lunedì 28 luglio 2014

GOVERNO RENZI, REALIZZARE #LASVOLTABUONA FACENDO #MENOMARKETINGPOLITICO ?

I toni attuali del dibattito pubblico sembrano stonare sempre più palesemente con le (troppe?) promesse spese nei mesi precedenti da parte del Governo attualmente in carica. Le dichiarazioni passate denotavano di un #cambiaverso detonante, persino più forte di accordi continentali (colpevolmente) siglati e di numeri percentuali che dovrebbero lasciare poco spazio sia a risorse economiche che ad immaginazione.
Chi parla(va) di pragmatismo e di necessaria attenzione a non esagerare con i buoni intenti è stato più volte etichettato, in ordine sparso, come: rosicone, gufo, facente parte della lobby dell'immobilismo, ostile al #cambiaverso, [...].
Nonostante tutto, sono state, sono (e saranno ancora per quanto?) le promesse a farla da padrone.
Non si sono visti neppure nell'informazione spazi adeguati di discussione ed incertezza relativamente all'oceano di annunci fatti: tutti pronti a celebrare il (ri)nascente ottimismo italiano, da esibire addirittura in metafore dalla discutibile validità.
Poco importa, la memoria collettiva è breve e basterà poco per una quasi chirurgica rimozione di certi trascorsi.
Non si sono visti neppure decreti attuativi a decreti legge ed iniziative parlamentari che rendono, allo stato attuale, non attuati provvedimenti risalenti addirittura al Governo Monti. A cosa dovrebbe essere dovuta, dunque, un'accelerazione verso la (presunta) 'ripresa'?
Potrebbero aver influito in maniera consistente iniziative prese a parole da vari Governi e poi puntualmente non attuate?
Da domande come queste dovrebbe partire, in maniera obiettiva, una discussione collettiva sui limiti di un sistema tecnico-politico che non sembra lasciare spazio necessario ad iniziative shock da articolare e predisporre in breve tempo.
Quali promesse sono state, allo stato attuale, disattese o quantomeno non completate dal Governo Renzi?
Le possibili risposte a questa domanda sono moltissime e schematizzabili attraverso l'elenco di seguito definito:


  • 100 giorni di lotta durissima: Pubblica Amministrazione (aprile 2014), Fisco (maggio 2014), Giustizia (giugno 2014);
  • Dichiarazioni fiscali precompilate dal 2015, fatturazioni elettroniche;
  • Nuova Legge Elettorale "Italicum";
  • Riforma Costituzionale del Senato;
  • Riforma Costituzionale del Titolo V della Costituzione, sulla ripartizione delle competenze Stato-Regioni;
  • Abolizione delle Province attraverso opportune modifiche al Titolo V della Costituzione italiana;
  • Sblocco immediato e totale del pagamento dei debiti alla Pubblica Amministrazione: 68 miliardi di Euro da versare entro luglio 2014;
  • Rafforzamento del fondo di garanzia per il credito alle piccole e medie imprese;
  • Sblocco del cosiddetto "Piano casa": lo slogan (pur)troppo chiaro "Una casa per tutti" avrebbe dovuto parlare da solo;
  • Fondi per l'occupazione giovanile (1,7 miliardi di Euro) e raddoppiamento del credito d'imposta per i ricercatori (1,2 miliardi di Euro/triennio);
  • Fondo di garanzia e tutela per le imprese sociali (500 milioni da giugno 2014);
  • Semplificazioni normative e decreti relativi al cosiddetto "Jobs Act", teoricamente da varare in un numero piuttosto contenuto di settimane.

I richiami completi a questi temi si trovano nelle slides consultabili all'indirizzo seguente: http://www.repubblica.it/politica/2014/03/12/foto/renzi_i_cartelli_della_conferenza_stampa-80851796/1/#1
Quanti di questi provvedimenti sono stati ultimati e completati perseguendo quella che era stata definita in termini assoluti e perentori come #lasvoltabuona? Altre cose ancora sono state concretamente impostate, salvo non riscontrare forse adeguata valorizzazione in termini concreti in tutti i loro pregi e difetti:


  • Limiti agli stipendi dei manager pubblici parificati a quello del Presidente della Repubblica;
  • Stop ai ricatti dei micro-partiti, estinguendo in termini concreti le minoranze da presenza e dibattito parlamentari;
  • Legislazione più spedita, mediante il superamento del bicameralismo perfetto: è solo e proprio la presenza contemporanea delle due Camere a dover decretare immobilismo parlamentare e 'sabbie mobili' istituzionali?
  • Riforma Costituzionale del CNEL (Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro) tramite abolizione strutturale;
  • Stop alle Elezioni Provinciali e completamento del processo di Istituzione delle Città Metropolitane;
  • Avviamento dell'iter parlamentare per l'autorità sulla corruzione;
  • Discutibile (e/o patetica?) messa all'asta delle auto blu parlamentari, per diminuire la schiuma di rabbia presente nella 'pancia' dei cittadini italiani;
  • Avviamento di un Piano per l'Edilizia Scolastica nazionale, mediante la costruzione di una rete di interventi localizzati su edifici e plessi scolastici;
  • Variazioni all'IRAP delle aziende tramite rimodulazione al rialzo della tassazione sulle rendite finanziarie (da 20% a 26%);
  • Cosiddetto "Bonus 80 Euro mensili", sulla cui tematica il dibattito pubblico nazionale si è tanto precocemente quanto irrimediabilmente incancrenito.

Sono stati presi altri provvedimenti di cui non vi è notizia in agende parlamentari, slides o mezzi informativi?
Qualcosa era stato promesso nell'ambito delle politiche culturali, qualcosa d'altro era stato definito relativamente a politiche per lo Sviluppo Economico.
Nonostante tutte le possibili opinioni riguardo all'operato del Governo Renzi, comunque, è possibile affermare una verità di fondo: il ritmo delle promesse sembra aver superato abbondantemente quello dei fatti istituzionalmente resi operativi.
La voracità degli annunci sembra aver superato la sostanza dei provvedimenti concretamente messi in opera.
Può anche questo elemento costituire #lasvoltabuona con cui provare ad inaugurare una nuova forma di politica degna di rimediare ai troppi sbagli commessi in passato? Sicuramente no, senza ambiguità di fondo.
A cosa poter attribuire questa difformità fra annunci e risultati?
E' possibile rispondere a questa domanda in termini costruttivi e non distruttivi (sempre ammesso che sia ancora possibile farlo) citando un articolo del giornalista Federico Geremicca intitolato "I mondi paralleli di Renzi":

"[...] la [...] più importante «rendita di posizione» su cui può contare Matteo Renzi: l’estrema difficoltà degli altri [...] ad imboccare la via di un visibile e credibile cambiamento. Per altro, finché in campo ci sono «quelli di prima»  [...] è fin troppo facile per il premier rispondere alle critiche che gli vengono mosse: avete governato per decenni senza fare nulla di quel che ora imputate a me di non fare o di fare male.
Argomento [...] difficile da liquidare. Ma anche le rendite di posizione [...] sono destinate ad esaurirsi: ed è per questo che, al di là della debolezza dei suoi avversari [...] Matteo Renzi ha un disperato bisogno di centrare risultati: a cominciare [...] dalle «riforme politiche» [...] enfatizzate fino al punto da legare alla loro realizzazione addirittura il suo futuro in politica. [...]"

Quando potrebbe arrivare la fine della 'rendita' nel campo delle troppe promesse sparse al vento del dibattito collettivo e collettivamente fossilizzato?
Si rischia di essere bollati (ancora una volta) come gufi e/o rosiconi nel voler pretendere una politica meno mirabolante nei tempi e negli annunci?
Si è (stra)parlato di 'riforme' istituzionali, di "bonus 80" e del cosiddetto semestre europeo.
Come poter pretendere di far credere a cittadini ed informazione che sia possibile risolvere concretamente e rimuovere completamente gli ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione di un'Europa unita, sia economicamente che socialmente, attraverso un arco di tempo pari a soli 6 mesi?
Attraverso le (ulteriori) slides del "Giro d'Italia" in #80giorni la presente questione era stata descritta (testuali parole) nel seguente modo:

"[...] Allineamento astrale unico: Presidenza, Rinnovo Vertici, Fondi Europei, Cambiaverso nelle politiche economiche [...]"

A prescindere dai punti di vista possibili, purtroppo, sembra oggettivo ammettere che questo allineamento astrale unico (cit.) non pare aver sortito fino ad ora gli effetti sperati: dallo stallo sulle nomine del Commissario agli Affari Esteri ai moniti del neo-Commissario per gli Affari Economici la strada sembra essere quantomeno indirizzata verso una (s)gradevole salita.
Le politiche economiche europee avrebbero dovuto, per l'Italia, reindirizzarsi su altre direttive fondamentali e, fino ad oggi, fondamentalmente ignorate e non scalfite dalle competenti autorità europee: deficit per anno, sblocco di risorse (eventualmente e timidamente) scorporate dal patto di stabilità, tanto imbarazzanti quanto generici ragionamenti attorno al concetto di "flessibilità", [...].
L'ingessato linguaggio diplomatico del neo-Commissario alle Politiche Economiche Katainen ha infatti espresso in maniera (pur)troppo chiara i margini di manovra attualmente perseguibili per l'Italia:

"[...] Pericoloso [...] discutere di una maggiore flessibilità nell’interpretazione del patto” è un rischio. Qualche dettaglio in più? “E’ un dibattito sbagliato”. E occorre “evitare qualsiasi ipotesi sulla possibilità di trovare un modo creativo per eludere” il Patto.  [il Governo Renzi] [...] dovrebbe piuttosto “varare finalmente le importanti riforme” promesse dagli ultimi governi. [...] I due precedenti governi (Monti e Letta, ndr) hanno varato importanti riforme e l’attuale esecutivo ha obiettivi ambiziosi”, ricorda. Dunque meglio concentrarsi sulla realizzazione effettiva, invece che pensare a chiedere deroghe o anche solo un’interpretazione morbida dei paletti esistenti. “Sarebbe d’aiuto se si realizzasse ciò su cui si è già trovato un accordo”. Poi l’ulteriore richiamo: “Le medicine fanno bene solo se vengono assunte”. [...] “Le possono varare [misure economiche comportanti innalzamento dei livelli di debito pubblico, nds] solo quei paesi che possono permetterselo. E nell’Eurozona ci sono paesi vulnerabili che non possono farlo”. “La loro crescita debole non è solo un problema ciclico, ma è il risultato di una scarsa competitività. E contro questo dato non sono di nessun aiuto misure” del genere.[...]"

