giovedì 12 marzo 2015

"LA POESIA DEI NUMERI": ESPLORANDO IL MONDO, FRA REALTA' E MATEMATICA

Un libro sulla matematica, scritto da chi ha una grandissima passione/debolezza per le scienze matematiche. Tono (e contenuto) dell'opera "La poesia dei numeri - Come la matematica mi illumina la vita", scritto da Daniel Tammet ed edito da Chiavi di lettura - Zanichelli, sembra essere chiaro sin dalla prefazione:

"[...] La maggior parte delle persone pensa con le parole o con le immagini. 
Daniel Tammet pensa con i numeri perché ha la sindrome di Asperger, una lieve forma di autismo che lo rende particolarmente sensibile alla matematica. 
Tammet coglie i numeri in ogni aspetto della vita quotidiana, [...]"

Cogliere le magie della matematica, sfruttando uno spirito ed un'anima contemporaneamente più fragili ma più matematicamente consapevoli rispetto a quelle di moltissimi altri.
Vedere numeri in ogni singolo aspetto della realtà è una visione strettamente applicata al presente testo, nel quale storia e progresso concorrono a fondersi in un'analisi mai troppo pesante su una delle discipline maggiormente temute e respinte sin dalla più tenera età.
Tutto può dirsi matematico; molto più di quel che sembra a prima vista.
Occhi e percezioni dell'autore contribuiscono ad allargare e informare le consapevolezze del lettore:

"[...] dai lati in un fiocco di neve ai risultati delle partite di cricket.
I numeri [...] saltano all'occhio [dell'autore] perfino quando legge Shakespeare e immagina il grande poeta a scuola, da bambino, mentre scopre lo zero, una novità assoluta per l'epoca. [...]
Le tabelline sono per Tammet le 'molecole' della matematica o l'essenza delle nostre conoscenze numeriche,  ma sono difficili da imparare: se vanno a memoria è per l'aiuto di voci concise, bilanciate e in rima, come nei proverbi. Pi greco è il numero più fascinoso per l'autore, che nel 2004 all'Università di Oxford ne ha recitato a memoria i primi 22514 decimali [...]"

E' probabilmente in questa diversità, legata alla citata Sindrome di Asperger, che riesce a forgiarsi il segreto per una differente visione sia del mondo esterno che delle scienze.
Da questo punto, per l'autore, emerge una consapevolezza con cui ha cercato di fare i conti sin dalla tenerissima età:

"[...] avevo visitato il Center or Brain and Cognition di San Diego, in California. 
I neurologi del centro mi avevano sottoposto a una batteria di test. 
Mi era sembrato di tornare ai giorni della mia infanzia passati in un ospedale londinese, quando i medici mi avevano collegato a un encefalografo per cercare segni di attività epilettica nel mio cervello. I cavi avvolgevano la mia testolina come la rete con cui il pescatore tira su il suo bottino dal profondo del mare. [...] In America gli scienziati [...] mi diedero molte addizioni da calcolare e lunghe sequenze di numeri da imparare a memoria. 
Mentre pensavo, apparecchi all'avanguardia misuravano il mio e il mio battito cardiaco. 
Il risultato di tutti questi esperimenti mi incuriosiva da morire: volevo assolutamente scoprire il segreto della mia infanzia. La mia autobiografia inizia [...] con quella diagnosi che aveva finalmente dato un nome alla mia diversità. Prima di allora c'era stata una sfilza di pseudonimi fantasiosi: sarei stato un timido patologico, un ipersensibile, un 'mani di pastafrolla' [...]
Per gli scienziati invece ero un autistico altamente funzionale, con una sindrome del savant, dato che le connessioni neurali del mio cervello avevano formato sin dalla nascita circuiti insoliti. [...]"

L'aver ricevuto una differente visione delle cose ha costituito, per l'autore, motivo ed occasione per scoprire un amore per le scienze matematiche. Tale percezione è integralmente riportata nella presente opera, cercando di spaziare al meglio possibile fra gli infiniti spazi della dimensione numerica: dall'algebra alla geometria, dalla bellezza della relatività alla poesia dei numeri primi, dalla rappresentazione della realtà alla possibilità di trovare infinite applicazioni in ogni singola componente del mondo. Solo esplorando i confini che la Storia ha imposto all'essere umano è possibile comprendere al meglio possibile quali possano essere limiti e potenzialità riguardanti la comprensione delle stesse scienze matematiche: quali traguardi dobbiamo agli arabi e alla loro invenzione del concetto di zero? Cosa si nasconde dentro ai concetti di scienza e relatività?
Quali rapporti possono esistere fra rime e rapporti matematici da bilanciare e/o ricercare?
Dalla possibilità di vincere una partita di scacchi alle opportunità offerte per (cercare di) stimare il 'grado' di solitudine umana nell'universo: sono anche queste le opportunità che la scienza matematica può mettere a piena disposizione dell'essere umano.
Attraverso gli occhi e la sensibilità dell'autore si possono ritrovare molte storie, intrecciate e mescolate con fili conduttori capaci di legare numeri ad episodi di vita e consapevolezze.
Tutto questo potrà essere possibile fino a quando la matematica resterà una fondamentale lente primaria (o prioritaria, a seconda dei punti di vista) con cui (cercare di) indagare il mondo circostante.


mercoledì 11 marzo 2015

FRA LIBRI...E PAGINE DI (UMANA) VITA

"I libri mi riempivano il cranio e mi allargavano la fronte. 
Leggerli somigliava a prendere il largo con la barca, il naso era la prua, le righe onde.
(E. De Luca, att.)

"I libri sono riserve di grano da ammassare per l’inverno dello spirito.
(M.Yourcenar, att.)

"Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira." (J.D.Salinger, att.)

"Certi libri costituiscono un tesoro, un fondamento; 
letti una volta, vi serviranno per il resto della vita.
(E. Pound, att.)




martedì 10 marzo 2015

FRA BELLEZZA E MATEMATICA, CERCANDO UNA FORMULA DI EQUILIBRIO...

"[...] Parlando di suo padre, Hans Albert Einstein ha detto una volta: 'Aveva più il carattere dell'artista che dello scienziato come lo intendiamo di solito. Per esempio, quando voleva esprimere il massimo apprezzamento per una buona teoria o un buon lavoro, non diceva che era corretto, né che era esatto, ma che era bello.' 
Che Einstein mettesse l'estetica davanti a tutto è stato confermato da diverse persone che lo conoscevano, fra cui il fisico Hermann Bondi, che una volta gli mostrò un suo lavoro sulla teoria unificata dei campi. 'Oh, che brutto', commentò Einstein. 
Cercare un qualche tratto universale che accomuni i matematici è un compito perlopiù ingrato. 
Tranne per una rara eccezione: la famosa predilezione di Einstein per la bellezza. 
I matematici possono essere alti o bassi, socievoli o introversi, lettori accaniti o nemici dei libri, multilingui o monosillabi, stonati come campane o dotati per la musica, devoti o mangiapreti, isolati o attivisti, ma praticamente tutti sarebbero d'accordo col matematico ungherese Paul Erdos: 'Io so che i numeri sono belli. Se non lo sono loro, niente lo è.' 
Einstein era un fisico, eppure le sue equazioni hanno suscitato l'interesse e l'ammirazione di molti matematici, che lodarono la sua teoria della relatività per come univa la parsimonia a una grande eleganza. Lo spazio e il tempo newtoniano erano rifondati da zero con una manciata di formule succinte, che davano il giusto peso a ogni simbolo e a ogni numero. 
Nei libri divulgativi sulla matematica abbondano le spiegazioni discorsive delle dimostrazioni matematiche per illustrarne la bellezza. Mi viene il dubbio che si tratti di una strategia sbagliata. 
Secondo me ciò che noi profani ammiriamo davvero nel lavoro di un Euclide o di un Einstein non è tanto la bellezza, quanto la genialità. Ne siamo ammirati, non commossi. 
Ma nessun ostacolo insormontabile impedisce di apprezzare la bellezza della matematica. [...]
La bellezza ammirata dai matematici si può ritrovare nel quotidiano: nei giochi, nella musica e nella magia. [...]"

