giovedì 31 dicembre 2015

FRA AMBIENTE, SOCIETA', SCELTE DIFFICILI, APPROCCIO COORDINATO, LOGICA DI AZIONE "GLOCALE"...ED ANNO NUOVO

Il potenziale contenuto della riqualificazione totale che potrebbe attuarsi in chiave ambientale ed ecologica non pare riassumibile sottostando all'azione di poche semplici misure aventi più che altro lo scopo di tamponare una situazione grave.
Situazione che, andata progressivamente aggravandosi, è peggiorata per cause che un semplice post in chiusura d'anno non potrebbe in alcun modo riassumere con efficacia.
Ciò che appare (meno in)certo, allo stato attuale, è che lo stato di bassa attuale sarà destinato a ripetersi o perpetuarsi qualora non vengano assunti i giusti provvedimenti.
Misure che dovranno avere caratteristiche largamente strutturali e non certo occasionali, in quanto i rischi che il mondo intero va correndo sembrano essere sempre più globali ed interconnessi l'uno all'altro. In corrispondenza dell'anno che verrà la minaccia costituita dalla (fino ad oggi mancata) tutela dell'ambiente e degli ecosistemi potrà trasformarsi in un pericolo permanente ed ancora più lancinante, per tutta la società intera. A livello globale è forse questa l'urgenza che appare essere al contempo più palese e sottovalutata.
Nel definire nuove prospettive di azione, per fortuna o purtroppo, dovrebbe essere più che lecito attendersi un cambiamento radicale nel modo di concepire una lunghissima serie di argomenti che sembrano alquanto complessi da sintetizzare efficacemente: mobilità, sostenibilità, contabilità ambientale, transizione etica, cambiamenti energetici solo per citare alcuni capisaldi.
Di fronte al lavoro da fare per (sperare di) garantire futuro ed equità esistenziale al pianeta Terra potrebbero essere messe le misure caratteristiche del "pacchetto" ambientale promosse dalle autorità italiane nel percorso di "lotta" allo smog ed agli altissimi livelli di emissione registrati.
Si riporta nel seguito un quadro generico dei provvedimenti concordati fra Governo, Regioni e Comuni italiani tratto dall'articolo "Governo-Comuni: due gradi in meno di calore e auto più lente in caso di emergenza smog" tratto da La Repubblica:

  • Istituzione di un Comitato di Coordinamento ambientale, composto da rappresentanti di Regioni e Città metropolitane. Lo stesso potrebbe avere finalità di monitoraggio e controllo in materia di trasporti ed emissioni;
  • Incentivazione al passaggio verso forme di trasporto pubblico a bassa emissione, promuovendo quindi il rinnovo progressivo del parco mezzi attualmente esistente;
  • Possibile progetto di incentivazione specifica votata alla sostituzione del parco macchine privato, per quanto riguarda gli Euro 3.
In aggiunta a questi provvedimenti sono stati successivamente aggiunti limiti di velocità variabili in funzione delle circostanze e limitazioni agli impianti di riscaldamento ed alle temperature massime da assegnare agli edifici sia pubblici che privati. 
Può questo quadro essere pietra miliare nell'arginare le emissioni ed i consumi energetici che stanno contribuendo a causare danni ingenti a pianeta, Stati, uomini, animali, piante ed ecosistemi? 
La risposta a questa domanda, alquanto scontata per alcuni punti di vista, è riassunta da un contributo di Benedetta Tobagi contenuto in un numero de La Repubblica di pochi giorni fa. 
Lo stesso è stato segnalato dal blog ciwati.it qualche giorno fa, internamente al post "Fino a qui tutto bene". Si riporta nel seguito uno stralcio significativo del pezzo citato:

"[...] La sfida dell’inquinamento [...] richiede un approccio coordinato [...]: per trasformare gli impianti di riscaldamento [...], promuovere i trasporti su rotaia, incentivare il passaggio alle auto ibride ed elettriche. Di 'approccio coordinato' [...] non se ne vede granché. Nella metropoli assediata dall'emergenza inquinamento, balenano le contraddizioni. [...] (...)gli esperti [...] ricordano che una drastica riduzione del trasporto su gomma è conditio sine qua non per contrastare in modo efficace l’inquinamento atmosferico [...]. Il nodo sta qui. Pioverà, prima o poi; il livello delle polveri scenderà, il problema Pm10 tornerà mediaticamente invisibile, com'è fisicamente impercettibile nella vita quotidiana, e si andrà avanti come prima, tra sussulti di buona volontà dei cittadini ed amministrazioni più o meno virtuose, ma in assenza di un piano coordinato di prevenzione strutturale. L’approccio al problema delle polveri sottili, da questo punto di vista, non mi pare troppo diverso da quello alla prevenzione dei rischi sismici e idrogeologici, purtroppo. Che è poi quello della storiella raccontata nel [...] film di Mathieu Cassowitz L’odio: 'È la storia di una società che precipita, e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio ‘fino a qui tutto bene’, ‘fino a qui tutto bene’, ‘fino a qui tutto bene’. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio'. [...]"

Quando il problema mediaticamente generatosi troverà un abbassamento della gravità (riscontrata), pertanto, si rischierà inevitabilmente una crisi altrettanto mediaticamente gestita dei livelli di urgenza percepiti e di necessità di cercare soluzioni adeguate? 
Come poter articolare in maniera adeguata le forme di "approccio coordinato" necessarie per fronteggiare pericoli tanto prepotenti e tangibili? 
Le risposte a queste domande sono di una natura assai complessa per poter essere sintetizzata, in quanto si dovrebbe mescolare una serie di tematiche e di branche tecnico-scientifiche al meglio possibile le une con le altre: ingegneria, architettura, ecologia, biologia, statistica, fisica, analisi, [...]. 
Solo per citarne alcune; tutto questo in funzione del citato "approccio coordinato", ormai essenziale da inseguire e realizzare. Le specifiche deliberazioni assunte dalle autorità politico-tecniche nelle sedi sia continentali che mondiali dovranno (o dovrebbero, a seconda dei punti di vista) avere questo intento come punto tanto fermo quanto urgente da raggiungere. 
In prossimità del nuovo anno, pertanto, questo contesto sembra costituire e costruire la prima pietra miliare con cui molti buoni propositi dovrebbero cercare di tradursi in azioni concrete e capillari: da Parigi in avanti, senza ambiguità e con il minor numero di passi falsi possibile. 
L'urgenza di una tematica simile dovrebbe trovare una tanto urgente quanto profonda e prepotente risoluzione. Lo status quo di rischi e di male percepito risulta essere ormai chiaro a moltissimi esseri umani, sia in chiave presente che in voce futura. 
Servirebbe quindi, più che mai, promuovere un appello urgente all'azione. 
Parte di questo necessario appello è riportato in citazione nell'opera "La felicità al potere", pubblicato da Eir Editori. Lo stesso illustra un quadro delle politiche e della vita del Presidente uruguayano José Mujica, definito per via divulgativa da Cristina Guarnieri e Massimo Sgroi. 
Il pezzo concernente l'emergenza ambientale è riportato, mediante una sorta di appello ineludibile, nel seguito della presente:

