluse ed allontanate dalla conoscenza, nonostante infinite potenzialità, qualora fosse possibile valutare con mano ferma le gesta di cattivi maestri e/o di metodi non adeguati di trasmissioni valoriali? A questo proposito ritorna, implacabile, un'altra massima attribuita allo scienziato Einstein:
"[...] La scuola deve far sì che un giovane ne esca con una personalità armoniosa e non ridotto ad uno specialista. [...]"
Lo sviluppo di una personalità armoniosa potrebbe essere una questione di prioritaria importanza, proprio per (provare a) rendere pieno tributo alle difficoltà da 'smontare' caratteristiche del mondo circostante. Studiare per migliorarsi e provare a migliorare le cose, agendo nel cuneo di forme di complessità sempre crescenti e dilaganti. Studiare per (cercare di) ribellarsi in maniera positiva e propositiva al sistema, dunque. Su quali domande e campi può interrogarsi chi, studiando, si propone di migliorare il mondo in una fetta anche estremamente piccola di quanto si riesca a conoscere?
A questa ed altrettante domande cerca di rispondere il libro "La passione ribelle", scritto da Paola Mastrocola e pubblicato da Laterza Editori.
La necessità di avere una passione da poter identificare come 'ribelle' presuppone la possibilità di analizzarla alla luce dei problemi, delle sottovalutazioni, delle questioni irrisolti che la stessa vive nella propria applicazione strutturata nel mondo esterno. Si arriva quindi alla consapevolezza di affiancare, una volta di più, la tematica dello studio a quella della ribellione (meno in)consapevole (possibile):
"[...] Chi studia è sempre un ribelle. Uno che si mette dall'altra parte rispetto al mondo e, a suo modo, ne contrasta la corsa. Chi studia si ferma e sta: così, si rende eversivo e contrario.
Forse, dietro, c'è sempre una scontentezza: di sé, o del mondo. Ma non è mai una fuga.
E' solo una ribellione silenziosa e, oggi più che mai, invisibile. [...]"
Chi studia per davvero, molto spesso, finisce per ribellarsi in silenzio ad un sistema circostante che (pur)troppo spesso finisce per esaltare trionfi di vuoto ed inconsistenza reali.
Le atmosfere dello studio rischiano di essere cupe, minimali, riservate e prolungate nel tempo di vita ed esistenza di una generica persona. Tali circostanze vengono dalla stessa autrice sintetizzate e ricondotte ad una sorta di 'odor di muffa' che a troppa parte del mondo esterno causa disagio e stranezza:
"[...] Lo studio è sparito dalle nostre vite. Nessuno studia più. Se ne può fare a meno. [...] Lo studio sa di muffa, è passato, è vecchiume. E' la scuola, l'adolescenza coi brufoli, la fatica, la noia, il dovere. Fuori c'è sempre il sole, e noi dentro a studiare. Gobbi, chiusi, soli. [...] Già solo la parola ci suscita un malessere, un'avversione. [...] Ci viene in mente l'immagine di un anziano professore seduto a un tavolo di biblioteca, ossa infreddolite, cappotto ancora addosso, [...], odor di armadio chiuso, buio, occhiali a metà naso, cordicella penzola, occhio presbite, a un palmo da pagine ovviamente ingiallite. [...]"
(Fonte: Odor di muffa - La passione ribelle, Editori Laterza)
Certe percezioni delle attività di studio rischiano quindi di influenzare pesantemente il contenuto e le scelte di quanti hanno determinate affinità nei confronti di precise materie e discipline. Il contesto nel quale adoperarsi restituisce pertanto visioni sbagliate di chi sceglie lo studio come attività di crescita e maturazione intellettuali:
"[...] Chi studia è uno sfigato.. E chi è bravo lo è perché ha una bravura innata, spontanea, inconsapevole e selvaggia. Chi studia, diventa solo uno studioso. Genio invece si nasce.
Il semplice studioso, di per sé, non porta da nessuna parte. E causa anche malattie, depressioni, errori di postura, mal di schiena, miopia, scoliosi. [...]"
(Fonte: Odor di muffa - La passione ribelle, Editori Laterza)
Attraverso quali condizioni poter (cercare di) costruire piacere ed attitudine allo studio se le premesse rimangono queste? Il primo passo fondamentale consiste nell'adoperarsi davvero per abbattere certi pregiudizi e luoghi comuni; basta sottolineare quanto le attività di studio costante e/o prolungato senza perdere molto tempo possano costituire solide basi sulle quali costruire il futuro di un Paese civile e consapevole sia dei propri limiti che delle proprie potenzialità collettive.
Le attività di studio si vivono e si elaborano in relativo silenzio, cercando di fare il possibile per trarre spunti costruttivi dal mondo esterno:
"[...] Studiare vuol proprio dire questo, dal verbo latino studeo: impegnarsi, sforzarsi. [...] Impegno è in pegno, è mettere in pegno qualcosa per averne in cambio qualcosa. Perché ci piace così poco? [...] Lo studente che si impegna [...] mette in pegno qualche anno della vita che poi, con lavoro e fatica, si riprenderà, più arricchito perché quegli anni gli avranno reso dei guadagni.
Naturalmente parlo di guadagni e ricchezze impalpabili, e indicibili. [...]"
(Fonte: Odor di muffa - La passione ribelle, Editori Laterza)
La versione contrapposta a queste attività di impegno costante ed applicazione invisibile presuppone giudizi e sensibilità distorte, emesse da una società che (purtroppo) lascia sempre meno spazio all'introspezione ed alla riflessione interiore:
"[...] Oggi non si studia più. E' da predestinati alla sconfitta. Lo studio evoca Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane solo come un cane.
E' Pinocchio che vende i libri per andare a vedere le marionette. E' la scuola, l'adolescenza coi brufoli, la fatica, la noia, il dovere. E' un'ombra che oscura il mondo, è una crepa sul muro: incrina e abbuia la nostra gaudente e affollata voglia di vivere nel presente. Lo studio è sparito dalle nostre vite. E con lui è sparito il piacere per le cose che si fanno senza pensare a cosa servono.
La cosa più incredibile è che non importa a nessuno. [...]"
La ribellione da esercitarsi quotidianamente prevede la possibilità di costruire una sorta di 'fuga', andando ad incidere in maniera complessiva e pesante sulla necessità di fuggire da certi stereotipi e luoghi comuni. Viene richiamata dall'autrice dell'opera, a questo proposito e per indicare l'ambiente e le consapevolezze entro le quali (cercare di) costruire una qualche forma di fuga, una poesia attribuita a Costantinos Kavafis:
"E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel commercio con la gente
con troppe parole e in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balia del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea."
Il meccanismo di ribellione deve e/o potrebbe presupporre, pertanto, una qualche forma di allontanamento e riflessione nei confronti di un mondo che sembra consumare tutto (o quasi) in un disperato 'viavai frenetico'. Come pervenire davvero a tale modo di agire ed operare?
Il suggerimento dell'autrice risulta essere, a questo proposito, estremamente chiaro e consapevole. Magari non gradito ma estremamente lucido e metodico:
"[...] Abbiamo solo un modo di cambiare le cose, mandare a stendere questo nostro Universo: metterci a studiare. [...] Vorrebbe dire far girare diversamente la vita, allungare il viaggio, rallentare le lancette. Ti vogliono tutti di qua e di là? E tu non vai. Devi fare questo e quell'altro? E tu non lo fai. Non puoi. Stai studiando. Hai bisogno di pace, solitudine, concentrazione, silenzio. Andate a quel paese, io studio. [...] mi troverete poi. [...] Questo sarebbe ribellarsi al mondo: fare una cosa che gli va contro, che è per sua natura contrario a tutto ciò che il mondo ti impone di fare. Ti ribelli [...]. Spegni. Te ne vai. Tanti saluti. Pensi. Studi. Allora sì che lo studio diventerebbe il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere. [...]"
(Fonte: E ribellarci? - La passione ribelle, Editori Laterza)
Rivoluzionare le abitudini per (cercare di) rivoluzionare sia la propria interiorità che le proprie consapevolezze nei confronti del mondo esterno. Sia mai che, prima o poi, riesca a migliorare anche lo stesso universo circostante ed estremamente complesso.
venerdì 16 ottobre 2015
SUL PIACERE DI LEGGERE PER VIVERE ALTRI UNIVERSI...IN MUSICA
"[...] Una storia che non conosci
non è mai di seconda mano
è come un viaggio improvvisato
a chilometraggio illimitato.
Una storia in cui tu ti specchi
con i tuoi occhi da marziano
è come una lanterna magica
che non si ferma. [...]"
mercoledì 14 ottobre 2015
A PROPOSITO DI VIOLE E STAGIONI, FRA VITA ED ESISTENZE...
"[...] Bello è che non sei mai preparato,/ che tanto capita sempre agli altri,/
vivere in fondo è scontato/ che non ti immagini mai che basti /
e resta indietro sempre un discorso/ e resta indietro sempre un rimorso [...]"
sabato 10 ottobre 2015
FRA AMBIZIONE ED UMANE IMPRESSIONI, INDIVIDUANDO (IN)EVITABILI LIMITI
"[...] L'origine di tutti i peccati è il senso d'inferiorità − detto altresì ambizione. [...]"
(C.Pavese, Il mestiere di vivere)
"[...] Le grandi ambizioni rendono grandi gli animi. [...]"
(Tito Livio, Ab urbe condita)
"[...] La mia unica ambizione è quella di non essere nessuno,
mi sembra la soluzione più sensata. [...]" (Charles Bukowski, att.)
giovedì 8 ottobre 2015
DIMENTICARSI PER POI (CERCARE DI) RITROVARSI, FRA AMORE E MUSICA...
"[...] Sorry/ Is all that you can’t say/ Years gone by and still/
Words don’t come easily/ Like 'sorry', like 'sorry'/ Forgive me [...]"
mercoledì 7 ottobre 2015
"LA TEORIA DEL TUTTO": QUALI I VOLTI ESISTITI E QUANTI GLI ESPERIMENTI FATTI PER COMPRENDERE L'UNIVERSO?
Le domande sul cosmo e sull'Universo hanno da sempre caratterizzato il percorso dell'essere umano su questa Terra; sin da tempi in cui il progresso non seguiva ancora strade tracciate sono stati moltissimi i tentativi che l'uomo ha fatto per (cercare di) interpretare i meccanismi che governavano i fenomeni esterni al nostro piccolo pianeta.
Tante credenze ed opinioni sono state affidate e riposte nei confronti di ciò che è infinitamente grande: a Stelle sono state fatte corrispondere divinità, a pianeti sono stati dati altrettanti nomi di dei.
Le attività di osservazione e scoperta dell'infinitamente grande hanno quindi costituito un punto fondamentale per gli esseri umani, fino al punto in cui metodo sperimentale e telescopio hanno fatto la loro ascesa nelle modalità di vedere ed interpretare tutte quelle cose che possono essere etichettate come 'scienza'. Da quel momento sono stati moltissimi i passi in avanti compiuti dalla quotidiana indagine dei meccanismi che governano la natura ed il moto di corpi celesti ed extra-solari.
Nonostante questo incedere, tuttavia, rimane (e forse rimarrà per sempre?) un punto invalicabile oltre il quale la scienza non riesce a spingersi? A quale limite potrebbe essere fatta tendere questa soglia? A domande simili vi sono (e vi saranno) risposte pressoché infinite, proprio perché va inseguendosi e coronandosi dietro (e dentro) ognuna di queste la celeberrima massima che fu attribuita allo scienziato Albert Einstein:
"[...] Una cosa ho imparato nella mia lunga vita: che tutta la nostra scienza è primitiva e infantile eppure è la cosa più preziosa che abbiamo. [...]"
Il percorso scientifico deve quindi intersecarsi con la necessità di fare luce sui fenomeni che sovrastano quanto è infinitamente grande. Ogni tentativo di strutturare e proporre una disciplina scientifica in un contesto ancora da scoprire e/o svelare va di pari passo con una lunghissima serie di possibilità ed obiettivi da qualificare: errori, sbagli, compromessi, tentativi e ripetizioni, possibilità di effettuare scoperte, raggiungimento di risultati a seguito di grandissimi ed interminabili sforzi.