(Fonte: "La poesia dei numeri - Come la matematica mi illumina la vita", D.Tammet, Chiavi di Lettura - Zanichelli)

Fonte immagine: lescienze.it

domenica 8 marzo 2015

A PROPOSITO DI #8MARZO, FRA #MENOAUGURI E #PIU'DIRITTI...CON #MENODIFFERENZE


"[...] Il silenzio imbarazzato/ di chi sa di non tornare/ 
la lasciò senza parole. / 
Della porta che si chiuse/ non sentì neanche il rumore/ 
tanto forte era il suono del suo rancore./ 
Per guardarsi nello specchio/ mise l'abito migliore/ 
perché fosse più elegante il suo dolore./ 
Da quello che le ha sputato addosso/ 
perché non ha detto/ 
perché non ha fatto/ 
ora si sente soffocare./ 
Quando si comincia a recriminare/ 
è il momento in cui si sta per sparire. / 
Mimosa bella/ riposa/ che il sogno ti dona./ 
Così pensò al loro primo incontro/ 
alla magia di quell'incanto/ 
alla sua gioia elementare/ 
alle grida di piacere/ 
soffocate dal cuscino/ 
quando un gesto primitivo/ si fa divino/ 
e a quella esaltazione del presente/ 
di un amore che ancora non ti ha chiesto niente/ 
niente da sacrificare./ 
Poi del lasciarsi il solito rituale/ 
dove ogni uomo diventa così banale./ 
Mimosa bella/ riposa che il sogno ti dona. [...]"

sabato 7 marzo 2015

A PROPOSITO DI (IMPOSSIBILI?) RIVOLUZIONI... #ITALICHEABITUDINI


"[...] Noi l'Italia siamo e non la stiam rappresentando:/ ciurma! Ai posti di comando!/ Mettiamo al bando i vertici politici/ con tutti i loro complici,/ amici degli amici di chi ha svuotato i conti:/ incassano tangenti celandosi le fonti/ e han cappucci e cornetti sulle fronti./ Qui si fa la rivoluzione senza alcuna distinzione,/ sesso, razza o religione: tutti pronti per l'azione. [...] Boh? Magari mi sbaglio, ma vedo tutti quanti allo sbaraglio,/ meglio darci un taglio./ Figli mai usciti dal travaglio:/ qui da masticare non ci resta che il bavaglio. [...] Cambio di programma:/ annulliamo la rivolta./ Abbiamo una famiglia e non dev'essere coinvolta./ Non si fa la rivoluzione, l'hanno detto in televisione./ Chi c'è andato che delusione!/ Era chiuso anche il portone. [...]"

giovedì 5 marzo 2015

"IL TRASFORMISTA": FRA TEATRINI, PAGLIACCI, POLITIC(ANT)I E FENOMENI DA BARACCONE

Quali valori hanno (ed avranno?) nella politica italiana parole (teoricamente pesanti) quali coerenza, etica, programmazione e lungimiranza?
Ognuna di queste parole dovrebbe essere pietra miliare nella (ri)costruzione dell'intero panorama politico, nel tentativo quasi estremo di (ri)acquistare quella dose di credibilità che ad oggi sembra essere stata fortemente compromessa e/o smarrita da parte di una larg(hissim)a porzione di società.
Per ragioni sicuramente non solo attribuibili a loro; quale ruolo finisce per avere nel mosaico odierno quel politico (o per meglio scrivere politicante) che riesce ad effettuare guazzabuglio ideologico dei suoi pensieri, affondando ed affogando le proprie convinzioni in un gioco di riposizionamenti continui?
Quale posto può finire per occupare un politico che (cerca di) mescola(re) a suo piacimento delegittimazione politica con frammenti di delegittimazione personale, specialmente indirizzata nei confronti di avversari che cercano di contrastarlo su piani esclusivamente ideologico-programmatici?
La delegittimazione è direttamente proporzionale troppo spesso ad opportunità di carriera, a meschinità votate all'esclusivo arrivismo, alla possibilità di ottenere quel qualcosa in più rispetto a tanti altri che cercano di arrivare in certi posti con prevalenti dosi cumulate di merito e di competenza. Al netto di punti di vista, comunque, è più che lecito porsi una sola domanda di fondo: cosa può finire per diventare un politico che struttura continuamente il suo agire all'insegna di trasformismi, arrivismi ed opportunismi vari? Può questo agire diventare una sorta di coerenza, in un mondo dove la dose di merito percepito coincide (purtroppo spesso) con quella di merito reale? Si finisce per trasformarsi in umane contraddizioni, personificando quanto Caparezza aveva intuito in una sua celebre canzone:

"[...] Mi contraddico facilmente/ ma lo faccio così spesso/ che questo fa di me una persona coerente. [...]"

Si finisce quindi per diventare volutamente ondivaghi, coerenti in un'eterna incoerenza che lascia qualsivoglia spazio ad opinioni ed interpretazioni.
L'importante è fare anche l'impossibile per non passare mai di moda, per adeguarsi a tempi che vedono sconfitte certe ideologie che pochi istanti prima sembravano vincenti. Questi possono essere interpretabili come frammenti di arte votata al trasformismo, grandi testimonianze di ideologie svendibili al primo offerente che si dimostra forte e/o rafforzabile da alleanze rischiose.
Si rischia di elogiare solamente il salto carpiato continuo, dando luce e rilievo a persone vergognose che di tutto farebbero pur di restare incollati ad una non meglio identificata poltrona. La contraddizione viene poi eliminata (o abilmente cammuffata), sfruttando una memoria che è tanto preziosa quanto rara da abbinare ad un'onestà intellettuale con cui guardare al mondo circostante.
Illudere elettori e cittadini, per autoconservarsi ad un'immor(t)alità politica senza quartiere.
Al netto dei punti di vista, senza bisogno di effettuare molti esempi, incoerenza e trasformismo sono diventati (come lo erano da sempre stati?) tratti distintivi della politica italiana. Più o meno a qualunque livello istituzionale, sembrano essere sempre troppi i casi di persone che non hanno alcun timore (o alcuna vergogna?) di corrompere/tradire/rinnegare/affogare/smentire/[...] la propria ideologia per arrivare a conservare il loro 'posto al Sole'.
Il sapersi muovere in maniera tanto incoerente quanto 'coerentemente arrivista' rischia di essere anche una necessità esistenziale, sempre troppe volte: è il caso di coloro che, con l'incedere degli anni, finiscono per diventare parte integrante del sistema politico.
Potendo consegnare allo stesso, senza colpo ferire, decisione esclusiva riguardo alla propria individuale sopravvivenza. Bastano poche domande di fondo per rendersi conto di questa verità tanto palese quanto malcelata: cosa diventerebbe al di fuori della politica una persona che per anni e anni ha (soprav)vissuto solamente di quella, senza preoccuparsi di mandare avanti un percorso di studio/formazione/lavoro alternativa?
Cosa potrebbe esserne di certe persone qualora dovessero uscire (anche in malo modo?) dal sistema politico che le ha viste conquistare fette di potere e consenso (troppo spesso disinformato) sempre più imponenti e consistenti?
Queste domande rappresentano, al netto dei possibili punti di vista, una riflessione mai troppo approfondita su alcune delle vere ragioni che possono nascondersi dietro (e dentro) al fare politica: qualcosa che sembra (pur)troppo simile al celeberrimo 'nascere incendiari e morire pompieri'.
Quali margini poter attribuire, a livello anche ideologico, al trasformismo ed all'opportunismo militanti in campo politico (ma non solo, sono molti i settori in cui l'essere ondivaghi e perennemente bendisposti premia rispetto al merito)?
Qualche riflessione viene riportata, a tal proposito, nel libro "Il trasformista - La politica nell'epoca della metamorfosi" scritto da Giuseppe Civati e pubblicato da Indiana. L'intento dell'opera, teoricamente chiaro sin dal titolo, è reso palese sin dalle prime righe introduttive:

"[...] 'Io son capace di cambiar colore più di un camaleonte, e se necessario mutare forma come e più di Proteo; e in fatto di assassinio dar lezione a Machiavelli. So fare questo, e non saprò mai prendermi una corona?' Così il Riccardo III di Shakespeare metteva in relazione la conquista del potere con la capacità di padroneggiare l'arte della metamorfosi. Non siamo poi così distanti da molti protagonisti della politica italiana odierna. Come ben illustra in questo libro Giuseppe Civati, però, la figura più simile ai nostri politici non è quella dell'antieroe shakespeariano, bensì quella del trasformista: teatrante, illusionista, maestro del travestimento. A fronte di reiterate promesse di cambiamento, assistiamo in realtà a continui mutamenti: del vecchio in un sedicente nuovo, o di uno schieramento politico nell'altro. Attraverso una lucida analisi, Civati invita a ripensare il concetto di alternativa per poter inaugurare una politica di cambiamenti veri. [...]"

Alla politica fatta di cambiamenti veri servirebbero (molti) meno teatranti e fenomeni da baraccone, lasciando il posto a figure competenti che siano espressione tangibile anche (o soprattutto?) di un rinnovamento tanto culturale quanto imprescindibile nelle platee elettorali.
E' il popolo ad avere infatti 'margine democratico' nella scelta delle proprie classi dirigenti politiche: a tale consapevolezza dovrebbe aggiungersi un sempre più ampio e consapevole 'margine democritico', laddove si stia davanti ad un sistema proteso esclusivamente all'autoconservazione sotto molteplici forme e travestimenti. Il fine primario di cambiamenti e sconvolgimenti ideologico-tattici appare chiaro attingendo anche dalle pagine del celebre Gattopardo, in una citazione meno conosciuta rispetto alla più celebre "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi":

"[...] Ma era poi la verità questa? In nessun luogo quanto in Sicilia la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l'opportunismo, la carità, tutte le passioni buone quanto le cattive si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso. [...]"