"[...] Se guardiamo [...] il pianeta nel suo insieme, se consideriamo la nostra specie, cosa abbiamo ottenuto? A che punto siamo? Possiamo dire che stiamo meglio? No, nel modo più assoluto. 
Gli stessi problemi incalzanti che si denunciavano negli anni Settanta del secolo scorso continuano ad essere presenti e persino ad aggravarsi, raggiungendo in molti casi livelli di estremo allarme. 
E molti altri nuovi problemi si sono aggiunti alla lista. 
Non abbiamo fatto nulla per arrestare la corsa sfrenata dell'attuale modello di produzione e consumo capitalista. Ogni giorno è più grande la generazione di ricchezze, ma aumentano anche le ingiustizie. Ogni giorno è più scellerato il consumo delle risorse finite del pianeta, e sono più forti i danni all'ambiente. Si stanno realizzando le peggiori previsioni scientifiche in relazione al cambiamento climatico e al riscaldamento globale. [...] 
E' sufficiente enumerare alcuni dati che gli esperti degli organismi internazionali hanno esposto al mondo:
  • Il danno causato dagli effetti del clima potrebbe andare dall'1 al 2% del [...] PIL mondiale entro il 2100, se le temperature registreranno un aumento di 2.5°C al di sopra dei livelli pre-industriali. Questa stima dei danni aumenterà arrivando al 2-4% del PIL mondiale per un aumento di 4°C; [...]
  • La desertificazione avanza a un ritmo tra i cinquantamila e i settantamila chilometri quadrati l'anno, e trentotto milioni di chilometri quadrati [...] sono già deserti [...];
  • Il livello del mare, nella media mondiale, relativamente costante per quasi tremila anni, ha registrato un aumento di circa 170 mm nel secolo XX [...] e si stima che si innalzerà perlomeno di altri 400 mm [...] entro l'anno 2100 [...];
  • Il mondo ha perso più di 100 milioni di ettari di boschi tra il 2000 e il 2005, e ha perso anche il 20% degli habitat marini e delle zone litoranee tropicali [...] dal 1970 al 1980. [...];
  • Tra il 1960 e oggi si è triplicata la quantità di grani [...] prodotti nel mondo, mentre la popolazione mondiale è raddoppiata [...];
  • Fra il 30% e il 50% dei quattromila milioni di tonnellate di alimenti che si generano nel mondo vengono buttati via o non si utilizzano. [...];
  • Degli oltre ottocento milioni di persone che muoiono di fame nel mondo, l'80% vive in zone rurali. [...]
  • Più del 95% delle morti dovute ai disastri naturali fra il 1970 e il 2008 sono avvenute nei Paesi in via di sviluppo. [...] 
Dove risiede allora il problema? Che cosa provoca la paralisi, la mancanza di risposta? [...]
A mio giudizio il nostro problema fondamentale non è con l'ambiente, benché viviamo senz'altro una profonda crisi ambientale. La causa che spiega la ragione per cui non riusciamo ad affrontarla è politica: il problema dell'ambiente è conseguenza di un problema di ordine politico. 
Siamo entrati in un'epoca dell'umanità nella quale abbiamo necessità di cominciare a ragionare come specie, non come singoli Paesi. Bisogna difendere la vita come specie. 
Abbiamo bisogno di un pensiero globalizzato che ricopra tutta la terra, ma siamo senza governo. L'unica cosa che esiste è una lotta spietata di interessi economici, e ci ritroviamo senza bussola. [...]"
Fonte: Un appello urgente all'azione, "La Felicità al potere", J. "Pepe" Mujica - C.Guarnieri - M.Sgroi, Eir Editori

Da questo appello e per tutti questi punti, pertanto, è più che lecito augurarsi un anno nuovo che sappia essere largamente differente rispetto a quelli precedentemente inaugurati e poi lasciati andare. 
L'incedere nella ricerca di soluzioni dovrà avere un passo enormemente superiore rispetto all'impronta lasciata da problemi immensi che sembrano essere sempre più impellenti da arginare.

Fonte immagine: www.labottegadellaluna.it


Per saperne di più: 
"Governo-Comuni: due gradi in meno di calore e auto più lente in caso di emergenza smog", La Repubblicahttp://www.repubblica.it/politica/2015/12/30/news/smog_ministro_galletti_incontra_sindaci_e_governatori-130360556/

"Fino a qui tutto bene", Ciwati.ithttp://www.ciwati.it/2015/12/29/fino-a-qui-tutto-bene/

lunedì 28 dicembre 2015

RICERCANDO FORME DI INGEGNERIA MISTA AD UMANESIMO...

"[...] L'ingegneria ha contribuito a rendere possibile il primo sbarco sulla Luna.
L'ingegneria ha drasticamente migliorato la nostra qualità di vita. 
Eppure, non siamo ancora stati in grado di eliminare la povertà e la disuguaglianza sociale. 
Perché? I problemi [...] continuano a sussistere perché non si danno percorsi di soluzione chiari.
Manchiamo del sapere pratico per risolvere tutta una serie di questioni spinose. Quando si tenta di ragionare a ritroso si rischia di perdersi in un ginepraio.
Le sfide di tipo sociale hanno spesso contorni indistinti. Non sono chiaramente circoscritte, sono scarsamente strutturate, non sono legate a scadenze. Soprattutto [...] comportano costi sociali che risultano distribuiti in modo non uniforme e cambiano a seconda del ritmo di vita e delle priorità delle nostre società. [...] Le soluzioni puramente tecniche, quando non possono contare sul sostegno delle forze i mercato, sono l'equivalente di una circolazione sanguigna senza ossigeno.
L'ingegneria può contribuire a risolvere molti problemi di ordine sociale, ma non tutti. 
In futuro [...] continueranno a emergere nuove opportunità e nuove sfide legate allo sviluppo di sistemi complessi che l'ingegneria non potrà gestire da sola. [...] l'ingegneria dovrà imparare a comprendere meglio le sottigliezze del comportamento umano. 
Dovrà allargare il proprio campo visivo arricchendosi del potenziale visionario, della saggezza e della creatività delle arti, dei saperi umanistici, delle scienze e della filosofia. [...]"
Fonte: Imparare dagli altri, "Come pensano gli ingegneri - Intelligenze applicate",  Guru Madhavan, Raffaello Cortina Editore

Scultura di A.Pomodoro

sabato 26 dicembre 2015

FRA NATURA, STATO DI NATURA ED OPERE UMANE...

"[...] Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano. [...]"
(G. Vico, att.)

"The aqueduct and lock", P.Cezanne

venerdì 25 dicembre 2015

FRA NATALE E SOGNO...OSSERVANDO TEMPI CONTROVERSI

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l'impressione d'una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l'anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors'anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.
Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori... E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

- Buon Natale - e sparivo...

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d'incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d'un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.
Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l'immagine di lui m'attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m'arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.
Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d'una luce interiore, sorvolava su un'alta siepe di rovi, che s'allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant'egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall'irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d'una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell'immenso arco dell'orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d'una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

- Non dormono... - mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d'odio e d'invidia pronunziate nell'interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l'impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: - Anche per costoro io son morto...

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch'ero la sua ombra per terra, non mi disse:

- Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un'immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d'oro alla volta, piena d'una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l'altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d'incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d'argento splendevano a ogni gesto le brusche d'oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

- E per costoro - disse Gesù entro di me - sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

- Cerco un'anima, in cui rivivere. Tu vedi ch'ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l'anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo... Cerco un'anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d'ogn'altro di buona volontà.

- La città, Gesù? - io risposi sgomento. - E la casa e i miei cari e i miei sogni?

- Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.

- Ah! io non posso, Gesù... - feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l'impressione sul mio capo inchinato, m'avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.
                                                                                              (Sogno di Natale, L.Pirandello)

Fonte immagine: 
http://viaggiare.dimoredepoca.it/wp-content/uploads/2011/11/bologna.jpg

giovedì 24 dicembre 2015

NATALE, FRA MUSICA E GIUSTO SPIRITO (DA RITROVARE)...


"[...] C'è la luna sui tetti e c'è la notte per strada 
le ragazze ritornano in tram 
[...] tra due giorni Natale 
ci scommetto dal freddo che fa. 
E da dietro la porta sento uno che sale 
ma si ferma due piani più giù 
un peccato davvero ma io già lo sapevo 
che comunque non potevi esser tu. 
E tu scrivimi, scrivimi 
se ti viene la voglia 
e raccontami quello che fai [...]
E tu scrivimi, scrivimi per il bene che conti 
per i conti che non tornano mai 
se ti scappa un sorriso e ti si ferma sul viso [...].
Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano 
come un treno dentro a una galleria 
tra due giorni è Natale e non va bene e non va male 
buonanotte torna presto e così sia. 
E tu scrivimi, scrivimi 
se ti viene la voglia 
e raccontami quello che fai [...]"

mercoledì 23 dicembre 2015

FRA ANNI VELOCI, PERSONE...E TEMPO CHE FUGGE

"[...] Gli anni scorrono troppo velocemente. [...]
Ci sono sempre più persone al mondo, 
ma c'è sempre meno tempo per fare le cose. [...] 
Servono anni più lunghi! [...]"
(Lucy Van Pelt, Peanuts, att.)

Pioggia, vapore e velocità, W.Turner

martedì 22 dicembre 2015

SUL FARE SCIENZA E SUL DARE GERARCHIE NEI RISULTATI CONSEGUITI...