Fare scienza equivale quindi a costruire storia, ad esaminare le vite e le teorie di individui che hanno speso una parte consistente della loro vita nella ricerca di quanto non era ancora conosciuto.
Nonostante qualsivoglia tentativo di scoperta possa essere primitivo ed infantile nel suo dispiegarsi, resta comunque classificabile come estremamente prezioso e fondamentale da non perdere.
Quanto è stato percorso dalla scienza nell'analisi dell'infinitamente grande? Quali teorie si sono susseguite, si susseguono e si susseguiranno nell'interpretazione di fenomeni altrimenti condannati a restare irrisolvibili? A queste e molte altre domande cerca di rispondere l'opera "La Teoria del Tutto - Origine e destino dell'Universo", scritta dallo studioso Stephen Hawking.
Lo scopo del testo appare chiaro sin dalla copertina, proponendo una serie di domande e spunti che non lasciano spazio a possibili interpretazioni:
"[...] Come ha avuto origine il cosmo? Qual è il destino che ci attende?
Fino agli anni Venti del secolo scorso queste domande erano competenza della religione e della filosofia, mentre oggi è possibile affrontarle da un punto di vista scientifico. Hawking ci guida in un viaggio che - a partire dalla cosmologia di Aristotele attraverso le teorie di Copernico, di Newton e di Einstein - giunge fino alle ultime frontiere della fisica contemporanea per spiegarci i grandi misteri dell'Universo: dal big bang alla formazione delle galassie, dalla morte delle stelle ai buchi neri, dai limiti della teoria della relatività generale alla proposta della condizione di assenza dei confini. [...]"
Si tratta quindi di effettuare un riassunto avente durata tanto epocale quanto largamente sconosciuta, nel tentativo di delimitare e circoscrivere quali siano stati i tentativi compiuti per fare luce su una grande quantità di fenomeni esistenti. I 'campi' attraverso cui procedere per effettuare un'indagine adeguata ed adeguatamente divulgativa sono molteplici: scienza, storia, esperimenti e protagonisti degli stessi, modelli fisico-matematici impiegati per pervenire a scoperte importanti, errori e tentativi cumulatisi in centinaia di anni. Tutto questo è sintetizzabile come progresso, tutto questo fa parte di quel "Tutto" definito dall'autore come in grado di essere sintetizzato da una teoria particolare.
Serve un modello che cerchi di mettere ogni cosa insieme, collegando punti conosciuti e sconosciuti con un'unica linea continua e non interrotta. Il processo per arrivare a questo traguardo sembra essere uno solo ed unico: indagare. Effettuare studi ed approfondimenti con la miglior lente possibile: quella della ricerca. Su questo sfondo si innestano le sette 'lezioni' schematizzate e divulgate dallo stesso autore, il quale non ha fortunatamente bisogno di presentazione alcuna riguardo alle proprie teorie ed al proprio operato in campo scientifico:
"[...] Nella prima lezione prenderò brevemente in esame le concezioni dell'Universo che sono state sostenute in passato per poi vedere come siamo giunti alla nostra immagine attuale; [...].
Nella seconda lezione spiegherò come sia la teoria della gravità di Newton sia quella di Einstein ci portano a concludere che l'Universo non può essere una realtà immobile [...].
Nella terza lezione parlerò dei buchi neri, che si formano quando una stella [...] collassa su se stessa, sotto la propria forza di attrazione gravitazionale. [...] Nella quarta lezione descriverò come, in base alla meccanica quantistica, è possibile che un buco nero emetta radiazioni energetiche. [...]
Nella quinta lezione applicherò i principi della meccanica quantistica al big bang e alle origini dell'Universo. Giungendo così all'idea secondo la quale lo spazio ed il tempo [...] possono essere privi di un confine, di un margine esterno che li delimiti [...].
Nella sesta lezione mostrerò come questa nuova proposta di interpretazione dei limiti dello spazio-tempo sia in grado di spiegare perché il passato - nonostante la simmetria che contraddistingue le leggi della fisica - sia così palesemente diverso dal futuro. [...] nella settima lezione [...] presenterò i nostri sforzi di trovare una teoria unificata che includa, in un'unica spiegazione coerente, la meccanica quantistica, la forza di gravità e le altre interazioni di cui parla la fisica. [...]"
(Fonte: Introduzione - "La teoria del tutto", S.Hawking, Bur Rizzoli)
Alla fine dei percorsi descritti, con l'incedere ed il sovrapporsi di anime e di storie che hanno cercato di donare un frammento della loro vita per la comprensione di fenomeni sconosciuti, ritorna sempre a prevalere quello spirito di umano sentimento che dovrebbe muoversi a vele spiegate fra i molti campi nei quali la scienza può dilungarsi e divulgarsi. L'obiettivo primario qui riconducibile e desumibile può impropriamente 'filtrare' rispolverando una massima attribuita al sempre citato Albert Einstein:
"[...] La preoccupazione dell'uomo e del suo destino devono sempre costituire l'interesse principale di tutti gli sforzi tecnici. Non dimenticatelo mai in mezzo a tutti i vostri diagrammi ed alle vostre equazioni. [...]"
Di pari passo, quindi, per cercare di comprendere quanto siano complicate ed intrecciate le vicende del nostro Universo non bisogna mai disperdere il legame esistente fra due qualità solo apparentemente lontane fra loro: tecnica ed umanità, non a caso e non per caso.
In parallelo allo spirito divulgativo per allargare gli argini della conoscenza collettiva, "La Teoria del Tutto" rimane comunque un'opera nella quale a volte è necessario possedere buone conoscenze fisico-matematiche e sufficienti capacità di astrazione ed immaginazione per comprendere al meglio possibile quali siano i punti su cui l'autore concentra maggiormente le proprie attenzioni ed i propri sforzi narrativi. Rimangono sette lezioni attraverso cui potrebbe essere davvero opportuno passare, qualora si voglia effettuare un viaggio nei meandri di quanto l'umanità intera ha da sempre guardato dal profondo basso. Dal profondo basso di un piccolissimo pianeta, tanto sperduto quanto unico da preservare e conservare con ogni sforzo possibile. In linea teorica, quantomeno.
Tante credenze ed opinioni sono state affidate e riposte nei confronti di ciò che è infinitamente grande: a Stelle sono state fatte corrispondere divinità, a pianeti sono stati dati altrettanti nomi di dei.
Le attività di osservazione e scoperta dell'infinitamente grande hanno quindi costituito un punto fondamentale per gli esseri umani, fino al punto in cui metodo sperimentale e telescopio hanno fatto la loro ascesa nelle modalità di vedere ed interpretare tutte quelle cose che possono essere etichettate come 'scienza'. Da quel momento sono stati moltissimi i passi in avanti compiuti dalla quotidiana indagine dei meccanismi che governano la natura ed il moto di corpi celesti ed extra-solari.
Nonostante questo incedere, tuttavia, rimane (e forse rimarrà per sempre?) un punto invalicabile oltre il quale la scienza non riesce a spingersi? A quale limite potrebbe essere fatta tendere questa soglia? A domande simili vi sono (e vi saranno) risposte pressoché infinite, proprio perché va inseguendosi e coronandosi dietro (e dentro) ognuna di queste la celeberrima massima che fu attribuita allo scienziato Albert Einstein:
"[...] Una cosa ho imparato nella mia lunga vita: che tutta la nostra scienza è primitiva e infantile eppure è la cosa più preziosa che abbiamo. [...]"
Il percorso scientifico deve quindi intersecarsi con la necessità di fare luce sui fenomeni che sovrastano quanto è infinitamente grande. Ogni tentativo di strutturare e proporre una disciplina scientifica in un contesto ancora da scoprire e/o svelare va di pari passo con una lunghissima serie di possibilità ed obiettivi da qualificare: errori, sbagli, compromessi, tentativi e ripetizioni, possibilità di effettuare scoperte, raggiungimento di risultati a seguito di grandissimi ed interminabili sforzi.
Fare scienza equivale quindi a costruire storia, ad esaminare le vite e le teorie di individui che hanno speso una parte consistente della loro vita nella ricerca di quanto non era ancora conosciuto.
Nonostante qualsivoglia tentativo di scoperta possa essere primitivo ed infantile nel suo dispiegarsi, resta comunque classificabile come estremamente prezioso e fondamentale da non perdere.
Quanto è stato percorso dalla scienza nell'analisi dell'infinitamente grande? Quali teorie si sono susseguite, si susseguono e si susseguiranno nell'interpretazione di fenomeni altrimenti condannati a restare irrisolvibili? A queste e molte altre domande cerca di rispondere l'opera "La Teoria del Tutto - Origine e destino dell'Universo", scritta dallo studioso Stephen Hawking.
Lo scopo del testo appare chiaro sin dalla copertina, proponendo una serie di domande e spunti che non lasciano spazio a possibili interpretazioni:
"[...] Come ha avuto origine il cosmo? Qual è il destino che ci attende?
Fino agli anni Venti del secolo scorso queste domande erano competenza della religione e della filosofia, mentre oggi è possibile affrontarle da un punto di vista scientifico. Hawking ci guida in un viaggio che - a partire dalla cosmologia di Aristotele attraverso le teorie di Copernico, di Newton e di Einstein - giunge fino alle ultime frontiere della fisica contemporanea per spiegarci i grandi misteri dell'Universo: dal big bang alla formazione delle galassie, dalla morte delle stelle ai buchi neri, dai limiti della teoria della relatività generale alla proposta della condizione di assenza dei confini. [...]"
Si tratta quindi di effettuare un riassunto avente durata tanto epocale quanto largamente sconosciuta, nel tentativo di delimitare e circoscrivere quali siano stati i tentativi compiuti per fare luce su una grande quantità di fenomeni esistenti. I 'campi' attraverso cui procedere per effettuare un'indagine adeguata ed adeguatamente divulgativa sono molteplici: scienza, storia, esperimenti e protagonisti degli stessi, modelli fisico-matematici impiegati per pervenire a scoperte importanti, errori e tentativi cumulatisi in centinaia di anni. Tutto questo è sintetizzabile come progresso, tutto questo fa parte di quel "Tutto" definito dall'autore come in grado di essere sintetizzato da una teoria particolare.
Serve un modello che cerchi di mettere ogni cosa insieme, collegando punti conosciuti e sconosciuti con un'unica linea continua e non interrotta. Il processo per arrivare a questo traguardo sembra essere uno solo ed unico: indagare. Effettuare studi ed approfondimenti con la miglior lente possibile: quella della ricerca. Su questo sfondo si innestano le sette 'lezioni' schematizzate e divulgate dallo stesso autore, il quale non ha fortunatamente bisogno di presentazione alcuna riguardo alle proprie teorie ed al proprio operato in campo scientifico:
"[...] Nella prima lezione prenderò brevemente in esame le concezioni dell'Universo che sono state sostenute in passato per poi vedere come siamo giunti alla nostra immagine attuale; [...].
Nella seconda lezione spiegherò come sia la teoria della gravità di Newton sia quella di Einstein ci portano a concludere che l'Universo non può essere una realtà immobile [...].
Nella terza lezione parlerò dei buchi neri, che si formano quando una stella [...] collassa su se stessa, sotto la propria forza di attrazione gravitazionale. [...] Nella quarta lezione descriverò come, in base alla meccanica quantistica, è possibile che un buco nero emetta radiazioni energetiche. [...]
Nella quinta lezione applicherò i principi della meccanica quantistica al big bang e alle origini dell'Universo. Giungendo così all'idea secondo la quale lo spazio ed il tempo [...] possono essere privi di un confine, di un margine esterno che li delimiti [...].
Nella sesta lezione mostrerò come questa nuova proposta di interpretazione dei limiti dello spazio-tempo sia in grado di spiegare perché il passato - nonostante la simmetria che contraddistingue le leggi della fisica - sia così palesemente diverso dal futuro. [...] nella settima lezione [...] presenterò i nostri sforzi di trovare una teoria unificata che includa, in un'unica spiegazione coerente, la meccanica quantistica, la forza di gravità e le altre interazioni di cui parla la fisica. [...]"