Sicilia come parte integrante della solita Italia. A pieno titolo, dunque. L'anomalia descritta da G.Tomasi di Lampedusa sembra essere allargabile all'intera nazione, in un gioco al ribasso ideologico-programmatico tanto prorompente quanto ineliminabile nel breve-medio termine.
Fagocitare il vento del cambiamento per annullarlo, divorando qualsivoglia forma di tempesta e/o proposta di mediazione costruttiva per far evolvere il dibattito. Sembrano comparire così populismi di ogni sorta, fra negazione di destra e sinistra a prescindere da tutto.
Tutto diventa semplice, qualsivoglia problema diventa semplificabile e/o concretamente risolvibile da uno solo fra tanti inetti, incapaci e/o nullafacenti.
Così come sentir dire e/o veder scrivere, senza colpo ferire, di persone votate e/o votabili alla realizzazione di un presunto 'Partito della Nazione' controllato ed amministrato da una ristretta classe dirigente votata (più o meno integralmente) alla personalizzazione (anche estrema) dei consensi politici e mediatici. La creazione di una consapevolezza simile finisce per creare (più o meno inevitabilmente) altrettanti cortocircuiti nella gestione e nell'articolazione della sempre troppo sbandierata buona politica:

"[...] Oggi la formula, presa in prestito da una riflessione di Alfredo Reichlin, è 'Partito della Nazione'. Massimo Cacciari la definisce una 'boutade populistica per arraffare voti e  conquistare un'egemonia attorno alla figura di un leader.' Del resto 'ogni decisione favorisce una parte e sfavorisce un'altra. Perciò sono nati i partiti politici, nella democrazia. Partiti: da 'parte'. Un 'Partito della Nazione' è una contraddizione logica. Da analfabeti della politica.' [...]"

Contraddizione logica fatta da analfabeti della politica o contraddizione logica pensata/progettata/architettata/meditata/[...] da trasformisti e/o camaleonti votati all'autoconservazione di un sistema da attualizzare su scala duepuntozero?
Meglio la chiarezza o una voluta/volubile incoerenza?

"[...] Essere contro il trasformismo non significa non volere cambiare il corso delle cose, trasformare il mondo. Anzi, per una vera trasformazione bisogna debellare proprio il trasformismo, che lascia la realtà come l'ha trovata. Tutto cambia, potremmo dire, tranne la realtà. Tanto che è lecito chiedersi se piuttosto che parlare di cambiamento, non si dovrebbe parlare di mutazione [...]: è evoluzione o involuzione? E' cambiamento o falso movimento? [...] Non si tratta quindi di negare il cambiamento o il divenire stesso. Si tratta di capire se la trasformazione è innovativa o conservativa, se ha un approdo, se cambia i valori in gioco, se rende più liberi, più forti, più consapevoli. [...] Contano, insomma, la direzione e il verso del cambiamento che si dichiara. E conta provare strade diverse [...]"

Conta cercare di adoperarsi per (ri)costruire una nuova forma di politica, svuotata da certi figuranti che hanno contribuito a renderla quella che è oggi.
Occorre razionalizzare gli sforzi, nel tentativo estremo di far ragionare quei moltissimi finti incendiari che non esiterebbero a trasformarsi in pompieri alla prima poltrona utile ed utilmente spendibile per (sperare di) garantirsi futuro e sopravvivenza politica.
Contribuire alla ristrutturazione di un sistema che (cerca di) costruisce (costruire) un mondo simile a quello che qualcuno descrisse, non troppo tempo fa, in una celeberrima canzone:

"[...] è venuto ormai il momento di negare/ tutto ciò che è falsità,/ le fedi fatte di abitudine e paura,/ una politica che è solo far carriera,/ il perbenismo interessato,/ la dignità fatta di vuoto,/ l' ipocrisia di chi sta sempre con la ragione/ e mai col torto [...]"


mercoledì 4 marzo 2015

FRA DESTRA E SINISTRA, PER UN TRASFORMISMO MULTIVERSO...

"[...] E, quindi, sinistra e destra non ci sono proprio più
Il bello è che lo dicono tutti, anche gli esponenti di destra e sinistra parlando di se stessi con frasi al limite dell'insensato. Tipo: 'La sicurezza non è di destra, né di sinistra.0 
Che vuol dire tutto ovvero non vuol dire niente. 
Lo dicono [...] quelli che contrastano sia destra che sinistra, senza rendersi conto poi di non sapere bene dove andare quando si tratta di questioni sulle  quali destra e sinistra si scontrano da sempre, come il tema dei diritti degli immigrati oppure la giustizia e i diritti delle persone. 
L'importante però è pretendere di non cristallizzarsi, è dichiarare che si vuole andare 'oltre' queste categorie: l'unico tratto unificante, per chi si dichiara né di destra né di sinistra, non a caso, è essere contro i partiti, quelli di destra e quelli di sinistra, anche quelli 'riverginati'. 
Il sospetto è che chi nega l'esistenza della destra o della sinistra sia in realtà semplicemente di destra o, quantomeno, conservatore. In generale, tutto questo accanimento sulle categorie della dialettica [...] dovrebbe fare riflettere, perché di fatto sposta il conflitto fino ad annullarlo. 
L'obiettivo [...] è negare le alternative e quindi l'alternanza, riducendola a uno schema secondo cui da una parte c'è il sistema, dall'altro quelli che si sentono da esso esclusi. 
Non si tende più al centro, perché al centro e nel centro ci sono già tutti.
Ci si muove su singoli temi, senza predisporre un progetto di società orientato a un obiettivo preciso.
Si sceglie di volta in volta su che cosa puntare. Senza dare parametri di riferimento, perché il riferimento stesso impegna e costringe, mentre il trasformismo, per sua natura, è 'svincolato da ogni concreta opzione programmatica e finalizzato soltanto a una generica esigenza di stabilità.'
Sono tutti trasversalisti e si dichiarano tali, spensieratamente. 
La rimozione del più classico tra i conflitti è la strada per fingere di costruire qualcosa di nuovo o, meglio, di apparentemente tale. Ma il progetto si spinge ancora più in là, verso il Partito di tutti, proprio tutti, nessuno escluso. [...]"

Fonte: Il trasformista - La politica nell'epoca della metamorfosi, G.Civati, Schegge - Indiana


Fonte immagine: ilfoglio.it

lunedì 2 marzo 2015

A PROPOSITO DI (SICURO) PRECARI(ATO)...


"[...] Io sono un portatore sano di sicuro precariato/ 
e anche nel privato resto in prova/ 
e ho un incarico a termine lo so/ 
ma ho molta volontà, non c'è pericolo [...]"

