martedì 30 settembre 2014

APPROCCIO COMPRESSO VS APPROCCIO COMPLESSO... #VELOCIZZAREPERSOPRAVVIVERE #RIFORMAREPERVISIBILITA'

Che significato potrà avere avuto la necessità di effettuare una prova di forza internamente ad un Partito che (fino al Governo 'tecnico' Monti) aveva difeso senza troppo ferire l'articolo 18? Potrebbero nascondersi ragioni più complesse ed intricate dietro alle continue prove di forza attuate dall'attuale Presidente del Consiglio? Con il senno di poi, le versioni (riguardo a questo argomento) sono profondamente cambiate; sono radicalmente mutate per bocca dello stesso Presidente del Consiglio che, sia chiaro, non è affatto nuovo a #cambiaverso nei confronti di sue stesse dichiarazioni:

"[...] l'Articolo 18 [...] non è un problema e per il lavoratore non è una sicurezza. [...]
non ho trovato un solo imprenditore [...] che mi abbia detto [...] io non lavoro in Italia [...] perchè c'è l'Articolo 18. Nessuno me lo ha detto. Non c'è un imprenditore che ponga l'Articolo 18 come problema. Perchè mi dicono c'è un problema di burocrazia, di tasse, di giustizia, non dell'Articolo 18. [...] non ho mai trovato un ragazzo precario che mi abbia detto 'sogno l'Articolo 18'. [...]
L'Articolo 18 è un problema mediatico [...] è un problema che è posto solo nel dibattito mediatico. [...]" (Fonte: dichiarazioni di Matteo Renzi, Servizio Pubblico, https://www.youtube.com/watch?v=7q7X4atKL1Y)

Alla luce di queste dichiarazioni, sulla cui incoerenza di fondo pare maggiormente dignitoso sorvolare, è lecito porsi una domanda ulteriore: come mai si è data priorità (sbandierata, difesa, assoluta) alla risoluzione di un problema tramite approccio (dallo stesso Renzi) bollato come mediatico?
Si è scelto di gonfiare questo punto per convinzione, per convenienza o per carenza di strumenti efficaci con cui (provare ad) affrontare questo periodo di crisi senza alcuna risoluzione? Aggredire l'Articolo 18 è semplice, rende maggiormente l'idea di quel cambiamento istantaneo tremendamente caro al renzismo da hashtag.
Difendere lavoratori ed imprenditori nella loro globalità rischia di essere, invece, una mission un pò più lenta e complessa da attuare e strutturare: al netto dei punti di vista possibili, infatti, un cambiamento su scala nazionale non è minimamente attuabile in breve tempo su un argomento tanto complesso come il lavoro. Parimenti alla comparsa dell'Articolo 18 da abbattere, sono infatti scomparsi una larghissima serie di altri obiettivi a lungo sbandierati dal renzismo da hashtag: che fine ha fatto il semestre europeo, inaugurato con un discorso tanto roboante quanto inconsistente sulla necessaria (ed immediata, guarda caso) svolta da dare all'interpretazione del "patto di stabilità e di crescita"?
Che fine ha fatto la necessaria legge elettorale da portare a casa nei primi #centogiorni? Che fine hanno fatto i provvedimenti per creare un futuro Senato strutturato in maniera peggiore di quello attuale? Che fine hanno fatto le infinite riforme promesse e/o sbandierate da dover condurre in porto ad ogni costo? Quel che era stato promesso in un arco di tempo relativamente breve, si è poi diluito in #millegiorni di (auspicata?) Legislatura.
In mezzo alle molte promesse fatte ed alle poch(issim)e realizzazioni raggiunte, si è arrivati alla necessità di aggredire (nuovamente, in breve tempo) un problema mediatico (cit.) come quello costituito dall'Articolo 18.
Tale punto d'azione rischia di essere tutto, fuorché un controsenso da risolvere: cosa ne sarebbe (stato, fino ad oggi) dell'azione di questo Governo senza l'impulso mediatico ricevuto a più riprese? La necessità di affrontare (ulteriormente) l'Articolo 18 deriva quindi dall'insostenibile richiesta di mediaticità che questo Governo ha palesato, sin dall'inizio, per la sua sopravvivenza.
Lo schema che ne ha portato alla formazione è, d'altronde, conosciuto a tutti.
Ipocriti e/o per convenienza dimentichi compresi. Lo scenario d'azione è stato, riducendo ai minimi termini, il seguente:

  1. Il Governo Letta non riesce a comunicare nulla;
  2. Il Governo Letta comunica l'impressione di non riuscire a fare nulla;
  3. Ci vuole un cambiamento, un qualcosa che comunichi che si stia facendo qualcosa;
  4. Il Governo Renzi si insedia, promettendo una velocità non mantenibile come condizione necessaria alla sopravvivenza;
  5. Il Governo Renzi deve promettere/ far credere di essere veloce, tanto nella legiferazione quanto nel cambiamento, per la propria sopravvivenza;
  6. Il Governo Renzi può parzialmente assecondare i problemi mediatici per sopravvivere.