(Fonte: Introduzione - "La teoria del tutto", S.Hawking, Bur Rizzoli)
Alla fine dei percorsi descritti, con l'incedere ed il sovrapporsi di anime e di storie che hanno cercato di donare un frammento della loro vita per la comprensione di fenomeni sconosciuti, ritorna sempre a prevalere quello spirito di umano sentimento che dovrebbe muoversi a vele spiegate fra i molti campi nei quali la scienza può dilungarsi e divulgarsi. L'obiettivo primario qui riconducibile e desumibile può impropriamente 'filtrare' rispolverando una massima attribuita al sempre citato Albert Einstein:
"[...] La preoccupazione dell'uomo e del suo destino devono sempre costituire l'interesse principale di tutti gli sforzi tecnici. Non dimenticatelo mai in mezzo a tutti i vostri diagrammi ed alle vostre equazioni. [...]"
Di pari passo, quindi, per cercare di comprendere quanto siano complicate ed intrecciate le vicende del nostro Universo non bisogna mai disperdere il legame esistente fra due qualità solo apparentemente lontane fra loro: tecnica ed umanità, non a caso e non per caso.
In parallelo allo spirito divulgativo per allargare gli argini della conoscenza collettiva, "La Teoria del Tutto" rimane comunque un'opera nella quale a volte è necessario possedere buone conoscenze fisico-matematiche e sufficienti capacità di astrazione ed immaginazione per comprendere al meglio possibile quali siano i punti su cui l'autore concentra maggiormente le proprie attenzioni ed i propri sforzi narrativi. Rimangono sette lezioni attraverso cui potrebbe essere davvero opportuno passare, qualora si voglia effettuare un viaggio nei meandri di quanto l'umanità intera ha da sempre guardato dal profondo basso. Dal profondo basso di un piccolissimo pianeta, tanto sperduto quanto unico da preservare e conservare con ogni sforzo possibile. In linea teorica, quantomeno.
lunedì 5 ottobre 2015
FRA STUDIO, VITA E CONSAPEVOLEZZE: CERCANDO UNA SILENZIOSA RIBELLIONE
"[...] Chi studia è sempre un ribelle. Uno che si mette da un'altra parte rispetto al mondo e, a suo modo, ne contrasta la corsa. Chi studia si ferma e sta: così, si rende eversivo e contrario.
Forse, dietro, c'è sempre una scontentezza: di sè, o del mondo.
Ma non è mai una fuga.
È solo una ribellione silenziosa e, oggi più che mai, invisibile. [...]"
(P.Mastrocola, "La passione ribelle", cit.)
sabato 3 ottobre 2015
FRA MALINCONIA E PENSIERO...
"[...] Non c'è nulla che avvicini le persone più in fretta di una triste e malinconica comprensione. [...]" (Milan Kundera, Lo scherzo, 1967)
"[...] Un desiderio di desideri: la malinconia. [...]"
(Lev Tolstoj, Anna Karenina, 1887)
"[...] La malinconia non è altro che un ricordo inconsapevole. [...]"
(Gustave Flaubert, Pensieri, 1915 - postumo)
"[...] La melanconia è la tristezza diventata leggera. [...]"
(Italo Calvino, La leggerezza - Lezioni americane, 1988 - postumo)
"[...] Non è mica la morte che importa, è la tristezza, è la malinconia.
Lo stupore. Le poche buone persone che piangono nella notte.
La poca buona gente. [...]"
(Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia, 1972)
"[...] La malinconia [...] sembra quasi la felicità/ sembra quasi l'anima che va / sogno che si mischia alla realtà/ puoi scambiarla per tristezza ma/ è solo l'anima che sa/ che anche il dolore passerà./ E si ferma un attimo a consolare il pianto / di un amore ferito che non vuole morire mai. [...]"
(Luca Carboni, Malinconia)
"Melancholy", Edvard Munch - 1894
venerdì 2 ottobre 2015
FRA VITA E (VALORE DELLA) SCONFITTA, CERCANDO DIVERSE PROSPETTIVE
"[...] Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta.
Alla sua gestione. All'umanità che ne scaturisce.
A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.
A non divenire uno sgominatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare.
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.
E’ un esercizio che mi riesce bene.
E mi riconcilia con il mio sacro poco.
'Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati.
Grave colpa da parte mia, lo so!
E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.' [...]"
Pier Paolo Pasolini, "Dialoghi con Pasolini" - settimanale Vie Nuove, n° 42 - ottobre 1961
"L'albero della vita", Gustav Klimt
giovedì 1 ottobre 2015
"LA POLITICA NON SERVE A NIENTE": LUOGO COMUNE, ERRORE DI VALUTAZIONE O FONDATA VERITA'?
A cosa dovrebbe servire la politica in un tempo di grandi problematiche aventi cause sia sociali che economiche? Il primario ruolo di prendere decisioni per la tutela della res publica può essere (già stato?) messo in crisi e/o anche profondamente compromesso da situazioni di stasi volte ad incrinare pericolosamente gli 'equilibri' maturati e/o maturabili?
Le questioni che l'attuale crisi socio-economica ha creato, aggravato o strutturato dovrebbero proporre una qualche revisione nei confronti dei modelli pre-esistenti; servirebbero forse progetti di lunga durata, capaci di guardare davvero con consapevoli sguardi alle complessità esistenti.
Di fronte ad un crescendo di problematiche senza apparenti possibilità di soluzioni tanto totali quanto radicali, è molto facile trovarsi dinanzi ad una larg(hissim)a serie di questioni irrisolte (e/o irrisolvibili?). Il punto maggiormente critico dovrebbe trattare la necessità di qualificare in maniera il più positiva possibile le sfide che si hanno davanti, a maggior ragione se in un periodo storicamente impegnativo come quello attuale. Quale può essere in questo contesto il peso attribuibile alla politica?
A questa domanda cerca di rispondere il libro "La politica non serve a niente - Perché non sarà il palazzo a salvarci", scritto da Stefano Feltri e pubblicato da Rizzoli Editore.
La questione fondamentale riguarda la modalità di districarsi nella serie di labirinti moderni causati dall'attuale crisi socio-economica:
"[...] La crisi economica, le ondate di profughi, il futuro dell'Europa: i Governi non sembrano in grado di affrontare le sfide più urgenti. Troppo lenti per un mondo che cambia troppo in fretta. Forse dobbiamo fare a meno della politica. Non è detto che sia una cattiva notizia. [...]"
La necessità di vincere certe battaglie politiche passa direttamente attraverso la credibilità del meccanismo di governo della cosa pubblica, mediante una precisa serie di livelli istituzionali di differente estrazione: mondiali, continentali, nazionali, regionali e locali.
Qualsiasi meccanismo di controllo e di governo può riscontrare cali di credibilità ed autorevolezza dinanzi allo scoppiare di alcune questioni che possono assumere contorni assai problematici a vari livelli di percezione. Il punto più difficile da inquadrare converge proprio verso questa serie di specifiche questioni, a detta dell'autore del libro in questione:
"[...] E' la prima volta che i cambiamenti della società sfuggono completamente al controllo della politica. L'innovazione si sviluppa lontano dai Parlamenti, i nuovi protagonisti sono troppo potenti e globali per essere affrontati da piccoli Stati. [...] Oggi gli utili si fanno conquistando miliardi di consumatori a cui migliorare la vita offrendo prodotti e servizi quasi gratis.
Ma non di solo profitto si tratta: mentre i Governi tagliano su welfare e investimenti, i nuovi modelli di business hanno reso conveniente per i privati cercare di risolvere alcuni grandi problemi del mondo. Allora la politica è diventata inutile? Forse sì, almeno nella forma in cui l'abbiamo conosciuta finora. E non è detto che sia una cattiva notizia.
Se le scelte collettive, quelle dei Governi, sono sempre meno rilevanti, cresce il peso delle scelte individuali. In questi anni difficili abbiamo quindi due possibilità: continuare a lamentarci dei politici che non ci aiutano, aspettando che le cose cambino e arrivi la 'ripresa'. Oppure prendere atto delle enormi opportunità che la fine della politica tradizionale sta aprendo e provare a sfruttarle, prendendo in mano il nostro destino. [...]"
Il cuneo di decisione e competenza della politica nazionale potrebbe quindi risultare minato e compromesso dall'immensa mole di problematiche esistenti, alla luce del fatto che le potenzialità di manovra diminuiscono drasticamente con l'avanzare e con l'accrescersi di alcune delle questioni socio-economiche che rendono ardue le modalità di uscita dalla crisi stessa.
La consapevolezza di questa situazione rischia di creare un cortocircuito, tanto complicato quanto radicato da estirpare con coscienza e piena consapevolezza:
"[...] Dalla caduta del muro di Berlino a oggi mai si era avvertito tanto un bisogno di politica, di leadership [...]. Di idee, di visioni, di scelte, di qualcuno che si prenda la responsabilità di decidere. Invece ci troviamo di fronte sempre più spesso al vuoto. Di contenuti, di decisioni, di potere.
Gli slogan della politica nazionale si accumulano nei titoli dei giornali, fanno discutere in qualche talk show e poi svaniscono, privi di conseguenze. [...] La frustrazione deriva dal fatto di essere costretti a occuparsi di una politica che sembra impotente. [...]"
E' proprio l'impotenza della politica a causare le maggiori insoddisfazioni, a rimettere in discussione la sua stessa validità nell'elaborazione di proposte tanto corrette quanto coerenti per le sfere sociali che si vorrebbero rappresentare e/o tutelare. Per fare questo ciò che è politica deve combattere con una lunga serie di 'nemici', alcuni dei quali creati in via quasi privilegiata da lei stessa:
"[...] I Governi devono essere efficienti e fulminei, e per rispettare le loro promesse sono applauditi quando travolgono le resistenze dei 'burocrati', ma se lo fanno davvero finiscono per essere attaccati: Parlamento scavalcato, umiliazione di professionalità consolidate [...], mancanza di dialogo con le Parti sociali [...], provvedimenti giudicati incostituzionali. [...]"
La possibilità di cercarsi un'uscita possibile da questa crisi potrebbe rendere piena consapevolezza al primario ruolo che la politica stessa potrebbe ancora rivestire nella risoluzione delle difficoltà. Condizionale d'obbligo, per una lunghissima serie di motivazioni e ragioni. Il rapporto fra percezione dei problemi e reale dimensione degli stessi costituisce un altro conflitto radicato sul quale alla base possono generarsi altrettante percezioni:
"[...] Di questa crisi del potere tradizionale, però, c'è una consapevolezza parziale: vediamo tutti i giorni che le decisioni dei nostri Governi non sono più in grado di incidere sulle scelte di fondo della nostra vita, eppure è sempre a loro che continuiamo a rivolgerci in cerca di aiuto. [...]"
A fronte di questa polivalenza di domanda ed offerta, pertanto, la possibilità di fornire una proposta politica all'altezza delle aspettative rischia di incrinarsi enormemente. Tanti sono, infatti, i punti che rischiano di restare irrisolti nel dibattito contemporaneo: complessità della società, radicalità dei danni economico-finanziari prodotti e/o producibili, estremizzazione e compenetrazione di alcune tematiche solo apparentemente distanti le une con le altre, [...]. (Quasi) Tutto si tiene e si intreccia, dunque? Si può davvero parlare di crisi socio-politica dalla quale è molto difficoltoso uscire? Dinanzi a queste domande, rischia di allargarsi il cuneo di mancata credibilità della politica stessa:
"[...] se nella religione una certa distanza tra aspettative e risultati ottenuti è data per accettabile, in politica non è così. E si sta allargando il gap delle aspettative: noi elettori chiediamo sempre di più ai nostri politici che, in cerca di consenso, si sentono incentivati a promettere risultati mirabolanti, riforme radicali, prosperità per tutti. Lo hanno sempre fatto, è ovvio, ma ora il divario tra quanto offrono e quanto possono mantenere si sta ampliando. [...]"