Non sembrano pertanto esserci margini concreti per ottenere "sconti" in tema di risorse economiche da dover investire nell'uscita dalla crisi e da anni consecutivi di recessione economica. A dispetto di qualsiasi ulteriore annuncio pronunciato (e pronunciabile) dall'attuale primo esponente (per attribuita importanza) della cosiddetta generazione Telemaco.
La parola flessibilità viene strettamente abbinata a concetti quali rischio e pericolo, allontanando pertanto qualsiasi margine di trattativa per inaugurare davvero (quella che avrebbe dovuto essere) #lasvoltabuona.
Il ritmo degli annunci continua a battere forte, dunque.
Può però esistere un qualche confine dove la frenesia dei proclami si confonde con la ripetuta menzogna istituzionale? La risposta a questa domanda è tanto scontata quanto difficile da inquadrare senza essere bollati come gufi e/o rosiconi dalle autorità competenti.
Cosa potrebbe accadere qualora le percentuali di crescita economica non fossero adeguatamente alte per sostenere sia i livelli di debito pubblico (con interessi annessi) che la mole di promesse fatte per gli anni a venire? Quante risorse servirebbero? Dove dovrebbe essere possibile reperirle?
A queste domande si richiama una massima pronunciata dal Presidente del Consiglio, qualche giorno fa:

"[...] Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone. [...]"

Non sembra esserci cosa più lontana dal vero di questa, soprattutto alla luce di questi ultimi anni di crisi economico-finanziaria.
Basti guardare, per fare un esempio sommario fra i molti possibili, a quanto certi provvedimenti diffusi dai Governi Monti e Letta (od anche precedenti, tanto per alimentare il senso del ridicolo collettivo) abbiano concretamente impattato sui livelli di vita quotidiana delle persone: tagli alla Sanità ed alle Politiche Sociali, 'riforma' delle Pensioni per riequilibrare il sistema previdenziale, modifiche al sistema per la tassazione degli immobili, [...].
Si può porre, in un concettuale chiaroscuro, la seguente domanda: che ne sarebbe stato di queste riforme qualora l'Italia non fosse stata in recessione? I livelli negativi di crescita hanno pesantemente cambiato qualcosa dal punto di vista della vita quotidiana delle persone, così come lo avrebbero fatto livelli positivi superiori alle stime: andamenti percentuali superiori al preventivato, più risorse economiche a disposizione, investimenti differenti nel tessuto socio-economico nazionale e locale. La "catena logica" sembra essere più semplice ed immediata del previsto.
Quali ulteriori traguardi deve realizzare quello che fu prima Rottamat(t)ore e poi rottamando per non finire inghiottito nel buco nero delle sue stesse promesse? Le opere di marketing politico producono consenso sicuro, fortunatamente, solo sul breve termine: le cifre potrebbero un giorno rendere giustizia a tutti quei gufi/rosiconi che, senza essere assaliti da istinti distruttori, erano stati criticamente propositivi sin da subito.
Sembrava vietato essere scettici, sino a qualche tempo fa: scettici sulle coperture economiche a pesanti provvedimenti, scettici sulla tenuta di certi "patti" stipulati e poi non divulgati, scettici sul coefficiente di realizzabilità della politica dell'hashtag, scettici su un Governo che era nato sulle stesse fondamenta di una "coalizione" già impegnata in un altro Governo (in?)colpevolmente immobile, [...].
Era impossibile essere scettici, doveva regnare l'ottimismo più sfrenato ed assoluto.
E' ipocrita scrivere che qualcosa potrebbe andare storto (rispetto alle fanfaronate iniziali), soprattutto dai mesi autunnali in avanti?
E' sbagliato porre la questione di una possibile manovra correttiva finalizzata al contenimento dei conti pubblici nazionali, alla luce dei troppi elementi che non sembrano migliorare ancora?
Basti pensare al taglio delle percentuali di "crescita" economica, decurtata ad un misero +0,3% nell'anno corrente a fronte di certe previsioni che avevano impostato discussioni e provvedimenti legislativi su un +0,8%: è sbagliato iniziare a ragionare attorno all'eventualità di una decretazione d'urgenza per riequilibrare una situazione nazionale che continua a "non migliorare"?
Si sente già chi parla di manovra "lacrime e sangue", quasi come se fosse inevitabile arrivarci nel prossimo autunno: quanto stonano le parole rassicuranti del Premier, su questo sfondo? Alla luce delle promesse passate e già non mantenute, troppo.
Il debito pubblico, teoricamente da contenere, risulta essere in ascesa libera ad una quota pari a 2166 miliardi di Euro: è sbagliato sostenere che servirà prendere provvedimenti specifici anche (o soprattutto?) per ridurlo o per renderlo più "idoneo" a previsioni ed impegni europei?
Le domande da porre sarebbero ancora moltissime, impossibili da sintetizzare con qualunque hashtag immaginabile. Avranno forse una minima parte di ragione gufi&rosiconi vari, prima o poi?
Quanto servirà attendere per avere #menopromesse e #piùverità nel dibattito nazionale?
La prima e pesante riforma per restituire credibilità a politic(ant)i e rottamat(t)ori potrebbe essere quella di esprimersi con un linguaggio chiaro e "positivamente dubbioso", all'altezza degli ostacoli che sembrano frapporsi fra l'Italia e #lasvoltabuona da perpetuare e difendere ad ogni costo.
Come si potrebbe argomentare, difendere o giustificare una manovra "correttiva" che, stando a stime facilmente deducibili da vari organi di informazione, dovrebbe assestarsi su cifre comprese fra 7 e 30 miliardi di Euro? A maggior ragione se, fino a poco prima, era stata negata in termini assoluti e perentori.
Per non scrivere, poi, degli ulteriori impegni presi e da onorare per i #millegiorni di Legislatura annunciati sempre tramite hashtag: estensione generalizzata del "bonus 80" giusto per citare un provvedimento fra i tanti delineati.
E' da gufi e/o rosiconi chiedere #menosaltinelvuoto e #menoparoleroboanti?
Le condizioni economiche stimate per l'anno corrente sembrano andare, per fortuna o purtroppo, nella direzione di abbattere sia rendite di posizione che rottamat(t)ori. Ai cittadini le ardue sentenze.


Per saperne di più: 
 
"Debito pubblico ancora record: a maggio sale di 20 miliardi a quota 2.166", La Repubblica
(http://www.repubblica.it/economia/2014/07/14/news/debito_pubblico_ancora_record_a_maggio_sale_di_20_miliardi_a_quota_2_166-91521446/)
 
"L’Fmi taglia le stime sull’ItaliaPil a +0,3% nel 2014 da +0,6%", La Stampa
(http://www.lastampa.it/2014/07/24/economia/lfmi-taglia-le-stime-sullitalia-pil-a-nel-da-NYxaQXNURxjuHYHlcajJEI/pagina.html)
 
"Crisi, Pil dell'Italia: il Fmi rivede al ribasso le previsioni", Lettera43.it,
(http://www.lettera43.it/economia/macro/crisi-pil-dell-italia-il-fmi-rivede-al-ribasso-le-previsioni_43675136095.htm)
 
"Ue, Katainen contro Renzi: “Flessibilità sui conti? Pericolosa. Fate le riforme”", Il Fatto Quotidiano,
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/19/ue-katainen-contro-renzi-flessibilita-sui-conti-pericolosa-fate-le-riforme/1066079/)
 
"La rendita di Renzi", Il Post,
(http://www.ilpost.it/2014/07/21/renzi-rendita/)
 
Slides de "La Svolta buona", Il Sole 24 Ore
(http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2014/03/lasvoltabuona.pdf)
 
#80giorni del Governo Renzi, Il Post
(http://www.ilpost.it/2014/05/23/80-giorni-renzi-10-slide/80giorni_20140523-2/)
 
"Renzi, le slide durante la conferenza stampa", La Repubblica
(http://www.repubblica.it/politica/2014/03/12/foto/renzi_i_cartelli_della_conferenza_stampa-80851796/1/#1

sabato 26 luglio 2014

A PROPOSITO DI "SHOCK", FRA PRESENTE E FUTURO...

"[...] Senza dubbio la conclusione del ventesimo secolo ha garantito tutto questo: impeto, slancio e tensione. Forse anche troppo!
Se facciamo un passo indietro, nel 'pittoresco' 1965, troviamo 'Mary Poppins' [...], il primo concerto dal vivo di Grateful Dead e la prima stagione della sit-com 'Strega per amore', trasmessa dalla NBC.
Fu anche l'anno della prima passeggiata spaziale e del primo impiego della respirazione artificiale.
Eventi e invenzioni simili, così come molti altri, promettevano cambiamenti di tale portata, e così rapidi, che Alvin Toffler ne trasse spunto per scrivere il saggio 'The Future as a Way of Life', in cui comparve per la prima volta la definizione 'shock del futuro':

'Possiamo prevedere violenti scombussolamenti, svolte e inversioni di tendenza, non solo nella nostra struttura sociale, ma anche nella nostra gerarchia dei valori e nel modo in cui gli individui percepiscono e concepiscono la realtà. 
Tali imponenti cambiamenti, che si manifestano a velocità crescente, finiranno per disorientare, confondere e schiacciare molte persone [...].
Oggi come oggi, persino le persone più istruite operano secondo il presupposto di una società relativamente statica. 
Nella migliore delle ipotesi cercano di pianificare attraverso progetti semplici e lineari, basati sulle tendenze odierne. 
Il risultato è che ci troveremo impreparati ad affrontare il futuro, allorché arriverà. 
In breve, subiremo lo shock del futuro.' 

Secondo Toffler le cose sarebbero cambiate così rapidamente che ben presto non saremmo più stati in grado di adattarci.
Nuovi farmaci avrebbero allungato la vita, nuove tecniche mediche avrebbero trasformato il corpo e la sua struttura generica, nuove tecnologie avrebbero reso il lavoro obsoleto e la comunicazione istantanea.
Come immigrati giunti in un nuovo Paese, e soggetti a un inevitabile shock culturale, ben presto avremmo vissuto lo shock del futuro, risvegliandoci in una realtà irriconoscibile: un disorientamento generalizzato, non attribuibile a uno specifico cambiamento ma al ritmo intollerabile del cambiamento stesso. 
Ecco perchè per Toffler era necessario che ci trasformassimo tutti in futuristi. 
Voleva che i programmi scolastici includessero più fantascienza, e che gli studenti frequentassero corsi speciali, dedicati all'arte della 'previsione'. 
Secondo Toffler la mancanza di capacità predittive elementari avrebbe prodotto una 'forma di analfabetismo funzionale riguardo al mondo contemporaneo'. Per molti versi, fu proprio ciò che accadde.
Certo, a scuola nessuno ricevette mai lezioni di futurismo: ci pensarono la cultura popolare e quella degli affari a impartircene una, a dire il vero assai desolante. In un modo o nell'altro diventammo tutti futuristi, cercando di sbirciare dietro l'angolo per intravedere la prossima grande innovazione, e poi la successiva. E alla fine siamo arrivati dove volevamo. Dove? Al qui e ora. Al futuro. 
Ed è a quel punto che la storia si è sgretolata miseramente: in quel momento abbiamo iniziato a percepire i primi veri sintomi dello shock del 'presente'. [...]"


