"[...] Ho conosciuto il dolore [...]
e lui mi ha conosciuto:
siamo amici da sempre,
io non l’ho mai perduto;
lui tanto meno [...].
Ho conosciuto il dolore
e mi è sembrato ridicolo, [...]
quando gli dico in faccia:
'Ma a chi vuoi far paura?'
Ho conosciuto il dolore:
ed era il figlio malato,
la ragazza perduta all'orizzonte,
il sogno strozzato,
l’indifferenza del mondo alla fame,
alla povertà, alla vita [...]
Dio, che non c’era
e giurava di esserci, [...]
se giurava, di esserci e non c’era
ho conosciuto il dolore
e l’ho preso a colpi di canzoni e parole
per farlo tremare,
per farlo impallidire,
per farlo tornare all'angolo,
cosi pieno di botte,
cosi massacrato stordito imballato [...]
Ho conosciuto il dolore
e ho avuto pietà di lui,
della sua solitudine,
delle sue dita da ragno
di essere condannato al suo mestiere
condannato al suo dolore;
l’ho guardato negli occhi,
che sono voragini e strappi
di sogni infranti: respiri interrotti
ultime stelle di disperati amanti.
-Ti vuoi fermare un momento?- gli ho chiesto -
[...] Ti vuoi sedere? [...]
ascoltami [...] e non fiatare! [...]
Hai fatto di tutto
per disarmarmi la vita
e non [...] puoi sapere
che mi passi come un'ombra sottile sfiorente [...]
Ti ho conosciuto dolore in una notte di inverno
una di quelle notti che assomigliano a un giorno [...]"
(Ho conosciuto il dolore, R.Vecchioni, cit.)
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