Quali margini di differenza (r)esistono fra proposte politiche di destra, sinistra e/o centro? Sono davvero così radicali le peculiarità che separano gli schieramenti politici, nella sempre più disastrata e disperata ricerca del consenso di cui sopra? La sola possibilità di amministrare una res publica tanto complessa ed intricata passa attraverso la necessità di governare e/o ammaestrare le diversità emerse in questo percorso? Con quali competenze e tratti distintivi vanno governate le precedentemente citate difficoltà? Si deve procedere con semplificazioni ulteriori o con progressive educazioni alle complessità crescenti? Il fenomeno del populismo deve essere così radicale da estirpare o può in qualche modo essere 'sfruttato' per divulgare la dimensione trasversale assunta da alcune tematiche di fondo? A queste domande sarebbe possibile trovare altrettanto numerose risposte, in richiamo alla necessità di fare luce sui bisogni di popoli a tutt'ora sferzati da una crisi che rischia di avere componenti non solo di matrice economica. A prescindere dai punti di vista, il bivio al quale ci si trova di fronte sembra essere alquanto complesso da dirimere:
"[...] E' la prima volta che i grandi cambiamenti della società sfuggono così completamente alle scelte della politica. Il processo decisionale è troppo lento per inseguire e indirizzare i cambiamenti dell'innovazione, lo spazio in cui si crea il valore aggiunto troppo impalpabile, i protagonisti del cambiamento troppo potenti e globali per essere affrontati da piccoli Stati nazione.
Ma il fatto che la politica sia diventata inutile [...] non è detto che sia una cattiva notizia. [...]"
Esiste una riscoperta dei margini di credibilità, dignità e potenzialità di costruzione di rinnovati significati e campi d'azione su cui (ri)costruire una proposta politica capace di assolvere in maniera reale e tangibile alla serie di obiettivi primari che la politica dovrebbe proporsi di risolvere?
La risposta a questa domanda passa attraverso la necessità di analizzare con occhio e consapevolezza critica alcune fra le tematiche maggiormente intricate esistenti.
Alcune fra le parole chiave che dovrebbero (forse) richiamare alle opportunità da coltivare per ristabilire rinnovate serie di possibilità e di Governo sono estesamente definibili, anche se in termini tanto sintetici quanto generici: conoscenza dello Stato 'minimo', sintomi ed (in)evitabili segni di declino, forme di populismo forse inevitabile, appiattimento delle differenze esistenti fra proposte politiche (solo teoricamente?) diametralmente opposte le une dalle altre, modalità di descrizione e definizione di crescita economica da attivare ed incentivare, prospettive e scenari delusi di sviluppo economico, tentativi di crescita e (r)esistenza da parte di lobby e (banalizzati) 'poteri forti', potenzialità di sviluppo affidate all'istruzione contrapposte ad opportunità di crescita riposte nello sviluppo tecnologico, dimensione e prospettive affidate al virtuale ed al suo rapporto con tutto ciò che è reale. Le questioni sono tante quanto molto complesse ed intricate l'una con l'altra.
Leggerne per (cercare di) aumentare indubbiamente i margini di spirito critico ed opportunità con le quali guardare al declino (forse evitabile?) della politica stessa.
Le questioni che l'attuale crisi socio-economica ha creato, aggravato o strutturato dovrebbero proporre una qualche revisione nei confronti dei modelli pre-esistenti; servirebbero forse progetti di lunga durata, capaci di guardare davvero con consapevoli sguardi alle complessità esistenti.
Di fronte ad un crescendo di problematiche senza apparenti possibilità di soluzioni tanto totali quanto radicali, è molto facile trovarsi dinanzi ad una larg(hissim)a serie di questioni irrisolte (e/o irrisolvibili?). Il punto maggiormente critico dovrebbe trattare la necessità di qualificare in maniera il più positiva possibile le sfide che si hanno davanti, a maggior ragione se in un periodo storicamente impegnativo come quello attuale. Quale può essere in questo contesto il peso attribuibile alla politica?
A questa domanda cerca di rispondere il libro "La politica non serve a niente - Perché non sarà il palazzo a salvarci", scritto da Stefano Feltri e pubblicato da Rizzoli Editore.
La questione fondamentale riguarda la modalità di districarsi nella serie di labirinti moderni causati dall'attuale crisi socio-economica:
"[...] La crisi economica, le ondate di profughi, il futuro dell'Europa: i Governi non sembrano in grado di affrontare le sfide più urgenti. Troppo lenti per un mondo che cambia troppo in fretta. Forse dobbiamo fare a meno della politica. Non è detto che sia una cattiva notizia. [...]"
La necessità di vincere certe battaglie politiche passa direttamente attraverso la credibilità del meccanismo di governo della cosa pubblica, mediante una precisa serie di livelli istituzionali di differente estrazione: mondiali, continentali, nazionali, regionali e locali.
Qualsiasi meccanismo di controllo e di governo può riscontrare cali di credibilità ed autorevolezza dinanzi allo scoppiare di alcune questioni che possono assumere contorni assai problematici a vari livelli di percezione. Il punto più difficile da inquadrare converge proprio verso questa serie di specifiche questioni, a detta dell'autore del libro in questione:
"[...] E' la prima volta che i cambiamenti della società sfuggono completamente al controllo della politica. L'innovazione si sviluppa lontano dai Parlamenti, i nuovi protagonisti sono troppo potenti e globali per essere affrontati da piccoli Stati. [...] Oggi gli utili si fanno conquistando miliardi di consumatori a cui migliorare la vita offrendo prodotti e servizi quasi gratis.
Ma non di solo profitto si tratta: mentre i Governi tagliano su welfare e investimenti, i nuovi modelli di business hanno reso conveniente per i privati cercare di risolvere alcuni grandi problemi del mondo. Allora la politica è diventata inutile? Forse sì, almeno nella forma in cui l'abbiamo conosciuta finora. E non è detto che sia una cattiva notizia.
Se le scelte collettive, quelle dei Governi, sono sempre meno rilevanti, cresce il peso delle scelte individuali. In questi anni difficili abbiamo quindi due possibilità: continuare a lamentarci dei politici che non ci aiutano, aspettando che le cose cambino e arrivi la 'ripresa'. Oppure prendere atto delle enormi opportunità che la fine della politica tradizionale sta aprendo e provare a sfruttarle, prendendo in mano il nostro destino. [...]"
Il cuneo di decisione e competenza della politica nazionale potrebbe quindi risultare minato e compromesso dall'immensa mole di problematiche esistenti, alla luce del fatto che le potenzialità di manovra diminuiscono drasticamente con l'avanzare e con l'accrescersi di alcune delle questioni socio-economiche che rendono ardue le modalità di uscita dalla crisi stessa.
La consapevolezza di questa situazione rischia di creare un cortocircuito, tanto complicato quanto radicato da estirpare con coscienza e piena consapevolezza:
"[...] Dalla caduta del muro di Berlino a oggi mai si era avvertito tanto un bisogno di politica, di leadership [...]. Di idee, di visioni, di scelte, di qualcuno che si prenda la responsabilità di decidere. Invece ci troviamo di fronte sempre più spesso al vuoto. Di contenuti, di decisioni, di potere.
Gli slogan della politica nazionale si accumulano nei titoli dei giornali, fanno discutere in qualche talk show e poi svaniscono, privi di conseguenze. [...] La frustrazione deriva dal fatto di essere costretti a occuparsi di una politica che sembra impotente. [...]"
E' proprio l'impotenza della politica a causare le maggiori insoddisfazioni, a rimettere in discussione la sua stessa validità nell'elaborazione di proposte tanto corrette quanto coerenti per le sfere sociali che si vorrebbero rappresentare e/o tutelare. Per fare questo ciò che è politica deve combattere con una lunga serie di 'nemici', alcuni dei quali creati in via quasi privilegiata da lei stessa:
"[...] I Governi devono essere efficienti e fulminei, e per rispettare le loro promesse sono applauditi quando travolgono le resistenze dei 'burocrati', ma se lo fanno davvero finiscono per essere attaccati: Parlamento scavalcato, umiliazione di professionalità consolidate [...], mancanza di dialogo con le Parti sociali [...], provvedimenti giudicati incostituzionali. [...]"
La possibilità di cercarsi un'uscita possibile da questa crisi potrebbe rendere piena consapevolezza al primario ruolo che la politica stessa potrebbe ancora rivestire nella risoluzione delle difficoltà. Condizionale d'obbligo, per una lunghissima serie di motivazioni e ragioni. Il rapporto fra percezione dei problemi e reale dimensione degli stessi costituisce un altro conflitto radicato sul quale alla base possono generarsi altrettante percezioni:
"[...] Di questa crisi del potere tradizionale, però, c'è una consapevolezza parziale: vediamo tutti i giorni che le decisioni dei nostri Governi non sono più in grado di incidere sulle scelte di fondo della nostra vita, eppure è sempre a loro che continuiamo a rivolgerci in cerca di aiuto. [...]"
A fronte di questa polivalenza di domanda ed offerta, pertanto, la possibilità di fornire una proposta politica all'altezza delle aspettative rischia di incrinarsi enormemente. Tanti sono, infatti, i punti che rischiano di restare irrisolti nel dibattito contemporaneo: complessità della società, radicalità dei danni economico-finanziari prodotti e/o producibili, estremizzazione e compenetrazione di alcune tematiche solo apparentemente distanti le une con le altre, [...]. (Quasi) Tutto si tiene e si intreccia, dunque? Si può davvero parlare di crisi socio-politica dalla quale è molto difficoltoso uscire? Dinanzi a queste domande, rischia di allargarsi il cuneo di mancata credibilità della politica stessa:
"[...] se nella religione una certa distanza tra aspettative e risultati ottenuti è data per accettabile, in politica non è così. E si sta allargando il gap delle aspettative: noi elettori chiediamo sempre di più ai nostri politici che, in cerca di consenso, si sentono incentivati a promettere risultati mirabolanti, riforme radicali, prosperità per tutti. Lo hanno sempre fatto, è ovvio, ma ora il divario tra quanto offrono e quanto possono mantenere si sta ampliando. [...]"
Quali margini di differenza (r)esistono fra proposte politiche di destra, sinistra e/o centro? Sono davvero così radicali le peculiarità che separano gli schieramenti politici, nella sempre più disastrata e disperata ricerca del consenso di cui sopra? La sola possibilità di amministrare una res publica tanto complessa ed intricata passa attraverso la necessità di governare e/o ammaestrare le diversità emerse in questo percorso? Con quali competenze e tratti distintivi vanno governate le precedentemente citate difficoltà? Si deve procedere con semplificazioni ulteriori o con progressive educazioni alle complessità crescenti? Il fenomeno del populismo deve essere così radicale da estirpare o può in qualche modo essere 'sfruttato' per divulgare la dimensione trasversale assunta da alcune tematiche di fondo? A queste domande sarebbe possibile trovare altrettanto numerose risposte, in richiamo alla necessità di fare luce sui bisogni di popoli a tutt'ora sferzati da una crisi che rischia di avere componenti non solo di matrice economica. A prescindere dai punti di vista, il bivio al quale ci si trova di fronte sembra essere alquanto complesso da dirimere:
"[...] E' la prima volta che i grandi cambiamenti della società sfuggono così completamente alle scelte della politica. Il processo decisionale è troppo lento per inseguire e indirizzare i cambiamenti dell'innovazione, lo spazio in cui si crea il valore aggiunto troppo impalpabile, i protagonisti del cambiamento troppo potenti e globali per essere affrontati da piccoli Stati nazione.
Ma il fatto che la politica sia diventata inutile [...] non è detto che sia una cattiva notizia. [...]"
Esiste una riscoperta dei margini di credibilità, dignità e potenzialità di costruzione di rinnovati significati e campi d'azione su cui (ri)costruire una proposta politica capace di assolvere in maniera reale e tangibile alla serie di obiettivi primari che la politica dovrebbe proporsi di risolvere?
La risposta a questa domanda passa attraverso la necessità di analizzare con occhio e consapevolezza critica alcune fra le tematiche maggiormente intricate esistenti.
