giovedì 7 dicembre 2017

"RENZUSCONI", SU ARGOMENTAZIONI DI SOMIGLIANZA...E DI DELUSIONE, PER UN'ITALIA INDEFINITAMENTE CROLLATA

Ritratti fra politic(ant)i che si susseguono, immedesimandosi, con l'anima di un'Italia immersa in una crisi socio-valoriale prima che economica.
Sono molti gli elementi che accomunano la scarsa qualità dei governanti con le altrettanto scarse qualità dei governati, in un Paese disperso ed alla deriva come quello italiano.
Le responsabilità delle classi dirigenti dovrebbero essere esplorate in maniera trasversale, andando oltre il dare sempre (e solo) la colpa alla politica.
Non potendo esplorare certe dinamiche in maniera completa, è sufficiente soffermarsi su una delle anomalie che caratterizza - da tempo immemore - la costruzione ed il mantenimento del consenso politico in Italia: la figura del leader, sulla quale il sistema partitico ha da sempre e progressivamente cercato di implementare le più fredde logiche "ad personam".
Il consenso viene indissolubilmente legato ad un leader o - nella migliore delle ipotesi - ad un ristretto numero di persone direttamente "dipendenti" dal primo; quanto ha giocato tale anomalia nelle distorsioni e nei controsensi caratteristici della (non) politica che ha caratterizzato (e sta caratterizzando) questa Italia?
Si potrebbero fornire infinite risposte a questa domanda, facendo magari seguire altrettante questioni non risolte o - forse - non risolvibili certamente in poche righe.
Un punto di vista in più - dimensionato rispetto al presente o passato (più e meno) recente - può essere dato guardando alle caratteristiche fondamentali ed alle figure principali che sono giunte a conseguire il ruolo di leader nella politica nazional(popolar)e.
Persone che - in quanto aspiranti alla figura di leader senza magari poterselo permettere - cercano di fare il possibile per applicare su di loro il non dover passare mai di moda.
Il riferimento neppure troppo velato alla contemporaneità italiana attuale si riprende con il richiamo alla politica (ed alle figure) promosse in Italia da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.
Non volendo entrare nel merito (sempre ammesso che sia possibile farlo) delle proposte politiche afferenti ai singoli leader, è possibile ragionare riguardo al contesto esplicato da alcuni difetti che li fanno apparire molto meno lontani di quanto non sembrino.
E' su questa linea che cerca di muoversi il libro "Renzusconi - L'allievo ripetente che (non) superò il maestro", scritto da Andrea Scanzi e pubblicato da PaperFirst.
Sullo sfondo vi è una tendenza ad accomunarsi per accumulare consensi, miranti a tutto fuorché al medio-lungo termine; si coltiva l'attimo, cercando la spinta per andare un punto percentuale più avanti dell'altro. Su questo fronte il giornalista (o polemista?) Marco Travaglio risponde con toni inequivocabili nella prefazione alla presente opera:

"[...] B. ha sempre tentato di mettere insieme tutte le forze di centrodestra e, quando ci è riuscito, ha vinto; Renzi ha sempre tentato di distruggere tutte le forze di centrosinistra e alla fine è riuscito là dove persino B. aveva fallito: distruggere il Pd. B. ha impiegato vent'anni prima di stufare gli italiani; a Renzi ne sono bastati quattro. [...]"

Il presente libro illustra un catalogo di considerazioni, citazioni e gesti su cui dovrebbe essere essenziale porsi e porre - se non confutazioni - qualche dubbio più che lecito riguardo alle qualità di quel "leader" (virgolette a rigor di decenza, nds) che si era proposto come autore del nuovo e rivelatosi poi un rottam-attore sin nel profondo.
Ragionando nel merito di trascorsi e percorsi di entrambi i personaggi (o figuri che scriver si preferisca) vengono tracciate specifiche riguardo ad indignati a senso unico, con riferimento a persone che con un corso nuovo nella forma ma identico nella sostanza hanno perso quasi completamente i loro istinti di ribellione e protesta.
Vi è parimenti un richiamo più specifico e dolorosamente vero riguardo alla fine di un senso d'appartenenza che legava le opinioni ed i "destini" di una fetta di elettorato sensibile e - ad oggi - sensibilmente disperso per quei tanti tratti comuni che sembrano essere divenuti granitici e non scindibili per questi rottamandi:

"[...] con Renzi [...] l'appartenenza crolla. Perché? Perché l'appartenenza 'è avere gli altri dentro di sé', dicevano Gaber e Luporini [...] tutto questo accade perché, con Renzi, il voto a (centro)sinistra diventa più che altro [...] un voto per abitudine. 
L'appartenenza c'entra ben poco: si vota Pd, e quindi Renzi, perché 'tanto ormai ho sempre fatto così'. Per tutta la vita. E se cambiassi proprio adesso, significherebbe rimettere in discussione tutta la mia vita. [...]"

Leggerne per discuterne, per confutarne e per dirimerne aspetti puntuali e/o puntualmente contrastanti rispetto ad uno "status quo" sempre più appiattito ed uniforme.
Internamente ad un'Italia che - al netto delle sue classi dirigenti incapaci - si crede possa meritare molto di più rispetto all'appiattimento attuale.






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