Fonte citato: "Presente continuo - Quanto tutto accade ora", Douglas Rushkoff, Codice Edizioni

giovedì 24 luglio 2014

"CACCIA AL TESORO": COME RICREARE UN'ECONOMIA ETICA?

Può essere controllabile o totalmente arginabile un sistema finanziario che, a livello globale, si dice riesca a realizzare fino a 600 milioni di operazioni distinte in un millisecondo? Può essere delimitabile ed inquadrabile lo spostamento di ingenti capitali che, senza controlli sufficienti, si smistano continuamente da una parte all'altra del globo terrestre? Quanta parte dell'attuale crisi economica 'reale' può essere imputabile o riconducibile a questi spostamenti indiscriminati di risorse economiche?
E' attorno a queste e molt(issim)e altre domande possibili che si articola il libro "Caccia al tesoro", scritto da Nunzia Penelope e pubblicato dalla Casa Editrice "Ponte alle Grazie". Lo squilibrio di certi (mancati) trattamenti è chiaro sin dall'anticipazione in copertina del testo:

"Il più grosso bottino della Storia: 30000 miliardi sottratti alle casse pubbliche da multinazionali, banche, evasori. Dov'è nascosto, come possiamo recuperarlo."

Alla voce verbale 'possiamo' sarebbe molto più conveniente (od inevitabile?) sostituire la voce verbale 'potremmo', in quanto sembrano essere incertezza ed opportunismo (politico non certo fra i primi) a farla da padrone in questo settore.
E' da e verso i cosiddetti 'paradisi fiscali' che queste risorse si mobilitano, seguendo flussi incerti ed oscuri che riescono ad occultare: livelli di tassazione, trasparenza delle società che li introitano, quantità annuali di utili e risorse smistate, [...].
E' la poca trasparenza a regnare incontrastata, su questo fragile argomento. C'è anche poca chiarezza sulla quantità di risorse che, senza sosta, riescono in un modo o nell'altro a 'sfuggire' dall'economia reale: si va da 6mila a 8500 miliardi di dollari.
Altre fonti hanno invece calcolato e qualificato spostamenti e cifre oscillanti fra 16mila e 32mila miliardi di dollari: sarebbe questo il patrimonio scappato (per sempre) dalle mani di Stati, stando a stime variabili.
Osservando tali dati sia dalla cifra più bassa che da quella più alta stimata, comunque la si ponga, è possibile rendersi conto della qualità e della consistenza dei capitali fuggiti a qualsiasi forma di controllo in questi anni.
Grazie a complessi meccanismi (resi?) legali dal confronto fra legislazioni differenti può infatti accadere, come è accaduto e continua a succedere tutt'ora, che transazioni e/o depositi milionari non paghino alcuna tassazione da/per i loro paesi di origine.
Può anche accadere che sia impossibile costituirsi parte danneggiata nei confronti di certi 'evasori etici', in quanto alla luce delle norme esistenti e di svariate forme di diritto il loro operato è considerato corretto e legalmente accettabile.
Come far diventare legalmente inaccettabile anche ciò che non lo è eticamente?
E' infatti tanto retorico quanto corretto affermare che, in questi anni di mordente crisi economica, quelli che hanno pagato il prezzo maggiore per questa crisi sono stati i cittadini, i semplici esseri umani che non potevano far traslocare i loro (esigui) capitali in paradisi fiscali.
Hanno pagato questa crisi coloro che non hanno avuto la possibilità/competenza/furbizia/[...] di far allontanare per tempo i loro risparmi dall'economia 'reale'? Può essere una vicenda come questa eticamente accettabile?
Sicuramente no, appunto. Quel che conta sembra essere, agli occhi di cittadini sferzati e di vite sradicate violentemente da questa crisi, "too big to be honest": troppo grandi per poter essere onesti, traducendo.
E' il caso di quelle multinazionali che, navigando a vista su un 'filo del rasoio' impressionante, hanno dirottato una parte consistente dei loro capitali in paradisi fiscali esteri, beneficiando di una serie non adeguatamente sintetizzabile di agevolazioni e 'sconti'.
E' il caso dei tanti istituti bancari mondiali che, in quanto 'too big to fail', hanno avuto benefici e riscontri positivi per aver contribuito ad innescare (o perpetuare, a seconda dei punti di vista) il fluire di quella che può essere definita come evasione mondiale senza quartiere.
Come risolvere questo dramma di cui, volutamente, nessuno sembra parlare adeguatamente?
Non bastano certo inni alla faciloneria o sproloqui populisti a rendere eseguibile quel che da (troppi) anni avrebbe dovuto configurarsi come 'eticamente necessario'. Non bastano campagne elettorali per prendere voti promettendo quel che (purtroppo) si sa benissimo da subito di non poter onorare a dovere: per una lung(hissim)a serie di ragioni che è impossibile sintetizzare adeguatamente in poche righe.
E' stata questa crisi economico-finanziaria ad innescare una serie di cambiamenti che, fino ad oggi, erano stati permessi (quasi del tutto) solamente alle popolazioni ed alle classi governative di ogni Stato definibile come 'democratico': sovvertimento di politiche economiche, deposizione di Governi, alterazione di bilanci macro-economici mediante attività speculative, [...].
Può la tremenda complessità (aggravata da una disinformazione e da una mancanza di cultura devastante) del sistema economico-finanziario aver aggravato quel che si sarebbe potuto forse controllare a condizioni iniziali differenti?
La domanda è lecita anche se, forse, posta non in tempo: tanti e troppi capitali sono sfuggiti, sfuggono e continueranno indisturbati a scappare.
Quali sono le autorità a cui conviene lasciare queste risorse 'indisturbate'?
Si ricordi, in termini forse eccessivamente semplificatori ma sicuramente significativi della gravità di questa emergenza, l'equivalente di quei 30mila miliardi precedentemente citati:

"[...] I capitali nei paradisi fiscali equivalgono a: 
- 20 anni di PIL italiano;
- 15 volte il nostro debito pubblico;
- 3mila volte i tesori del Vaticano.[...]"

Da qualsiasi punto di vista la si osservi, pertanto, sembra di essere davanti ad un'emorragia economica senza quartiere (e/o senza definitiva soluzione?). I tentativi di risolvere, o quantomeno di regolamentare, questa tragedia sono stati più volte impostati, dai Governi e dalle pubbliche autorità di vari Stati e dalle dirigenze di organi sovranazionali (es. OCSE).
Nonostante tutto l'impegno e le mille tecnicalità promesse, però, quasi nulla è stato ancora attivamente promosso: quali ragioni si nascondono dietro a queste scelte? Quali sono le motivazioni che sembrano aver annullato l'intenzionalità del 'prossimo agire'?
E' arduo rispondere in maniera esaustiva a domande come queste, in quanto sono molteplici i "fili" che tengono legati indissolubilmente ricchezza finanziaria (e fittizia) ed economia "reale". Nonostante tutto, comunque, il libro in questione concorre ad esaminare con estrema e chirurgica attenzione quelli che sono stati fino ad oggi i capitoli fondanti e fondamentali di questa emergenza.
Per un motivo o per un altro, comunque, quel che sarebbe dovuto eticamente succedere non è ancora accaduto: indizi migliori sembrano provenire, in questo senso, dalla road map promulgata dall'OCSE con l'orizzonte del 2017.
Arrivando a tale anno, infatti, stando alle parole ed alle (sempre identicamente uguali a loro stesse) buone intenzioni di Governi e Capi di Stato si dovrebbe arrivare alla realizzazione di quel che avrebbe dovuto realizzarsi da troppo tempo a questa parte: una sorta di "capodanno" mondiale della legalità, con accordi internazionali finalizzati allo scambio automatico di informazioni tra tutti i Paesi inseriti dentro questa emergenza.
Si rimarrà nelle sole intenzioni, arrendendosi (una volta di più) al celebre "mare" che si nasconde fra il "dire" e il "fare"?
E' dietro a questa domanda che si nasconde forse il bivio più importante per cercare un'uscita diversa, più etica e forse credibile, da questa crisi economica che fino ad oggi ha visto troppi interessi scontrarsi e troppi complicati meccanismi essere semplificati oltre l'estremo accettabile.
La prima voce da ascoltare a questo proposito è quella attribuita a Pascal Saint-Amans, responsabile delle politiche fiscali dell'OCSE:

"[...]questa volta scendiamo in campo per vincere. [...] Dal 2015 ogni grande gruppo multinazionale dovrà rendere trasparente quanto fattura e quanto paga di tasse in ogni Stato. [...] La nostra ferma intenzione è scrivere la parola fine per quei sistemi che, pur legali, causano enormi danni in termini di mancato gettito agli Stati. Consideri che, solo per [...] l'Europa, abbiamo riscontrato una perdita di mille miliardi l'anno di entrate fiscali. [...]
sono i Governi che ci hanno chiesto di intervenire, di fare qualcosa. E' la prima volta che [...] abbiamo concordato un vero piano d'azione. [...]"

Per quali motivi un piano come questo dovrebbe funzionare? Cosa dovrebbe spingere gli Stati a rendere illegale ciò che fino ad oggi è stato bollato semplicemente come "eticamente ingiusto ma legalizzabile"? Le risposte a questa domanda mai furono più chiare:

"[...] Ci sono tre diversi fattori [...] che ci convincono a dire che funzionerà. 
Il primo è la crisi economica violenta, che costringe gli Stati a prendere provvedimenti. Tutti i Paesi, tutti i Governi [...] ci dicono la stessa cosa: siamo obbligati ad agire. Il secondo elemento è l'aumento spaventoso delle tasse, e intendo le  tasse sulle persone fisiche, sul lavoro [...] mentre le multinazionali pagano zero. E' una questione politica, prima ancora che economica: la pressione fiscale rischia di innescare fenomeni incontrollabili, mette in pericolo la coesione sociale, la stessa democrazia. 
Se non facciamo nulla, i Paesi resteranno con le casse vuote. Questo causerà un crollo del consenso politico e sociale, ed è il terzo motivo per cui sono fiducioso [...]"