Alcune fra le parole chiave che dovrebbero (forse) richiamare alle opportunità da coltivare per ristabilire rinnovate serie di possibilità e di Governo sono estesamente definibili, anche se in termini tanto sintetici quanto generici: conoscenza dello Stato 'minimo', sintomi ed (in)evitabili segni di declino, forme di populismo forse inevitabile, appiattimento delle differenze esistenti fra proposte politiche (solo teoricamente?) diametralmente opposte le une dalle altre, modalità di descrizione e definizione di crescita economica da attivare ed incentivare, prospettive e scenari delusi di sviluppo economico, tentativi di crescita e (r)esistenza da parte di lobby e (banalizzati) 'poteri forti', potenzialità di sviluppo affidate all'istruzione contrapposte ad opportunità di crescita riposte nello sviluppo tecnologico, dimensione e prospettive affidate al virtuale ed al suo rapporto con tutto ciò che è reale. Le questioni sono tante quanto molto complesse ed intricate l'una con l'altra.
Leggerne per (cercare di) aumentare indubbiamente i margini di spirito critico ed opportunità con le quali guardare al declino (forse evitabile?) della politica stessa.
martedì 29 settembre 2015
FRA COSE DETTE, IGNORATE E SUBITE...SENTENDO TANTO PESO
"[...] Le cose che abbiamo ignorato/
che non abbiamo detto e abbiamo ignorato. [...]"
sabato 26 settembre 2015
FRA QUESTIONE ENERGETICA ED APPELLI, CON UN'OCCHIATA A QUALCHE QUESITO DA POTER SOTTOSCRIVERE...
L'energia e le modalità per ricavarla rendendola utile ed impiegabile per l'essere umano sono due punti che, forse e non a torto, rappresentano una delle sfide più grandi che l'umanità intera dovrebbe cogliere per cercare di vincerle. Cosa possa rappresentare la questione energetica per l'essere umano potrebbe essere forse cosa chiara a tutti, osservando la circostante natura dei fatti.
Fra clima, consumi elettrici e termici, attività produttive e necessità di risparmio, di anno in anno, tutto appare sempre più legato a molteplice filo con quanto è definibile come energia.
Senza apporto energetico molt(issim)e delle cose che conosciamo sarebbero senza vita, spente od inutilizzabili. Alla luce di queste generalizzazioni, senza bisogno di scendere in dettagli particolari che potrebbero forse distogliere dalla questione principale, si potrebbe forse considerare la questione energetica come potenziale sorgente per circoscrivere nuovi obiettivi di sviluppo.
Facendo ciò si potrebbe finire per favorire una rinnovata idea di economia, meno imperniata su squilibri di vecchia data ed assai meno radicata su situazioni che denotano una fortissima precarietà di pensiero nuovo. Pensiero mancante, proprio perché servirebbe (cercare di) vedere certi fenomeni sotto una luce nuova al fine di poterli meglio risollevare in un quadro di molteplici forme: globale, mondiale, continentale, statale, regionale e locale che scriver si voglia.
Quale voce può avere la competenza tecnica orientata al compiere certe scelte rispetto ad una politica che troppo spesso si è dimostrata radicata su paradigmi diametralmente opposti a quelli che dovrebbero essere funzionali per realizzare quella differente visione di cui sopra?
A questa domanda cerca di rispondere un tentativo di dialogo ed approfondimento, strutturato da alcuni docenti ed esperti in materia energetica delle maggiori Università Italiane fra le quali spicca quella di Bologna. Il quadro richiamato dall'appello, descritto sotto il titolo di "Energia per l'Italia", risulta esteso a tutte le autorità istituzionali che è possibile coinvolgere per far presente l'importanza di una serie di questioni radicali. Citando dal documento in esame, risulterà possibile scrivere quanto riportato nel seguito:
"[...] vorremo chiarire che non siamo portavoce di nessun partito: non siamo politici, ma scienziati. Crediamo che le decisioni debbano essere prese dalle Istituzioni, cioè dai governi nazionali e locali. Riteniamo [...] che chi è a capo delle Istituzioni, prima di prendere decisioni riguardo problemi complessi come quello dell’energia e del clima, abbia il dovere di ascoltare il parere di docenti e ricercatori che, per la quotidiana consultazione della letteratura scientifica e per le intense relazioni con colleghi di tutto il mondo, possono dare utili suggerimenti per uscire dalla crisi energetico-climatica [...]"
L'urgenza di promuovere una battaglia tanto sensata quanto impellente nei confronti di una situazione simile presuppone la necessità di analizzare con occhio tanto competente quanto imparziale l'attuale orientamento energetico dello stato italiano. Facendo questo passo in avanti da un punto di vista caratteristico di dati e contesti specifici, è possibile scrivere che:
"[...] Consumiamo quantità enormi di combustibili fossili [...] immettendo nell'atmosfera, oltre alle sostanze inquinanti che causano numerose malattie, 36 miliardi di tonnellate l’anno di anidride carbonica, gas serra che ha raggiunto la concentrazione di 400 parti per milione. Ne deriva il progressivo riscaldamento del pianeta che sta già causando conseguenze catastrofiche. Non è certo questo il modo di custodire la Terra, la nostra casa comune. [...] Il Fondo Monetario Internazionale [...] ha recentemente pubblicato un importante rapporto sulle politiche energetiche nel quale afferma che i prezzi dell’energia e dei suoi derivati devono essere collegati ai costi reali comprendenti gli effetti sull'ambiente, sul clima e sulla salute [...] e chiede ai governi di adottare politiche fiscali conseguenti, al fine di facilitare la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. [...] le agenzie di rating [...] mettono in guardia contro i rischi finanziari legati ai cambiamenti climatici e affermano che limitare le emissioni è conveniente anche dal punto di vista dei profitti industriali. D’altra parte le energie rinnovabili [...] non sono più una fonte marginale di energia, come molti vorrebbero far credere: oggi producono il 22% dell’energia elettrica su scala mondiale e il 40% in Italia [...]. Poiché i combustibili fossili sono una risorsa in via di progressivo esaurimento, la transizione alle energie rinnovabili sta già avvenendo in tutti i Paesi del mondo. [...]"
Il consumo di combustibili fossili potrebbe quindi essere rapportato all'inevitabile crescita del comparto rinnovabile su scala globale. L'attingere a caratteristiche specifiche e a report definiti da autorità competenti su varie materie può rendere l'idea di quanto vari campi siano in realtà intimamente connessi l'uno con l'altro: ambiente, energia, economia, società, sostenibilità solo per citarne alcuni. Per quanto riguarda invece il comparto legato alla singola Italia, risulta imprescindibile partire dai cardini numerico-tecnici imposti dalla Strategia Energetica Nazionale (SEN):
"[...] dovrebbe essere chiaro che le istituzioni, a qualsiasi livello, hanno il dovere, oltre che l’interesse, di favorire la transizione dall'uso dei combustibili fossili a quello delle energie rinnovabili. Purtroppo la strategia energetica del Governo non va in questa direzione; non guarda avanti, ma è prigioniera di interessi economici consolidati che ipotecano il futuro energetico e ambientale del nostro Paese. Il Governo [...] ha deciso, col decreto Sblocca Italia e altri decreti più recenti, di facilitare e addirittura incoraggiare le attività di estrazione delle residue, marginali riserve di petrolio e gas in vaste zone del territorio e del mare.
In particolare l’estensione delle trivellazioni interesserà aree densamente popolate come la nostra regione, zone dove sono presenti città di inestimabile importanza storica, culturale ed artistica come Venezia e Ravenna, tutta la costa del mare Adriatico dal Veneto al Gargano, le regioni del centro-sud e gran parte della Sicilia. Attribuendo un carattere strategico alle concessioni di ricerca e sfruttamento di idrocarburi, il Governo ha semplificato gli iter autorizzativi, tolto potere alle regioni e prolungato i tempi delle concessioni con proroghe che potrebbero arrivare fino a 50 anni. [...] il Governo non prende in considerazione la necessità di creare una cultura del risparmio energetico e più in generale della sostenibilità ecologica e complica sempre più le procedure che già ostacolano lo sviluppo delle energie rinnovabili. Questo atteggiamento è tanto più incomprensibile in quanto a trarre vantaggio dalla transizione energetica saranno i paesi che importano grandi quantità di combustibili fossili, che hanno abbondanti energie rinnovabili e che possiedono un’industria
manifatturiera in grado di promuoverne lo sviluppo. Queste sono [...] le condizioni in cui si trova l’Italia dove, quindi, la transizione energetica dovrebbe essere favorita mediante un’opportuna strategia basata, oltre che sullo sviluppo delle energie rinnovabili, anche sull'aumento dell’efficienza energetica e sulla moderazione dei consumi. [...]"
Il quadro specifico da cui partire risulta, nell'appello in esame, concentrato sulla suggerita realizzazione di alcuni punti programmatici che dovrebbero mirare a perfezionare il più possibile l'unione esistente fra i vari livelli precedentemente citati e predisposti all'integrazione l'uno con l'altro. Richiamandosi al quadro specifico, sarà possibile riassumere quanto segue:
Fra clima, consumi elettrici e termici, attività produttive e necessità di risparmio, di anno in anno, tutto appare sempre più legato a molteplice filo con quanto è definibile come energia.
Senza apporto energetico molt(issim)e delle cose che conosciamo sarebbero senza vita, spente od inutilizzabili. Alla luce di queste generalizzazioni, senza bisogno di scendere in dettagli particolari che potrebbero forse distogliere dalla questione principale, si potrebbe forse considerare la questione energetica come potenziale sorgente per circoscrivere nuovi obiettivi di sviluppo.
Facendo ciò si potrebbe finire per favorire una rinnovata idea di economia, meno imperniata su squilibri di vecchia data ed assai meno radicata su situazioni che denotano una fortissima precarietà di pensiero nuovo. Pensiero mancante, proprio perché servirebbe (cercare di) vedere certi fenomeni sotto una luce nuova al fine di poterli meglio risollevare in un quadro di molteplici forme: globale, mondiale, continentale, statale, regionale e locale che scriver si voglia.
Quale voce può avere la competenza tecnica orientata al compiere certe scelte rispetto ad una politica che troppo spesso si è dimostrata radicata su paradigmi diametralmente opposti a quelli che dovrebbero essere funzionali per realizzare quella differente visione di cui sopra?
A questa domanda cerca di rispondere un tentativo di dialogo ed approfondimento, strutturato da alcuni docenti ed esperti in materia energetica delle maggiori Università Italiane fra le quali spicca quella di Bologna. Il quadro richiamato dall'appello, descritto sotto il titolo di "Energia per l'Italia", risulta esteso a tutte le autorità istituzionali che è possibile coinvolgere per far presente l'importanza di una serie di questioni radicali. Citando dal documento in esame, risulterà possibile scrivere quanto riportato nel seguito:
"[...] vorremo chiarire che non siamo portavoce di nessun partito: non siamo politici, ma scienziati. Crediamo che le decisioni debbano essere prese dalle Istituzioni, cioè dai governi nazionali e locali. Riteniamo [...] che chi è a capo delle Istituzioni, prima di prendere decisioni riguardo problemi complessi come quello dell’energia e del clima, abbia il dovere di ascoltare il parere di docenti e ricercatori che, per la quotidiana consultazione della letteratura scientifica e per le intense relazioni con colleghi di tutto il mondo, possono dare utili suggerimenti per uscire dalla crisi energetico-climatica [...]"