"LA SFIDA DI ATENE": STORIA DI UN ARGOMENTO CHE DOVREBBE INTERESSARE TUTTI

Entro quali cardini poter costruire un'Europa differente sotto le travi portanti di sviluppo sociale e sostenibilità economico-finanziaria?
In tempo di caos istituzionale e di crisi divenuta ormai strutturale per colpa di quelle stesse 'cure' che avrebbero dovuto farla passare, purtroppo, a questa domanda non vi può essere risposta facile o divulgabile in termini esaustivi. 
Troppi sono i punti di vista divergenti, molti sono gli interessi nazionali che non riescono a trovare sintesi in un dibattito sempre più muscolare fra socialisti, popolari, euroscettici ed euro-disintegratori; al confronto spesso molto duro sono stati fatti seguire piani di rilancio economico che, in molte componenti, sembra(va)no ricalcare in carta-carbone misure precedentemente promesse e mai (o mal) attuate fino in fondo (cfr. piano Juncker).
Internamente a questa crisi e nel contorno di questo quadro, purtroppo, vi sono Paesi che hanno e stanno soffrendo sempre più le conseguenze (dirette ed indirette) di un certo modo di (dis)fare politica: l'esempio che è divenuto testimonianza più acclarata del perpetuarsi di questi fenomeni è dato dalla Grecia, Stato europeo che più di ogni altro è stato portato tristemente agli 'onori' delle cronache.
La sintesi di quello scontro muscolare di cui sopra ha finito per generare una visione di austerità aspra e vincolante, soprattutto per normative tanto stringenti quanto estremamente poco conosciute alle moltitudini di persone costrette a viverne disagi e/o a subirne conseguenze. 
L'impatto delle politiche di austerità per la Grecia è stato, sotto molti punti di vista afferenti ad economia e società reali, semplicemente devastante. 
Sono state diffuse statistiche tremende, capaci di illustrare una società che in molti aspetti sembra in avanzato stato di sfarinamento sociale; la forbice delle disuguaglianze pare agire nella direzione di tagliare indiscriminatamente fra le pieghe della società, allargando e/o accentuando le disparità sociali già esistenti nella fase precedente la crisi. Da questa visione, purtroppo, hanno tratto esercizio e metodo le politiche di disciplina continentale: sono state in parte queste le conseguenze dell'incontro-scontro con quell'istituzione sovranazionale che è definibile come troika
Nonostante influenze di politiche continentali, da realizzarsi in un quadro che dovrebbe prevedere cessioni progressive di sovranità nazionali per la prosecuzione di un'unità di tipo europeo (sempre ammesso che tale progetto non giunga ad impietoso naufragio, preda delle sue stesse intestine contraddizioni), ciascuno Stato aveva e ha una propria politica nazionale con cui misurarsi ed autoregolarsi. 
E' questo il caso tipico delle elezioni politico-amministrative, volte al regolare 'democraticamente' (al netto di regimi legislativi differenti) i processi decisionali interni ad ogni Stato facente parte dell'Unione europea. Attraverso quali step poter regolamentare e definire il rapporto che intercorre fra ingerenze continentali e forme democratiche nazionali? 
Osservando ancora una volta il contesto greco, è possibile fare riferimento alle battaglie promosse nel contesto nazionale dal Governo di Alexis Tsipras, leader di Syriza (oltre al metodo democratico che lo ha condotto al potere). A questo proposito si pone inevitabile riferimento, pertanto, al confronto tanto aspro quanto forse aspramente diplomatico che è stato intavolato nelle recenti trattative con le 'istituzioni' europee; il riferimento a non meglio precisate 'istituzioni' nient'altro è che un tanto orwelliano quanto semplice riciclo della ben più nota (e temuta) troika. 
Avendo la Grecia estremo bisogno di supporto economico per continuare a dichiararsi (quantomeno ufficialmente) non alla canna del gas, ha dovuto intavolare una trattativa alquanto complessa ed elaborata con le istituzioni europee per non sprofondare in un baratro che la avrebbe condotta sicuramente fuori da Euro ed Eurozona (prima di una tanto inevitabile quanto ritardata implosione?). 
Su questo piano di biunivoco scontro, pertanto, Grecia ed Europa hanno concluso una trattativa che avrebbe concesso quattro mesi di ulteriore ossigeno economico (conseguente a stabilità finanziaria?) allo stato ellenico. Al netto delle opinioni, le domande principali sono state poche: chi è che ha ceduto maggiormente rispetto ai propri intenti iniziali? E' stata l'Europa ad aver ceduto, facendo compiere all'intera struttura continentale qualche passo in più verso maggiori principi di consapevolezza economica e sviluppo sostenibile? E' altresì stata la Grecia ad aver perso qualcosa, rispetto all'iniziale programma anti-povertà descritto da Alexis Tsipras internamente alla competizione elettorale che lo ha condotto al Governo? 
Le opinioni (come le possibili domande) non si sprecano, in quanto figlie di accordi che hanno probabilmente affogato nella diplomazia le loro irrisolte e malcelate asperità. Quali e quanti sono stati i passi in avanti conclusi dalla Grecia nell'accordo finale (cfr. "Oggi la consegna all’Ue del piano di riforme di Tsipras: 'Incassi extra per 7,3 miliardi'", La Stampa - "La Grecia e l’accordo per altri 4 mesi di aiuti. Tsipras: 'Cancellati gli impegni sull’austerità'", La Stampa - "Tsipras sfida la Troika: luce gratis e cibo a 300mila famiglie povere", La Repubblica - "La Grecia presenta il piano di riforme Ue: 'Un valido punto di partenza'", Corriere.it), rispetto alle già citate premesse iniziali? Al netto di tutti i fatti e le interpretazioni possibili, è più che lecito chiedersi con le maggior dosi possibili di obiettività e competenza quali siano stati gli episodi e le debolezze che hanno condotto lo stato ellenico alle attuali situazioni di devastante precarietà economica ed allarmante instabilità sociale.
Quali sono stati i passi che hanno condotto lo Stato greco verso questo baratro da cui cerca di difendersi tutt'ora? 
Sono state rilevate colpe solo di matrice continentale? Possono essere altresì individuate anche ulteriori ragioni, legate ad un'insostenibilità economica già pre-esistente e ad una crisi politica di stampo assai rilevante? 
Qualora venissero accertate in maniera il più oggettiva possibile responsabilità (anche, non certo solo) interne, verso quali nomi e schieramenti politici sarebbe possibile puntare il dito con fermezza? 
Per rispondere a queste domande e per avere qualche informazione socio-politica in più su una situazione tremendamente intricata e complessa, pertanto, sembra necessario informarsi attingendo a fonti diverse e capaci di rendere più divulgativa la complessità polifonica di opinioni maturabili in un contesto simile. Una lettura interessante può essere, su questa spinta, quella data dal libro "La sfida di Atene - Alexis Tsipras contro l'Europa dell'austerità" scritto dal giornalista Dimitri Deliolanes e pubblicato da Fandango libri. 
Sullo sfondo di un contesto europeo che vede un dibattito sempre più infuocato e destrutturato fra forze (per forza di gioco?) europeiste e forze euro-scettiche, nonostante un caos tanto allarmante quanto capace di illudere e semplificare eccessivamente, si deve comunque cercare di fare l'impossibile per conservare la cosiddetta 'barra' dritta. Su queste coordinate cerca di muoversi la presente opera: 
 
"[...] Una sfida alla dura politica di austerità imposta da Bruxelles. I tempi sono maturi: alle elezioni europee del 2014 i partiti anti-europeisti hanno avuto un exploit impressionante. Ma solo in Grecia la via della protesta e dell'alternativa si è indirizzata verso un piccolo partito della sinistra radicale, che da anni viveva ai margini della vita politica. E' questa la [...] storia di Alexis Tsipras, trasformato in pochi anni da giovane contestatore nel primo leader della sinistra europea ad assumere responsabilità di Governo. 
Una risposta rivoluzionaria alla [...] crisi che ha colpito la Grecia e alla feroce ricetta di austerità imposta per quattro interminabili anni alla Grecia dall'Europa e dal Fondo Monetario Internazionale. [...]"
 
Tale battaglia deve per forza di cose essere condotta su un piano di diplomazie e burocrazie alle volte sferzanti, lente e macchinose. Nonostante simili ostacoli, però, è necessario portare a termine una missione per (cercare di) restituire sostenibilità e maggiori sicurezze sociali ad una popolazione distrutta e sfibrata all'insegna di disparità sociali sempre più evidenti e tangibili: 
 
"[...] Una ricetta da incubo: una recessione da tempo di guerra, milioni di disoccupati, famiglie impoverite, bambini denutriti, classe media distrutta, fabbriche chiuse, negozi deserti e immobili deprezzati in svendita. Dall'altra parte un'oligarchia non toccata dall'austerità, pronta a sfruttare la crisi per saccheggiare tutto quello che è pubblico. Uno sconvolgente racconto di sopraffazione, miseria e sfruttamento. [...]"
 
Alla luce di una situazione tanto drammatica, però, l'ultima speranza per un quadro di 'europeismo sostenibile' è affidata proprio a Syriza: 
 
"[...] E' questa la Grecia che vede in Syriza, la coalizione della Sinistra Radicale guidata da Tsipras, l'unica speranza di riscatto e dignità. Una sfida verso l'Unione Europea, condotta con le armi della democrazia, in favore dell'Europa e della sua economia reale. Ma anche una sfida alla vecchia classe politica, crollata sotto il peso delle sue responsabilità. Senza retorica né giri di parole Alexis Tsipras spiega all'autore i suoi sogni e i suoi progetti per uscire dalla crisi. Perché è sicuro che la Grecia non sarà espulsa dall'Eurozona, come il cambiamento ad Atene porterà al rinnovamento dell'Europa, come le forze liberiste saranno costrette ad arretrare. Un impetuoso tentativo di ricreare una sinistra moderna ma con profonde radici nel Paese. [...]"
 
La missione più difficile è affidata, pertanto, sulle spalle e sulla credibilità del leader politico di Syriza. 
Le istituzioni sovranazionali sapranno molto bene che, qualora fosse Tsipras a fallire, il prossimo probabile vincitore di una competizione elettorale nazionale sarebbe con buona probabilità il Partito di Alba Dorata; le posizioni fortemente euroscettiche di questo schieramento sono ormai note e consolidate dalle cronache nazionali e continentali. Senza Tsipras, dunque, si troverebbe fortemente debilitato l'ultimo argine che vede nell'Europa una risorsa (fino ad oggi largamente potenziale?) e non una tagliola da abbattere con ogni sforzo possibile.
Sotto punto di vista, pertanto, dovrebbe risultare doppiamente importante raccogliere o quantomeno ascoltare con un punto di vista fortemente costruttivo la sfida posta all'attenzione continentale dallo schieramento di Tsipras. E' possibile (cercare di) rendere giusto tributo e merito alla battaglia che tutti dovrebbero percepire come importante ed imponente ricorrendo alle parole di seguito riportate: 
 
"L'Europa o sarà sociale o non sarà."
 
Sembra essere estremamente vicino, al netto delle opinioni, il punto di non ritorno per le politiche europee: qualora non avvenisse un rapido e tangibile cambiamento (soprattutto per le classi sociali che fino ad oggi non hanno percepito altro che peggioramenti e/o stalli), per fortuna o purtroppo, sia l'Europa che l'Eurozona potrebbero rapidamente sfarinarsi e giungere ad un'estrema conclusione. 
Senza possibilità di ritorno e/o rimedio alcuna. Sia dunque reso possibile un ascolto, una anche banale forma di continua ricerca di autocritica su elementi che stanno conducendo un continente intero in un punto di minima estenuante. La necessità di valutare con occhio tanto critico quanto propositivo il presente percorso appare chiara anche allo stesso Alexis Tsipras, il quale sa di non poter avere dosi di credibilità eccessive visti i tempi attuali: 
 
"[...] Noi siamo pronti, abbiamo un progetto realistico, abbiamo la volontà politica e non faremo passi indietro. 
Ecco, forse così una via d'uscita dal labirinto potremmo anche trovarla. Non solo per i greci, ma per tutta l'Europa. [...]"
 
Potremmo anche trovarla, una via d'uscita. Si tratta di parlare al condizionale, non certo ad un futuro che ad oggi non vede nulla di definitivo e chiaro. Nonostante questo e tutte le ulteriori possibili incertezze, la sfida di Tsipras è una missione che deve essere quantomeno ascoltata e compresa da tutti. 
Scettici e/o sostenitori, poco importa. 
E' la posta in gioco ad essere altissima, non certo solamente per la Grecia. 


domenica 1 marzo 2015

FRA NEGOZIO ED ANTIQUARIATO, SU PERCORSI E MARI APERTI...