Chiedersi quanto bene possa fare la scienza al genere umano è una domanda che può trovare risposte abbastanza facili, qualora si voglia guardare ai traguardi raggiunti nel passato più e meno recente.
Sono tante le epoche che hanno visto un progresso materiale tangibile, grazie all'incedere del metodo sperimentale che ha conseguito traguardi basati su una serie di esperienze fatte da uomini che hanno adottato il 'costruire scienza' come ragione fondante della propria vita.
Qualora si voglia invece restringere lo sguardo sulle scoperte e/o sui risultati conseguiti in una singola annualità, si potrebbe forse (cercare di) stilare una sorta di classifica per mettere in mostra quali siano stati i risultati di maggior incidenza?
Quali potrebbero essere i criteri di 'organizzazione' della stessa, privilegiando alcuni traguardi invece di altri? Per provare a rispondere con competenza a queste domande si dovrebbe chiarire, prima, quali 'argini' e 'confini' attribuire al concetto specifico di scienza.
Si dovrebbero tracciare delle 'piste', al fine di poter meglio comprendere quali sentieri riesca a tracciare la scienza se ben condotta e ben applicata dagli stessi esseri umani.
Per definire i margini del 'fare scienza' può essere interessante riprendere una definizione alquanto complessa, attribuita al celebre Richard Feynman dai siti di Wikipedia. La stessa è riportata brevemente nel seguito:

"[...] Che cos'è la scienza? Con questa parola [...] s’intendono tre cose diverse, o un misto delle tre. Non credo ci sia bisogno di essere precisi: essere troppo precisi non è sempre una buona idea. 'Scienza' a volte significa un metodo speciale di scoprire le cose; a volte significa l’insieme delle conoscenze che si originano dalle cose scoperte, ma può anche significare tutte le cose nuove che si possono fare usando la conoscenza acquisita, o il fare effettivamente queste cose. [...]"

Il fare scienza può identificarsi, pertanto, con uno schema che prevede speciali 'meccanismi' a cascata che riescano ad organizzare autonome 'architetture' di sapere e cultura per pervenire alle conseguenze sinteticamente descritte nel seguito:

  1. scoperta delle cose;
  2. insieme delle conoscenze generatesi dalle scoperte;
  3. attività innovative concrete che si generano dalle precedenti attività.
Seguendo l'evolversi di questi tre punti cardine, pertanto, si potrà (cercare di) definire quali margini possano avere certe attività e quali gerarchie dare a certe scoperte od innovazioni realistiche/realizzabili. Stando a questa visione dei fatti, pertanto, è possibile 'plasmare' una lente che sappia cercare di porre sotto il giusto fuoco le scoperte realizzate in una singola annualità. 
Si fa pertanto riferimento esplicito ad un articolo presentato sul sito de Le Scienze, in occasione della fine dell'anno 2015. Seguendo fedelmente e citando dallo stesso, si fa riferimento al titolo "La top ten della scienza secondo 'Science'". La definizione della presente classifica è riportata chiaramente dallo stesso; sono infatti tanti i traguardi raggiunti in questi 365 giorni, siano essi scoperte completamente istantanee o percorsi che si sono generati dopo anni ed anni di ricerca e lavoro sul campo. 
I successi ed i completamenti raggiunti in questo ultimo anno e citati dall'articolo sono sinteticamente definiti nel seguito:

  1. Tecnica di mappatura ed editing genetico identificata come CRISPR;
  2. Riprese di Plutone e Cerere, realizzando quindi il salto fra infinitamente piccolo ed infinitamente grande;
  3. Soluzione al mistero dell'uomo di Kennewick;
  4. Pubblicazione di ampi studi su controllo della riproducibilità dei risultati nelle ricerche psicologiche, funzione di potenziali variabilità statistiche;
  5. Scoperta dell'alimentazione di ventotto pennacchi vulcanici, richiamati direttamente dal mantello terrestre senza la presenza di camere magmatiche isolate l'una dall'altra;
  6. Tentativi nella ricerca di un vaccino al virus Ebola;
  7. Definizione di metodo di sviluppo biotecnologico per la produzione di analgesici.
Seguono infine nelle "ultime" posizioni la scoperta secondo cui vi sarebbe una piccola rete linfatica esistente fra le meningi, in richiamo alla conferma di relazioni reputate vere fra meccanica quantistica e realtà locali. Quali risultati potrebbero realizzarsi per il 2016? 
Si realizzeranno altre scoperte seguendo i cardini di priorità ed importanza scientifica precedentemente delineati? Il percorso della scienza è solito avere velocità molto variabili, di pari passo alla complessità delle attività che si cercano di definire o matematizzare. 
L'attesa rimane, di pari passo ad alcune anticipazioni fornite dall'articolo stesso. 
Buone feste anche alla scienza, definita non a caso "[...] cosa più preziosa che abbiamo. [...]"

Macchine volanti, Leonardo Da Vinci

Per saperne di più: 
"La top ten della scienza secondo 'Science'", Le Scienze
http://www.lescienze.it/news/2015/12/18/news/piu_importamti_ricerche_risultati_2015-2900025/




lunedì 21 dicembre 2015

SULL'AVVENTURA DELLO ZERO, SEMPLIFICANDO LA MATEMATICA...

"[...] C’era una volta
un povero zero
tondo come un O,
tanto buono ma però
contava proprio zero
e nessuno lo voleva in compagnia
per non buttarsi via.

Una volta per caso
trovò il numero Uno
di cattivo umore perché
non riusciva a contare
fino a tre. 
Vedendolo così nero
il piccolo zero
si fece coraggio,
sulla sua macchina
gli offerse un passaggio,
e schiacciò l’acceleratore,
fiero assai dell’onore
di avere a bordo
un simile personaggio.

D’un tratto chi si vede
fermo sul marciapiede?
il signor tre che si leva il cappello
e fa un inchino
fino al tombino
e poi, per Giove,
il sette, l’otto, il nove
che fanno lo stesso.

Ma che cosa è successo?
che l’uno e lo zero
seduti vicini,
uno qua l’altro là
formavano un gran dieci:
nientemeno, un’autorità!

Da quel giorno lo zero
fu molto rispettato,
anzi da tutti i numeri
ricercato e corteggiato:
gli cedevano la destra
con zelo e premura,
(di tenerlo a sinistra
avevano paura),
lo invitavano a cena,
gli pagavano il cinema,
per il piccolo zero
fu la felicità. [...]"
(L'avventura dello zero, G.Rodari)


sabato 19 dicembre 2015

FRA NEBBIA, (ASSENZA DI) NEVE E FREDDO...ASPETTANDO L'INVERNO

"[...] La vedi nel cielo quell'alta pressione, 
la senti una strana stagione? 
Ma a notte la nebbia ti dice di un fiato 
che il dio dell'inverno è arrivato [...]"
(F.Guccini, cit.)

Jardin sous la neige, P.Gauguin

mercoledì 16 dicembre 2015

SULL'ANNO ZERO DEL CAPITALISMO ITALIANO...E SU DIFETTI QUASI ANCESTRALI DEL SISTEMA ITALIA

La crisi di stampo economico-finanziario ha lasciato (e/o sta lasciando ancora?) campi sterminati e notevolmente modificati su una pressoché infinita serie di settori: politica, ambiente, società, relazioni diplomatiche, questioni internazionali o sviluppo economico solo per citarne alcuni. 
L'Italia ha probabilmente finito per vedere peggiorate, in questo contesto, una serie di dinamiche interne ad alcuni campi nei quali erano già notevolmente complicate le cose.
Vi erano probabilmente situazioni già precedentemente problematiche che hanno subito un aggravamento strutturale a seguito dei processi di tracollo economico verificatisi. 
Mediante quali passi si è progressivamente destrutturato il contesto italiano di gestione e tutela dei capitali esistenti o circolanti?
Quali sono state le esperienze pericolanti già 'vissute' dallo Stato italiano in epoche precedenti alle riscontrate difficoltà di tipo economico-finanziario?
A queste e molte altre domande cerca di rispondere, mediante un lavoro di cronaca alquanto puntuale, il libro "L'anno zero del capitalismo italiano", scritto dal giornalista e conduttore televisivo Massimo Giannini e pubblicato da Editori Laterza e La Repubblica nella raccolta iLibra
La necessità di analizzare le difficoltà attuali rappresenta una priorità da effettuare, però, tenendo bene a mente quali siano state le vicende che hanno condotto all'impietoso status quo che tutti hanno di fronte. Nonostante lo stesso libro sia aggiornato con le vicende di fine 2013, restano comunque abbastanza fruibili le piste da percorrere per (cercare di) comprendere ove siano precipitate ed affondate (alcune del)le reali cause di questa crisi socio-economica:

"[...] L'idea di questo libro nasce da qui. Rimettere insieme le cronache del capitalismo di questi anni, dalla scala globale (il grande mondo della finanza) a quella locale (il 'piccolo mondo' italiano). Il primo capitolo affronta la scala globale: con l'obiettivo di frugare nel gigantesco 'trolley ovarico' del turbo-capitalismo finanziario [...] tentando di spiegare l'origine del male e giustificare l'urgenza di curarlo. I capitoli successivi affrontano la scala locale. 
La lunga sequela di disastri italiani, che ci ha portato in soli cinque anni a bruciare 9 punti di PIL, 25 punti di produzione industriale e oltre un milione di posti di lavoro, anche se ha consentito a un gruppuscolo agguerrito di esponenti della 'classe dirigente' di portare a casa almeno 60 miliardi l'anno di utili, distribuiti e non reinvestiti. [...]"