L'aggressione ai "problemi mediatici" rischia di essere quindi condizione tanto necessaria quanto sufficiente per la sopravvivenza del Governo stesso, altrimenti destinato a diventare tanto immobile quanto inutile. Come gli altri, appunto.
Si combatte per scongiurare un'inevitabile lentezza, si combatte per rimanere a galla in un immobilismo sconveniente a chi ha promesso (banalizzando) un potere brillante ed utile solo se sbandierato, veloce e/o immediato. Sia nell'azione che nell'esecuzione di quanto promesso.
Su questo fronte, purtroppo, l'Articolo 18 rischia di trasformarsi nell'ennesima occasione persa per rendere efficace l'idea di velocità e (pre)potenza d'azione: se si innesca un cambiamento violento, infatti, saranno tante le "urla".
In mezzo al caos è pressoché impossibile distinguere, con obiettività e competenza, sia colpe che colpevoli: su questo fronte la banalizzazione è tanto richiesta quanto desiderata, per poter conservare e perpetuare il proprio potere attraverso equilibri precari e dichiarazioni di volta in volta roboanti.
La risoluzione di problemi veri e più consistenti è eseguibile, infatti, mediante procedimenti strutturali e per questo destinati ad essere percepiti come lenti: quante promesse di allentamento burocratico sono state fatte, senza quasi mai riuscire a raggiungere un visibile cambiamento?
Quanti annunci sull'abbassamento delle tasse sono stati fatti a più riprese, senza riuscire a raggiungere un cambiamento che fosse visibile e strutturale (bonus 80 Euro escluso)? Quante promesse sulla giustizia sono state fatte, senza poter raggiungere mutamenti sostanziali e percepibili?
Per far percepire un cambiamento come sostanziale, infatti, servono pochi ma inevitabili "ingredienti" in una società complessa come questa: mediaticità, capacità di vendere fumo a prezzi ribassati, necessità di semplificare fino all'estremo problemi radicati.
Nella definizione di una strategia d'attacco sull'Articolo 18, infatti, si rischia di trovare l'ennesima opportunità per non affogare nel mare della lentezza che condannerebbe il Governo del rottamat(t)ore a diventare identicamente uguale a quelli che lo hanno preceduto: uno scenario così non può essere auspicabile, per un Presidente del Consiglio che ha sempre fatto della velocità (o della critica della lentezza altrui) la sua sola condizione d'esistenza.
Per la sopravvivenza, quindi, sembra essere preferibile scegliere un approccio compresso ad uno complesso: senza complessità è più facile far credere di trionfare in un mare di apparente immobilità. Sfruttare (svilendola) l'immensa complessità esistente per far credere che sia facile ed immediato fare arrivare al cittadino un cambiamento percepibile ed immediato: è anche questa una delle colpe più grandi e gravi attribuibili all'azione dell'attuale Presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico.
Banalizzare per (con)vincere, sfruttando il caos e la (giustificabile) sete di risultati di una fetta di popolo allo stremo.
Discutere di lavoro significa perpetuare l'inganno di ragionare in maniera escludente e non integrata.
Discutere di liberalizzazioni in campo energetico significa attribuire esclusive colpe a comitati locali per le mancate trivellazioni effettuate in territori ad oggi bloccati. Discutere di giustizia significa instillare dubbi afferenti al personale giuridico che è solito fare troppe ferie.
Discutere di tagli significa non scendere nei dettagli, promettendo anche quello che sembra impossibile mantenere: la coperta è tremendamente corta.
Discutere di economia significa ripetere sempre le stesse cose, promuovendo dissertazioni sociologiche sull'impatto di misure attuate per sostegno più psicologico che reale alla società italiana. L'elenco delle apparenze sbandierate per sostanza potrebbe essere allungabile all'infinito.
Senza queste banalizzazioni, forse, il Rottamat(t)ore finirebbe per precipitare nel buco nero da lui stesso perpetuato ed alimentato: riformare questa Italia è un'attività troppo complicata per poter essere effettuata tramite singolo foglio Excel.

Fonte: icyte.com

sabato 27 settembre 2014

A PROPOSITO DI CONFORMISMO...E CONFORMISTI: CITANDO GIORGIO GABER...


"[...] Il conformista/ è un uomo a tutto tondo che si muove/ 
senza consistenza, il conformista/ s'allena a scivolare/ 
dentro il mare della maggioranza/ 
è un animale assai comune/ che vive di parole da conversazione [...] 
il giorno/ esplode la sua festa/ 
che è stare in pace con il mondo/ 
e farsi largo galleggiando [...]"

giovedì 25 settembre 2014

#RANE COME #ESSERIUMANI, NELL'INTERPRETAZIONE DELLA REALTA' (O PRESUNTA TALE)...

Fonte: youtube.com

 "[...] Questa è la peculiarità che contraddistingue il mondo di oggi: una linea sfumata tra ciò che è reale e ciò che è falso; tra ciò che accade veramente e ciò che è solo inscenato; [...]
Le notizie false non si limitano a ingannarci. Il problema dell’irrealtà e degli pseudoeventi non risiede soltanto nel loro essere irreali, bensì nel fatto che non rimangono irreali. 
Per quanto esistano essi stessi in qualche limbo tra realtà e finzione, il dominio in cui vengono fruiti e in cui generano reazioni è indubbiamente reale.[...]" 
(R.Holiday, cit.)

"[...] L'illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva; 
la storia insegna, ma non ha scolari. [...]" 
(A.Gramsci, att.)

"Gli uomini seguono soltanto chi regala loro illusioni. 
Non ci sono mai stati assembramenti intorno a un disilluso.
(E. Cioran, cit.)

"[...] Beate le marionette [...] su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! 
Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà; nulla! 
E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, 
poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato. [...]" 
(L.Pirandello, cit.)

martedì 23 settembre 2014

FRA ITALIA E LAVORO: E' VERAMENTE (SOLO) LA GERMANIA IL MODELLO DA IMITARE? #SPUNTIDIRIFLESSIONE

Riformare è sempre sinonimo di semplificare?
La necessità di "aggiornare" un settore più o meno vasto della società deve sempre coincidere con il bisogno di affrontare una vicenda in maniera veloce ed urgente? Il praticare (o imporre, a seconda dei punti di vista) un cambiamento immane può essere potenzialmente penalizzante in tempi di crisi?
Quanto tempo impiega un cambiamento eseguito "via legge" a tradursi in un mutamento (o miglioramento, anche se può sembrare difficile) reale per la società? Quanti decreti attuativi servono per rendere pienamente operativo un testo di legge evocante riforme "strutturali"?
A prescindere dalle moltissime domande possibili, il contesto italiano sembra essersi energicamente fossilizzato su due differenti punti di vista: chi pratica le "riforme" e chi non le vuole. E' in corso un duello, fra statici e (presunti) dinamici.
L'importante è andare; non importa dove, ma (illudere di) andare il più veloce possibile. Tutto questo grazie a delle cosiddette "riforme".
Chi le fa può dirsi progressista, chi è scettico o frenato (per lungamente spiegabili motivi) è accusabile di non meglio specificato conservatorismo.
Il primo e più evidente paradosso riguarda le ragioni che spingono alla realizzazione delle stesse: si fanno principalmente per far progredire il tessuto socio-economico di un Paese al palo come l'Italia? Oppure si conducono in porto per dimostrare di aver fatto non meglio specificati "compiti a casa"?
Compiti a casa che, a più riprese, vengono prima invocati e poi smentiti; discorso a parte meriterebbe una certa "fetta" politica che, non paga di un precedente periodo di conduzione "imbarazzante", ora si propone come salvatrice della patria e dei problemi che la attanagliano.
A parte questi punti, sembra essere sempre più vicina l'inaugurazione della (cosiddetta) riforma del lavoro, pietosamente sloganizzata come Jobs Act.
I punti salienti del provvedimento redatto si articolano nel seguito:

  1. ammortizzatori sociali e strumenti di sostegno a chi perde l'occupazione;
  2. riordino delle normative in materia di servizi per il lavoro e politiche attive, con esplicito richiamo a meccanismi di incentivo per l'occupazione;
  3. semplificazione di procedure ed adempimenti a carico di cittadini ed imprese;
  4. andamento, aggiustamento e ridefinizione delle tipologie contrattuali;
  5. forme di tutela della maternità e definizione di metodi per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro;
  6. tempi di modalità ed adozione dei decreti delegati.