La seconda voce da ascoltare è sintetizzata al meglio da parole provenienti da un articolo de L'Espresso, del novembre 2010.
Tale visione risulta essere molto scettica nei confronti degli sforzi e dei proclami dell'OCSE:

"[...] L'impegno solenne dei Governi alla lotta contro i paradisi fiscali è una menzogna [...]
I Governi non possono permetterselo, perché inaridirebbero una parte imponente dell'accumulazione capitalistica. 
Pertanto la cosiddetta lotta contro i paradisi fiscali è un combattimento con una mano legata dietro la schiena [...].
Questa contraddizione non potrà essere eliminata finché esistere un varco tra la libertà dei mercati e la sovranità politica a livello mondiale: insomma, finché non ci sarà una qualche forma di Governo mondiale capace di imporre la piena trasparenza dei capitali 'liberati'. [...]"

A questi elementi sarebbe possibile aggiungere, quasi come se quanto scritto fino ad ora non bastasse già, il concetto di "supercupola del potere".
Nulla di complottistico o di poco chiaro, anzi. Basti citare rapporti e studi scientifici promulgati da Politecnico di Zurigo, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, OCSE. Limitandosi al report fatto dal Politecnico di Zurigo, è possibile riprendere quanto segue:

"[...] è emersa una struttura a 'farfalla', costituita da due ampie ali laterali e un nucleo centrale molto ridotto. Della farfalla fanno parte 147 compagnie alle quali fa capo il 94,2% dei ricavi operativi mondiali. Ma il comando sta nel nucleo centrale, dove agisce una vera e propria 'supercupola' composta da appena cinquanta nomi [...]"

Come giudicare questa situazione in termini piuttosto allarma(n)ti ma secoli luce distanti dal complottismo tanto di moda e maniera su argomenti come questi? La via di mezzo è presto tracciata:

"[...]I ricercatori [...] non parlano mai di 'cospirazione' [...], affermano anzi che questa incredibile concentrazione di poteri potrebbe essere semplicemente il risultato 'di un naturale sviluppo macroeconomico'. E forse, però, è perfino peggio. 
Ecco cosa si legge nel documento del Politecnico: 

'La struttura della rete di controllo delle multinazionali influenza la concorrenza dl mercato globale e la stabilità finanziaria. 
Il nucleo da noi evidenziato può essere visto come una superentità economica che solleva nuove questioni importanti per i ricercatori e responsabili politici [...]. Sorprendentemente, l'esistenza di un tale nucleo nel mercato globale non è mai stata documentata prima e, quindi, finora nessuno studio scientifico dimostra o esclude che questa 'super-entità' abbia sempre agito come un blocco. 
Tuttavia, alcuni esempi suggeriscono che non si tratta di uno scenario improbabile. [...]"

Qualcosa di troppo complesso sembra essere dunque sfuggito, concorrendo a movimentare una "macchina" che ha contribuito a dissanguare le società degli Stati colpiti dalla crisi. Esistono colpe e colpevoli per questo cumulato status quo?
Verso chi puntare il dito? E' ancora possibile fare qualcosa di radicalmente importante per il riequilibrarsi delle economie reali? A lettori ed interessati le ardue sentenze.


Corsivi tratti da: "Caccia al tesoro", Nunzia Penelope, Editore "Ponte alle Grazie"

martedì 22 luglio 2014

"RIFORME" COME SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE? #PIU'ECONOMIA

La necessità di uscire da una crisi economico-finanziaria senza precedenti dovrebbe presupporre una inevitabile serie di conseguenze e prese d'atto inevitabili ma purtroppo, allo stato attuale delle cose, assolutamente latenti (o fatte diventare latitanti?): informare la cittadinanza senza illudere ed eludere i limiti di uno Stato, evitare di brandire l'arma (spuntata) di "riforme costituzionali" come unica via per far migliorare un Paese stremato, sforzarsi di prendere coscienza della necessità di trarre decisioni per così dire "impopolari ed indigeste" ai cosiddetti "poteri forti".
Ingessare il dibattito in maniera sferzante su pochi argomenti dalla dubbia validità equivale a drenare in maniera strumentale la (quantomeno implicita) "sete" di chiarezza del popolo italiano: basta una legge elettorale plasmata per la "governabilità" ad attrarre capitali ed investimenti?
E' necessaria e/o sufficiente una sola "riforma" del Senato pensata male e "piallata" peggio a migliorare il baratro di credibilità entro cui la classe politica pare essere (più o meno, ma le distinzioni positive sono pressochè azzerate da schifosi contro-esempi) integralmente sprofondata?
Quante "riforme" al Titolo V della Costituzione dovrebbero essere necessarie per accentrare nelle mani dello Stato poteri decisionali relativi ad energia, grandi opere, infrastrutture, [...]? Poco o nulla interessa inserire in essa provvedimenti finalizzati alla riabilitazione del diritto e della sostenibilità ambientale, strutturando apposite discussioni e Commissioni parlamentari per provare a migliorare quella sola risorsa che oggi viene asintoticamente fatta coincidere con il termine di "morte" (cfr. caso Ilva)?
Al di là di giochetti e gingilli costituzionali, sul cui esito dovrà essere (si spera, tagliole e gufi permettendo) il Parlamento sovrano a definire linee e modalità precise di adozione, il punto fondamentale pare andare in una sola direzione: adoperarsi il più disperatamente possibile per tracciare una "nuova" rotta economica.
Senza quella, sul medio-lungo termine, sarà necessario gettare qualche altra "esca" in pasto ad un elettorato arrabbiato e desideroso di (ennesima e giustificabile) rivalsa nei confronti delle proprie classi politiche e dirigenziali: sarà forse il turno della Camera dei Deputati?
Oppure sarà invece necessario partire dai moltissimi paradossi presenti in seno ad una Pubblica Amministrazione ingessata ed alterata da troppi anni in cui è valsa per troppi la malsana equazione "burocrazia = allargamento della platea dei lavoratori = costruzione del consenso politico"?
I punti da cui sarebbe necessario partire sono molti, forse anche troppi; giusto per fare un esempio, tanto attuale quanto attualmente sotterrato sia dalle agende politiche che dal dibattito collettivo, si (ri?)pensi al tema dei paradisi fiscali.
Traendo spunto dal libro "Caccia al tesoro", scritto dalla giornalista Nunzia Penelope, è possibile trarre informazione dai molti tentativi di "battaglia" intrapresi nei confronti di questo tema. Si richiami il citato con la cronologia di questo "conflitto":

"[...] 2009: G20 e G8 dichiarano guerra ai paradisi fiscali.
2010: OCSE vara la Voluntary Disclosure.
2013: da G20 e G8 stop ai trucchi delle multinazionali, OCSE avvia piano BEPS.
2014: entra in vigore il FATCA contro gli evasori americani.
2015: fine (?) del segreto bancario in Svizzera.
2016: diventa operativo il piano BEPS per  la tassazione delle multinazionali.
2017: inizia (?) lo scambio automatico di dati fiscali a livello mondiale. [...]"

Il caos dietro a queste date è secondo solo rispetto a quello delle tante sigle-provvedimento nominate.
Semplificando il più possibile, sempre ammesso che sia possibile farlo per contemporanei fini esaustivi e divulgativi, è possibile trarre da ogni sigla provvedimento il proprio significato:

  1. Voluntary Disclosure: "[...] significa semplicemente autodenuncia: in estrema sintesi, chi ha portato capitali all'estero illegalmente è gentilmente pregato di recarsi dal fisco del proprio Paese e dichiararli, pagando le tasse dovute. [...]";
  2. FATCA: "[...] sistema studiato [...] contro l'evasione internazionale dei cittadini statunitensi. [...] tutte le istituzioni finanziarie estere - banche, società di investimento, broker, ma perfino le Poste [...] - sono tenute a comunicare al [...] fisco statunitense [...] ogni informazione sulla loro clientela americana: conti, depositi, operazioni finanziarie, [...]."
  3. Piano BEPS: "[...] road map in quindici tappe che dovrebbe portare [...] all'obbligo per tutte le società di dichiarare i propri guadagni, e le relative tasse pagate, Paese per Paese. Stop [...] agli apolidi fiscali, alla possibilità di fare il gioco delle tre carte sostenendo in ciascuna nazione di aver pagato le tasse nell'altra, senza in realtà pagarle a nessuno. [...]"

La necessità di strutturare provvedimenti mirati per realizzare nel concreto questi tre "piani di riequilibrio economico" è una realtà che, nel tempo, ha più volte subito (inevitabili ed inarrestabili?) annullamenti, rinvii ed alleggerimenti normativi.
Quali motivazioni si nascondono dietro a questi retromarcia ripetuti? Nel linguaggio più povero possibile, una cosa sola:

"[...] Scardinare il mondo offshore non è facile: troppo denaro, troppi interessi, troppi poteri sono in gioco. [...]"

Troppo denaro da una parte, troppo poco dall'altra: è forse questo il destino a cui far tendere il minaccioso vortice dell'economia mondiale?
La guerriglia condotta dalle Istituzioni mondiali non è riuscita ancora a produrre gli esiti sperati, contando che l'orizzonte 2017 è relativamente vicino per pervenire all'armonizzazione completa (e/o al 'saldo' per le spese non eticamente sostenute?) dei dati finanziari a livello globale.
La strategia individuata a suo tempo dal G8 nella primavera del 2013 avrebbe dovuto/voluto, quantomeno a parole, siglare un accordo di propositiva ribellione nei confronti di questa emergenza ottimamente celata ed occultata. Si riportino, a tal proposito, i primi tre punti della strategia delle 3 T: "Tax, Trade, Trasparency". In altri termini, pertanto, si è detto di perseguire la strada di "tasse, commercio, trasparenza".
I punti da sottoporre all'oggetto della collettiva  discussione avrebbero dovuto essere i seguenti:

"[...] 1. Le autorità fiscali di tutto il mondo dovrebbero condividere [...] le informazioni per combattere la piaga dell'evasione fiscale;
2. I Paesi dovrebbero cambiare le regole che consentono alle loro società di spostare i propri profitti oltre frontiera per evitare di pagare le tasse mentre le multinazionali dovrebbero rendere noti dove realizzano i propri profitti e a che tipo di tassazione sono sottoposti;
3. Le aziende dovrebbero essere consapevoli della propria struttura societaria, che dovrebbe anche essere chiara per le autorità. [...]"

Esulando dal trattare la questione da un punto di vista globale, su cui sembrano pendere interessi e "voci" radicate da troppi manca(n)ti provvedimenti radicali, è possibile chiedersi sommariamente quale impronta possano riuscire ad avere tali dichiarazioni di intenti nel continente europeo e, a maggior ragione, nello Stato italiano. A che livello risiedono le speranze, nonostante ennesimi trionfalismi dettati dalla politica dell'hashtag più sfrontato?

"[...] Quanto all'Europa, non sembra in grado di mettersi d'accordo su materie assai più semplici, ed è dunque difficile immaginare che ci riesca su un terreno scivoloso come la guerra a colossali interessi economici. [...]"