Il perpetuarsi di drammatici problemi sulla scala locale pone dinanzi la necessità di esaminare con le dosi più elevate possibili di imparzialità ed obiettività argomenti pesanti quali:
  • rovina del comparto industriale statale;
  • tracollo dell'alta finanza e del comparto borsistico su scala statale;
  • declino strutturale della cosiddetta 'galassia del Nord', crocevia di incroci azionari e flussi di capitale imponenti che hanno dimensionato e diretto sorti e dinamiche del capitalismo privato.
Sono tante le vicende a mescolarsi, altrettante le situazioni di crisi che vanno minando a tutt'oggi le fragili criticità di un'Italia ancora alla ricerca di una crescita economica che vada oltre il cosiddetto zerovirgola. Senza l'impiego di retorica alcuna, nonostante sia passato un certo tempo teoricamente utile per l'implementazione di misure utili a guidare una nazione intera fuori dalla palude, dovrebbe risultare essenziale adoperarsi per (ri)strutturare sia l'economia che la società facendo leva sull'idea di futuro da mettere in campo. Tutto questo, logicamente, senza perdere assolutamente di vista gli errori commessi nel passato lontano e vicino: 

"[...] Oggi che i profitti delle multinazionali tornano a salire, il nostro Paese resta impantanato nella recessione. I poteri della grande industria svaniscono, sacrificati al mito dell'italianità [...], svenduti alla concorrenza estera [...], decapitati da inchieste e arresti [...] o salpati direttamente oltreoceano [...]. Non va meglio ai poteri storti dell'alta finanza, che negli scandali Montepaschi e Fonsai hanno saputo aggirare anche la vigilanza di Consob e BankItalia. [...]"

Nel bel mezzo di questo pantano, purtroppo, rimangono molteplici i problemi tragicamente irrisolti e/o peggiorati da una crisi che non sembra aver concesso a troppi una seconda (o terza, quarta, ennesima) possibilità di crescita e rivalsa. A questo punto fa chiaro riferimento lo stesso autore, individuando nell'opinione pubblica una dirimente ragione da sanare: 

"[...] In questo stato di decomposizione, l'opinione pubblica ha trovato il capro espiatorio nella classe politica. In realtà stiamo vivendo l'eclissi del potere, che nel pubblico come nel privato non ha saputo né voluto affrontare il cambiamento e cavalcare la modernità. [...]"

Tutto questo senza logicamente dimenticare che, però, parte dei problemi del sistema Italia vanno ricercati anche nelle classi dirigenti e nelle modalità da esse stesse scelte per la gestione delle ricchezze e dei capitali. A questo proposito l'autore risulta essere estremamente chiaro nel definire i tratti fondanti di alcune delle principali problematiche: 

"[...] L'Italia ha un tragico problema di classe dirigente. 
E' un problema in politica, e lo è anche in economia. Il nostro è un capitalismo di rendita, che accumula e non investe, che depreda e non paga dazio. [...]"

Quali potrebbero essere le soluzioni a questi problemi? Attraverso quali 'leve' si dovrebbe cercare di agire per migliorare le condizioni esistenti e/o per (cercare di) accelerare l'uscita dalla desolante stasi nella quale l'intero Paese appare precipitato da troppo tempo a questa parte?
Le domande non sembrano sprecarsi, in parallelo richiamo alla quasi totale assenza di soluzioni radicali e definitive. Altro esempio di tanto inversa quanto distruttiva proporzionalità, forse. 


martedì 15 dicembre 2015

FRA (INEVITABILE) CONDIZIONE UMANA E RICERCA DI NOVITA' E FORZA...



"[...] Se ci fosse un uomo 
un uomo nuovo e [...] 
forte nel guardare sorridente 
la [...] oscura realtà del presente. 
Se ci fosse un uomo 
forte di una tendenza senza nome 
se non quella di umana elevazione 
forte come una vita che è in attesa 
di una rinascita improvvisa. 
Se ci fosse un uomo 
generoso e [...] forte nel gestire ciò che ha intorno 
senza intaccare il suo equilibrio interno 
forte nell'odiare l'arroganza 
di chi esibisce una falsa coscienza 
forte nel custodire con impegno 
la parte più viva del suo sogno. [...]" 
(Se ci fosse un uomo, G.Gaber, cit.)


"La condizione umana", R.Magritte

venerdì 11 dicembre 2015

FRA MUSICA E CONTATTO UMANO...


"[...] Girl, ain’t no kindness
in the face of strangers
ain’t gonna find no miracles here
well you can wait on your blesses my darlin’
but I got a deal for you right here [...]
just a little of that human touch
Ain’t no mercy on the streets of this town
ain’t no bread from heavenly skies [...]
Tell me, in a world without pity
do you think what I’m askin’s too much
I just want something to hold on to
and a little of that human touch [...]
you can’t shut off the risk and the pain
without losin’ the love that remains
we’re all riders on this train
So you’ve been broken and you’ve been hurt
show me somebody who ain’t [...]
You might need somethin’ to hold on to
when all the answers, they don’t amount to much
somebody that you could just to talk to
and a little of that human touch [...]"

mercoledì 9 dicembre 2015

FRA ANIMA, ANIME E PAURE...PER INNESCARE RIVOLUZIONI


"[...] Se non ti spaventerai con le mie paure,
 un giorno che mi dirai le tue 
troveremo il modo di rimuoverle. 
In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore 
e su di me puoi contare per una rivoluzione. 
Tu hai l'anima che vorrei avere. [...]"

martedì 8 dicembre 2015

"LA SCUOLA NON SERVE A NIENTE", DISPERSI NEL RINUNCIANESIMO...

Su quali 'mattoni' possono essere costruite o plasmate sia la coscienza collettiva che la necessità di miglioramento e consapevolezza di un intero Paese?
Le possibili soluzioni a questa domanda sono pressoché infinite: informazione adeguata ed approfondita, divulgazione e necessaria conoscenza delle complessità che regolano un sistema complesso come quello attuale, possibilità di esplorare a fondo la società nelle sue varie 'sfaccettature', [...]. Sono molte le opportunità di vita e conoscenza che una persona può avere a disposizione, nel corso di una singola esistenza.
Le occasioni per conoscere ed esplorare dovrebbero poi essere fornite da un sistema adeguatamente fertile e propenso ad incentivare cambiamento e speranza. Condizionale obbligatorio, per una lunghissima serie di ragioni che si scontrano (purtroppo) con la realtà di certe vicende nostrane.
Uno dei mattoni principali su cui poter costruire una coscienza all'altezza e consapevole di poter interpretare il domani nella maniera più giusta (o meno imperfetta) possibile è, non a caso, quello costituito dalla scuola e dall'istruzione.
Il sistema scolastico dovrebbe (pro)porsi l'obiettivo di garantire sia lo sviluppo che l'equa presa di consapevolezza da parte dell'essere umano, proprio perché risulta ormai prioritario (o quantomeno sempre più urgente) adoperarsi nel mondo per cercare di smontarlo e semplificarlo progressivamente.
Semplificare il mondo può significare, in chiave forse un po' impropria, addestrare la propria coscienza ad avere la giusta conoscenza per definirne prima e demolirne poi le varie complessità esistenti. Frequentare, adoperarsi e focalizzarsi sulla necessità di vivere a fondo il sistema scolastico per (avere qualche possibilità in più di) scardinare le difficoltà su cui questo mondo è stato da tempo costruito. Per fare tutto questo, però, servirebbe un altro ingrediente primario oltre a quello costituito dalla commistione fra ambizione e sete di conoscenza/divulgazione di studenti ed insegnanti: un sistema scolastico all'altezza di definirsi tale.
Le modalità che potrebbero contribuire a definire una scuola all'altezza di una delle missioni più importanti da assolvere in chiave educativo-riabilitativa (per la società intera) sono riassumibili, nel dettaglio, riferendosi ad una celebre massima attribuita ad Albert Einstein:

"[...] La scuola dovrebbe sempre tendere a sfornare giovani dalla personalità armonica, non degli specialisti. [...] Bisognerebbe sempre dare la priorità allo sviluppo di una capacità generale di pensiero e di giudizio indipendente, non all'acquisizione di una competenza specialistica. [...]"