Esulando dal punto paradossale per cui il dibattito (di ogni tipo, anche politico) sembra essersi fossilizzato sull'ennesima revisione dell'articolo 18, è lecito provare a fare chiarezza sugli obiettivi finali a cui la presente "riforma" vorrebbe portare il Paese Italia.
La necessità di rispondere a questo delicato punto non può prescindere, nell'ordine, da una serie di punti di vista ineliminabili: discussione tanto consapevole quanto completa nelle analisi dello status quo, argomentazioni efficaci e svincolate da (ir)rigidi(ti) diktat di Partito, ferma volontà di tutelare il sistema interno. L'ultimo punto è fondamentale in quanto, con il senno di poi, potrebbe avere davvero poco senso (in chiave futuribile) riformare radicalmente il lavoro per il mero obiettivo di svolgere un semplice "compito a casa".
L'ultimo ed emblematico caso di una riforma condotta in porto con l'obiettivo di affrontare un'urgenza è recente e, forse, non ancora sfuggito alla memoria cort(issim)a di una certa parte di Italia: la riforma delle pensioni, svolta sotto al Governo tecnico presieduto da Mario Monti.
Radicalizzando un conflitto e risolvendolo con modalità simili a quelle di un nodo gordiano, si sono creati nei (teoricamente) tutelati disagi a cui poi la politica e la tecnica hanno dovuto porre nel seguito rimedi sia economicamente che socialmente pesanti: il caso dei cosiddetti "esodati", appunto.
Il riformare con celerità non pare dunque essere la via migliore per (ri)strutturare un sistema e fornire nuove regole ai tutelati, dunque; non è la modalità di azione più adatta per una lunghissima serie di motivi e ragioni: dalla società all'economia, dagli squilibri sociali alla lentezza esecutivo-burocratica di certi adempimenti, dall'inadeguatezza a raccogliere un cambiamento all'impellente necessità di mettere un tampone alle piaghe sociali attualmente in corso. La vera difficoltà non è farla, una (presunta) riforma; l'ostacolo più grande è condurla in porto in maniera non demagogica.
Il contesto italiano promuove, su questo fronte, una lunga serie di opzioni non favorevoli all'accezione precedentemente dichiarata.
A prescindere dal contesto in cui il lavoro dovrebbe muoversi, è opportuno interrogarsi sul risultato a cui questa riforma vorrebbe condurre l'Italia.
Risuonano esplicative, sempre ammesso che sappiano semplificare in maniera costruttiva la complessità di un argomento così potente, alcune passate dichiarazioni attribuite al Presidente del Consiglio:

"[...] Matteo Renzi [...] indica la Germania come un «modello, non un nostro nemico». Se alle parole seguiranno i fatti, la necessità sarà di «rendere il nostro mercato del lavoro come quello tedesco». [...]" (Fonte: espresso.repubblica.it)

Indicando lo stato tedesco come un modello a cui tendere, viene spontaneo chiedersi quanto sia utile rendere il mercato del lavoro italiano il più vicino possibile a quello strutturato dalla Germania. A prescindere dalla natura del modello in questione, l'applicazione di questa riforma strutturale in terra italica potrebbe tradursi in un semplice copia&incolla di quanto è stato impostato negli anni precedenti nello Stato tedesco.
Potrebbe bastare davvero questo a risolvere i problemi esistenti, non risolti in tempo utili ed ormai (percepiti come) incancreniti?
Esulando per motivi di brevità dall'affrontare questioni relative alla natura dettagliata del mercato tedesco, è possibile richiamare un quadro sintetico scrivendo quanto di seguito riportato:

"[...] In Italia il tasso di disoccupazione e' aumentato tra il 2007 e il 2013 dal 6,1% al 12,2% [...] mentre in Germania e' diminuito nello stesso periodo dall'8,7% al 5,3% [...]. La diminuzione della disoccupazione tedesca e' stata possibile grazie alla riforma Hartz [...] che [...] diede vita [...] a una serie di provvedimenti sul mercato del lavoro nella Germania [...].
In quattro provvedimenti, la Germania ha rilanciato il suo welfare attraverso sussidi di disoccupazione universali [...] purche' si dimostri di essere in ricerca attiva di lavoro [...]. Oltre a buoni per la formazione, job center e agenzie interinali, Hartz ha introdotto i famosi [...] 'Minijob', contratti di lavoro precari, poco tassati, senza diritto a pensione ne' assicurazione sanitaria; i Midjob, contratti atipici a 400 euro massimi; i finanziamenti a microimprese autonome e un maggior sostegno per gli over-50 che perdono il lavoro. Infine, nella 'Hartz IV', e' stato previsto un reddito di cittadinanza anche a chi non trova lavoro dopo aver completato gli studi [...]. Nel mercato quindi convivono l'alta flessibilita' del lavoro [...] con il modello di welfare nord-europeo [...] ma con regole molto stringenti [...]" (Fonte: ansa.it - Economia)

Basterebbe fare una fotocopia del modello tedesco per risolvere la crisi italiana, dunque?
Esulando dal contesto di apprezzamenti e critiche fatte alla riforma del lavoro applicata nello Stato tedesco, è lecito interrogarsi su quali siano le cosiddette condizioni al contorno per i due Paesi. Italia e Germania non sembrano essere infatti assimilabili l'una all'altra, per una lunghissima serie di motivi. Una parte di questi sono indicati, più o meno esplicitamente, in un'intervista de L'Espresso fatta al docente Romano Benini:

"[...] Il modello [tedesco] ha funzionato. I dati sono chiari: nel 2003 l’Italia era alla pari mentre le loro scelte sono state più efficaci.
Paghiamo gli investimenti non effettuati a favore dello sviluppo umano, il cui indice è calcolato dall’Onu tenendo conto di lavoro, sanità, formazione, welfare, per misurare capacità e autonomia delle persone. In dieci anni la Germania è passata dal 22esimo al quinto posto al mondo, mentre il nostro Paese è sceso dal 17esimo al 25esimo. Per questo siamo fermi e nel reddito complessivo cresce il peso delle rendite rispetto al lavoro. [...]
[la Germania] [...] patria delle grandi imprese statali, ha elaborato modelli federalisti.
La ricetta sarebbe servita anche a noi, visto che abbiamo un tessuto produttivo centrato sulle piccole imprese. Invece abbiamo un contratto nazionale inteso come una specie di bibbia che non si può cambiare. [...]
Se Renzi vuole fare qualcosa deve spostare la discussione dall’articolo 18 al mercato del lavoro che non funziona, [...] restituire allo Stato la responsabilità del lavoro. Per capire quanto i tedeschi ci credono, basta un confronto sulle cifre: loro investono in politiche per l’impiego 45 miliardi di euro all’ anno, dei quali più della metà vanno a sostenere servizi e strumenti per reinserire il disoccupato. Mentre in casa nostra spendiamo 22 miliardi di indennità di disoccupazione, 5 miliardi in politiche attive e solo 500 milioni in servizi concreti. [...]
Per riprendere il treno della crescita il governo [...] deve introdurre norme più chiare e precise, scardinare queste sistemi scellerati e poco efficienti e coordinarsi con le Regioni per decidere chi fa che cosa. Senza queste piccole rivoluzioni la rottamazione rimarrà solo uno slogan. [...]"