L'urgenza di promuovere una battaglia tanto sensata quanto impellente nei confronti di una situazione simile presuppone la necessità di analizzare con occhio tanto competente quanto imparziale l'attuale orientamento energetico dello stato italiano. Facendo questo passo in avanti da un punto di vista caratteristico di dati e contesti specifici, è possibile scrivere che:
"[...] Consumiamo quantità enormi di combustibili fossili [...] immettendo nell'atmosfera, oltre alle sostanze inquinanti che causano numerose malattie, 36 miliardi di tonnellate l’anno di anidride carbonica, gas serra che ha raggiunto la concentrazione di 400 parti per milione. Ne deriva il progressivo riscaldamento del pianeta che sta già causando conseguenze catastrofiche. Non è certo questo il modo di custodire la Terra, la nostra casa comune. [...] Il Fondo Monetario Internazionale [...] ha recentemente pubblicato un importante rapporto sulle politiche energetiche nel quale afferma che i prezzi dell’energia e dei suoi derivati devono essere collegati ai costi reali comprendenti gli effetti sull'ambiente, sul clima e sulla salute [...] e chiede ai governi di adottare politiche fiscali conseguenti, al fine di facilitare la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. [...] le agenzie di rating [...] mettono in guardia contro i rischi finanziari legati ai cambiamenti climatici e affermano che limitare le emissioni è conveniente anche dal punto di vista dei profitti industriali. D’altra parte le energie rinnovabili [...] non sono più una fonte marginale di energia, come molti vorrebbero far credere: oggi producono il 22% dell’energia elettrica su scala mondiale e il 40% in Italia [...]. Poiché i combustibili fossili sono una risorsa in via di progressivo esaurimento, la transizione alle energie rinnovabili sta già avvenendo in tutti i Paesi del mondo. [...]"
Il consumo di combustibili fossili potrebbe quindi essere rapportato all'inevitabile crescita del comparto rinnovabile su scala globale. L'attingere a caratteristiche specifiche e a report definiti da autorità competenti su varie materie può rendere l'idea di quanto vari campi siano in realtà intimamente connessi l'uno con l'altro: ambiente, energia, economia, società, sostenibilità solo per citarne alcuni. Per quanto riguarda invece il comparto legato alla singola Italia, risulta imprescindibile partire dai cardini numerico-tecnici imposti dalla Strategia Energetica Nazionale (SEN):
"[...] dovrebbe essere chiaro che le istituzioni, a qualsiasi livello, hanno il dovere, oltre che l’interesse, di favorire la transizione dall'uso dei combustibili fossili a quello delle energie rinnovabili. Purtroppo la strategia energetica del Governo non va in questa direzione; non guarda avanti, ma è prigioniera di interessi economici consolidati che ipotecano il futuro energetico e ambientale del nostro Paese. Il Governo [...] ha deciso, col decreto Sblocca Italia e altri decreti più recenti, di facilitare e addirittura incoraggiare le attività di estrazione delle residue, marginali riserve di petrolio e gas in vaste zone del territorio e del mare.
In particolare l’estensione delle trivellazioni interesserà aree densamente popolate come la nostra regione, zone dove sono presenti città di inestimabile importanza storica, culturale ed artistica come Venezia e Ravenna, tutta la costa del mare Adriatico dal Veneto al Gargano, le regioni del centro-sud e gran parte della Sicilia. Attribuendo un carattere strategico alle concessioni di ricerca e sfruttamento di idrocarburi, il Governo ha semplificato gli iter autorizzativi, tolto potere alle regioni e prolungato i tempi delle concessioni con proroghe che potrebbero arrivare fino a 50 anni. [...] il Governo non prende in considerazione la necessità di creare una cultura del risparmio energetico e più in generale della sostenibilità ecologica e complica sempre più le procedure che già ostacolano lo sviluppo delle energie rinnovabili. Questo atteggiamento è tanto più incomprensibile in quanto a trarre vantaggio dalla transizione energetica saranno i paesi che importano grandi quantità di combustibili fossili, che hanno abbondanti energie rinnovabili e che possiedono un’industria
manifatturiera in grado di promuoverne lo sviluppo. Queste sono [...] le condizioni in cui si trova l’Italia dove, quindi, la transizione energetica dovrebbe essere favorita mediante un’opportuna strategia basata, oltre che sullo sviluppo delle energie rinnovabili, anche sull'aumento dell’efficienza energetica e sulla moderazione dei consumi. [...]"
Il quadro specifico da cui partire risulta, nell'appello in esame, concentrato sulla suggerita realizzazione di alcuni punti programmatici che dovrebbero mirare a perfezionare il più possibile l'unione esistente fra i vari livelli precedentemente citati e predisposti all'integrazione l'uno con l'altro. Richiamandosi al quadro specifico, sarà possibile riassumere quanto segue:
- Riduzione del consumo di energia, da perseguirsi mediante un aumento dell'efficienza energetica e mediante creazione di una cultura della sobrietà considerando la limitatezza ormai evidente delle risorse terrestri;
- Riduzione dell'uso di combustibili fossili, cercando quindi di limitare danni sia a clima che ad ambiente ed esseri umani;
- Promozione legata all'impiego di fonti energetiche "alternative", valutando anche la possibilità di colmare tramite nuove azioni disuguaglianze nel tentativo di strutturare un differente modello economico.
Leggere per documentarsi, farsi un'idea o contestualizzare nuove modalità di informazione e potenziale confutazione.
Per saperne di più:
"Appello - Energia per l'Italia", energiaperlitalia.it
"24 luglio 2015 - Incontro con l'Assessore Regionale Paola Gazzolo", Possibile.com
(http://www.possibile.com/wp-content/uploads/2015/06/Documento-Balzani_Regione-ER.pdf)
"Lettera al Governo - Energia per l'Italia"
(http://www.energiaperlitalia.it/lettera-al-governo/)
venerdì 25 settembre 2015
PROSEGUENDO NELL'AUTUNNO, NUOVE RIFLESSIONI...
"[...] In autunno, il rumore di una foglia che cade è assordante perché con lei precipita un anno. [...]"
(T.Guerra, att.)
"[...] Sì, è così. Come la natura volge verso l’autunno, così l’autunno si fa in me e intorno a me. Ingialliscono le mie foglie, e già le foglie degli alberi vicini sono cadute. [...]"
(W.Goethe, att.)
"[...] Autunno.
Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle pioggie di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito. [...]"
(Autunno, V.Cardarelli)
Ulteriori spunti di riflessione, (ri)costruzione e pensiero sulla stagione rintracciabili all'indirizzo riportato sinteticamente mediante le coordinate seguenti: 'Frasi, citazioni e aforismi sull'autunno', aforisticamente.com
"Lo stagno delle anatre in autunno", C.Monet
giovedì 24 settembre 2015
CERCANDO UN MONDO MIGLIORE, FRA VITA E FUTURO...
"[...] Che è tutta una vita che passo da qua,
e ancora rischio di perdermi,
magari è questione di troppa sensibilità,
o sono soltanto motivi tecnici. [...]
E tu dici la vita dovevi almeno capire perché,
la vita, il tempo che cambia col vento che arriva
quest'anima stanca che pure respira
quest'angolo piatto che gira, quest'anima
dolce e cattiva [...]
E tu dici 'La vita', la vita.
Questa scatola vuota
quest'anima nuda, questa retta finita,
quest'acqua che corre veloce in salita,
quest'anima forte e ferita [...]"
Fonte: La linea della vita, F.De Gregori
mercoledì 23 settembre 2015
ADELANTE, FRA ITALIA E (RI)COSTRUZIONE...
"[...] Di questa [...] pianura,
di questa terra senza misura,
che già confonde la notte e il giorno,
e la partenza con il ritorno,
e la ricchezza con il rumore,
ed il diritto con il favore,
e l'innocente col criminale,
ed il diritto col carnevale.
Passa correndo lungo la statale
un autotreno carico di sale.
Da Torino a Palermo,
dal cielo all'inferno [...]
dal futuro al moderno,
dalle fabbriche alle lampare.
In questa terra senza più fiumi,
in questa terra con molti fumi
Tra questa gente senza più cuore,
e questi soldi che non hanno odore,
e queste strade senza più legge,
e queste stalle senza più gregge,
senza più padri da ricordare,
e senza figli da rispettare. [...]"
martedì 22 settembre 2015
lunedì 21 settembre 2015
"CORSO URGENTE DI POLITICA PER GENTE DECENTE", LEGGENDO E CRITICANDO LO STATUS QUO
Qualora i sistemi politico, sociale, economico, [...] di un Paese lascino a desiderare a chi è possibile attribuire colpe specifiche? Può essere davvero realistico affermare che le colpe per una classe dirigente non all'altezza cadono sulla 'base' della piramide statale?
Cosa potrebbe fare una persona maggiormente informata (e quindi migliore?) per contribuire alla crescita morale ed intellettuale del proprio Paese?
Attraverso quali 'leve' si potrebbe costituire e/o costruire una differente e pe(n)sante serie di contenuti, al fine di innescare miglioramenti sensibili nel modo di fare e soprattutto interpretare sia l'agire politico che il fare tecnico?
Quante possibilità ha la base della piramide sociale di influenzare anche pesantemente l'agire del proprio vertice? La complessità maturata della società rischia di rendere non risolvibile la presente domanda, forse perché sono ormai molt(issim)i i punti nevralgici che hanno finito per intrecciarsi in maniera radicale l'uno con l'altro. La possibilità di estirpare un problema rischia di essere un'azione pienamente effettuabile andando a 'toccare' altre zone, costruendo magari differenti ostacoli laddove prima vi erano (solo apparentemente?) praterie di opportunità non ancora percorse.
A prescindere dai punti di vista, la questione di fondo da porsi risulta essere una sola: quanto è necessario adoperarsi per (cercare di) responsabilizzare la base di una piramide sociale che ha inevitabilmente colpe e demeriti per aver condotto e/o sottovalutato l'incedere di certe situazioni ormai divenute insostenibili? Quali appelli e considerazioni potrebbe essere possibile promuovere nell'individuazione di potenziali metodi di crescita ed uscita da stadi di mancata consapevolezza?
A questa e moltissime altre domande cerca di rispondere l'opera "Corso urgente di politica per gente decente", scritto da Juan Carlo Monedero e pubblicato da Serie Bianca Feltrinelli.
L'obiettivo del presente testo si richiama in maniera prioritaria all'individuazione di una serie di problemi tanto radicali quanto difficili da estirpare, specialmente se presenti in Paesi ove la crisi economico-finanziaria ha finito per accentuare disparità e per falsare percezioni di varia estrazione:
"[...] Dalla rivolta degli indignados alla fondazione del Partito Podemos [...] la sinistra spagnola sembra stare elaborando non solo una teoria, ma soprattutto una pratica politica che la rende più innovativa [...] a livello europeo. Come mai succede in Spagna? Quali sono le idee di fondo di questo movimento che [...] si va facendo sempre più istituzionalmente importante? Chi c'è dietro? Sul piano dell'elaborazione culturale non c'è dubbio che l'uomo centrale di questo [...] sia Juan Carlos Monedero, che è stato responsabile del programma e del processo costituente del Partito - e che proprio negli ultimi tempi si è dimesso dal gruppo dirigente avvertendo che 'la moderazione potrebbe disarmare Podemos', una rivendicazione di radicalità delle idee contro le tentazioni del potere. [...]"
Bandire la citata 'moderazione' dal contesto socio-politico di un Paese a cosa potrebbe portare? La specifica necessità di lottare per obiettivi tanto ambiziosi quanto forse necessari cosa potrebbe insegnare alla base della piramide sociale? A quali punti di vista è opportuno ricondursi per sperare in un miglioramento consistente delle situazioni esistenti non solo in Spagna, ma ancora di più a livello europeo? Possono essere considerate simili o quantomeno assimilabili le situazioni socio-politiche esistenti a livello europeo prima e mondiale poi? A domande come queste rischiano di non esserci risposte tanto uniche quanto univoche; la necessità primaria è quella di sottoporre (ancora una volta) importanti questioni al vaglio e giudizio della citata 'gente decente':
"[...] Monedero ricapitola con grande efficacia le idee di una sinistra moderna ma al tempo stesso fedele alle sue radici, rimette al centro della discussione temi e problemi che decenni di rivoluzione neoliberale hanno fatto sparire, racconta concretamente come un'impostazione culturale e politica si traduca in azioni dal basso capaci di cambiare le cose. Un vero e proprio corso di politica in cui uno studioso serio mette da parte i tecnicismi e discute [...] cosa non va nella nostra società e come cambiarla. [...]"
Possono essere versione e visione spagnola pienamente adattabili anche ad altri contesti come quello italiano? Sotto quali ottiche possono risultare vincenti e pienamente divulgabili le idee per costruire una sinistra tanto moderna quanto radicata nel saper percepire i cambiamenti di una società in costante trasformazione? E' davvero così vero o quantomeno verificabile la possibilità di affermare che le cose si possono cambiare in maniera radicale e definitiva agendo dal basso?