Fonte video: youtube.com

"[...] Non si può cercare un negozio di antiquariato/ in Via del Corso./ 
Ogni acquisto ha il suo luogo giusto/ e non tutte le strade sono un percorso./ 
Come cercare l'ombra in un deserto/ o stupirsi che è difficile incontrarsi in mare aperto./ 
Prima di partire si dovrebbe essere sicuri/ di che cosa si vorrà cercare dei bisogni veri. [...] 
Non si può entrare in un negozio/ e poi lamentarsi che tutto abbia un prezzo/ 
se la vita è un'asta sempre aperta/ anche i pensieri saranno in offerta [...]"

sabato 28 febbraio 2015

A PROPOSITO DI (MANCANZA DI) PENSIERO...E DI TEMPI COERENTI:

"[...] La mancanza di pensiero − 
l'incurante superficialità o la confusione senza speranza 
o la ripetizione compiacente di 'verità' diventate vuote e trite − 
mi sembra tra le principali caratteristiche del nostro tempo. [...]" 
(H.Arendt, La condizione umana, att.


giovedì 26 febbraio 2015

FRA SERENITA' E FELICITA'...QUALI LE POSSIBILI RICERCHE?


"Penso di aver paura di essere felice perché ogni volta che lo sono succede qualcosa di brutto."
(Charlie Brown, cit.)

"Ciò che ci rende felici nel modo più immediato è la serenità d'animo: 
questa buona qualità infatti ripaga istantaneamente chi la possiede."
(A.Schopenhauer, cit.)

"[...] Felicità/ dichiarata facsimile/ 
dal giudizio che ha/ rilasciato un orefice/ 
quella vera sarà/ senza un graffio di ruggine.[...]"
(S.Bersani, cit.)

martedì 24 febbraio 2015

"PODEMOS": QUALI CONFINI E CREDIBILITA' PER PROTESTA/PROPOSTA POLITICA?

Può la politica imparare qualcosa dal contesto esterno in tempo di crisi?
Cosa ha prodotto e potrebbe ancora generare nel quadro politico (e nella gestione del consenso) un periodo di prolungati stenti come quello che una certa parte di Europa sta vivendo su scala macro-economica? L'avanzamento ed il consolidarsi delle politiche di austerity cosa potrebbe generare, in termini espliciti?
Queste dinamiche hanno contribuito e stanno contribuendo al generarsi di spinte nazionalistiche, all'affermarsi di nuove forze politiche per definizione in rottura con i protagonisti di un precedente quadro democratico. In maniera  che tutto può definirsi fuorchè eccezionale ed inaspettata.
Laddove le differenze esistenti fra pre-esistenti schieramenti partitici risultino percepite come nulle (cfr. clima europeo, dove le 'larghe intese' fra socialisti e popolari si sono replicate) a livello di agire esplicito, la discesa di nuove forze politiche si configura quantomeno come giustificabile e/o almeno non inaspettata. I tratti d'unione che sembrano comuni a molti di questi schieramenti riguardano, al netto dei punti di vista differenti su svariati argomenti, argomenti chiave inerenti le conseguenze subite grazie all'austerity sulle politiche socio-economiche: riflessioni sulla permanenza/validità/fattibilità dell'Euro, definizione/ricerca/riflessione sui meccanismi di democrazia e rappresentanza esercitabili su scala continentale, necessità di rendere meno aspre elementi come politiche fiscali e supremazia della Germania, [...].
Attraverso quali modalità andranno a definirsi e concretizzarsi i passi di strutturamento e consolidamento di queste forze politiche contrarie agli schemi precedenti?
Una delle forze che vanno a concorrere per inserirsi in questo quadro è data, fra le altre, dal movimento spagnolo Podemos. La storia di questa forza politica è stato tanta recente quanto dirompente e, ad ora, fondata anche su molti degli sbagli commessi da Partiti pre-esistenti; Podemos sembra essere nata in primo luogo per demeriti altrui, insomma.
Il quadro di esistenza di questo movimento è presentato in termini tanto larghi quanto ancora largamente inesplorati:

"[...] E' stata la sorpresa delle ultime elezioni europee in Spagna e i sondaggi la proiettano oltre il 25%, prima forza politica del Paese. Una esplosione che ha visto i suoi iscritti online arrivare in pochi mesi a quasi 300mila. In Italia sono definiti i 'grillini spagnoli'.
Se le somiglianze sono innegabili, le differenze però sono di più. 
Podemos nasce dalla rivolta contro la 'casta', ma soprattutto dall'onda lunga del movimento degli indignados. Il suo gruppo dirigente proviene per formazione e cultura dal [...] mondo della Sinista radicale, e in Europa ha deciso di stare con il gruppo di Alexis Tsipras, di cui condividono il programma anti-austerity. Ma preferiscono presentarsi come 'né di destra né di sinistra', privilegiando la metafora del 'basso contro l'alto', del 99% contro l'1%. Nei circoli di Podemos non si trovano i poster di Che Guevara o del subcomandante Marcos ma solo manifesti viola, il colore della ribellione, con un cerchio bianco a raffigurare il potere decisionale diffuso. [...]"

Queste parole sono tratte dall'introduzione al libro 'Podemos - La sinistra spagnola oltre la sinistra', scritto da Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena e pubblicato da Alegre Edizioni.
Tale opera concorre ad articolare la formazione e la strutturazione di questo movimento, identificazione spagnola di quell'insieme di schieramenti euro-riflessivi precedentemente citati, cercando di analizzarne i contesti sociale, politico ed economico che hanno portato a questo realizzarsi. Certi argomenti hanno prodotto, in brevissimo tempo e non solo nella società spagnola, fortissimi radicamenti che hanno generato tanto solide quanto articolate consapevolezze: quali i prezzi da pagare per tentare di consolidare una ripresa socio-economica che salvi le fasce più deboli della popolazione? E' così vero e fondato l'assunto secondo cui destra e sinistra siano diventate la stessa cosa a livello di agire politico concreto?
E' ora che la crisi sia pagata da coloro che la hanno causata e generata? Quali ruoli (e colpe) attribuire a banche, classi tecnico-politiche percepite come corrotte e/o corruttibili? Entro quali nuovi confini collocare le politiche pubbliche, oggi sferzate e provate da vincoli sovranazionali imposti da politiche europee? L'analisi che un movimento come Podemos può apportare al dibattito nazionale (e continentale) può essere tanto prepotente quanto inesperta e tagliente, specialmente se svolta alla luce di un'aggressività programmatica dettata da una volontà di rivoluzionare completamente gli schemi pre-esistenti. Nonostante novità e pulsioni di ribellione, però, possono esistere legami che hanno contribuito alla nascita di Podemos che possono essere visti come dipendenti e/o vincola(n)ti da forme di vecchia politica? Assolutamente sì, non a caso.
Tali punti si richiamano ad una serie di questioni inevitabili che hanno, in prima istanza, a che fare con il concetto di leadership senza il quale questo Movimento non sarebbe probabilmente arrivato agli onori (ed oneri) della cronaca in così breve tempo; è il caso di Pablo Iglesias, volto largamente conosciuto da ben prima dell'affermazione di Podemos. E' anche (o soprattutto?) dalla sua figura che parte il ruolo che questo movimento ha (e potrà avere) su scala nazional-continentale:

"[...] 'Di unire la sinistra non me ne importa nulla', ripete [...] il leader del movimento Pablo Iglesias, 'noi siamo per l'unità popolare'. Di fronte alla sconfitta storica della sinistra, preferiscono ripartire da zero. In un intreccio ideologico che tiene insieme Antonio Gramsci e il teorico populista Ernesto Laclau, le forme più classiche e assembleari dei movimenti con la centralità della rete, l'idea della democrazia diretta con un leaderismo molto forte. Iglesias [...] è un personaggio politico anomalo, con aspetti affascinanti e contraddizioni evidenti, e fa paura all'establishment finanziario. Un fenomeno che non mancherà di esercitare un forte impatto sul dibattito della sinistra ma anche sui destini dell'Unione Europea. [...]"

Le domande da poter porre sono, a questo proposito, moltissime: quale sarebbe stata la popolarità di tale movimento senza la figura del leader?
La crescita del consenso sarebbe stata tanto rapida e consistente? Oppure vi sarebbero stati inevitabili rallentamenti? Un altro punto di continuità con il passato è dato, inevitabilmente, dall'apporto costruttivo che movimenti come Podemos  dovrebbero/potrebbero dare alla società portando avanti l'effige della (vera o presunta?) democrazia diretta. Il primo passo strutturale e non occasionale da portare avanti deve essere, su questo fronte, quello relativo al far crescere e sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti delle proprie potenzialità:

"[...] Il filosofo Slavoj Zizek [...] ha scritto che 'le proteste hanno creato un vuoto: un vuoto sul terreno dell'ideologia dominante, e ci vuole tempo per riempirlo a dovere perché è un vuoto carico di contenuto, un'apertura verso il Nuovo.' Di contro Zigmunt Baumann ha voluto sottolineare i grossi limiti degli indignados, per lui soltanto un movimento 'emotivo' e di reazione ma senza una vera riflessione, quindi senza futuro perché 'l'emozione è instabile e inappropriata per progettare qualcosa di coerente e duraturo'. Fernando Savater ha criticato il movimento [...]: 'Alcuni attivisti sembrano considerarsi dei puri in un mondo di ambizioni e falsità. Nessuna democrazia reale può accettare un manicheismo tanto interessato e di comodo. E' sicuramente vero [...] che c'è bisogno di grosse riforme nella democrazia, nella sclerosi settaria dei Partiti, nei mercati fuori controllo per l'avidità della speculazione capitalistica, nell'efficace istituzionalizzazione di una giustizia senza compromesso coi Partiti, in un sistema di istruzione pubblico di qualità. Ma niente di tutto ciò sarà possibile finché la critica della politica continuerà ad essere censura nei confronti dei politici senza autocritica dei cittadini. L'indignazione non basta. Come diceva Spinoza, l'importate non è odiare o applaudire, ridere o piangere ma capire. [...]"