Un'analisi seria dovrebbe presupporre, dunque, la necessità di approfondire le ragioni che hanno condotto l'Italia a smarrire la strada giusta e perdere così tanto terreno di fronte a Stati che hanno avuto maggiori certezze nel prendere decisioni tanto impopolari quanto urgenti.
Condizionale d'obbligo, visto il tenore delle discussioni attuali e degli infiniti slogan che hanno ridotto il dibattito ad una sterile contrapposizione tra fazioni riformiste e conservatrici. Senza una concertazione adeguata ed un'analisi [comprensiva di fact checking] dei dati al contorno nessuna riforma dovrebbe essere realizzabile in tempi brevi. Condizionale d'obbligo, ancora una volta.
E' veramente la Germania il solo Stato a cui l'Italia può ambire? Il primo passo strutturale, in questo senso, dovrebbe essere quello di abbattere gli squilibri e le differenze macroeconomiche che hanno permesso alla Germania di rendere efficace una riforma come quella in oggetto.
In altre parole, pertanto, si dovrebbero dirottare risorse ingenti su nuovi capitoli di spesa in tempi relativamente brevi.
Sarebbe possibile fare questo, in un momento storico nel quale le casse sono (per limiti anche auto-imposti e conseguiti da vergognose classi dirigenti) in larga parte (s)vuot(at)e? La risposta a questa domanda è tanto scontata da non dover essere neppure scritta.
Sotto questo aspetto, pertanto, emerge un tema delle riforme ancora più delicato da realizzare nelle sue componenti strutturali: preconizzare un #cambiaverso grazie a provvedimenti immediati rischia di sfociare nel ridicolo, per scriverla in breve.
Sempre ammesso che la soglia del patetico non sia già stata superata e/o prevaricata da coloro che oggi invocano un "cambiamento violento".
Qualunque esso sia, appunto. Annullando ogni sorta di voce scettico-critica o dibattito finalizzato al miglioramento.
Italia come Germania, dunque? In altre parole, è anche possibile porsi un'altra domanda: possono esserci altri Paesi da "imitare", per l'Italia?
E' possibile ambire a nuove forme di riforma? Un cambiamento può anche essere strutturato ed articolato, non solamente copiato.
E' su questo fronte che si muove un'analisi redatta oggi da Il Corriere della Sera, intitolata appunto "Lavoro, i modelli europei (e qualche dubbio)".
Andando oltre a ridicoli e raffazzonati slogan, è necessario analizzare in maniera approfondita la realtà per strutturare un modello di riforma capace di realizzare miglioramenti strutturali.
I fini dell'articolo in questione sono tanto paradossali quanto esplicativi di una necessità che, ad oggi, non pare trovare una collocazione positiva nel dibattito corrente:

"[...] Per la quantità di giuslavoristi e di sindacalisti che vantiamo in Parlamento, per il peso che la cultura del lavoro ha sempre avuto nel dibattito culturale e per i protagonisti che abbiamo storicamente espresso l’Italia dovrebbe avere come dotazione un sistema modello per quello che riguarda [...] la regolazione del lavoro. E invece no. [...] le querelle politiche romane si nutrono dei richiami a questa o quella esperienza straniera, spesso citati a caso come avviene nel tritacarne delle dichiarazioni giornaliere.
E allora con l’aiuto di due tra i principali esperti italiani, l’ex ministro Tiziano Treu e il giuslavorista Michele Tiraboschi, abbiamo provato a individuare i tratti [...] di quattro modelli (danese, tedesco, spagnolo e inglese), che cosa ci servirebbe importare e che cosa invece è da sconsigliare. L’impressione finale è che non esista un abito su misura da comprare e indossare al volo, siamo condannati a fare zapping ovvero a scegliere in questa o quella pratica singole soluzioni da copiare. E da inserire in un impianto politico-culturale che, dobbiamo dircelo, fatica a recepire le novità. [...]"
(Fonte: nuvola.corriere.it)

Il punto più interessante sembra essere, pertanto, quello di attingere a più modelli (ritenuti) virtuosi valutando al meglio possibile difficoltà e/o meccanismi strutturali caratteristici dello Stato italiano. Esulando dall'affrontare i termini specifici dell'articolo in questione, è implicito scrivere che dovrebbe essere necessario non banalizzare un dibattito. Più di tutto, appunto.
Sarebbe opportuno definire nei dettagli potenziali pro e contro di una situazione tanto complessa, al fine di poter concorrere al definire un cambiamento tanto urgente quanto strutturale e desiderato per il Paese intero. Evitare di riformare per caso, sull'onda del momento.
O di un "cambiamento violento", appunto. Che potrebbe altrettanto violentemente produrre danni irreparabili.

Per saperne di più:

"Il Governo e il Jobs Act", ilpost.it
(http://www.ilpost.it/2014/09/19/lavoro-legge-delega-jobs-act-artiolo-18/)

Bozza del "Jobs Act", senato.it
(http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/759870/index.html)

"Lavoro: il modello tedesco, cosa è e perché piace a tutti", ansa.it
(http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2014/09/03/lavoro-il-modello-tedesco-cosa-e-e-perche-piace-a-tutti-_a10a976d-ffcd-439b-8691-e4525e809948.html)

"Lavoro: per Renzi "la Germania è un modello" Ma il job act sembra andare in altra direzione", L'Espresso
(http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/09/02/news/per-inseguire-il-modello-tedesco-puntare-sulla-formazione-1.178463)

"Lavoro, il modello tedesco tutto flessibilità e mini job da 450euro", La Stampa
(http://www.lastampa.it/2014/09/02/italia/politica/il-modello-tedesco-tutto-flessibilit-e-mini-job-da-euro-7747hSXk5FDC6zqOWYYoOP/pagina.html)

"Lavoro, i modelli europei (e qualche dubbio)", nuvola.corriere.it
(http://nuvola.corriere.it/2014/09/23/i-modelli-europei-e-qualche-dubbio/)

Fonte immagine: blogncc.com

domenica 21 settembre 2014

A PROPOSITO DI PRECARIATO, IN UN'ITALIA PERICOLANTE...


"[...]Io sono un portatore sano di sicuro precariato/ 
e anche nel privato resto in prova/ e ho un incarico a termine lo so/ 
ma ho molta volontà, non c'è pericolo./ 
Figli della polvere/ raggrumata sotto i banchi/ 
anche per oggi non vi interrogo./ 
Ho saputo già dal preside e dagli altri/ che vi siete alzati stanchi/ 
ma è l'ultima possibilità che ho di chiedervi un piacere/ 
vorrei sapere chi mi imita e perché/ non ne posso anch'io godere/ 
una volta sola prima di lasciare/ anche questa scuola. [...]"

giovedì 18 settembre 2014

RIFORMA STRUTTURALE E/O STRUMENTALE DEL LAVORO... #POLITICAEDIBATTITOIMBARAZZANTI

Si può parlare di riforme sia in termini strutturali che in termini strumentali.
Una riforma è strutturale quando si propone di perseguire la possibilità di realizzare un cambiamento reale, anche se apparentemente discutibile o non condiviso. Una riforma è strumentale (o quantomeno impostata in maniera strumentale) quando realizza nei fatti un'accezione non troppo sbandierata dell'aggettivo stesso. Tale definizione è richiamata nel seguito dall'enciclopedia Treccani:

"[...] Detto di ciò che è concepito e attuato non per il suo scopo più immediato, ma per un secondo fine o per un interesse non dichiarato. [...]"