Il poter costruire una citata 'personalità armonica' è un obiettivo imponente da raggiungere, a maggior ragione se contestualizzato adeguatamente in una società che sembra quasi derubricare la polifonia dell'anima a semplice rumore di fondo da dover ad ogni costo zittire o quantomeno silenziare. Le capacità di pensiero e giudizio indipendente dovrebbero essere poste davanti ad una serie di competenze specialistiche seguendo quali cardini e regolamenti?
Rispondere a questa domanda richiede una serie di ingredienti da combinare in maniera pressoché perfetta l'uno con l'altro: piani di studio versatili e funzionali, momenti di conoscenza delle realtà extra-scolastiche ed estranee alle sole competenze e conoscenze di studio, [...].
Si dovrebbe, pertanto, trasformare le attività di formazione in momenti di responsabilità e costruzione di una società migliore. Senza quindi farle diventare attività esclusivamente fini a loro stesse.
L'evidente impossibilità di rendere immediatamente realizzabile questo punto rende merito alla complessità della missione che il mondo della scuola dovrebbe avere di fronte, in un mondo (reso) enormemente complesso come quello attuale.
Quali leve dovrebbe utilizzare un sistema scolastico per (cercare/sperare di) rendere migliori le persone che ne costituiscono la 'base', ossia scolari e studenti?
Risposte univoche a questa domanda non sembra ne esistano, proprio perché infinite sono le risorse ed altrettanto interminabile sembra essere la lista dei problemi caratterizzanti questo sistema scolastico. E' tuttavia possibile assimilare informazioni su come una certa scuola potrebbe proporsi e costruirsi, leggendo ed attingendo da giuste fonti che sappiano dare esempi corretti sulle modalità per strutturare un sistema scolastico adeguato alle aspettative di uno Stato da (ri)costruire completamente. Uno di questi riferimenti può essere costituito da una raccolta di opinioni, situazioni e pensieri pubblicata l'anno scorso dalla raccolta iLibra, promossa da La Repubblica e da Laterza Editori. Questa opera si intitola, in una maniera tanto ironica quanto complessa, "La scuola non serve a niente" ed è scritto da Andrea Bajani.
L'imperativo più grande da assolvere per sperare nel miglioramento del sistema scolastico afferisce alla necessità di migliorare in maniera consistente e critica alcuni dati di fatto ormai (dati per) consolidati o non scalfibili:

"[...] Un ragazzo di quindici anni che non vuole più andare a scuola è un fallimento per tutti. 
Dietro ci sono degli insegnanti, una famiglia e un Paese che lo lasciano andare. La scuola di oggi racconta un Paese scollato, che non riesce a tenere insieme insegnanti in crisi di legittimazione e ragazzi asserragliati nelle ultime file. E' il ritratto di un'Italia di solitudini raccolte dentro la stessa penisola. La scuola [...] è nata perché quelle solitudini venissero ricucite con un alfabeto uguale per tutti. Perché la scuola non serve a qualcosa, ma è necessaria per essere in grado di immaginare un Paese migliore. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Proporre scuola equivale quindi a (cercare di) fornire tutti gli strumenti possibili per immaginare un Paese migliore. L'immaginazione di un'Italia diversa è un'attività che dovrebbe svilupparsi ed incanalarsi attraverso mille pieghe possibili: società migliore, ambiente tutelato, aspetti educativo-formativi prioritariamente da conseguire rispetto al puro assolvere di certi 'compitini' scolastici, conoscenza delle complessità burocratico-istituzionali di certi ambienti, sicurezza del lavoro e della sua sostenibilità esistenziale, [...].
Sono quindi molt(issim)e le armi che una società può utilizzare per cercare di combattere quelle solitudini caratteristiche di un sistema scolastico incapace di fornire strumenti e conoscenze per immaginare un Paese migliore. O quantomeno diverso rispetto a quello attuale.
Il primo strumento per costruire un'Italia diversa risiede, in termini concreti, nella necessità di sviluppare una conoscenza che sappia rendere critica una coscienza.
L'essere fonte di critica dovrebbe equivalere, infatti, ad una importante serie di fatti e di vicende: mettere costantemente in discussione certi luoghi comuni, non piegarsi ad opportunità o favoritismi che siano finalizzati al mettere in ombra merito e competenze, evitare l'uso di retorica e stereotipi per combattere la complessità dell'esistente, non accontentarsi della torbida luce di certe situazioni rifiutando al contempo di imboccare strade a tinte esclusivamente complottiste, [...].
Alla luce di alcuni punti promossi nel precedente elenco, pertanto, l'essere fonte critica rischia di essere una missione terribilmente e doppiamente complessa da realizzare.
L'opportunità di costruire una fonte di informazione critica potrebbe e dovrebbe quindi essere un'attività da costruire tenendo fermamente presenti quelle che sono le condizioni attuali di un sistema fortemente debilitato e destrutturato nelle sue potenzialità:

"[...] Questo libro racconta della scuola di oggi e di molte spalle girate, in quello che sembra un assurdo duello [...] in cui si rinuncia persino a mirare. Di una scuola piegata sotto l'ideologia del 'non serve a niente', di quella carie che è l'erosiva delegittimazione della classe insegnante, della fine di quel patto educativo con cui famiglie, insegnanti e Paese cercavano tutti insieme di vedere i figli un po' più felici di come lo erano loro. E delle picconate date ogni giorno alla scuola da interventi frutto di esigenze economiche e non di progetti pedagogici, che mirano a tamponare un'emergenza contabile prima ancora che a fronteggiare e bonificare un'emergenza sociale. [...]
Ma questo libro racconta anche di tutti quei tentativi che ogni giorno si fanno perché la scuola abbia a che fare con un Paese migliore. Racconta chi prova a lasciare l'angolo della rinuncia, perché sa che un ragazzo che gira le spalle è una sconfitta per tutti. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Costruire un sistema scolastico all'altezza potrebbe, quindi, focalizzare davvero un intero Paese verso la possibilità di progettare un futuro davvero migliore di certe attuali aspettative ed attese?
La risposta a questa domanda mai costituirà una certezza incrollabile, proprio perché alquanto elevati restano i margini di dubbio con cui dover far di conto. Nonostante tutto, però, risulta essenziale cercare di adoperarsi per cambiare qualcosa sin dalle fondamenta stesse della questione:

"[...] questo libro racconta anche [...] di tutti quelli che si rendono conto che gli occhi di un ragazzo che scopre qualcosa hanno la forza di rivoltare la terra dello sconforto in cui siamo conficcati da anni in Italia. Di chi ha il coraggio di dire, e pretendere politicamente, che la scuola non serva a qualcosa, ma sia piuttosto una terra da coltivare, di cui è urgente e necessario aver cura. 
E di chi tra le cose che si possono fare di fronte a un ragazzo di quindici anni che volta la schiena, ne fa una semplice: prova a chiamarlo. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Proporre un sistema scolastico all'altezza di uno Stato da riprogettare dovrebbe essere un'attività da svolgere con estrema e chirurgica attenzione, cercando di andare oltre quel velo di perbenismo e finta tolleranza che ha ormai incrostato in fase simil-terminale questa Italia.
L'andare oltre certi schemi dovrebbe presupporre, più di tutto, come istanza primaria quella di valutare ed ascoltare quella fascia di popolazione che vive la scuola sulla propria pelle.
Ascoltare per davvero, però, senza incedere in semplificazioni di comodo e/o finta partecipazione.
L'obiettivo di questo percorso di progettazione del futuro è chiarito con parole (di ascolto) inequivocabili sin dallo stesso autore dell'opera:

"[...] Il ritratto dell'Italia che hanno disegnato in questi anni i ragazzi con cui ho lavorato mi ha spesso sorpreso, a volte confermato in un'impressione fugace. In qualche caso mi ha immalinconito. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Lasciar quindi parlare o scrivere i ragazzi, privilegiando la strutturazione di un sistema scolastico che riesca a mettere in luce i propri punti deboli partendo dalla base dello stesso.
Il punto più importante di questa opera deve quindi persistere, quasi inevitabilmente, in una tanto incessante quanto non occasional-promozionale fase di ascolto:

"[...] Alle parole non si chiede più di far succedere il mondo ma di trasportarlo. 
A sedici anni un ragazzo preferisce restare in silenzio, dire una parola in meno invece che una di troppo. [...] A scuola [...] le parole diventano solo traslocatori di cose lungo lo stremante piano inclinato del programma scolastico: sulla schiena delle parole si cercano solo rivoluzioni industriali, sonetti ed endecasillabi, [...]I ragazzi le vedono passare e assistono al loro avvicendarsi da traghettatrici del tempo perso, da Caronti della morta vita. 
Così chiedono ad altre parole di farli evadere, di aiutarli a scappare da casa: le rovesciano sul telefonino o sui monitor del computer come sos, le spingono fuori [...]
Per questo è fondamentale chiedere ai ragazzi di tornare a officiare quel rito di scelta e chiamata, far sentire la potenza e il rischio di togliere la sicura a un ordigno. E' fondamentale per loro ed è importante per noi, vedere quali saranno le cose del mondo che chiameranno e, di conseguenza, quale forma avrà il mondo che avranno nominato. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