Attraverso quali passi strutturare Podemos per costruire una miscela politica fatta di proposta maggioritaria rispetto a giusta e ragionevole protesta? Attraverso quali passi strutturare Podemos per rendere vincolante il peso delle decisioni collettive, ossia assunte dalla massa che potrebbe contribuire a generare forme di democrazia diretta? Attraverso quali passi (cercare di) concretizzare forme di autocritica nei confronti dei cittadini, teoricamente interessabili a svolgere il ruolo di massa critica nei confronti degli schemi pre-esistenti?
Senza contare quello che, forse, potrebbe diventare l'elemento più importante di confronto e giudizio: l'essere percepiti come all'altezza delle promesse fatte. Qualora si trovasse a governare (anche se dentro schemi costruiti da altri), come saprebbe Podemos districarsi per risolvere matasse sempre più caotiche? Dovrebbe tessere attente trame o procedere a risoluzione estrema tracciando soluzioni quasi come se avesse davanti nodi gordiani?
Sullo sfondo, una lung(hissim)a serie di ulteriori questioni: rapporto con Tsipras e Syriza, analogie e differenze esistenti con altri movimenti e schieramenti europei, fallibilità (tutto fuorché irrealizzabile e potenziale) delle aspettative create e costruite per veicolare il consenso, [...].
L'incedere inevitabile dei passi costringerà a certe riflessioni, tanto importanti quanto pe(n)santi.
Si potrebbe vedere, parimenti al manifestarsi di (ulteriori) punti forti, anche il realizzarsi di (tanto aspri quanto inevitabili) punti deboli.


sabato 21 febbraio 2015

PER UN'INDIGNAZIONE PROPOSITIVA: NULLA CAMBIERA' SENZA L'AUTOCRITICA DEI CITTADINI

"[...] Il filosofo Slavoj Zizek [...] ha scritto che 'le proteste hanno creato un vuoto: un vuoto sul terreno dell'ideologia dominante, e ci vuole tempo per riempirlo a dovere perché è un vuoto carico di contenuto, un'apertura verso il Nuovo.' Di contro Zigmunt Baumann ha voluto sottolineare i grossi limiti degli indignados, per lui soltanto un movimento 'emotivo' e di reazione ma senza una vera riflessione, quindi senza futuro perché 'l'emozione è instabile e inappropriata per progettare qualcosa di coerente e duraturo'. Fernando Savater ha criticato il movimento [...]: 'Alcuni attivisti sembrano considerarsi dei puri in un mondo di ambizioni e falsità. Nessuna democrazia reale può accettare un manicheismo tanto interessato e di comodo. E' sicuramente vero [...] che c'è bisogno di grosse riforme nella democrazia, nella sclerosi settaria dei Partiti, nei mercati fuori controllo per l'avidità della speculazione capitalistica, nell'efficace istituzionalizzazione di una giustizia senza compromesso coi Partiti, in un sistema di istruzione pubblico di qualità. Ma niente di tutto ciò sarà possibile finché la critica della politica continuerà ad essere censura nei confronti dei politici senza autocritica dei cittadini. L'indignazione non basta. Come diceva Spinoza, l'importate non è odiare o applaudire, ridere o piangere ma capire. [...]'"
(Podemos, M.Pucciarelli, G.R.Spena - Edizioni Alegre)



giovedì 19 febbraio 2015

"L'ITALIA PUO' FARCELA": QUALI LE POSSIBILI STRADE PER EURO ED EUROPA?

Quanto si configura come sostenibile la cosiddetta "zona Euro" per gli Stati europei e per le popolazioni che ne subiscono da anni (pregi e) difetti?
Sarebbe forse possibile fare una dettagliata analisi costi-benefici, al termine della quale si riuscisse a capire la sostenibilità o meno di un progetto che sembra esser stato dimensionato con qualche lacuna? Si deve essere per forza pro o anti-Euro a prescindere, quasi come se le indicazioni di Partito e/o di schieramento ideologico fossero dei diktat ineludibili? Può e deve esistere la convinzione che un'Europa diversa sia realizzabile?
Attraverso quali passi concreti abolire la gabbia dell'austerità, cercando di coniugare su scala continentale crescita economica e sostenibilità della stessa?
La cessione di quote di sovranità sempre maggiori deve essere una fase tanto inevitabile quanto ancora ineludibile?
Esistono alternative concrete alla necessità di compiere scelte radicali che potrebbero forse mal comprese dai cittadini europei?
L'alfabeto europeo è fatto di parole che, da qualche anno a questa parte, hanno acquisito un'enorme importanza ed i cui significati, fino a relativamente poco tempo fa, erano largamente sconosciuti ai più: spread, deficit, debito pubblico, PIL, [...].
La consapevolezza di questa crisi ha radici dettate anche da un'inconsapevole ignoranza delle moltitudini verso materie complesse come quelle di matrice economico-finanziaria? A prescindere dalla validità o meno di queste domande, la questione di fondo era, è (e sarà davvero per sempre?) una sola: l'Italia è uno Stato tanto in crisi socio-economica quanto inserito dentro la cornice di Euro (ed Europa). A prescindere da quel che possa comportare per il futuro.
Il dibattito è tanto importante quanto necessario da divulgare; per compiere questo è opportuno renderlo semplice, o quantomeno semplificato.
Deve essere, insomma, reso maggiormente comprensibile e meno radicalizzato su punti di discussione da cui sia impossibile (o quantomeno complicato) il confronto fra punti di vista opposti. Che fine potrebbe fare l'Italia qualora la crescita economica rimanesse tanto bassa da rendere inevitabile una 'rinegoziazione' dei livelli di debito pubblico? Esplorando le dinamiche di questa crisi è possibile scoprire punti di vista e/o interpretazioni ancor oggi sottovalutate? E' (anche, non solo) su queste domande che cerca di muoversi il libro 'L'Italia può farcela', scritto dall'economista Alberto Bagnai e pubblicato da 'Il Saggiatore'. Lo scopo dell'opera, a prescindere dalla sua poi successiva criticabilità o meno, è chiaro sin da subito:

"[...] La crisi dei mutui subprime è scoppiata nel 2007, e dagli Stati Uniti ha contagiato l'intera economia globale. Oggi, mentre il resto del mondo è in ripresa, in Europa stiamo ancora parlando di debiti. Perché? E' ormai chiaro che le terapie sbagliate come l'austerità hanno [...] peggiorato le cose. Occorre una diagnosi più accurata, capace di risalire alle origini dei nostri problemi. 
Chi è stato a indebitarsi così tanto, e per quale motivo? Da chi ha avuto i soldi? 
Perché solo in Italia e in Europa non ne stiamo venendo fuori? [...]"

A partire da domande oggettive, capaci cioè di individuare una serie di problemi visibili da tutti, è possibile trarre una serie di specifiche conclusioni anche largamente divergenti e/o opposte le une dalle altre. Le convinzioni personali non devono ostacolare il piano del confronto metodico e specifico, rapportato cioè alla possibilità di ascoltare al meglio possibile le opinioni altrui. E' da questo punto di vista e da queste domande che prende quota il pensiero dell'economista Bagnai, autore della presente opera:

"[...] Alberto Bagnai dimostra che le radici della crisi europea affondano nell'iniqua distribuzione del reddito che da più di trent'anni caratterizza tutte le economie avanzate. Con la globalizzazione finanziaria, i salari reali hanno perso terreno rispetto alla produttività del lavoro, a tutto vantaggio dei profitti. Ma perché il capitalismo funzioni, se non è sostenuta dai salari, la domanda di beni deve essere finanziata dal debito. Da una situazione in cui il lavoratore è un cliente, si è passati a una realtà in cui il lavoratore è un debitore. E' il trionfo del capitale sul lavoro, ma anche il fallimento del paradigma economico liberista. [...]"

Questo bilancio fra vincitori e sconfitti a quali punti di vista potrebbe condurre, un domani più o meno lontano? L'Euro(pa) è ad oggi più una gabbia od una benedizione per le prospettive di sviluppo futuribile dell'intero 'vecchio continente' in rapporto al mondo intero? Può esistere un'informazione obiettiva che riesca ad esplorare in maniera tanto oggettiva quanto chiara le prospettive (anche o soprattutto?) negative che potrebbero attendere l'intero continente qualora non riuscisse a consolidare al meglio le proprie potenzialità, sanando al meglio possibile tutti gli squilibri socio-economici che lo caratterizzano? E' da queste ulteriori considerazioni di massima che si muovono ulteriori riflessioni, sintetizzate dalla copertina introduttiva all'opera in questione:

"[...] In Europa, la moneta unica ha accentuato queste dinamiche globali. 
L'Euro ha permesso ai cittadini del Sud di finanziare più facilmente il consumo di beni prodotti dal Nord, e i ha indotti ad accettare politiche di compressione dei salari e dei diritti, presentate come biglietto di ingresso nel club dei 'paesi virtuosi'. A questo si aggiunge, in Italia, un fenomeno senza paragoni nel panorama mondiale: l'autorazzismo, ciò che Gadda chiamava 'la porca rogna italiana del denigramento di noi stessi'. [...]"