Il libro dei sogni dettato da una speranza (di rivedere un'etica economica ristabilita) che non vuol morire ha avuto l'ennesimo annuncio nel marzo 2014, stando a quanto sintetizzato dall'agenzia di stampa Reuters:

"[...] Con una dichiarazione comune, 44 paesi si sono [...] impegnati ad implementare, secondo un preciso calendario, il nuovo standard globale sullo scambio automatico di informazioni finanziarie approvato dall'OCSE a fine gennaio. [...] In conformità a tale impegno, questi Paesi concluderanno nei prossimi mesi accordi tra autorità competenti e adotteranno le legislazioni nazionali necessarie per effettuare tale scambio. [...]
Il primo scambio [...] avrà luogo nel 2017. [...]"

Si tratta dell'ennesima dichiarazione di intenti o del segno tangibile che qualche "ostacolo" può essere sradicato per pervenire alla definizione di provvedimenti maggiormente operativi? Risuona celebre e lugubre al tempo stesso, a risposta di questa domanda, una citazione attribuita al primo Ministro britannico David Cameron:

"Mi chiedo se esista un cimitero degli elefanti in cui vanno a morire i comunicati del G8".

Sembra essere esattamente questo il problema, sia in termini teorici che (a maggior ragione) per quel che riguarda questioni pratiche.
La necessità di assumere decisioni concrete nel merito è una strada da prendere traendo forzato spunto da una serie di evidenti limiti difficilmente valicabili (concetto eufemistico):


  1. Farraginosità dei Regolamenti e delle Convenzioni stipulabili;
  2. Complessità ed aumento vertiginoso di costi e burocrazie a carico di Pubbliche Amministrazioni dei vari Paesi coinvolti nella realizzazione pratica degli accordi;
  3. Studiare (necessariamente) un sistema che sappia andare oltre le mille ramificazioni delle multinazionali, senza creare ragnatele più complicate per quelle realtà imprenditoriali che già oggi boccheggiano e/o sono già soffocate nell'incedere di questa crisi senza fine;
  4. Conciliare Legislazioni diverse e Regolamenti fiscali differenti;

Unificare il più possibile tecniche di stesura dei Bilanci attualmente differenti le une dalle altre.
Questi sono solo alcuni degli n punti irrisolti e/o irrisolvibili nella "guerra" da effettuare contro questi buchi neri, voraci di ricchezze e di economia reale. Dentro questa cornice come collocare l'Italia? Il nodo della lotta ai paradisi fiscali dovrebbe introdursi in un quadro più omogeneo di provvedimenti da far valere nelle sedi opportune, sicuramente extra-nazionali.
Quale rilevanza potrebbe avere, in questo senso, l'ottica del celebre #cambiaverso più volte annunciata dall'attuale Presidente del Consiglio?
Lo svilimento continuo delle critiche ha fatto sì che eventuali detrattori di una politica immersa in annunci e slides fossero bollati come gufi, in maniera tanto impellente quanto indiscriminata. Provvedimenti come questi potrebbero restituire linfa vitale all'economia reale, anche se in minima percentuale rispetto agli introiti voracemente guadagnati in questi anni di infinita crisi. A questo proposito il libro "Caccia al tesoro" riferisce della strana storia della legge che morì due volte:

"[...] Anche il nostro 2014 si era aperto con una dichiarazione di guerra contro l'evasione e l'esportazione dei capitali. 
A pronunciarla [...] il Premier Enrico Letta e il Ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni [...]: 'Chi ha portato i capitali all'estero deve sapere che è l'ultima occasione. O si mette in regola, o non ha scampo.'  [...] L'occasione [...] è l'annuncio dell'introduzione, anche in Italia, della Voluntary Disclosure: il CdM [...] ha approvato un decreto legge che costringerà i soldi neri a darsi una ripulita. [...]
Il decreto [...] segue il modello OCSE: nessun condono, nessuno scudo, l'unico vantaggio [...] sarà lo sconto sulle sanzioni e la depenalizzazione di alcuni reati commessi con l'evasione. 
La tempistica scelta dal nostro Governo [...] è perfetta: l'inasprirsi del clima internazionale contro l'evasione sta mettendo [...] ansia sia ai proprietari dei capitali sia alle banche che li ospitano. Soprattutto quelle svizzere, preoccupate per la parola 'fine' allo storico segreto bancario [...] nel 2015. [...]
il 28 gennaio 2014 [...] il Governo vara [...] il decreto urgente sulla VD, che avrà sessanta giorni di tempo per essere convertito in legge [...].
il Governo fa i conti di quanto arriverà dalle tasse che gli esportatori di capitale pagheranno per sanare la loro posizione: quindici miliardi, trenta, o forse [...] di più. Già deciso anche come spenderli: andranno a ridurre le tasse sul lavoro, cioè a quelli che fino a oggi le tasse le hanno sempre dovute pagare tutte. Giustizia sociale, dunque, evviva.
 [...] tutti contenti, e tutto sembra stia andando per il meglio. Ma siamo in Italia [...]
Infatti, il CdM che approva la legge sulla VD sarà anche l'ultimo del Governo Letta: il 13 febbraio [...] il Premier è costretto a dimettersi a causa di una improvvisa crisi politica aperta dal suo stesso Partito [...]. Che c'entra la VD? C'entra, in qualche modo: dopo l'uscita di Letta [...] è infatti scomparso anche il decreto sui capitali. [...]"

Semplici coincidenze o fatti strettamente collegati l'uno all'altro? A tutti e nessuno le ardue sentenze, stanti le inesistenti trasparenti comunicazioni dei vertici politici con le proprie basi amministrativo-territoriali. Per ulteriori informazioni chiedere anche alla proposta di legge Severino, targata Governo Monti e presentata nell'aprile 2013. Da quel mese, essendo caduto il Governo Monti prima di quello Letta, nessuna 'foglia' è stata più mossa nei confronti di questo tema così (teoricamente?) radicalmente importante per il riequilibrio delle ricchezze a livello globale.
Passati i Monti ed i Letta, è arrivato il turno del rottamat(t?)ore ed attuale Presidente del Consiglio dei Ministri.
A che punto sta, a questo proposito, la rincorsa alla legge che, almeno teoricamente, tutti vorrebbero da sempre attuare ad ogni costo?

"[...] A Palazzo Chigi arriva Matteo Renzi, ma il giovane rottamatore ha altre priorità.
Sulla legge per il rientro dei capitali cala così [...] una cortina di nebbia [...].
Anche i media sembrano averla dimenticata: nessuno ne parla, nessuno ne scrive, come se non fosse mai esistita. 
Il che ha del paradossale: nella primavera del 2014, i temi dominanti nel Paese sono la spending review, i tagli alla spesa pubblica, le coperture che mancano alle misure decise dall'esecutivo; ci si ingegna [...] a trovare risorse, ed è strano che nessuno pensi ad approvare [...] quella legge che potrebbe riportare a casa diversi miliardi, risolvendo molti problemi. [...]"

Eludere dal dibattito pubblico e collettivo le misure economiche è una questione che, sul medio-lungo termine, potrebbe produrre concretamente risultati negativi per la ricerca del consenso che nell'immediato può regalare 'frutti' positivi.
Positivi ma, purtroppo, non certo propositivi. Sull'orizzonte 2017 incombono numerose sfide che dovrebbe (sempre teoricamente) affrontare il Governo dei #millegiorni certificato a furor di hashtag: una sfida come questa dovrebbe essere all'ordine del giorno, stante l'esiguo tempo rimanente.
Per una rivalsa etica, per un corretto riequilibrio delle ricchezze esistenti in questa Italia.
Indebolire il dibattito incentrandolo su una lunga serie di "riforme" rischia di essere controproducente, quantomeno sul medio-lungo termine.
Questa visione interessa però ancora a qualcuno, in un'Italia che sia politicamente che tecnicamente sembra (forzatamente?) navigare a vista da troppo tempo? Al dibattito (inesistente) le ardue sentenze.


Citazioni in corsivo tratte da: "Caccia al tesoro", Nunzia Penelope, Ed. Ponte alle Grazie

domenica 20 luglio 2014

LA POLITICA ITALIANA AI TEMPI DELL'HASHTAG... #GHEPENSIMI2.0

La necessità di affrontare problemi enormi sembra essere stata soffocata, specialmente in questi ultimi tempi (quando già prima non sembrava dare tangibili segni di vita), da un dibattito piuttosto sterile (o sterilizzato) attorno a presunte "riforme" chieste da tempi ormai maturi e da interlocutori sovranazionali. E' giunta l'ora di farle, poco sembra importare se bene o male.
Il dibattito scende nei dettagli per quanto riguarda le trasformazioni (od involuzioni) di un Senato, convertito in "dopolavoro istituzionale" per Sindaci ed Amministratori Regionali eletti in secondo livello. Tutto questo, ovviamente, con una discussione svolta sul filo del rasoio per i facenti parte di una "minoranza" sempre più esigua nei volti ma (fortunatamente?) non certo nei contenuti.
Le questioni economiche sono quasi integralmente alienate dal dibattito collettivo, neanche fossero di importanza secondaria rispetto al (presunto) "ammodernamento istituzionale" ed alle (presunte) "riforme costituzionali" da condurre in porto ad ogni costo.
In un Paese tragicamente ridotto al lumicino dovrebbe essere urgente (e/o prioritario?) parlare di tecniche e strategie per impostare livelli di crescita minima per sostenere contemporaneamente: peso del debito pubblico, interessi maturati annualmente sui livelli di debito pubblico, necessari rimborsi da parte della Pubblica Amministrazione, detassazione strutturale tramite "bonus 80", ampliamento delle platee dei detassati, interventi permanenti su edilizia scolastica, misure urgenti per la digitalizzazione nazionale, politiche di riqualificazione e riconversione industriale per la tutela ambientale, [...].
Argomenti non in rigoroso ordine di importanza, ovviamente.
Se il dibattito nazionale langue terribilmente e tremendamente, quello continentale sembra disperdersi in una nuvola di cifre volte a dover necessariamente riaccendere frammenti di competitività e concorrenza per ogni Stato membro dell'Unione Europea: implicito è il riferimento ai 300 miliardi di Euro destinati in un arco di tempo triennale dal Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker per favorire misure di crescita e competività. La politica dovrebbe acquisire su questo terreno peso e consistenza maggiori, non certo limitandosi ad un corretto "fraseggio istituzionale" fra PSE e PPE. Sembra essere sempre più urgente, nei fatti, adoperarsi per rompere schemi pre-esistenti che non producono ormai da troppo tempo risultati utili e/o quantomeno dall'utilità percepibile.
La necessità di onorare a fondo ed in maniera completa e permanente gli accordi europei pare essere inderogabile e forzata, stando anche alle parole attribuite al Commissario Europeo agli Affari economici e monetari Jyrki Katainen:

"[...] Discutere di una maggiore flessibilità nell'interpretazione del Patto di Stabilità è pericoloso, è un dibattito sbagliato. [...] per l'Italia è più importante varare finalmente le importanti riforme [promesse dagli ultimi Governi] [...]"