L'attitudine al descrivere e definire piani nei quali costruire un domani capace di far parlare i giovani dovrebbe costituire, pertanto, un fermo pilastro votato alla ricostruzione del sistema precedentemente definito come debilitato e svilito?
La risposta a questa domanda contribuisce forse a costruire, in prima istanza, quello spirito d'insieme racchiuso dalla citazione di Einstein attraverso le parole qualificate come "capacità di pensiero e di giudizio". Lasciar parlare gli stessi giovani, senza aver logicamente paura o timore alcuno dei risultati raggiungibili ed esprimibili. E' quindi con queste modalità che si potrebbe inaugurare quell'inevitabile attività di ascolto che il libro definisce come prioritaria e sostanziale:

"[...] da alcuni anni - in collaborazione con il Salone del Libro di Torino - metto intorno a un tavolo ragazzi dai quindici ai diciotto anni, di diversa provenienza sociale, e faccio tirare fuori loro parole dal cilindro come conigli. Mi piace capire che nome danno all'Italia che vedono sfilare in pixel distratti, o in carne e ossa in mezzo alla strada. 
Mi sembra l'unico modo per provare a sentire - io - se il Paese in cui viviamo è lo stesso, e per far sentire a loro che una parola è un pugno di sabbia, e contiene dunque in sé l'infinito e la stretta: trattenere, perdere  e colpire. In realtà ai ragazzi [...] chiedo uno sforzo aggiuntivo. 
Chiedo di non accontentarsi delle parole che generosamente il vocabolario fornisce, della dotazione [...] di mezzi con cui dire la realtà. Li invito a trovarne altre, a inventare parole che nel vocabolario non hanno posto. Li istigo a cercarne di nuove [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Far apprendere e discutere nel merito di una delle armi più grandi che l'essere umano abbia a disposizione, dopo il pensiero libero ed inarrestabile. Quello della parola, non a caso.
Pensiero e parola per pensare nuove parole adatte al contesto fortemente declinante di questa Italia.
Il peso delle parole dovrà quindi essere oggettivo ed oggettivamente inarrestabile, per una lunga serie di ragioni efficacemente sintetizzate da una celebre canzone:

"[...] Le mie parole sono sassi/ precisi aguzzi pronti da scagliare [...] sono nuvole sospese/ gonfie di sottintesi [...] sono lampi dentro a un pozzo, cupo e abbandonato [...]  sono foglie cadute/ promesse dovute/ che il tempo ti perdoni per averle pronunciate [...] le parole che ho detto, oppure ho creduto di dire/ lo ammetto/ strette tra i denti [...] Le mie parole son capriole/ palle di neve al sole/ razzi incandescenti prima di scoppiare [...] sono andate a dormire sorprese da un dolore profondo/ che non mi riesce di spiegare/ fanno come gli pare/ si perdono al buio per poi ritornare. [...] Le parole che ho detto e chissà quante ancora devono venire [...] immaginate, sentite o sognate/ spade, fendenti/ al buio sospirate, perdonate/ da un palmo soffiate. [...]"
Fonte: Le mie parole, S.Bersani - Pacifico

(Ri)partire dal peso e dalla (pre)potenza delle parole, quindi.
Poco importa se le stesse siano ribelli o svilite da un contesto asfissiante, l'importante è che esistano e siano anche freddamente meditate. L'autore dell'opera costruisce quindi una breve rassegna di freddi e taglienti neologismi provenienti dalla base di un sistema scolastico immerso in un sistema nazionale già prepotentemente debilitato:

"[...] Tra le parole inventate c'è stato il verbo Svivere, per indicare un'idea del quotidiano come qualcosa di [...] improntato più alla passività che alla vita attiva. 
C'è stata la Monetica, che puntava il dito sull'unico valore e l'unica etica condivisi, ovvero il denaro. E poi ancora il termine Disonestar, che battezzava e sottilmente stigmatizzava l'attitudine tutta italiana a diventare celebrità grazie a [...] la sistematica violazione della legge, del decoro, della correttezza. [...] c'è stata la Demolitica, intesa come politica del distruggere, e la Ludovita, che raccontava un Paese più intento a giocare e a non prendersi sul serio che a metterci la faccia nel tentativo di costruire qualcosa di buono e duraturo. 
L'Italia che i ragazzi hanno chiamato all'appello [...] è un'Italia azzoppata, dove il furbismo la faceva da padrone, la sfiducia teneva banco, fedele alleata di ogni alibi a non fare. [...]"
Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Sullo sfondo, fra tante parole (pur)troppo eloquenti e significative, una parola capace di squarciare uno fra i molti veli di ipocrisia e meschinità esistenti:

"[...] la ragazza mi guardava, di nuovo con il braccio alzato, ed era evidente che la parola ce l'aveva già in testa da un pezzo. Ha preso fiato e ha detto: 'Propongo la parola Rinuncianesimo.' [...]
Mi erano venute in mente quelle famiglie in cui non si discute nemmeno più perché si è smesso di provarci, in cui ci sono queste cene in cui nessuno parla e c'è sempre quello che aspetta l'ultimo boccone per alzarsi e andare dritto in camera. 
E mi era venuto in mente un articolo che avevo letto sul giornale pochi giorni prima e che parlava di tutte quelle persone [...] che non cercavano più lavoro perché avevano cercato troppo e si erano viste troppe volte sbattere la porta in faccia. [...] E, ancora, avevo pensato a quel momento in cui, correndo verso la fermata del bus, di colpo si smette di correre, si smette di credere che la si potrà raggiungere davvero. Perché c'è un momento in cui si rinuncia, in cui tutto il corpo alza bandiera bianca. E mi chiedevo [...] qual era il punto esatto in cui l'Italia aveva smesso di correre, in cui aveva lasciato andare le braccia lungo i fianchi e aveva permesso che le sue gambe si fermassero. [...]" Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Costruire scuola per combattere certi luoghi che sembrano essere tutto fuorché comuni, costruire scuola per (sperare di) arginare una retrograda involuzione votata alla pietosa banalizzazione di questioni tragicamente pungenti. Costruire scuola per (cercare di) salvare sguardi e speranze a ripetizione tradite, in un Paese che non ama avere sia un'ottica che un'etica del medio-lungo termine:

"[...] C'è uno sguardo che ha, chi si ferma [...]. Lo sguardo che abbiamo tutti quando rinunciamo.
Si smette di guardare avanti, verso il punto che cercavamo di raggiungere. E ci si guarda i piedi. Nient'altro. [...]" Fonte: La scuola non serve a niente, A.Bajani, iLibra - La Repubblica & Laterza

Combattere anche quel tremendamente cupo "nient'altro" pare poter costituire la missione prioritaria con la quale cercare di battersi, in questa Italia.
Nulla di più può essere detto o scritto sulle possibilità di riuscita.



sabato 5 dicembre 2015

FRA MUSICA E RICERCA DI UN MONDO (NON IN)DIFFERENTE...


"[...] Ho visto la gente 
della mia età andare via 
lungo le strade che non portano mai a niente, 
cercare il sogno che conduce alla pazzia 
nella ricerca di qualcosa che non trovano 
nel mondo che hanno già [...] 
dentro alle stanze da pastiglie trasformate, 
lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città, 
essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà [...]
questa mia generazione ormai non crede 
in ciò che spesso han mascherato con la fede, 
nei miti eterni della patria o dell' eroe 
perché è venuto ormai il momento di negare 
tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, 
una politica che è solo far carriera, 
il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, 
l' ipocrisia di chi sta sempre 
con la ragione e mai col torto 
e un dio che è morto, 
nei campi di sterminio dio è morto, 
coi miti della razza dio è morto 
con gli odi di partito dio è morto [...]"

venerdì 4 dicembre 2015

FRA PARIGI ED AMBIENTE, DISCUTENDO DI SOCIETA' E FUTURO...