Uno fra i punti fondamentali su cui concentrarsi, secondo l'autore, sarebbe quello di vedere lo Stato italiano come un Paese dalle potenzialità sottovalutate dagli stessi cittadini che lo abitano. Questo punto di vista è esplicativo e sicuramente degno di riflessione, a prescindere dalla sua condivisione o meno:

"[...] E' così che ha preso piede la filosofia antidemocratica del vincolo esterno, condivisa da tutti i Partiti politici della Prima e Seconda Repubblica al grido di 'ce lo chiede l'Europa!': un sistema discutibile anche quando l'Europa sembrava in salute; ora che sta fallendo è giunto il mondo di riacquistare un più alto senso di dignità e solidarietà nazionale, e cambiare strada. [...]"

Laddove potrebbe condurre questa consapevolezza relativa alla necessità di cambiare strada?
E' su questo punto di vista che si aprono una serie notevole di prospettive, attese, interpretazioni: rinuncia alle politiche di austerità, definizione di nuovi metodi per cedere progressivamente ulteriori forme di sovranità ad enti sovranazionali, creare nuovi meccanismi e sinergie fra organismi attualmente esistenti, valutazione di creazione di strumenti alternativi a quelli fino ad ora impiegati per (cercare di) alleviare le conseguenze della crisi economico-finanziaria, uscita dall'Euro con conseguente ritorno a forme di sovranità nazionale ad oggi già cedute, [...].
Alcuni di questi sbocchi sono opposti e potrebbero causare conseguenze altrettanto divergenti, l'una dall'altra; quale cambio strada propone l'autore del presente saggio?
Si ha un'opinione tanto lampante quanto a parere dell'autore documentata:

"[...] Alberto Bagnai propone la sua formula per evitare il disastro, con lo stile appassionato e il rigore analitico che lo hanno reso un punto di riferimento nel dibattito contemporaneo. La soluzione alla crisi italiana ed europea passa per il recupero della piena sovranità economica degli Stati e il ritorno alle valute nazionali, condizione necessaria per ristabilire l'equilibrio fra i Paesi membri dell'Unione e restituire loro piena legittimità democratica. Solo così si potranno elaborare e mettere in pratica politiche economiche espansive, ispirate al principio di equità. Solo così l'Italia potrà farcela. [...]"

L'Italia potrebbe farcela davvero solamente perseguendo la strada di un ritorno a forme monetarie autonome? Entro quali 'argini' poter discutere e consolidare altre alternative, sempre ammesso che ne esistano e che non siano altrettanto dolorose come quelle esplorate fino ad oggi?
Predicare un generico più o meno Europa può significare causare confusione nelle idee e nelle consapevolezze di chi ascolta? Per (cercare di) avere maggiori e migliori consapevolezze su un tema scottante e complesso come questo, occorre a prescindere da tutte le strade possibili adoperarsi per (cercare di) colmare le personali dosi di ignoranza in materie tanto difficili come quelle economico-finanziarie. Compito tanto complicato quanto, a prescindere da tutto, forse necessario per (provare a) vincere (o almeno comprendere) la complessità del mondo contemporaneo.


martedì 17 febbraio 2015

A PROPOSITO DI POLITICA...E CONSAPEVOLEZZA DELL'ESEMPIO

"[...] Non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola [...] e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto. [...]"
(S.Pertini, cit., 1973)

"[...] Cosa porterei dal mondo del calcio a quello della politica? Comincerei col portare le regole, noi in campo le abbiamo e le dobbiamo rispettare. E poi bisognerebbe trovare persone che non dicono 'vorrei ma non posso' ma che invece dicono 'io voglio e lo faccio'. [...]"
(Z.Zeman, att.)

"[...] La prima virtù della politica è di risolvere i problemi, non di parlarne. [...]"
(G.Vaciago, att.)

"[...] La situazione politica in Italia è grave ma non è seria. [...]"
(E.Flaiano, cit.)


lunedì 16 febbraio 2015

FRA ITALIA, DISSESTO E CLIMA: INIZIATO UN CAMBIAMENTO?

Le cifre attribuibili e/o riconducibili al dissesto idrogeologico sono, nella sola Italia, enormemente elevate ed assai allarmanti. Un passato report de La Stampa è, a questo proposito, estremamente chiaro nei confronti di un allarme tanto urgente quanto largamente sconosciuto ai più:

"[...] Le aree ad elevata criticità rappresentano il 9,8% della superficie nazionale e riguardano l’89% dei comuni, su cui sorgono 6.250 scuole e 550 ospedali. [...] Le Regioni hanno stimato un fabbisogno di 40 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio [...]"

L'allarme implicito da destinare a tale urgenza dovrebbe essere, al netto delle impressioni, assolutamente elevato; sono troppi i casi che, di anno in anno, vanno arricchendo (al negativo) le cronache giornalistiche e le statistiche di qualcosa che si sarebbe potuto fare meglio.
Sempre con il senno di poi, lamentando a posteriori una cura ed una prevenzione non all'altezza delle situazioni verificatesi. Le cifre di questa emergenza, nella sola Italia, hanno consegnato alle statistiche un costo complessivo di danni pari a circa 62 miliardi di Euro; tale mostruoso importo è stato cumulato in un arco temporale compreso fra 1944 e 2012, stando alle statistiche promosse dal report de La Stampa precedentemente citato.
Dalla lettura di questi dati, è possibile toccare "con mano" quali e quante siano le urgenze da affrontare con la miglior immediatezza possibile.
Parallelamente a questo, un dossier de La Repubblica definisce quelle che sono state le cifre che l'emergenza del dissesto idrogeologico ha consegnato all'Italia:
  • 33 vittime e 46 feriti;
  • oltre 10mila sfollati in tutto il Paese;
  • 220 Comuni colpiti, su un totale di 19 Regioni.
Quali passi poter compiere, nel concreto, per trovare una soluzione ad una tanto presente quanto costante emergenza? Servirebbe strutturare, nel concreto, un piano di piccole e medie opere finalizzate al ripristino di sicurezza ed agibilità su tutto il territorio nazionale.
E' su questo punto che si articola il dossier di La Repubblica - Inchieste, realizzando un reportage finalizzato al mettere in luce quelli che sembrano primi e concreti passi decisivi per (cercare di) mitigare un allarme come quello in atto: 

"[...] Per i primi 700 milioni è arrivato il semaforo verde. Tra maggio e dicembre [...] è stata sbloccata la prima parte dei 2,3 miliardi stanziati per i lavori destinati ad arginare il dissesto idrogeologico. [...]" (Fonte: La Repubblica - Inchieste)

Lo sblocco di questi fondi ha consegnato ad Enti Locali la possibilità di realizzare un attento piano di capillare salvaguardia territoriale, attraverso la cantierizzazione di alcuni interventi che erano classificati da tempo come urgenti. Il report segnala, a questo proposito, la fattibilità e la realizzabilità di alcune delle opere individuate. Seppur con un ritardo temporale preoccupante: 

"[...] dei 1.600 interventi finanziati dagli accordi di programma sottoscritti nel 2010 per oltre 2 miliardi di euro, solo 209 sono stati conclusi [...]. Degli altri, 308 interventi devono ancora essere avviati, 636 sono in fase di progettazione, 459 in esecuzione. [...]"

La percentuale di realizzazione, dinanzi ad un'emergenza che non conosce sosta, appare essersi attestata a poco più del 13% sull'ammontare complessivo. Quali sono gli impatti economici che un'emergenza come questa può infliggere ad un territorio martoriato da un continuo allarme? 
Gli studi descritti dal report de La Repubblica descrivono, a tal proposito, una situazione allarmante: 

"[...] gli economisti sono sempre più allarmati. [...] in Europa l'80% delle perdite causate da disastri naturali nel periodo 1980-2009 è stato determinato da eventi meteo; e i danni per le alluvioni, sotto la pressione [...] del cambiamento climatico, triplicheranno nel corso del secolo. Tra l'altro dalle stime di uno studio appena pubblicato [...] risulta che ai danni diretti che generalmente vengono conteggiati per i disastri idrogeologici bisogna aggiungere un 20% di danni indotti che ricadono sull'intero sistema produttivo [...]"