Non sembrano esserci, stanti le difficili condizioni macro-economiche, margini di manovra adeguati per evitare una manovra correttiva finalizzata a far rispettare i confini (imposti) alla spesa pubblica nel contesto nazionale. Non sembrano esserci neppure previsioni di crescita per l'anno corrente sufficientemente alte per onorare tutti gli impegni di spesa promessi e già da onorare. A questo proposito sono (pur)troppo eloquenti i tagli alle stime fatti da vari Istituti di svariata credibilità:

"[...] Bankitalia taglia le stime del Pil: +0,2% nel 2014. Nel Bollettino economico dell'istituto [...] Bankitalia stimava per quest'anno un Pil in crescita dello 0,7%. Anche via Nazionale si allinea dunque agli altri istituti che nei mesi scorsi avevano riallineato al ribasso le previsioni di crescita del Pil quest'anno (+0,2% CsC Confindustria, +0,3% Prometeia, crescita piatta il Ref) mentre il governo resta fermo al +0,8% contenuto nel Def di aprile. [...]"

La ripresa più tangibile potrebbe teoricamente realizzarsi, ad esclusione di nuovi ed ulteriori tagli, dall'anno successivo 2015 in poi:

"[...] Il Bollettino rivede al rialzo, invece, la stima del Pil 2015: da +1% a +1,3%. In questo caso il miglioramento si deve «principalmente» alle misure espansive decise a giugno dalla Bce, che secondo gli economisti di Bankitalia, potrebbero avere sul Pil italiano un effetto positivo pari all'1,0% nel triennio 2014-2016. [...]"

Con buona pace di complottisti e gufi (cit.), dunque, non sembra che il futuro sia molto ottimistico per l'altro lato dell'offerta governativa, quantomeno nel breve-medio termine. Con altr(ettant)a buona pace per imbonitori, venditori e lettori di slides.
Le "richieste riforme" vanno condotte in porto, ad ogni costo, costi quel che costi allo Stato ed agli equilibri Costituzionali da alterare il più velocemente possibile. Poco importa della necessità di approfondire e realizzare quel che è necessario mettere in campo per favorire la piena realizzazione delle "riforme": basta davvero un annuncio per realizzare e predisporre cambiamento? La risposta a questa domanda è tanto scontata quanto ridicola, provando a guardare nel concreto all'operato di un Governo che si propone di realizzare un tanto feroce quanto veloce (ma poco efficace?) cambiamento. La concretezza di guardare all'operatività reale presuppone un ragionamento ulteriore, maggiormente complesso ed articolato rispetto allo scarso livello del dibattito pubblico attualmente in corso d'opera.
Il punto sui "decreti attuativi", necessari per rendere pienamente operativi provvedimenti governativi, contribuisce a rendere ben chiara l'idea su quanta strada sia ancora da fare per pervenire alla piena realizzazione della politica preventivata dall'hasthag #cambiaverso:

"[...] Renzi sembra [...] intenzionato a riprendere in mano il dossier attuazione. Come documentato dal Sole 24 Ore [...]continua a crescere infatti lo stock dei decreti necessari per rendere pienamente operative le riforme. In due mesi  [...] si è passati da 500 a 511 provvedimenti ancora da mettere a punto. Conseguenza dell'ingresso delle prime riforme varate dal Governo Renzi.
Sono, infatti, arrivati al traguardo tre decreti legge, che prevedono ben 84 regolamenti per poter dispiegare pienamente gli effetti.
Provvedimenti che si sommano a quelli lasciati in eredità dagli Esecutivi Monti e Letta: complessivamente di 428 decreti attuativi ancora in attesa, di cui 177 già scaduti. [...]"

In parole povere, pertanto, anche buona parte dei provvedimenti promessi dai Governi Monti e Letta non sono stati ancora integralmente attuati.
Il Governo Renzi rischia, pertanto, di essere penalizzato dall'azione combinata fra velocità esecutiva e voracità istituzionale.
Discorsi come questi rischiano però di non poter essere neppure intavolati, in quanto l'onda del 41% sembra aver prodotto un collettivo addormentamento nei confronti di dubbi e razionali osservazioni scettico-critiche verso una politica protesa (solo apparentemente?) verso un'affannosa ricerca di traguardi sempre nuovi da gettare in pasto all'opinione pubblica. Riforme come figurine da collezionare, dunque?
La spasmodica ricerca del risultato rischia di produrre, nel medio-lungo termine, risultati controproducenti per la realizzazione concreta di riforme (teoricamente) utili al Paese ed alla sua salvezza socio-economica. Per un esempio sintetico si osservi quanto riportato nel seguito:

"[...] il Governo Renzi è già in affanno sull'attuazione. Nonostante gli interventi legislativi siano recenti, 14 regolamenti hanno superato i tempi fissati per l'emanazione. Come nel caso del Durc semplificato: è scaduto da più di un mese il decreto del Lavoro previsto dal Dl 34 (primo capitolo del Jobs act) che avrebbe dovuto rendere operativa la verifica online della regolarità contributiva delle imprese e che allunga a 120 giorni la validità dei dati dichiarati. [...]"

Quanta rilevanza avrà in certa informazione (pur)troppo complice una questione dirimente ed urgente come questa?
Senza decreti attuativi correttamente condotti in porto qualsiasi riforma rimane solo promessa?
Senza decreti attuativi rischia di esserci solo terra bruciata di intenti ed adeguamenti legislativi?
L'attitudine ad appiattire (o mantenere schiacciato, a seconda dei punti di vista) il dibattito sembra essere una tendenza assolutamente (e volutamente?) confermata e perpetuata da parte delle autorità Governative.
Sullo sfondo, ovviamente, resta (utopica ed inattuata?) la definzione (teorico-patetica?) di una nuova politica capace di promettere ed eseguire contemporaneamente o, quantomeno, con ritardi minimi e dovuti quasi esclusivamente a cause di forza maggiore.
Poco (o nulla) si dibatte attorno alla necessità di ragionare (o quantomeno informare, sempre ammesso che sia difficilissimo ma possibile fare qualcosa di buono ed utile) riguardo all'immensa fuga dei capitali italiani nei paradisi fiscali, anche in anni precedenti ad una crisi economica divenuta ormai (tragicamente) strutturale. Stime di BankItalia riferiscono di un patrimonio di capitali italiani che, al 2014, è compreso in una forbice fra 180 e 200 miliardi di Euro.
Altre stime, seppur non ufficiali ma (forse?) con più di un fondo di verità, riportano di capitali italiani in Svizzera oscillanti attorno a cifre che potrebbero ottimamente reggere il confronto con i livelli di debito pubblico nazionale.
Non bastano provvedimenti simili al "bonus 80" per risolvere in maniera il più strutturale possibile certi problemi abbassando i livelli di "total tax rate" che in Italia viaggiano verso percentuali prossime al 70% sul totale del tassabile alle imprese.
La necessità di fare "riforme strutturali" è una scelta obbligata che deve affiancarsi, in parte od integralmente, alla possibilità di strutturare schemi permanenti per porre rimedio (o quantomeno consapevolezza, qualora non sia possibile muoversi con radicale incisività) alla tremenda complessità cumulatasi nel sistema socio-economico attuale. La crisi italiana pare avere origini ben più radicate ed incancrenite rispetto ad un solo ed esclusivo "è solo colpa della Germania". Le testimonianze a questo proposito sono nette, innumerevoli e (pur)troppo eloquenti.
Si riportino, a titolo di esempio quasi casuale, le parole del giudice Piercamillo Davigo in proposito a certi mali italiani:

"[...] Numerose società e gruppi imprenditoriali, anche fra i più importanti del Paese, hanno potuto gestire fondi occulti senza che collegi sindacali, società di revisione, Consob o altri organi di controllo potessero rilevare le irregolarità. [...]  La crescente internazionalizzazione comporta freuentemente il ricorso a rapporti finanziari con l'estero, allocando società controllate o collegate in [...] paradisi societari, bancari, fiscali e valutari.
La funzione dei paradisi fiscali è [...] quella di 'tax planning', che può anche presentare i caratteri della liceità. In concreto, accade che attraverso le società costituite nei [...] paradisi fiscali, si realizzano forme di evasione fiscale in senso tecnico [...] o, comunque, si veicolino flussi illeciti i capitali. [...]"

Attraverso questi metodi non sono state sottratte all'economia reale risorse (teoricamente) utili per favorire sviluppo e per livellare disuguaglianze? Quanto manca al raggiungimento del punto di non ritorno? Sempre ammesso che tale orizzonte non sia già stato superato.
Una discussione collettiva attorno alla necessità di trasformare e riformare (in maniera il meno gattopardesca possibile) non dovrebbe in alcun modo prescindere dalla possibilità di affrontare (nei dettagli) argomenti simili a questi.
Ulteriori punti problematici di incontro fra visioni politico-programmatiche diverse non mancherebbero in questa Italia, quantomeno teoricamente: sostenibilità ambientale, politica industriale, riqualificazione di distretti produttivi contaminati (o compromessi radicalmente), rapporti fra sviluppo economico e produttività, [...].
Una politica matura (al punto richiesto dalla complessità dei tempi contemporanei) dovrebbe avere le estreme capacità e competenza per mettersi completamente al servizio di una platea di cittadini da informare. E riformare anch'essi, perchè non scriverlo.
"Riformarli" in consapevolezza, in urgenza della percezione di certi problemi per troppo tempo silenziati o non doverosamente compresi, in occasioni concrete per interessarsi una volta in più della "res publica" contribuendo al cambiamento (collettivo, non certo individuale/individualizzato) dello status quo. La sfida più grande dovrebbe essere questa.
Condizionale d'obbligo, specialmente in tempo di hashtag.