In altre parole, quindi, ciò che è strumentale non può essere minimamente autorizzato a realizzare un cambiamento su basi strutturali.
Il compito della politica, specialmente in un momento di crisi senza (apparente) via di uscita, dovrebbe essere quello di indirizzare un cambiamento partendo dall'analisi dei dati nella loro complessità. Non certo arrogandosi il diritto di identificare un miglioramento dello status quo mediante una riforma votata all'esclusiva semplificazione delle difficoltà esistenti.
Il compito della politica, inteso nel senso più nobile del termine (e tanto arcaico quanto impossibile, visti i tempi?), potrebbe essere quello di guidare la società verso un cambiamento votato alla comprensione delle difficoltà esistenti. La riuscita di questo intento potrebbe inaugurare una vera e propria rivoluzione culturale, senza se e senza ma. Non dovrebbe esserci obiettivo più mirabile, per una politica ancora degna di chiamarsi tale.
Condizionale d'obbligo, a maggior ragione ascoltando il dibattito sterile dei giorni attuali.
Da una parte si evocano contingenze strutturali, dall'altra emendamenti irricevibili da parte di un Governo che avrebbe (condizionale d'obbligo, il treno del cambiamento sembra già essere abbondantemente passato o da troppo tempo in ritardo) inaugurare un #cambiaverso tanto generico quanto universale.
Il dibattito è ingessato e, ancora una volta, le attenzioni di troppi politic(ant)i si concentrano su un totem: l'articolo 18, appunto.
Come se il dichiarare di risolvere e/o modificare (ancora una volta) queste poche righe contribuisse a risolvere in maniera sostanziale problemi di occupazione e di creazione di un sistema maggiormente favorevole alle politiche per il lavoro.
La missione estrema sembra essere quella di semplificare anche ciò che semplificabile non lo è, sterilizzando la riforma senza aver parvenza (o capacità?) di osservare un problema nelle sue ferme complessità.
Da cosa parte la critica (nascosta e/o malcelata) a questo vituperato articolo 18?
A prescindere dalle interpretazioni, è significativo porsi l'obiettivo di provare ad analizzare quanto questo articolo incida, nei fatti, all'interno del tessuto produttivo italiano. In altre parole, prima di autorizzare o negare una modifica (ulteriore), dovrebbe essere sempre meglio capire quanto certi cambiamenti possano influire nella società italiana. Se deve essere necessario apporre una modifica a qualcosa, è bene che la stessa sia (o ambisca ad essere) assolutamente determinante per la società stessa.
Se tale condizione non sussiste, è facile immaginare come un cambiamento possa passare dall'essere strutturale all'essere strumentale.
Richiamandosi ad un approfondimento recentemente pubblicato dal giornale La Repubblica, è possibile riportare quanto di seguito riportato:

"[...] L'articolo 18 tutela in via speciale i licenziamenti illegittimi effettuati:

  • in una sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo avente più di 15 dipendenti;
  • in una circoscrizione comunale dove il datore abbia complessivamente più di 15 dipendenti;
  • qualora il numero dei lavoratori subordinati (del datore) sia superiore a 60;
  • in base a ragioni discriminatorie (relative al sesso o alla sfera politica, sindacale, religiosa, razziale e linguistica). [...]"


Particolari condizioni sono invece applicate nel caso di imprese agricole, diverse dalle precedenti.
Sembra lecito, a questo proposito, chiedersi quanto impatto nel "reale" possano avere le righe che costituiscono l'articolo 18.
A questo proposito, è utile richiamare due differenti stime diffuse dalla Cgia di Mestre, ente da sempre attivo nella previsione e nella stima di dati su base statistica significativi a livello nazionale. Il paradosso di queste differenti stime è emblematico e, per completezza, richiamato espressamente nel seguito della trattazione:

"[...] Se le aziende “interessate” dall’articolo 18 sono solo il 3%, quasi due lavoratori su tre [...] sono tutelati da questo provvedimento. [...]
Vediamo i numeri: le aziende al di sopra dei 15 dipendenti sono solo il 3% del totale.
Infatti, su poco più di 5.250.000 imprese presenti in Italia, solo 156.500 circa hanno più di 15 addetti. 
Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, invece, il 65,5%  è “coperto” dall’articolo 18. [...] su quasi 12 milioni di operai ed impiegati presenti nel nostro Paese [...] quasi 7.800.000 lavorano alle dipendenze di imprese con più di 15 dipendenti: soglia oltre la quale si applica l’articolo 18. [...]"

Un'altra stima divulgata è riportata invece nel seguito:

"[...] Per la Cgia di Mestre, l'articolo 18 [...] riguarda il 2,4% delle aziende ed il 57,6% dei lavoratori dipendenti italiani occupati nel settore privato dell'industria e dei servizi. In termini assoluti, su poco meno di 4.426.000 imprese presenti in Italia, solo 105.500 circa hanno più di 15 addetti. Per quanto riguarda i lavoratori [...] su oltre 11,3 milioni di operai e impiegati presenti in Italia, quasi 6.507.000 lavorano alle dipendenze di aziende con più di 15 dipendenti, soglia oltre la quale si applica l'articolo 18. [...]"