Alla luce di questi punti di vista, pertanto, la cantierizzazione di alcune delle opere già da tempo preventivate non può che essere vista assolutamente di buon grado. Che sia davvero l'inizio di un differente modo di concepire e tutelare il patrimonio esistente per un futuro sostenibile?
L'opinione diffusa va verso la direzione di ammettere un cambio di rotta, anche se timido e parziale rispetto ad un passato che in quanto a statistiche sembra commentarsi purtroppo da solo: 

"[...]  La situazione [...] si è rovesciata. Non esistono più le emergenze: ci sono [...] pause in un flusso continuo di dissesti che da un momento all'altro possono trasformarsi in catastrofi. Per la difesa dalle alluvioni siamo all'anno zero. [...] Abbiamo usato gli stanziamenti per la sicurezza come i soldi del monopoli, moneta finta per addobbare i bilanci, per fare bella figura rinviando all'infinito la spesa. Abbiamo messo i quattrini [...] sulle attività che moltiplicavano il problema: dall'uso dei combustibili fossili alla cementificazione. Adesso qualcosa sembra inizi a cambiare. A partire dai fondi per il riassetto idrogeologico [...] e dalla legge contro il consumo di suolo, che si è riaffacciata in [...] Parlamento. [...]"

Grazie a questa consapevolezza, pertanto, è stato possibile stanziare fondi finalizzati alla costruzione di opere precise e concrete. Risulta essere esplicativo, a questo proposito, il report promosso da La Repubblica - Inchieste

"[...] Nella lista dei cantieri da aprire [...] figurano le opere per la messa in sicurezza del lago d'Idro (Lombardia), per il fiume Bisagno (Liguria), per il canale scolmatore di nord-ovest (Milano), per la cassa di espansione a Figline (Toscana), mentre la distribuzione regionale dei soldi privilegia la Lombardia, con 57 interventi per 137,8 milioni, seguita dalla Toscana con 33 interventi per 62,4 milioni, dalla Calabria con 50 interventi per 58,5 milioni. [...]"

La presente risulta essere, quindi, una sfida da provare a vincere all'insegna di poche ma pe(n)santi parole di riferimento: sostenibilità, ambiente, prevenzione, tutela e progettazione del futuro. 
Senza l'applicazione tanto concreta quanto costante di questi fattori, nulla potrà essere considerato come strutturale punto di inizio e/o di cambiamento. 


Fonte immagine: Dissesto idrogeologico, lastampa.it

Per saperne di più: 

"Dissesto idrogeologico: la più grande opera pubblica del Paese ha bisogno di nuovi lavoratori"
La Stampa, (http://www.lastampa.it/2014/10/17/blogs/green-jobs/dissesto-idrogeologico-la-pi-grande-opera-pubblica-del-paese-ha-bisogno-di-nuovi-lavoratori-dNZG7VCp0vTTpQtYrBh9OP/pagina.html)

"Primi cantieri contro la frana Italia", inchieste.repubblica.it
(http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/02/16/news/i_costi_del_dissesto-106878184/?ref=fbpr)

domenica 15 febbraio 2015

FRA FIABE E FAVOLE, PER (CERCARE DI) RICOSTRUIRE UN DOMANI...

"[...] Credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. 
La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi. [...]" (G.Rodari, att.)


sabato 14 febbraio 2015

A PROPOSITO DI TIGRI...E DI AMORE PER ANIMALI:

"[...] C’è chi pensa che la natura sia buona / e finisce nelle fauci della tigre / c’è chi pensa che la natura sia malvagia / e abbatte a colpi di fucile la tigre / c’è chi pensa che la natura sia bella / e mette nella gabbia dello zoo la tigre / c’è chi pensa che la natura sia utile / e si fa una pelliccia con la tigre / c’è chi pensa che la natura pensi / e seziona il cervello della tigre / c’è chi pensa che la natura sia in pericolo / e fa un’oasi di protezione per la tigre / c’è chi pensa che la natura sia Dio / e trova l’uomo nella tigre / c’è chi pensa che la natura sia opera di Dio / e dissocia l’uomo dalla tigre / c’è chi pensa che la natura sia natura / e diventa parente della tigre / c’è chi pensa che la tigre sia la tigre / e lascia in pace la tigre. [...]" (G.Celli, La tigre - Nuovo bestiario postmoderno, cit.)

Fonte immagine: Weekly Beasts - Il Post, Foto Reuters - A.Perawongmetha)

venerdì 13 febbraio 2015

FRA PROGETTAZIONE...E POSSIBILE VALORE DELL'ERRORE:

"[...] Nel processo di progettazione il concetto di errore è fondamentale, poiché è proprio pensando in termini di evitare l'errore che si fanno buoni progetti. L'idea che gli insuccessi siano di gran lunga più istruttivi dei successi è [...] da tempo una verità ovvia per ingegneri e progettisti. La storia dell'ingegneria [...] è piena di esempi di drammatici fallimenti di quelle che inizialmente erano state considerate logiche estrapolazioni di progetti ineccepibili. In seguito a tali fallimenti sono emersi [...] i difetti latenti nella logica di progettazione che inizialmente erano stati nascosti da ampi coefficienti di sicurezza e da un conservatorismo progettuale [...]. Gli studi sulla progettazione che si concentrano solamente su come sono concepiti i progetti che hanno avuto esito soddisfacente rischiano [...] di tralasciare alcuni aspetti fondamentali del processo di progettazione [...] 
l'analisi preventiva dell'errore e le relative considerazioni sono fattori fondamentali per un buon risultato. Ed è proprio quando tali considerazioni e analisi sono inesatte o incomplete che si verificano gli errori di progettazione e i fallimenti veri e propri. 
Comprendere come gli errori vengano commessi e come possano essere evitati nel processo di progettazione può contribuire ad eliminarli e a gettare luce sulla natura di tale processo. [...]"
(Fonte: Gli errori degli ingegneri, H.Petroski, Pendragon Editore)

"[...] Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa. [...]" (G.Rodari, cit. - 1964)

Fonte immagine: aroundpalladio.it


giovedì 12 febbraio 2015

A PROPOSITO DI MAPPATURA DA RISCHIO CLIMATICO...

Quali impatti potrebbero far registrare i cambiamenti climatici nel contesto nazionale?
Quali emergenze hanno consegnato al Paese, gli stessi cambiamenti, nel passato più e meno recente?
Rischia di essere davvero senza uscita la strada che abbiamo davanti, con un domani nel quale le scelte sbagliate prese in passato potrebbero condannarci a stare sempre peggio?
Si tratta consapevolmente e colpevolmente di peggioramento climatico prodotto solo ed esclusivamente da mano umana, comunque oggettivamente mai troppo pulita?
Risulterebbe essenziale intraprendere una tanto lunga quanto ormai ineludibile strada, al fine di (provare a) realizzare poche ma essenziali misure per (cercare di) rivoluzionare e salvare il quadro. Migliorando, in primo luogo, anche il futuro più prossimo e venturo: piano per mitigare gli impatti dell'eventuale cambiamento climatico, programma di piccole-medie opere di riparazione e mitigazione da dissesto idrogeologico, attente definizioni e stime dei costi-benefici vincolati alla realizzazione delle stesse.
Il punto più importante da cui partire, al fine di innescare un miglioramento qualsivoglia possibile, risulta quello di individuare al meglio possibile quali siano le zone più a rischio o maggiormente compromesse per (cercare di) organizzare le attività di manutenzione e messa in sicurezza del territorio. A quale punto sono arrivate le procedure di mappatura del contesto italiano, posto su una molto pericolosa china rispetto alle questioni afferenti a sicurezza e dissesto idrogeologico?
A questa domanda cerca di rispondere, muovendosi su argini ancora non completamente esplorati e sicuramente ottimizzabili, la mappa del rischio climatico delle città italiane fatta da Legambiente.
Il sito legambiente.it definisce, a questo proposito, quale sia stata la strada che ha portato all'affermarsi di un progetto simile:

"[...] La mappa del rischio [...] raccoglie informazioni sugli impatti degli eventi climatici nelle aree urbane. Sono stati presi in esame episodi metereologici particolarmente intensi, dal 2010 ad oggi, per osservare dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza, evidenziare gli impatti subiti dalle aree colpite, mettere in rapporto l'accelerazione degli eventi climatici avversi con la carenza di una politica di messa in sicurezza dei territori. [...]"

La mappatura degli eventi verificatisi, realizzatasi nell'arco di quattro annualità, ha consentito di tracciare un primo bilancio sullo status quo esistente. La finalità al tempo stesso più articolata e difficile, però, riguarda la possibilità di mantenere costante ed aggiornato il profilo di informazione e percezione delle emergenze realizzato. A questo proposito è evidente l'intento di chi ha pensato la realizzazione del presente dettagliato report:

"[...] Obiettivo della mappa [...] è [...] capire dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza e analizzare gli impatti provocati, in modo da evidenziare laddove possibile il rapporto tra accelerazione dei processi climatici e problematiche legate a fattori insediativi o infrastrutturali nel territorio italiano. La mappa sarà dinamica e periodicamente aggiornata per [...] leggere informazioni, immagini e dati sugli episodi e provare [...] a comprendere le possibili cause antropiche che ne hanno aggravato gli impatti, e arrivare a individuare le aree a maggiore rischio clima. [...]" (Fonte: planningclimatechange.org)

Da questa mappatura può partire la realizzazione di una serie di buone pratiche, finalizzate alla descrizione di un serio piano di interventi capillarmente diffusi in un territorio sferzato da una devastante serie di continui allarmi ed incidenti? Affinché si possa, un domani non troppo/molto lontano, non parlare/scrivere/piangere/[...] più di allarmi avvenuti sempre "a posteriori".

Fonte immagine: legambiente.it

Per saperne di più: 
"Mappa del rischio climatico nelle città italiane", legambiente.it
(http://www.legambiente.it/mappa-rischio-clima-citta-italiane)