Per saperne di più:
1. "Ue a Renzi: 'Invece che alla flessibilità, Italia pensi a riforme'. Gozi:'Il Consiglio ha parlato chiaro'", Repubblica.it
(http://www.repubblica.it/politica/2014/07/19/news/ue_renzi_patto-91962329/)

2. "Renzi: giovedì in Cdm problema decreti attuativi", Il Sole 24 Ore
(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-07-08/renzi-giovedi-cdm-problema-decreti-attuativi-193131.shtml?uuid=ABycIsYB)

3. "BankItalia taglia le stime del PIL: +0,2% nel 2014, rischi ribasso", Il Sole 24 Ore
 (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-07-18/bankitalia-taglia-stime-pil-+02percento-2014-rischi-ribasso-144556.shtml?uuid=AB473AcB)

4. "Cos'è il decreto attuativo?", taxistory.it
(http://www.taxistory.it/wordpress/2014/03/27/cose-il-decreto-attuativo/)

5. "Riforme, mancano 511 decreti attuativi", Giornalettismo.com
(http://www.giornalettismo.com/archives/1545509/riforme-mancano-511-decreti-attuativi/)

6. "Juncker presidente Commissione Ue: "Priorità lavoro e crescita, 300 miliardi in 3 anni". Scontro sulla Mogherini", Repubblica.it
(http://www.repubblica.it/economia/2014/07/15/news/juncker_il_giorno_della_fiducia_priorit_lavoro_e_crescita_300_miliardi_in_3_anni-91599045/)

7. "Caccia al tesoro - il più grosso bottino della Storia", N.Penelope, Editore Ponte alle Grazie


mercoledì 16 luglio 2014

GUARDANDO IL MONDO, DA UNA BARCAROLA ALBANESE...


"[...] Vado veloce sopra questa noce/ fuori pericolo,/ le onde sono dei vetri, alte dei metri/ 
però le supero/ Il sole si sposta e già si vede la costa [...] 
Che delusione, non c'è televisione/ non mi riprendono/ 
E' stata qui fino a ieri [...] Appena arrivo ti scrivo/ 
per adesso son vivo [...]" 

martedì 15 luglio 2014

ECONOMIA: QUANTE RISORSE SFUGGONO DAL MONDO REALE? #PARADISIFISCALI

"[...] I capitali nei paradisi fiscali equivalgono a: 

  • 20 anni di PIL italiano;
  • 15 volte il nostro debito pubblico;
  • 3000 volte i tesori del Vaticano.

Come non ci si mette mai d'accordo sul numero dei paesi classificabili come 'paradisi', anche sul tesoro che custodiscono regna la massima incertezza.
Non a caso lo chiamano il 'buco nero dell'economia mondiale'. Le stime sul giro d'affari che ruota attorno a questo mondo sono molte [...].
Le differenze sono dovute alla mancanza di omogeneità nella definizione di paradiso fiscale, alle metodologie di calcolo adottate, ai gruppi di valori presi in considerazione: conti correnti, proprietà immobiliari, [...]
Ne deriva un guazzabuglio di cifre che difficilmente si conciliano tra loro. 
Gabriel Zucman [...] nel suo studio sulla 'ricchezza scomparsa delle nazioni', ha calcolato in circa 6mila miliardi di dollari i capitali investiti nei paradisi fiscali. Secondo Boston Consulting Group [...] le ricchezze finanziarie custodite nei forzieri segreti si aggirano attorno agli 8500 miliardi di dollari. 
[...] uno studio del Fondo Monetario Internazionale arriva alla conclusione che il valore dei principali centri offshore nel 2011 era pari a circa 16000 miliardi di dollari. Lo studio più approfondito è quello realizzato nel 2012 da James Henry, ex economista di McKinsey, [...] oggi collaboratore di Tax Justice, il network internazionale che ha fatto ella lotta all'evasione la sua ragione sociale. 
Una ricerca [...] dal titolo The Price of Offshore Revisited. 
Per metterla a punto, Henry ha utilizzato documenti della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, delle Nazioni Unite, delle banche centrali di mezzo mondo, ha consultato i dati sull'acquisto di oro e valuta pregiata e altre numerose fonti [...]
'Quello che ne deriva' afferma con orgoglio 'è il più rigoroso e completo conteggio dei flussi di capitali non registrati e dei patrimoni offshore fin qui realizzato.' Completo e soprattutto stupefacente nei risultati.
Secono i calcoli [...] nei paradisi ci sarebbe una montagna di soldi pari a trentaduemila miliardi di dollari.
Una stima decisamente superiore a qualunque altra mai fatta in precedenza. Ecco come la spiega lo stesso Henry:

'Una componente significativa della ricchezza finanziaria privata mondiale - almeno dai ventuno ai trentaduemila miliardi di dollari [...] dal 2010 - è stata investita praticamente esentasse in tutto il mondo, espandendo [...] il buco nero di oltre ottanta giurisdizioni segrete offshore.
Siamo convinti che questa sia una cifra prudenziale. 
Teniamo presenti che si sta parlando solo di patrimoni finanziari: [...] molte altre cose [...] sono anch'esse possedute attraverso strutture offshore, ma questi elementi esulano dalla nostra ricerca.'

Un risultato accolto con un certo scetticismo dal mondo accademico ma in parte confermato da uno studio del Fondo Monetario Internazionale, che quantifica in diciottomila miliardi di dollari il giro d'affari offshore. 
In questa stima [...] non è calcolata la Svizzera, che da sola 'vale' altri undicimila miliardi. 
E dunque [...] la stima si avvicina molto a quella indicata da Henry. 
La sua ricerca [...] non si limita ad analizzare le cifre ma le proietta nel contesto globale. 
L'insieme dell'economia offshore [...] è abbastanza grande da avere un impatto rilevante, e molto negativo, sulle basi imponibili nazionali dei paesi di origine: i paesi da cui i capitali scappano per rifugiarsi nei paradisi fiscali [...] sono gli stessi che oggi fanno i conti con pesanti debiti pubblici, scarsi investimenti esteri, bassa crescita, ristagno dell'economia.
Il che [...] confermerebbe come crisi dell'economia globale e crescita del sistema offshore siano parenti stretti. [...]
Dunque, l'offshore è di gran lunga la prima e più florida economia del mondo? Stando a questi numeri, sembrerebbe di sì. 
Quello che è sicuramente chiaro, è che si tratta di una quantità di denaro tale da modificare sostanzialmente tutti i calcoli ufficiali sul debito dei vari paesi, sull'equilibrio dei conti pubblici, sull'andamento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri. 
Una cifra che, se emergesse, ridisegnerebbe i confini dell'economia mondiale, proponendoli sotto una luce diversa. 
E che, se fosse tassata, darebbe frutti interessanti: il solo rendimento del capitale complessivo, considerando un tasso minimo del 3% e un prelievo fiscale del 30%, garantirebbe un gettito attorno ai 280 miliardi l'anno. 
Forse non risolverebbe la crisi mondiale, ma sarebbe sufficiente a cancellare malattie, denutrizione e povertà estrema in molte aree del pianeta. [...]"

(Fonte: Caccia al tesoro, Nunzia Penelope, Ponte alle Grazie)


sabato 12 luglio 2014

"TRETRECINQUE", FRA MUSICA E VITA: PRIMO ROMANZO DI IVANO FOSSATI

Una storia di un uomo, Vittorio Vicenti, vissuta fra svariate passioni ed innumerevoli viaggi: è questa (in brevissimo) la sintesi del libro "Tretrecinque" scritto dal cantante Ivano Fossati ed edito da Einaudi - Stile libero. La sintesi della personalità e delle vicende che si muovono attorno alla sua figura è richiamata da poche ma chiare righe:

"[...]Distaccato e sveglio, divertente e un pò cinico, sempre su di giri, Vittorio Vicenti - o Vic Vicent, come lo chiamano in America - è uno che si butta, nella vita e con le donne. Tretrecinque è la sua storia, così come ce la racconta lui: gli anni scintillanti e quelli più scriteriati e difficili. 
L'esistenza avventurosa, e ordinaria, di un italiano che resta tale anche quando viene scagliato lontano nel mondo. [...]"

Vic Vicent, nome d'arte, è un eterno ragazzo che prova a districarsi dentro una vita di musicista, tanto ribelle quanto precaria ed esasperata; Vic Vicent è l'alter ego di un giovane che, fuggendo dalla propria piccola ma stabile realtà di provincia fra Vercelli e Santhià, ha provato a rincorrere dietro ad un suo sogno per realizzarlo. Vivere di musica, trovare in ogni nota un'occasione di vita e/o di rinascita: sono queste le missioni che il protagonista di questa romanzo spera (e dispera) di realizzare nell'unica esistenza a sua disposizione.
Sforzandosi di perseguire questa occasione, però, è più volte costretto a fare i conti con la realtà più intima e riservata relativa al fare (e vivere facendo) musica in qualsiasi tempo storico e (a maggior ragione) contemporaneo:

"[...] con una chitarra in mano si può scegliere tra la musica che si ama e fare il professionista, cioè suonare quello che piace agli altri.
Io avevo scelto la seconda strada e il lavoro l'avevo sempre trovato. [...]"

Fare musica, nel libro in questione così come nella realtà, può davvero e sempre coincidere con uno "svendersi per vendere"?
La storia e le vicende di questo ragazzo sfuggito ad una realtà anonima ed opprimente vengono trascinate in un'esistenza nella quale vengono svolti moltissimi lavori e, contemporaneamente, provate moltissime esperienze.
Durante la sua vita, ovviamente ed inevitabilmente, il protagonista finisce per commettere abbastanza errori e per sperimentare molte vicende; tali dimensioni sono percorse e vissute, appunto, all'insegna dell'esistenza "on the road" a cui Vic Vicent ha inevitabilmente scelto di non sottrarsi.
La costante di questo viaggio è, neanche a scriverlo apposta, la chitarra che presta anche il proprio nome al titolo dell'opera: una tretrecinque, appunto.
Cosa possa essere per un musicista il proprio strumento è superfluo scriverlo: vita, estensione del pensiero, portavoce di sentimenti ed emozioni, sfogo materiale di ossessioni e paure, strumento per metabolizzare dolore e sofferenza, [...].
Nonostante la vita (dentro e fuori dal romanzo) finisca per scorrere, la chitarra del protagonista finisce sempre per trasformarsi nel solo mezzo a disposizione per esorcizzare lavori limitanti, dolori lancinanti, esperienze esaltanti e tragi(comi)che.
Un uomo e la sua chitarra, appunto. Quasi come fosse possibile realizzare davvero un frammento attribuito ad un pezzo cantato dall'italiano Edoardo Bennato. Perché uno strumento può far crescere, far evolvere, ferire e far comporre mitragliate dirette ad anime (rese) sorde da un mondo sempre incasinato e perennemente indaffarato:

"[...] E nei sogni di bambino | la chitarra era una spada | e chi non ci credeva era un pirata [...]"