L'avere a disposizione un pianeta Terra unico sul quale essere costretti (o fortunati, questione come sempre di punti di vista) a vivere dovrebbe essere la questione principale che porti ciascun essere umano ad avere piena consapevolezza dell'urgenza di tutelare un patrimonio inestimabile.
E' con questo punto fondante che si potrebbe cercare di raggiungere un accordo nella Conferenza sul Clima in corso di svolgimento a Parigi. Condizionali d'obbligo, a fronte di una serie di urgenze sempre più ingenti ed imperative da risolvere.
Risolvere per (cercare di) risollevare le possibili sorti del mondo, dunque.
La mole di compromessi esistenti sul tappeto dovrebbe essere riposta, in quanto l'obiettivo da raggiungere appare essere comune, concreto e strutturato: impedire che il pianeta Terra raggiunga un punto di non ritorno.
Il dibattito esistente e diffuso a livello pubblico ruota attorno alla necessità di adoperarsi, davvero ed in maniera appunto mondialmente coesa, per (tentare di) tradurre nobili intenzioni in un fondamentale dato di fatto:

"[...] Stipulare un accordo formale dove venga indicato come obiettivo il contenimento dell’aumento della temperatura globale [...] a 1,5-2 gradi. 180 Paesi hanno presentato alla conferenza di Parigi le loro 'promesse' di riduzione delle emissioni [...]. I Paesi che vogliono svilupparsi chiedono a quelli industrializzati, che hanno inquinato per due secoli, di fare di più, e di finanziare lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie pulite. [...] Ma secondo le stime [...] dell’UNFCCC e del Climate Action Tracker le promesse equivalgono a un aumento della temperatura globale di 2,7 gradi a fine secolo.
In questo caso avremo gravissime conseguenze sugli equilibri climatici se invece continuassimo sulla rotta attuale l’incremento sarebbe di 3,3 – 3,7 gradi. Quindi disastri ancora più gravi.
La speranza? Che il riscaldamento globale si fermi a 1,5 gradi. [...]"
Fonte: La conferenza sul clima di Parigi: perché è importante e ci riguarda, R.Giovannini, U.Leo, S.Pozzato, La Stampa
[http://www.lastampa.it/2015/12/02/multimedia/scienza/ambiente/la-conferenza-sul-clima-di-parigi-spiegata-in-con-unanimazione-nDId5sFNsrppqaSpzd5gkI/pagina.html]

Gli orizzonti da raggiungere sembrano essere chiari e sempre più complicati da conseguire, stando ad un articolo redatto da La Repubblica:

"[...] L'Ue ridurrà le sue emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030. Gli Stati Uniti le ridurranno dal 26 al 28% rispetto ai loro livelli del 2005. [...] Le nazioni responsabili di oltre il 90% delle emissioni globali hanno individuato i loro obiettivi [...]. Tra di loro vi sono [...] Paesi Sviluppati e in via di sviluppo, anche se il loro contributo è diverso: nel caso dei paesi sviluppati si tratta di riduzioni effettive delle emissioni, mentre nel caso dei paesi in via di sviluppo si parla di tutta una molteplicità di obiettivi diversi, tra i quali limiti alle emissioni [...] e impegni ad aumentare la produzione di energia a bassa emissione di anidride carbonica o a proteggere le foreste. [...]
Uno degli elementi fondamentali di qualsiasi accordo raggiunto a Parigi dovrebbe essere l'Istituzione di un sistema di revisione degli obbiettivi riguardanti le emissioni ogni cinque anni, con la prospettiva di rivederli al rialzo. Altro criterio da adottare [...] è fare ulteriori tentativi per ridurre le emissioni al di fuori del processo delle Nazioni Unite, per esempio coinvolgendo a fare di più anche i singoli attori che non sono Stati - per esempio città, governi locali e imprese. [...]"
Fonte: Clima, tutto quello che dovete sapere sul vertice di Parigi, F.Harvey - The Guardian, La Repubblica
[http://www.repubblica.it/ambiente/2015/12/02/news/clima_tutto_quello_che_dovete_sapere_sul_vertice_di_parigi-128614440/]

Quante e quali possibilità rimangono per cercare di salvare il salvabile?
A prescindere dalle cifre, si conferma come importantissima ed urgente la necessità di definire nuovi orizzonti entro i quali potersi muovere per (ri)costruire società, economia ed ambiente.


giovedì 3 dicembre 2015

SUL SOLE, FRA LETTERATURA E PITTURA...SEMPRE IN ARTE

"[...] A l'alta fantasia qui mancò possa;/| ma già volgeva il mio disio e 'l velle/ sì come rota ch'igualmente è mossa/ l'amor che move il sole e l'altre stelle. [...]"
(D.Alighieri, cit.)

Impression, soleil levant - C.Monet

mercoledì 2 dicembre 2015

"DENTRO E CONTRO", ANDANDO OLTRE POPULISMI ISTITUZIONAL(IZZAT)I E DI FRONTIERA

Come si può cercare di cambiare e migliorare un sistema dichiaratamente in crisi come quello politico? E' (anche, non solo) dalla politica che si dipartono, infatti, i meccanismi decisionali capaci di rendere intricato l'attuale sistema che tutti conoscono o hanno (purtroppo?) imparato a conoscere sulla loro pelle. Come è possibile migliorarlo, lo stesso?
E' davvero possibile agire in profondità per modificarne radicalmente gli equilibri e, a maggior ragione, minimizzarne squilibri e disparità?
Sul come poter procedere sarebbe possibile scrivere una quantità interminabile di righe, proprio perché estreme sono le problematiche che la stessa politica ha al suo interno e sta nel tempo causando a tutto il contorno socio-economico.
Se il sistema è complicato, i primi passi da compiere per comprenderlo e migliorarlo sono pochi: studiarlo, analizzarlo a fondo, divulgarlo per semplificarlo.
Cosa può accadere in caso contrario? Qualora il mondo politico non riesca a semplificarsi, purtroppo, la distanza rispetto al sistema socio-economico circostante potrebbe incrementarsi ancora di più.
Non è però sempre vero che la semplificazione risulta utile ed essenziale per comprendere il sistema: quale è il confine tra semplificazione funzionale e populismo (solo potenzialmente? O realmente?) distruttivo? Quale potrà essere il destino di un'Italia ove populismo e semplificazione distruttiva siano interni e/o prodotti dallo stesso sistema che dovrebbe preoccuparsi di "ammaestrare" e gestire le crescenti complessità?
Si potranno definire, per ognuna di queste domande, una lunghissima serie di possibili risposte a cui poter attingere per costruire propositivi spunti con cui migliorare le cose.
Sul rapporto più connesso e contemporaneo che intercorre fra populismo e politica, anche se non con peculiarità estreme, cerca di indagare e fornire qualche utile strumento di riflessione l'opera "Dentro e contro - Quando il populismo è di Governo", scritto da Marco Revelli e pubblicato da Laterza Editori. Lo scopo ed il contesto del presente libro risultano essere chiare sin dalla copertina:

"[...] In Italia assistiamo a un fenomeno politico inquietante: un populismo di tipo nuovo, virulento e nello stesso tempo istituzionale. Tanto più preoccupante perché emerge non dal margine ma dal centro stesso del potere. Non dal basso ma dal cuore del Governo. [...]"

Il contorno di situazioni e di vicende che si costruisce attorno al citato "cuore" del Governo risulterà davvero, in un contesto complicato come quello attuale, allargato e degenerato su più livelli istituzionali? Sarà possibile rispondere a questa domanda citando specifiche parole dell'autore:

"[...] Crisi di fiducia verso la politica e ripudio della sua lontananza e delle sue lentezze, crisi della rappresentanza e delle sue Istituzioni, crisi dei partiti e del ceto politico.
Matteo Renzi è riuscito a mettere a valore ognuna di queste diverse faglie di crisi del sistema politico italiano. Tutte trasformate [...] da problemi in risorse. 
Una paradossale operazione che valorizza un modello di gestione del potere esplicitamente post-democratico, fondato su una forma estrema di decisionismo. 
Non si tratta di una questione di stile, o di comunicazione. [...]"

Quali rischi potrebbe dipingere per il futuro un sistema tanto intricato e complesso?
A questa domanda risponde lo stesso autore, senza troppi giri di parole finalizzati all'occultamento del contenuto principale: evitare che la politica e la tutela del concetto di res publica finiscano sotto scacco di forme di semplificazione eccessive e pesantemente sistemiche.
Si potrà citare, a questo proposito, quanto di seguito definito:

"[...] Tutto ciò che si consuma sotto i nostri occhi allude a una vera e propria mutazione genetica del nostro assetto  istituzionale e dell'immaginario politico che gli fa da contorno. 
E' il risultato di prassi reiterate e con più protagonisti, frutto di un processo cominciato [...] con il Governo tecnico di Monti, l'exploit del Movimento Cinque Stelle, la rielezione di Napolitano, fino al compimento [...]"