Le possibili risposte a queste domande possono essere trovate nella necessità di rendere 'decente' un elettorato in perenni trasformazione e stato di rabbia. La potenzialità di costruire proposta scorre infatti attraverso la ferma necessità di ricostruire gli argini entro cui (cercare di) incanalare una tanto radicale quanto assolutamente giustificabile protesta.
I partiti politici rischiano di passare alla storia, in un contesto tanto pessimo quanto attualmente in corso di grande mutamento, come protagonisti principali di un fallimento assoluto legato sia all'interpretazione del presente che alla costruzione del futuro. Come potrebbe muoversi in un contesto di maggioritaria sfiducia il cittadino desideroso di cambiare le cose? La risposta a questa domanda risulta essere alquanto difficile da attuare pienamente:
"[...] La gente decente ne ha abbastanza, ma non vuole avvantaggiarsi sul prossimo, non vuole né vivere nella sconfitta né trionfare sugli altri. E' la gente che si fa coraggio e dice di no quando sarebbe più facile dire di sì o accettare una spiegazione tranquillizzante. La gente che impara a non avere paura e a non diffidare della politica, perché sa che la politica siamo soprattutto noi. La gente che si riflette nello specchio della commovente generosità che sboccia ogni volta che capita una disgrazia, che si dispera perché accusa stanchezza, che non capisce cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo ma non fa dietrofront, tantomeno prima di aver iniziato il viaggio. Gente decente che vuole vivere una vita decente. E in questi tempi, di nuovo bui, non glielo permettono. [...]"
Criticare le argomentazioni proposte e presenti sia nella società che nell'opera presentata, nel tentativo di (fornire il proprio infinitesimo contributo per provare a) strutturare un domani nel quale i 'decenti' possano avere maggiori voci in capitolo internamente all'organizzazione di una profonda complessità quale è quella attuale.
Cosa potrebbe fare una persona maggiormente informata (e quindi migliore?) per contribuire alla crescita morale ed intellettuale del proprio Paese?
Attraverso quali 'leve' si potrebbe costituire e/o costruire una differente e pe(n)sante serie di contenuti, al fine di innescare miglioramenti sensibili nel modo di fare e soprattutto interpretare sia l'agire politico che il fare tecnico?
Quante possibilità ha la base della piramide sociale di influenzare anche pesantemente l'agire del proprio vertice? La complessità maturata della società rischia di rendere non risolvibile la presente domanda, forse perché sono ormai molt(issim)i i punti nevralgici che hanno finito per intrecciarsi in maniera radicale l'uno con l'altro. La possibilità di estirpare un problema rischia di essere un'azione pienamente effettuabile andando a 'toccare' altre zone, costruendo magari differenti ostacoli laddove prima vi erano (solo apparentemente?) praterie di opportunità non ancora percorse.
A prescindere dai punti di vista, la questione di fondo da porsi risulta essere una sola: quanto è necessario adoperarsi per (cercare di) responsabilizzare la base di una piramide sociale che ha inevitabilmente colpe e demeriti per aver condotto e/o sottovalutato l'incedere di certe situazioni ormai divenute insostenibili? Quali appelli e considerazioni potrebbe essere possibile promuovere nell'individuazione di potenziali metodi di crescita ed uscita da stadi di mancata consapevolezza?
A questa e moltissime altre domande cerca di rispondere l'opera "Corso urgente di politica per gente decente", scritto da Juan Carlo Monedero e pubblicato da Serie Bianca Feltrinelli.
L'obiettivo del presente testo si richiama in maniera prioritaria all'individuazione di una serie di problemi tanto radicali quanto difficili da estirpare, specialmente se presenti in Paesi ove la crisi economico-finanziaria ha finito per accentuare disparità e per falsare percezioni di varia estrazione:
"[...] Dalla rivolta degli indignados alla fondazione del Partito Podemos [...] la sinistra spagnola sembra stare elaborando non solo una teoria, ma soprattutto una pratica politica che la rende più innovativa [...] a livello europeo. Come mai succede in Spagna? Quali sono le idee di fondo di questo movimento che [...] si va facendo sempre più istituzionalmente importante? Chi c'è dietro? Sul piano dell'elaborazione culturale non c'è dubbio che l'uomo centrale di questo [...] sia Juan Carlos Monedero, che è stato responsabile del programma e del processo costituente del Partito - e che proprio negli ultimi tempi si è dimesso dal gruppo dirigente avvertendo che 'la moderazione potrebbe disarmare Podemos', una rivendicazione di radicalità delle idee contro le tentazioni del potere. [...]"
Bandire la citata 'moderazione' dal contesto socio-politico di un Paese a cosa potrebbe portare? La specifica necessità di lottare per obiettivi tanto ambiziosi quanto forse necessari cosa potrebbe insegnare alla base della piramide sociale? A quali punti di vista è opportuno ricondursi per sperare in un miglioramento consistente delle situazioni esistenti non solo in Spagna, ma ancora di più a livello europeo? Possono essere considerate simili o quantomeno assimilabili le situazioni socio-politiche esistenti a livello europeo prima e mondiale poi? A domande come queste rischiano di non esserci risposte tanto uniche quanto univoche; la necessità primaria è quella di sottoporre (ancora una volta) importanti questioni al vaglio e giudizio della citata 'gente decente':
"[...] Monedero ricapitola con grande efficacia le idee di una sinistra moderna ma al tempo stesso fedele alle sue radici, rimette al centro della discussione temi e problemi che decenni di rivoluzione neoliberale hanno fatto sparire, racconta concretamente come un'impostazione culturale e politica si traduca in azioni dal basso capaci di cambiare le cose. Un vero e proprio corso di politica in cui uno studioso serio mette da parte i tecnicismi e discute [...] cosa non va nella nostra società e come cambiarla. [...]"
Possono essere versione e visione spagnola pienamente adattabili anche ad altri contesti come quello italiano? Sotto quali ottiche possono risultare vincenti e pienamente divulgabili le idee per costruire una sinistra tanto moderna quanto radicata nel saper percepire i cambiamenti di una società in costante trasformazione? E' davvero così vero o quantomeno verificabile la possibilità di affermare che le cose si possono cambiare in maniera radicale e definitiva agendo dal basso?
Le possibili risposte a queste domande possono essere trovate nella necessità di rendere 'decente' un elettorato in perenni trasformazione e stato di rabbia. La potenzialità di costruire proposta scorre infatti attraverso la ferma necessità di ricostruire gli argini entro cui (cercare di) incanalare una tanto radicale quanto assolutamente giustificabile protesta.
I partiti politici rischiano di passare alla storia, in un contesto tanto pessimo quanto attualmente in corso di grande mutamento, come protagonisti principali di un fallimento assoluto legato sia all'interpretazione del presente che alla costruzione del futuro. Come potrebbe muoversi in un contesto di maggioritaria sfiducia il cittadino desideroso di cambiare le cose? La risposta a questa domanda risulta essere alquanto difficile da attuare pienamente:
"[...] La gente decente ne ha abbastanza, ma non vuole avvantaggiarsi sul prossimo, non vuole né vivere nella sconfitta né trionfare sugli altri. E' la gente che si fa coraggio e dice di no quando sarebbe più facile dire di sì o accettare una spiegazione tranquillizzante. La gente che impara a non avere paura e a non diffidare della politica, perché sa che la politica siamo soprattutto noi. La gente che si riflette nello specchio della commovente generosità che sboccia ogni volta che capita una disgrazia, che si dispera perché accusa stanchezza, che non capisce cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo ma non fa dietrofront, tantomeno prima di aver iniziato il viaggio. Gente decente che vuole vivere una vita decente. E in questi tempi, di nuovo bui, non glielo permettono. [...]"
Criticare le argomentazioni proposte e presenti sia nella società che nell'opera presentata, nel tentativo di (fornire il proprio infinitesimo contributo per provare a) strutturare un domani nel quale i 'decenti' possano avere maggiori voci in capitolo internamente all'organizzazione di una profonda complessità quale è quella attuale.
giovedì 17 settembre 2015
mercoledì 16 settembre 2015
SULLA NECESSITA' DI REINVENTARE POLITICA E SUE PERCEZIONI...
"[...] Se vogliamo che le idee diventino città, dobbiamo reinventare le parole della politica, rivedere gli accessi al centro storico, collegare fra loro i grandi viali.
Trasformare urgentemente le parole in secchi d'acqua gelata da rovesciare sulle nostre teste tiepide, e poi tramutarle in munizioni verbali per una lotta niente affatto teorica.
Sentire la parola 'democrazia' e pensare: 'Sono io il popolo, sono io che comando' è come interiorizzare la frase: 'Vota e fra quattro anni ne riparliamo'.
Bisogna agitare il discorso come chi lancia un nido di vespe in un confessionale.
E' sufficiente usare il modesto strumentario della scienza politica perché fra le pieghe del pensiero si insinui un inquietante sospetto: non è più possibile universalizzare il sistema capitalista e al contempo farlo funzionare come stato sociale e democratico di diritto.
La democrazia e il benessere di alcuni diventeranno la dittatura e la miseria di altri.
Se riusciamo a immaginare chi è destinato a essere felice e chi miserabile, sappiamo già da che parte sta la gente decente. [...] Dosi esatte di veleno contro la 'superba ostinazione' dei rassegnati. [...]"
(Fonte: Il libro che voleva essere una sovversiva cassetta degli attrezzi, Corso urgente di politica per gente decente, J.C.Monedero, Serie Bianca - Feltrinelli)
Trasformare urgentemente le parole in secchi d'acqua gelata da rovesciare sulle nostre teste tiepide, e poi tramutarle in munizioni verbali per una lotta niente affatto teorica.
Sentire la parola 'democrazia' e pensare: 'Sono io il popolo, sono io che comando' è come interiorizzare la frase: 'Vota e fra quattro anni ne riparliamo'.
Bisogna agitare il discorso come chi lancia un nido di vespe in un confessionale.
E' sufficiente usare il modesto strumentario della scienza politica perché fra le pieghe del pensiero si insinui un inquietante sospetto: non è più possibile universalizzare il sistema capitalista e al contempo farlo funzionare come stato sociale e democratico di diritto.
La democrazia e il benessere di alcuni diventeranno la dittatura e la miseria di altri.
Se riusciamo a immaginare chi è destinato a essere felice e chi miserabile, sappiamo già da che parte sta la gente decente. [...] Dosi esatte di veleno contro la 'superba ostinazione' dei rassegnati. [...]"
(Fonte: Il libro che voleva essere una sovversiva cassetta degli attrezzi, Corso urgente di politica per gente decente, J.C.Monedero, Serie Bianca - Feltrinelli)
Fonte immagine: mistermedia.it
martedì 15 settembre 2015
venerdì 11 settembre 2015
A PROPOSITO DI ORIZZONTI, SPAZI...ED ESSERI UMANI
"[...] Sfuggire all'incertezza è un ingrediente fondamentale, o [...] il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità 'autentica, adeguata e totale' sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso. [...]"
(Z.Bauman, L'arte della vita, cit.)
"[...] Un punto microscopico brilla, poi un altro, poi un altro: è l'impercettibile, è l'enorme.
Questo lumicino è un focolare, una stella, un sole, un universo; ma questo universo è niente.
Ogni numero è zero di fronte all'infinito. L'inaccessibile unito all'impenetrabile, l'impenetrabile unito all'inespicabile, l'inespicabile unito all'incommensurabile: questo è il cielo. [...]"
(V.Hugo, att.)
"[...] Vento e nuvola e cielo; comuni denominatori della perfezione, eterni.
Puoi cambiare la terra. Estirpare l'erba, spianare le colline, versare su tutto questo una città.
Ma puoi estirpare il vento? Seppellire una nuvola nel cemento?
Deformare il cielo per adattarlo all'immagine che l'uomo se ne fa? Mai. [...]"