In altre parole, pertanto, dovrebbe essere più importante di tutto individuare l'articolo 18 in maniera il meno semplicistica possibile: nonostante riguardi una percentuale irrisoria del tessuto aziendale italiano (nella sua componente più critica), è in grado di interessare potenzialmente una platea maggioritaria dei lavoratori italiani. Un dibattito serio dovrebbe essere costruito su questo punto, al fine di evitare irrigidimenti e prese di posizione alquanto immotivate e ridicole. A maggior ragione se si tratta di effettuare una riforma strutturale.
Qualora invece si voglia optare per una riforma strumentale, nulla pare più adatto che intestardirsi ed andare dritto per una strada tanto pericolante quanto oscura. Specialmente per le possibili implicazioni future. La complessità che si nasconde dietro all'articolo 18 è una questione che non può essere in alcun modo derubricata o banalizzata, sia in un senso che nell'altro. Esiste una società con problemi tanto complessi (quanto forse irrisolvibili) proprio perché, fino ad oggi, è stato imbarazzante e semplicistico l'approccio nel (provare a) risolverli.
Un Governo disposto al #cambiaverso dovrebbe impedire il radicalizzarsi di uno scontro tanto inutile quanto improduttivo, per una lunghissima serie di motivazioni ed argomenti.
Condizionale d'obbligo, con tutta probabilità di essere inquadrati fra i profili aperti di recente dall'attuale Presidente del Consiglio: gufi, rosiconi, professionisti della tartina, professoroni, [...].
E chi più ne ha più ne metta, le selezioni sono sempre aperte.
Il suggerimento più grande è, in fin dai conti, sempre il solito: procedere con prudenza.
Anche qui il #passodopopasso dovrebbe trasformarsi in #millegiornidipassifelpati, seguendo la politica dell'hashtag tanto cara (e comunicativa) per l'attuale Premier.
I perché che avvallano questa interpretazione sono, a rigor di logica, definibili in primo luogo sulla base della crisi socio-economica che sta attanagliando il nostro Paese. Senza sosta.
Non si può evocare un cambiamento che vada ad intercettare la presenza di squilibri nel "settore" dei diritti. Non si tratterebbe di riforma, bensì di compromesso al ribasso. Ennesimo, dati i precedenti (da ultimo funzionali alla sopravvivenza del Governo delle furono larghe intese). Quali altri voci possono essere chiamate in difesa di questa teorica etica del #millegiornidipassifelpati?
Richiamando un'opinione presentata qualche tempo fa in un articolo de Lavoce.info, scritto a quattro mani da Giuseppe Bertola e Pietro Garibaldi.
L'opinione a questo proposito è quanto mai chiara ed esplicativa dell'attuale schizofrenia che sembra tanto intasare quanto ingessare il dibattito parlamentare e governativo:

"[...] come la maggiore età è passata da 21 a 18 anni, così pure la soglia di applicazione dell’art.18 potrà [...] essere ridotta.
Ma perché tale riduzione sia appropriata è necessario che le imprese più piccole abbiano maggiore accesso ai mercati finanziari, mentre un migliore accesso dei lavoratori a strumenti finanziari potrebbe accompagnarsi ad un rilassamento delle tutele sul mercato del lavoro. Difficile dire se l’Italia sia pronta all’uno o all’altro cambiamento. Ma per modificare l’art. 18 si devono considerare onestamente sia i costi che i benefici e le prese di posizione di chi vede solo i costi o solo i benefici generano solo confusione. [...]"

Al di là delle interpretazioni e della correttezza delle tesi proposte, dovrebbero colpire due termini più di tutti gli altri: considerare onestamente.
Non è un caso che, nello stato attuale, la fretta utilizzata nel riformare sia di sicuro ostacolo alle infinite considerazioni oneste che i cittadini potrebbero muovere a sostegno delle proprie argomentazioni. La seconda opinione significativa è più recente, pronunciata da Giuseppe Bortolussi, Segretario della Cgia di Mestre. Il contenuto di tale dichiarazione è esplicativo, nei minimi termini:

"[...] In una situazione economica così difficile [...] l'eventuale decisione di modificare l'articolo 18 darebbe luogo ad un duro scontro con le parti sociali che avrebbe solo ricadute negative. Mai come in questo momento [...] abbiamo bisogno di pace e di coesione sociale.
Ritengo, inoltre, che possiamo agganciare la ripresa e conseguentemente rilanciare l'occupazione privilegiando le politiche legate alla domanda.
Ovvero, rilanciando gli investimenti, i consumi interni e combattere la deflazione: solo così saremo in grado di aggredire la disoccupazione. [...]"

Serve calma, dunque. La fretta impedirebbe di risolvere nel concreto il problema, creando sia (ulteriori) disagi sociali che rinnovati problemi nella gestione di un argomento tremendamente complicato da comprendere nella sua enorme varietà di impatto.
D'altro canto, con o senza articolo 18, l'Italia mantiene una serie imbarazzante di problemi che andrebbero risolti in maniera veramente strutturale.
Senza imbarazzi e molteplici interpretazioni, infatti, rimangono problemi irrisolti in questo Paese.
Ne restano di così grandi da far (teoricamente, alle volte l'assenza di dignità ed obiettività supera qualsiasi livello immaginabile) impallidire chi sostiene che l'abolizione dell'articolo 18 sia l'unico mezzo possibile da perseguire per realizzare un cambiamento.
E' a questo proposito piuttosto significativo portare l'attenzione su un report uscito pochi giorni fa e su cui, puntualmente, non sono stati puntati a dovere i riflettori del dibattito tecnico-politico nazionale.
Tale report è stato svolto dal Centro Studi Impresa Lavoro, richiamando e rielaborando una serie di dati tecnico-economici presentati dal World Economic Forum. Il contributo alla discussione in materia di emergenze da risolvere, leggendo il comunicato stampa ed il dossier da loro diffuso, è tanto emblematico quanto testimone della tremenda paralisi italiana a cui l'intera società sta assistendo:

"[...] Il mercato del lavoro italiano è ultimo per efficienza in Europa e 136mo su 144 [...] nel mondo.
In termini di efficienza ed efficacia si situa infatti a un livello leggermente superiore a quelli di Zimbabwe e Yemen ed inferiore a quelli di Sri Lanka e Uruguay. [...] Rispetto al 2011 retrocediamo di 13 posizioni a livello mondiale in termine di efficienza generale del nostro mercato del lavoro e soprattutto perdiamo 19 posizioni con riferimento alla collaborazione tra impresa e lavoratore così come altre 15 per la complessità delle regole che ostacolano licenziamenti e assunzioni (hiring and firing process). L’unico settore in cui non si registra un arretramento dell’Italia è quello relativo alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro: conserviamo infatti la comunque assai deludente 93ma posizione che avevamo raggiunto nel 2011.
L’indicatore dell’efficienza è in realtà un aggregato di più voci che bene evidenziano le difficoltà che il nostro sistema attraversa e rendono plasticamente l’idea del peggioramento delle condizioni del nostro mercato del lavoro [...]
Inoltre, i principali indicatori analizzati ci pongono agli ultimi posti per efficacia nel mondo e, quasi sempre, all’ultimo posto in Europa. [...]
Siamo terz’ultimi per flessibilità nella determinazione del salario, intendendo con questo che a prevalere è ancora una contrattazione centralizzata a discapito di un modello che incentiva maggiormente impresa e lavoratore ad accordarsi.
E proprio in tema di retribuzioni siamo il peggior Paese europeo per capacità di legare lo stipendio all’effettiva produttività.
Dati questi che vanno letti assieme a quelli sugli effetti dell’alta tassazione sul lavoro: nessun Paese in Europa fa peggio di noi quanto a effetto della pressione fiscale sull’incentivo al lavoro. E siamo ancora ultimi per l’efficienza nelle modalità di assunzione e licenziamento: un indicatore particolarmente significativo, questo, perché evidenzia quanto questi processi vengano ostacolati dal complessivo sistema delle regole e da disposizioni quali quelle, ad esempio, dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
Anche la qualità del personale impiegato mette in luce l’arretratezza del nostro Paese: siamo penultimi [...] per la capacità di affidare posizioni manageriali in base al merito e non a criteri poco trasparenza (amicizia, parentela, raccomandazione) e finiamo in coda anche con riferimento alla capacità di attrarre talenti (quart’ultimi) e di trattenere talenti (23mi su 28). [...]"