Le parole chiave che vanno a comporre il sentiero di questa analisi tanto critica quanto sferzante contribuiscono a definire un sentiero molto intricato e dissestato:

  • Populismi di transizione;
  • Fenomeni strutturali di semplificazione della res publica;
  • Tecniche dell'illusionista e dell'uomo solo al comando;
  • Gestione ed influenza dei poteri sovra-nazionali sul sistema statale;
  • Sfide nello spazio europeo e nei contesti continentali.
Leggere per comprendere, confutare o sfatare una certa (declinante) descrizione del sistema ormai imperante e preponderante. 


domenica 29 novembre 2015

ASCOLTANDO IL SILENZIO, TUTTO INTORNO...



"[...] Hello, darkness, my old friend
I've come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision
That was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence

In restless dreams I walked alone
Narrow streets of cobblestone
Beneath the halo of a street lamp
I turned my collar to the cold and damp
When my eyes were stabbed
By the flash of a neon light
That split the night
And touched the sound of silence

And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never share...
And no one dare
Disturb the sound of silence.

'Fools,' said I, 'you do not know
Silence like a cancer grows.'
'Hear my words that I might teach you,
Take my arms that I might reach you.'
But my words like silent raindrops fell,
And echoed in the wells of silence.

And the people bowed and prayed
To the neon god they made.
And the sign flashed out its warning
In the words that it was forming.
And the signs said: 'The words of the prophets
Are written on the subway walls
And tenement halls, 
And whisper'd in the sound of silence.' [...]"

martedì 24 novembre 2015

SAPERE E (SAPER) SPIEGARE POCO...ANCHE ALLA PROPRIA ANIMA

"[...] Io non so niente di niente e poco avrò da spiegarti 
perché qui niente è facile e spesso cambiano le regole 
ma cerca amore e amore dai e se puoi non negarti mai 
dovrai rischiare di perdere per vincere ogni tanto [...]
non chiedo niente di più [...] anima mia [...] 
Le amicizie verranno e passeranno col tempo 
e i dolori nel petto si agiteranno col vento 
ama il prossimo tuo e tutto quello che hai dentro 
e non svenderlo mai, non svenderti mai [...]"
(Buona sorte, Stadio, cit.)


domenica 22 novembre 2015

"NOI SIAMO CULTURA", ALLA RICERCA DEL SAPERE CHE RENDE LIBERI?

Quali sono i comuni denominatori che possono contribuire a rendere ciascun essere umano unico nel suo genere e l'intera umanità peculiarmente votata alla diffusione di intelligenza, arte e discipline tecnico-umanistiche? Attraverso quali leve è possibile impostare percorsi di crescita e consapevolezza capaci di estendersi fra generazioni differenti, valicando quindi i limiti temporali?
A queste e molte altre domande può (cercare di) rispondere, con tutti i possibili ed inevitabili limiti, il concetto di cultura. A questa parola viene ricondotto, anche etimologicamente, un processo di crescita ed accrescimento dell'esistente in termini di competenze e capacità degli esseri umani.
Non a caso, infatti, la stessa parola sembra avere radici imperniate sulla parola latina cultus.
La stessa rispondeva, in origine, al participio passato del verbo colere che significa coltivare.
Fare cultura può quindi significare, non a caso, coltivare e trasmettere nel tempo e nel suo perdurare specifiche forme di conoscenza e consapevolezza da estendersi su dimensioni extra-generazionali.
Cosa ne potrebbe essere dell'essere umano senza la cultura e la capacità di trasmettere e raccontare la stessa nel corso degli anni? Cosa può significare per l'essere umano avere una cultura ed una coscienza da trasmettere alle generazioni successive?
Il rispondere a domande simili rischia di essere una questione estremamente complessa, proprio perché moltissime sono le variabili che rendono la cultura un fenomeno fortemente esteso e prolungato (o prolungabile) nel tempo.
Ammesso che non sia possibile terminare esaurientemente la presente riflessione, potrà essere sempre lecito interrogarsi con consapevolezza relativamente a quanto la cultura possa essere importante per l'umanità intera. A prescindere dagli estremi temporali di riferimento.
A questa questione possono ricollegarsi, in termini espliciti, i concetti di sapere e crescita culturale; quali sono le "frontiere" verso le quali può spingersi il sapere? Come può rendere e trasformare la conoscenza? Il limite estremo (e/o di volta in volta rinviabile?) coinciderà, brevemente, con l'accezione secondo cui si perviene al celebre "sapere di non sapere"?
Attorno a queste domande è possibile imbastire una riflessione molto lunga ed elaborata, proprio perché infinite sono le possibilità ed i confini entro cui potersi al meglio destreggiare.
Tale riflessione potrebbe essere agevolata dalla lettura dell'opera "Noi siamo cultura - Perché il sapere ci rende liberi", scritto da Edoardo Boncinelli e pubblicato da Rizzoli Editore.
Il fine dell'opera risulta chiaro, sin dalla copertina principale:

"[...] Che cosa fa di noi quello che siamo? 
Se è vero che buona parte della nostra vita è già scritta nel nostro codice genetico, è altrettanto innegabile che le nostre esistenze sono influenzate dall'ambiente che ci circonda e da un infinito numero di elementi puramente casuali [...]
L'interazione di questi tre fattori (genoma, ambiente e caso) genera un numero potenzialmente infinito di individualità, ma questa ricetta sembra lasciare poco spazio alle nostre scelte personali: non siamo noi a comporre il nostro Dna, incidiamo sul mondo molto meno di quanto lui incida su di noi e [...] la nostra volontà è pressoché impotente davanti al caso. [...]"

Nonostante certe dinamiche possano rendere impotenti od anche svuotate le volontà degli esseri umani, dovrà essere importante adoperarsi per rendere al meglio possibile la consapevolezza di unicità ed esclusività degli esseri umani:

"[...] ogni giorno facciamo, pensiamo o diciamo qualcosa che rispecchia in pieno [...] la nostra unicità. E nel nostro continuo tentativo di affrancarci dall'idea di un destino immutabile abbiamo un alleato: la cultura. [...] Edoardo Boncinelli riflette sulla natura umana concentrandosi sulla pulsione che più di ogni altra ci distingue dagli animali: quella a sapere, conoscere, definire e regolamentare. E ci dimostra che la cultura scientifica e quella umanistica contribuiscono in egual misura nello sforzo collettivo di interpretare la realtà, fornendoci al tempo stesso gli strumenti per comprenderla.
'Noi siamo cultura' è un richiamo a dare un senso alla nostra libertà e un invito a coltivare l'umano bisogno di trasmetterla. Perché non c'è umanità senza conoscenza e non c'è conoscenza senza umanità. [...]"

Conoscenza ed umanità legano la cultura ed il suo accrescersi entro una serie assai precisa di confini e specifiche, definite proprio dalla necessità di accrescersi e migliorarsi il più consapevolmente possibile:

"[...] Chi possiede una buona cultura sta meglio. Sa di più e per questo può imparare di più. E' più al corrente delle cose del mondo ed è più in contatto e in sintonia con esse, senza perciò essere  supinamente conformista. Anzi, più sa, più è in grado di formarsi idee proprie su questo o quell'argomento. In che modo si può dunque acquisire cultura? Come se ne fruisce? 
Come si produce e come se ne possono incentivare l'appropriazione e la diffusione? 
Quali forme di cultura esistono e che senso può avere entrarne in possesso? [...]"

Le parole ed i concetti chiave che percorrono le fibre di questa opera cercando di fornire alcuni indirizzi di risposta alle domande precedenti sono riportate sinteticamente nel seguito:

  • Collettività e sua influenza rispetto al singolo;
  • Cervello e sue trappole di comprensione ed elaborazione delle informazioni;
  • Trasmissione del sapere;
  • Modalità di adattabilità rispetto ai contesti esterni;
  • Coltivare i semi del talento e della curiosità per costruirsi teste piene;
  • Libertà 'residente' nel concetto di cultura;
  • Elaborazione di particolari concezioni fra determinismo, libero arbitrio e crescenti complessità;
  • Definizione delle idee di meraviglia, fra arte e scienza; 
  • Impostazione di forme di progresso differenti le une dalle altre, arrivando a costruire saperi a più velocità;
  • Imprese collettive e rivoluzioni necessarie.
Fare cultura si richiamerà, pertanto, alla necessità di essere maggiormente liberi e sicuri delle proprie insicurezze. L'individuazione dei propri limiti è un percorso costante e da coltivare nel tempo, proprio per (cercare di) scoprire quali risorse sia possibile mettere in circolo per crescere e migliorare l'umanità intera e la percezione del proprio ruolo nel mondo. 

"[...] Possiamo rinunciare a tutto tranne che alla conoscenza. Perché è la nostra ricchezza più grande, l'unica eredità che conta e che non perde mai valore. [...]"