(R.Bach, att.)
martedì 8 settembre 2015
"TERRA - STORIA DI UN'IDEA": INDAGANDO IL RAPPORTO FRA UOMO E SCIENZA, NEL TEMPO
Quanti pianeti simili alla Terra potrebbero esistere in un Universo che per larga parte risulta essere ancora sconosciuto all'occhio della scienza umana? Nonostante l'essere umano abbia da molto tempo occhi e ricerca puntati su quanto è infinitamente grande cosa potrebbe dire di ciò che è altrettanto imponente come la piccola astronave nella quale è costretto a stare per navigare nell'Universo?
Il pianeta Terra ha una sua storia, legata a quella del Sistema solare nel quale si trova a gravitare assieme ad altri 'compagni' di viaggio: come sarebbe possibile legare la sua esistenza alla vita di un singolo essere umano disperso su di esso?
Quali 'binari' esistono per (cercare di) mettere in relazione la storia degli esseri umani con quella dell'intero pianeta Terra? Come potrebbero relazionarsi o paragonarsi miliardi di anni con poche centinaia di sviluppo scientifico e tecnologico messo in piedi dalla nostra specie?
Durante questi secoli il pianeta Terra è stato percepito e/o divulgato dall'uomo attraverso una pressoché infinita serie di concetti ed argomenti: prima piatto, poi sferico.
Prima è stato considerato come fulcro centrale ed immobile di un Sistema, successivamente è stato 'declassato' a semplice pianeta gravitante attorno ad una stella chiamata Sole.
Le fasi e le percezioni umane del pianeta Terra come hanno saputo plasmarsi ed intersecarsi sulla base dello sviluppo riscontrato dal progresso umano durante le varie fasi storiche vissute in questa esponenziale al progresso scientifico? Per (cercare di) rispondere con pragmatismo e competenza a domande simili a questa servirebbe ripassare con meticolosa attenzione tutte le fasi del progresso umano, adoperandosi per distinguere come le conoscenze acquisite sperimentalmente abbiano contribuito a demolire certezze radicatesi in maniera assolutamente non modificabile.
La possibilità di analizzare la scienza da un punto di vista storico può essere un passo fondamentale per comprendere quali errori, prezzi, risorse ed opportunità non siano state adeguatamente pagate o colte durante il passaggio dell'essere umano su questa Terra.
Cosa potrebbe accadere infine al pianeta Terra in un momento nel quale la specie umana dovesse essersi estinta od auto-azzerata? La piccola astronave continuerebbe indisturbata il suo viaggio, probabilmente per qualche altro miliardo di anni. Sole e reazioni di fusione nucleare interne permettendo, ovviamente. Nonostante tutte le speculazioni possibili ed immaginabili, però, quel che appare chiaro è che le storie della specie umana e del pianeta Terra sono ad oggi indissolubilmente legate le une all'altra. Attraverso quali punti si potrebbe cercare di riporre lo sguardo per effettuare una sorta di 'ripasso' delle varie fasi che hanno legato sviluppi e consapevolezze scientifico-tecnologiche con la percezione del pianeta Terra?
Qualche spunto utile per rispondere a questa domanda può venire dalla lettura del libro "Terra - Storia di un'idea", scritto da Marco Ciardi e pubblicato da Laterza Editori.
La necessità di allargare lo sguardo per comprendere quali siano stati i passi chiave per lo sviluppo di scienza e storia sono riportate sin dalle prime righe immediatamente leggibili dell'opera:
"[...] 'Siamo andati a esplorare la Luna ma, in realtà, abbiamo scoperto la Terra': sembra un'affermazione paradossale quella fatta dall'astronauta Eugene Cernan, ma non lo è affatto, perché solo guardandolo da lontano possiamo comprendere meglio il nostro pianeta in relazione al resto dell'Universo. Marco Ciardi racconta, a partire dalla nascita della scienza moderna nel 1600, il modo in cui è cambiata l'idea della Terra nel mondo occidentale, mutando il ruolo dell'umanità sul pianeta e il suo rapporto con l'ambiente e le risorse naturali. [...]"
Uno degli scopi fondamentali della presente opera deve essere quindi quello di divulgare nel miglior modo possibile quali siano stati i passi compiuti dall'uomo per la comprensione e la definizione di prospettive afferenti alla natura più chiara possibile del pianeta Terra:
"[...] Un dato sul quale non si riflette mai abbastanza è l'età dell'Universo: 13.7 miliardi di anni [...].
C'è una profonda differenza, per il nostro modo di concepire il mondo e la vita, nel sapere che l'Universo che abitiamo ha alle spalle un tempo così lungo e non è stato creato 6000 anni fa, come riteneva la tradizione biblica nel Seicento [...]. Siamo al centro, sia dal punto di vista fisico che morale, di un preciso progetto cosmico?
Oppure, in uno spazio popolato da miliardi e miliardi di galassie e di stelle, abitiamo un piccolo pianeta, di cui siamo gli ultimi malcapitati occupanti, dopo una serie interminabile di specie che si sono succedute in milioni e milioni di anni [...]? La cosa non è di secondaria importanza.
Il nostro ruolo di attori sul globo cambia completamente, a seconda che sia vera la prima o la seconda di queste prospettive. [...] cercherò di mostrare come sia progressivamente cambiata l'idea di Terra dal Seicento ai giorni nostri, grazie allo sviluppo dello strumento migliore che fino ad oggi la specie umana ha prodotto per conoscere la realtà che la circonda, cioè la scienza.
Ponendomi [...] un interrogativo: siamo certi che la consapevolezza di questo cambiamento sia oggi diffusa e generalizzata? [...]"
(Fonte: La scoperta della Terra - Introduzione, Terra - Storia di un'idea, M.Ciardi)
I processi di divulgazione dovranno quindi essere affrontati ed estesi a differenti aree di competenza specifica, ognuna delle quali legata al binomio relazionale uomo-Terra posto al centro della trama dell'opera. A questo proposito, pertanto, è possibile descrivere i seguenti ambiti specifici di definizione:
Il pianeta Terra ha una sua storia, legata a quella del Sistema solare nel quale si trova a gravitare assieme ad altri 'compagni' di viaggio: come sarebbe possibile legare la sua esistenza alla vita di un singolo essere umano disperso su di esso?
Quali 'binari' esistono per (cercare di) mettere in relazione la storia degli esseri umani con quella dell'intero pianeta Terra? Come potrebbero relazionarsi o paragonarsi miliardi di anni con poche centinaia di sviluppo scientifico e tecnologico messo in piedi dalla nostra specie?
Durante questi secoli il pianeta Terra è stato percepito e/o divulgato dall'uomo attraverso una pressoché infinita serie di concetti ed argomenti: prima piatto, poi sferico.
Prima è stato considerato come fulcro centrale ed immobile di un Sistema, successivamente è stato 'declassato' a semplice pianeta gravitante attorno ad una stella chiamata Sole.
Le fasi e le percezioni umane del pianeta Terra come hanno saputo plasmarsi ed intersecarsi sulla base dello sviluppo riscontrato dal progresso umano durante le varie fasi storiche vissute in questa esponenziale al progresso scientifico? Per (cercare di) rispondere con pragmatismo e competenza a domande simili a questa servirebbe ripassare con meticolosa attenzione tutte le fasi del progresso umano, adoperandosi per distinguere come le conoscenze acquisite sperimentalmente abbiano contribuito a demolire certezze radicatesi in maniera assolutamente non modificabile.
La possibilità di analizzare la scienza da un punto di vista storico può essere un passo fondamentale per comprendere quali errori, prezzi, risorse ed opportunità non siano state adeguatamente pagate o colte durante il passaggio dell'essere umano su questa Terra.
Cosa potrebbe accadere infine al pianeta Terra in un momento nel quale la specie umana dovesse essersi estinta od auto-azzerata? La piccola astronave continuerebbe indisturbata il suo viaggio, probabilmente per qualche altro miliardo di anni. Sole e reazioni di fusione nucleare interne permettendo, ovviamente. Nonostante tutte le speculazioni possibili ed immaginabili, però, quel che appare chiaro è che le storie della specie umana e del pianeta Terra sono ad oggi indissolubilmente legate le une all'altra. Attraverso quali punti si potrebbe cercare di riporre lo sguardo per effettuare una sorta di 'ripasso' delle varie fasi che hanno legato sviluppi e consapevolezze scientifico-tecnologiche con la percezione del pianeta Terra?
Qualche spunto utile per rispondere a questa domanda può venire dalla lettura del libro "Terra - Storia di un'idea", scritto da Marco Ciardi e pubblicato da Laterza Editori.
La necessità di allargare lo sguardo per comprendere quali siano stati i passi chiave per lo sviluppo di scienza e storia sono riportate sin dalle prime righe immediatamente leggibili dell'opera:
"[...] 'Siamo andati a esplorare la Luna ma, in realtà, abbiamo scoperto la Terra': sembra un'affermazione paradossale quella fatta dall'astronauta Eugene Cernan, ma non lo è affatto, perché solo guardandolo da lontano possiamo comprendere meglio il nostro pianeta in relazione al resto dell'Universo. Marco Ciardi racconta, a partire dalla nascita della scienza moderna nel 1600, il modo in cui è cambiata l'idea della Terra nel mondo occidentale, mutando il ruolo dell'umanità sul pianeta e il suo rapporto con l'ambiente e le risorse naturali. [...]"
Uno degli scopi fondamentali della presente opera deve essere quindi quello di divulgare nel miglior modo possibile quali siano stati i passi compiuti dall'uomo per la comprensione e la definizione di prospettive afferenti alla natura più chiara possibile del pianeta Terra:
"[...] Un dato sul quale non si riflette mai abbastanza è l'età dell'Universo: 13.7 miliardi di anni [...].
C'è una profonda differenza, per il nostro modo di concepire il mondo e la vita, nel sapere che l'Universo che abitiamo ha alle spalle un tempo così lungo e non è stato creato 6000 anni fa, come riteneva la tradizione biblica nel Seicento [...]. Siamo al centro, sia dal punto di vista fisico che morale, di un preciso progetto cosmico?
Oppure, in uno spazio popolato da miliardi e miliardi di galassie e di stelle, abitiamo un piccolo pianeta, di cui siamo gli ultimi malcapitati occupanti, dopo una serie interminabile di specie che si sono succedute in milioni e milioni di anni [...]? La cosa non è di secondaria importanza.
Il nostro ruolo di attori sul globo cambia completamente, a seconda che sia vera la prima o la seconda di queste prospettive. [...] cercherò di mostrare come sia progressivamente cambiata l'idea di Terra dal Seicento ai giorni nostri, grazie allo sviluppo dello strumento migliore che fino ad oggi la specie umana ha prodotto per conoscere la realtà che la circonda, cioè la scienza.
Ponendomi [...] un interrogativo: siamo certi che la consapevolezza di questo cambiamento sia oggi diffusa e generalizzata? [...]"
(Fonte: La scoperta della Terra - Introduzione, Terra - Storia di un'idea, M.Ciardi)
I processi di divulgazione dovranno quindi essere affrontati ed estesi a differenti aree di competenza specifica, ognuna delle quali legata al binomio relazionale uomo-Terra posto al centro della trama dell'opera. A questo proposito, pertanto, è possibile descrivere i seguenti ambiti specifici di definizione:
- Scoperta del pianeta Terra;
- Rapporto dello stesso in relazione ai corpi stellari, prima reputati fissi e poi anch'essi 'declassati';
- Elementi costitutivi della materia, seguendo i binari definiti da ricerca e progresso scientifico;
- Spazi della geografia, contribuendo ad aumentare e migliorare le percezioni della specie umana nei confronti di quel che la circonda da sempre;
- Valori e variazioni assunte dallo scorrere del tempo, in rapporto alle scoperte conseguite nel corso degli anni dalla specie umana;
- Ruoli raggiungibili/interpretabili dalla natura e ricerca dei possibili posti riservati alla specie umana nel corso del passato e del possibile futuro;
- Studio e timore dei fenomeni naturali tanto straordinari quanto intensi, richiamando ad esempio la realtà costituita dai terremoti;
- Disponibilità e possibilità di impiego di risorse naturali.
Fra Terra, scienza ed uomo. Leggerne per saperne di più e, magari, per poter divulgare ad altrettanti quanto approfondito. Storia di un'idea, appunto, come da titolo riportato.
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