Armato di questa spada, pertanto, l'autore prova a muoversi sin da una giovanissima età per scappare ad una realtà troppo inclusiva, troppo poco sfuggente, eccessivamente limitante e troppo poco caratterizzante.
Attraverso un pellegrinaggio attraverso i luoghi dove fare musica poteva coincidere con lavoro e vita, pertanto, il protagonista prova a costruirsi un futuro ed una notorietà componendo però "quello che piace agli altri".
Orchestre, ruolo d'accompagnamento prima e da primo strumento poi, componendo e rincorrendo un'esistenza fatta di sacrifici e di (innumerevoli e contemporanei) lavori per garantirsi la possibilità di galleggiare nel fiume degli eventi. Tutto qui, appunto.
Fiume degli eventi che lo conduce, piacevolmente ed inevitabilmente, ad intrattenere molti e multiformi rapporti con donne affascinate ed affascinanti.
Da ognuna di queste relazioni il protagonista finirà per portarsi dietro un bagaglio che contribuirà a riaccendere sempre più la passione sopita per la musica e per l'arte in generale: rimpianti e rimorsi per il primo amore, assenza di rapporto con un figlio avuto in età (più mentale che biologica) non pienamente consapevole, serenità e consapevolezza per un rapporto maturo poi bruscamente interrotto da un male troppo grande.
In mezzo a questo mare di eventi, compagni ed amici di una vita a condividere palco e passione con il protagonista principale dell'opera: sempre con l'amore per un linguaggio universale come quello musicale, sempre con la voglia di sconvolgere e sudare per un pubblico sempre diverso.
Fra musica ed amicizia, dunque, con la consapevolezza che la costruzione di solidi rapporti su cui radicare un'intera esistenza sia un fattore fondamentale per potersi definire davvero e veramente completi:

"[...] in quel momento Yisel mi raccontò di quando sua madre le aveva insegnato che l'amicizia è un insieme di punti magnetici sparsi per il mondo.
E che i punti sono sempre in contatto. Non c'è bisogno di telefono, nè dell'aereo. 
La madre di Yisel diceva che si chiama amore. Amore per le persone che non dimentichi. 
Non roba che va via lavandosi le mani. [...]"

Amicizia, amore sconfinato per le donne e venerazione incommensurabile per la musica: è questa forse la sintesi migliore possibile per personalità e passioni del musicista Vittorio Vicenti? A questi piani descrizione è necessario e letterario affiancare quanto sintetizzato dal poeta Giuseppe Carducci nella poesia "Davanti a San Guido", "dialogando" con i cipressi della propria infanzia:

"[...] Or non è più quel tempo e quell'età [...]"

Ossessione e timore per l'incedere inevitabile del tempo, dunque; terrore per le convenzioni e le convinzioni che lo scorrere dello stesso si porta dietro, da un corpo che non ti segue più come la testa vorrebbe ad una lenta ma inevitabile trasformazione nelle abitudini, nei ritmi, nella vita di ogni giorno.
E' anche questa una paura costante che il protagonista dell'opera si trascina dietro e dentro la propria anima, lentamente ma inevitabilmente; è questo il peso più grande della vita che può essere (almeno parzialmente) silenziato ed allontanato grazie alla musica?
Racchiudere il tempo in note, nascondere minuti e secondi dentro ad un giro armonico la cui serratura può essere aperta solo grazie ad una chiave di violino e/o ad un ritmo particolare: è anche questo il segreto che si nasconde dietro alla passione di Vittorio Vicenti per la musica?
Oltre domande rimangono, insoluti e/o forse anche insolubili, rapporti e relazioni nell'esistenza del protagonista: parenti stretti che ne accompagnano a distanza lo scorrere dei giorni, un parente e giovane amante della musica da istruire paternalmente e spingere verso la verità dell'arte più bella ed al tempo stesso più complessa del mondo, città e volti visti e mai dimenticati. Un primo amore e prime fugaci sensazioni mai scordate e poi, per rimpianto e/o per rimorso, senza consapevolezza cosciente, intimamente rivissute.
Nonostante tutto il tempo trascorso e tutti i lavori fatti per vivere, anche secoli luce lontani dalla passione principale, il protagonista riesce sempre a cavarsela. Fino alla fase "declinante" (o diversamente inclinata, a seconda dei punti di vista) della vita.
Sempre con la stessa chitarra fra le mani, stanche ma sempre protese a mitragliare componimenti e storia della musica.
Sono questi i contorni ed i confini di "Tretrecinque", primo romanzo composto dal cantautore (davvero ritiratosi definitivamente dalle scene musicali?) Ivano Fossati.
Bilanciando l'assenza quasi totale di dialoghi e discorsi diretti, lo scrittore prova ad instaurare uno stretto rapporto fra il lettore e la coscienza del protagonista. Sullo sfondo di questo perenne rapporto interiore, invece, una lunghissima serie di canzoni destinate a fare (e diventare) Storia.
Che sia l'inizio di un nuovo rapporto con una platea pressochè sterminata di fan, ammiratori ed interessati alla musica di uno dei più complessi ed affascinanti cantautori del panorama italiano?
A lettori (ed ascoltatori) le ardue sentenze.


martedì 8 luglio 2014

RICORDARE PER NON DIMENTICARE: DAL PASSATO PER (RICOSTRUIRE) IL FUTURO...



"[...] Johnny pensò che un partigiano sarebbe stato come lui, ritto sull'ultima collina, guardando la città, la sera della sua morte. Ecco l'importante: che ne rimanesse sempre uno. [...]" 
(Beppe Fenoglio, "Il Partigiano Johnny")

"Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non è mai finita."

(Primo Levi)

domenica 6 luglio 2014

"WHEN WE STAND TOGETHER", CITANDO I NICKELBACK...


"[...] They tell us everything's alright/ And we just go along/ How can we fall asleep at night/ 
When something's clearly wrong/ When we could feed a starving world/ 
With what we throw away/ But all we serve are empty words/ 
That always taste the same/ We must stand together/ 
There's no getting even/ Hand in hand forever/ 
That's when we all win [...]"

giovedì 3 luglio 2014

"SENZA SAPERE": QUALI I COSTI DELL'IGNORANZA IN ITALIA?

Quanto potrebbero "pesare" l'ignoranza e la (mancata o mancante) cultura in un contesto globale e nazionale? L'assenza di consapevolezze adeguate e strutturate nei cittadini di uno Stato per quanta parte può essere riconducibile a scarsità di studi, conoscenze e dettagli di conoscenza? Possono gli italiani avere consistenti colpe per lo status quo del loro Paese?
A queste e moltissime altre domande prova a rispondere il libro "Senza sapere - Il costo dell'ignoranza in Italia", scritto dal Professor Giovanni Solimine e pubblicato da Saggi Tascabili - Editori Laterza.
L'insieme di mancate conoscenze è, infatti, un difetto nazionale che rischia di ripercuotersi su una enormemente grande varietà di settori: dalla politica all'economia, dalla società all'ambiente, dall'istruzione al sociale, [...].
Quante di queste voci possono essere attribuibili o migliorabili (almeno in parte) con incrementi di cultura e consapevolezze? L'intento del testo è chiaro sin dalla sintesi specifica esposta a corredo dell'opera:

"[...] L'Italia sembra non rendersene conto: tutte le statistiche ci ricordano il basso livello di competenze degli studenti e della popolazione adulta, lo scarso numero di laureati e diplomati che il nostro invecchiato e gracile sistema produttivo non è capace di assorbire, la deble partecipazione dei nostri cittadini alla vita culturale. Un Paese povero di risorse materiali e in ritardo dovrebbe investire in formazione più degli altri Paesi.
Invece continua a non avere una politica della conoscenza, fondamentale per la costruzione del nostro futuro: gli investimenti in istruzione e ricerca ci costerebbero meno di quanto ci costa l'ignoranza. Questo è il paradosso di un'Italia senza sapere. [...]"

I meccanismi che hanno per troppo tempo alimentato le scarsità di informazione e conoscenza hanno nel tempo prodotto una serie di risultati controproducenti e negativi per lo stato di salute dell'intera Italia: svalutazione del capitale umano, cortocircuito politico precipitato in un degrado socio-culturale senza quartiere, meccanismi economico-finanziari percepiti come impossibili da comprendere e districare, informazione latente e/o latitante sulle più svariate questioni. Tutto e/o quasi rischia di essere "bruciato", sia in termini di mancati benefici che di futuro bruciato.
Può, alla luce di queste e numerose ulteriori possibili questioni, essere possibile definire l'ignoranza come il vero nemico dell'Italia?
L'autore del testo ha un'opinione molto chiara relativamente a questa eventualità:

"[...]Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi volumi che denunciano il dilagare dell'ignoranza, anche con particolare riferimento al nostro Paese. 
I dati ci descrivono un'Italia priva di conoscenze e di competenze, un Paese 'senza sapere'. 
Siamo talmente ignoranti da non comprendere [...] quanto sia grave e pericoloso il nostro livello di ignoranza, e da non correre ai ripari. 
Ciò che inquieta di più è che anche i nostri governanti [...] non sembrano occuparsi o pre-occuparsi del problema, non rendendosi conto del prezzo che quotidianamente l'intera società italiana è costretta a pagare per i guasti provocati dall'ignoranza. 
Socrate era saggio perchè sapeva di non sapere. Noi siamo a uno stadio precedente [...] perchè non ci siamo accorti neppure di quanto grave e profonda sia la nostra ignoranza. [...]"

Ragionare e discutere sull'ignoranza dovrebbe presupporre la necessità di strutturare fondati dibattiti attorno ad origini, soluzioni e rimedi di questo tremendo male collettivo e non certo facilmente estirpabile. Le argomentazioni complessive si definiscono attraverso la strutturazione di un dibattito attorno a tematiche fondamentali ed al tempo stesso tremendamente sottovalutate nell'attuale contesto nazionale:


  • Ben-essere della conoscenza: investire su nuovi modelli di crescita, ricercando l'uguaglianza delle opportunità collettive al fine di riabilitare un potenziale ben-essere della società;
  • Rete come contesto: razionalizzare la conoscenza, investendo su nuove strade ad oggi non ancora completamente percorse. Emerge spontaneo, su questo piano, il richiamo alla rete e alle infrastrutture digitali;
  • Circolazione delle conoscenze e forme del sapere: cultura come patrimonio ed interazione su cui ricostruire le fondamenta di una nazione, concentrando le attenzioni sull'entità e sulla qualità dei contenuti da divulgare ed immettere nel dibattito nazionale. (Ri)organizzare il passato per migliorare il futuro, bilanciando con attenzione i servizi di mediazione ed accesso alla conoscenza finalizzata a far incrementare e migliorare il contesto nazionale;
  • Politica per la conoscenza: quali proposte concrete potrebbe/dovrebbe essere possibile promuovere, al fine di trasformare l'Italia dell'ignoranza in un Paese dove la conoscenza abbia un ruolo più rilevante? 

Lo spread culturale dovrebbe essere un valore a cui prestare maggiori attenzioni, in un contesto già globalizzato e (radicalmente) incrinato come quello caratteristico di questa Italia. Attraverso questa voce, forse, si potrebbe contribuire a risollevare il Paese da una crisi socio-economica-culturale complessiva senza alcun precedente.