Se l'articolo 18 è un problema su cui urge riformare, deve essere prima un argomento sul quale sia possibile impostare una discussione di ampio respiro che cerchi ogni soluzione possibile per evitare ulteriori irrigidimenti. Inutili per tutti: per gli italiani, per la concertazione, per la politica, per la tecnica, per le classi dirigenti di questo Paese, [...].
Rimangono infatti un'infinità di problemi che la consultazione anche marginale del report prova a mettere ampliamente in luce:

  • efficienza generale del mercato del lavoro;
  • capitale umano bruciato senza alcuna possibilità di valorizzazione;
  • terreno estremamente fertile per le raccomandazioni e assai scarsamente produttivo per una cultura del merito;
  • livelli salariali inadeguati a potere d'acquisto e a mantenimento di adeguati stili di vita dignitosi;
  • scatti per la determinazione ed il miglioramento dei livelli di stipendio;
  • flessibilità in entrata parificata o commisurata scarsamente alla flessibilità in uscita;
  • scarsità di conoscenze e gravi carenze d'istruzione che concorrono a causare problemi di competitività su scala macroeconomica;
  • assistenza e collaborazione nelle relazioni fra impresa e lavoratore;
  • partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Questi sono solo alcuni dei molt(issim)i problemi che caratterizzano il complesso mercato del lavoro italiano. L'accanimento (anche presunto) sulla modifica dell'articolo 18 è una questione che contribuisce, alla luce dei dati esistenti, a banalizzare enormemente le possibilità di fuoriuscita dalla crisi. Parimenti alla possibilità di trovare alternative. Che esistono sempre, non certo per caso.

Per saperne di più:

"Scheda. L'articolo 18 dopo la riforma Fornero", La Repubblica, R.Ricciardi
[http://www.repubblica.it/economia/2014/09/16/news/scheda_l_articolo_18_dopo_la_riforma_fornero-95860843/]

"Articolo 18: interessa solo il 3% delle imprese, ma tutela il 65% dei dipendenti italiani", Cgia Mestre
[http://www.cgiamestre.com/2012/02/articolo-18-interessa-solo-il-3-delle-imprese-ma-tutela-il-65-dei-dipendenti-italiani/]

"Neoassunti senza art.18, Cgil pronta allo sciopero", ansa.it
[http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2014/09/17/lavoro-governo-presenta-emendamento-al-jobs-act_396daabf-b831-41e7-9837-fd3451432883.html]

"Cgia: "L'articolo 18 riguarda il 57,6% dei lavoratori"", La Repubblica
[http://www.repubblica.it/economia/2014/09/18/news/lavoro_articolo_18_cgia-96084655/]

"Il nostro mercato del lavoro è il meno efficiente d'Europa", Centro Studi Impresa Lavoro
[http://impresalavoro.org/mercato-del-lavoro-meno-efficiente-deuropa/]

"Perché una soglia a 15 dipendenti per l’applicazione dell’Art. 18?", Lavoce.info
[http://www.lavoce.info/perche-una-soglia-a-15-dipendenti-per-lapplicazione-dellart-18/]

"Lavoro, Italia ultima nell'Unione europea per efficienza", La Repubblica
[http://www.repubblica.it/economia/2014/09/14/news/lavoro_italia_ultima_nell_unione_europea_per_efficienza-95745554/]

Statuto dei Lavoratori, altalex.com
[http://www.altalex.com/index.php?idnot=39728#titolo2]

Fonte immagine: formiche.net

martedì 16 settembre 2014

SCRIVERE, FRA PASSATO E FUTURO... #VOLERDIREQUALCOSA


"La verità profonda, per fare qualunque cosa, per scrivere, per dipingere, sta nella semplicità. 
La vita è profonda nella sua semplicità.
(C. Bukowski)

"Scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; 
in entrambi i casi è ricerca d'un'espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.
(I. Calvino)

"Finché respiro, scrivo.
(E. Canetti)

"La lettura per l'arte dello scrivere è come l'esperienza per l'arte di viver nel mondo, 
e di conoscer gli uomini e le cose.
(G. Leopardi)

"Io scriverò se vuoi perché cerco un mondo diverso,/ 
con stelle al neon e un poco di Universo,/ e mi sento un eroe a tempo perso.
(R. Gaetano)

"Perché scrivo? Per paura. 
Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. 
Per paura che si perda il ricordo di me. 
O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia 
e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.
(F. De Andrè)

"[...] Non è la fede che ha cambiato la mia vita,/ ma l'inchiostro/ 
che guida le mie dita, la mia mano, il polso. [...] 
l'inchiostro scorre al posto del sangue,/ 
basta una penna e rido come fa un clown,/ 
a volte la felicità costa meno di un pound. [...]" 
(Caparezza)


sabato 13 settembre 2014

"IL DESIDERIO DI ESSERE COME TUTTI": LA SORTE DELL'ITALIA E' LEGATA A QUELLA DEGLI ITALIANI

Quanto e quando la dimensione nazionale di certi fenomeni socio-politici riesce ad intersecarsi con quella privata e caratteristica delle esistenze quotidiane? Quanto e quando il dibattito politico riesce ad influenzare, anche inconsapevolmente, il nostro modo di pensare e riflettere sul mondo?
Quanto e quando le decisioni politico-tecniche, in una tanto incerta quanto realistica battaglia fra visioni multiformi, riescono ad influenzare in maniera anche consistente le dinamiche che governano nel loro piccolo le nostre esistenze?
Quali sono le chiavi per poter provare ad essere un pò più interessati alle decisioni politiche ed alla tutela della res publica?
A domande come queste non è possibile rispondere in maniera semplicistica e neppure illusoria: larga parte dell'attuale sfascio generalizzato dipende (in buona parte) proprio dalla carenza di cura applicata verso argomenti come questi.
Il primo rimedio per vedere un maggior numero di persone interessarsi concretamente ed attivamente alla politica potrebbe essere quello di applicare, nel merito delle tanto singole quanto infinite questioni possibili, una radicale "cura" verso le molte forme di ignoranza che hanno contribuito a rendere questa Italia ciò che è, oggi ma non solo. Cosa può causare e come si può sintetizzare la reazione contraria alla tutela della res publica?
E' possibile rispondere, nei fatti, impiegando una citazione attribuita a Bertolt Brecht e definita, appunto, dell'analfabeta politico:

"Il peggiore analfabeta è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla, nè s’importa degli avvenimenti politici.
Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell’affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e si gonfia il petto dicendo che odia la politica.
Non sa l’imbecille che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta,il bambino abbandonato,l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi,che è il politico imbroglione,il mafioso corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali."

Le conseguenze più grandi e gravi possono avvenire, dunque, in presenza di coloro che scelgono (anche inconsapevolmente, viste le distrazioni di massa) di non interessarsi alla tutela di quel che ci circonda. Cosa poter pensare di fronte a certi comportamenti, spacciati per prevalenti e/o per maggioritari in questa malcapitata Italia? Le risposte a questa domanda implicano due differenti modi di azione, sintetizzabili traendo spunto da due differenti canzoni; il primo è un rendersi consapevoli della propria (positiva) diversità (per chi si interessa, logicamente):

"[...] Si sente sempre più spesso/ che sono un pazzo depresso./ Meglio depressi che stronzi del tipo / Me ne fotto,/ perché non dicono/ Io mi interesso?/ Che si incu.ino un cipresso, dunque,/ tanto il mio destino è stare solo con chiunque. [...]" (La mia parte intollerante, Caparezza)

L'interessarsi il più concretamente possibile può comportare inevitabilmente il raggiungimento di forme di simil-depressione, in quanto troppo grande è la mole di problemi con cui è necessario scontrarsi (in quanto altrettanto enorme è la volontà di sfuggire all'analfabetismo politico di cui sopra) per cercare di cambiare anche solo un minimo dello schifo circostante.
Farsi scivolare addosso l'inconsapevolezza e l'inettitudine di alcuni per rendersi un poco più consapevoli della propria diversità.
Può bastare questo ad innescare un cambiamento?
Assolutamente no, sotto tutti i punti di vista possibili.
Differente è il secondo modo di azione, sintetizzabile mediante la citazione che segue:

"[...] Spero soltanto di stare tra gli uomini/ che l'ignoranza non la spunterà/ che smetteremo di essere complici/ che cambieremo chi deciderà./ Italia d'oro frutto del lavoro cinta dall'alloro/ trovati una scusa tu se lo puoi/ Italia nera sotto la bandiera vecchia vivandiera te ne sbatti di noi [...] Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta/ dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa [...]" (Italia d'oro, P.Bertoli)

Implorare che l'ignoranza non la spunti equivale ad innescare una (pro)positiva rivoluzione, provando a mobilitare (con uno sforzo tanto forte quanto sottovalutato, ignorato, svilito, respinto, deprecato, [...]) nel concreto le persone ad agire.
Agire per non lasciare che i problemi del Paese si trasformino in cancri capaci di uccidere presente e futuro delle collettività, appunto.
Il segreto sembra essere, indipendentemente dalle posizioni e dalle ide(ologi)e politiche, sempre lo stesso: non lasciarsi sfuggire addosso nulla (o quasi). Sentire ciò che non va, interessarsi, capire come sventrare i problemi in maniera costruttiva e non da tagliatore di teste.
Evitare populismo e demagogia, tanto desiderati da certi per svilire la dignità di interlocutori ribelli.
A dove può condurre questo atteggiamento?
Rimanendo nel limbo delle citazioni, è possibile rispondersi concretamente rievocando una massima attribuita ad Ernesto Guevara:

"Studiate molto per padroneggiare la tecnica, che permette di dominare la natura. 
Ricordatevi che è la Rivoluzione a essere importante e che ciascuno di noi, preso isolatamente, non vale nulla. Soprattutto, nel più profondo di voi stessi, siate capaci di sentire ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo.
È la più bella qualità del rivoluzionario."

Essere rivoluzionari significa, quindi, reagire allo status quo per provare a (ri)costruire e/o migliorare quella tanta parte di mondo che non va avanti come dovrebbe. In altre parole, pertanto, reagire in maniera costruttiva al senso di inadeguatezza che pervade i singoli uomini di fronte a problemi più grandi di loro. Cosa può accadere al singolo, invece, qualora l'intento di miglioramento non venga esercitato adeguatamente? A questo proposito risponde una citazione proveniente da un'altra canzone italiana, di non troppo tempo fa:

"[...] Questo è il veleno che ci vogliono inoculare,/ non esiste antidoto è la morte mentale,/ opponi resistenza non farti plagiare/ se non ti vuoi ridurre in uno stato terminale/ nella stasi comatosa di chi e' incapace di pensare/ e preferisce lamentarsi se qualcosa gli va male./ Agire, pensare, parlare,/ esplorare ogni capanna del villaggio globale,/ spalancare le finestre alla comunicazione personale,/ aprire il canale universale,/ dare fondo all'arsenale di parole soffocate dalle ragnatele/ di un'intera generazione di silenzio [...]" (Potere alla parola, Frankie Hi-Nrg)

Interessarsi, dunque, è complicato. E' complicato ma conviene, per una innumerevole serie di ragioni e motivazioni anche (e/o soprattutto) di tranquillità tanto amara quanto personale. Potersi dire qualcosa del tipo "Non è andata, almeno ci ho provato".
Sempre meglio dell'essersi beatamente crogiolati in una dimensione parallela di nulla estremo, fingendo che nulla di quel che sta attorno possa toccare/influenzare concretamente le nostre vite.
E' questo il tratto fondamentale che sembra articolarsi dietro al libro di Francesco Piccolo, intitolato "Il desiderio di essere come tutti".
Al netto delle diversità e delle possibilità interpretative, è interessante vedere come e quanto l'interessarsi alle situazioni possa costituire una vicenda capace di incarnare una sorta di ri-nascita per chi ha onore (ed onere) di viverla intensamente:

"[...] Sono nato in un giorno di inizio estate del 1973, a nove anni. 
Fino a quel momento la mia vita, e tutti i fatti che accadevano nel mondo, erano due entità separate, che non potevano incontrarsi in nessun modo.
Me ne stavo nella mia casa, nel mio cortile, nella mia città; con i miei genitori, i miei fratelli, i compagni di scuola, i parenti e gli amici - e in un altro pianeta accadevano i fatti che guardavo in televisione.
Ogni tanto i grandi ne parlavano, del mondo e dell'Italia in particolare; quindi c'era interesse verso quel che accadeva al di fuori della nostra vita. 
Ma noi tutti, in ogni caso, non c'entravamo niente. E io, ancora meno. [...]"

L'analisi delle vicende dipanate nell'opera in questione si propone di descrivere, nei fatti, quanto la vita (pura ed impura) di tutti i giorni possa sentirsi indissolubilmente legata a vicende largamente superiori che la governano. E' una realtà tanto difficile quanto inevitabile da percepire.
Chi non la sente è perché è freddato, distratto e/o volutamente forzato nell'ignorarla.
Ignorandola ne continuerà a subire però i tremendi e devastanti effetti, sulla pelle.
In maniera diretta e radicale. Ad un certo punto, per ragioni che per motivi di sintesi è lecito non spiegare, il protagonista raccoglie lo spunto per comprendere come la propria vita e le vicende socio-politico-economiche-[...] del proprio Paese siano sullo stesso binario.
Stanno percorrendo la stessa strada, con una differenza in più: le vicende socio-politico-economiche-[...] possono far deragliare il vagone della sua dimensione esistenziale, della sua vita, della sua libertà. Senza colpo ferire, senza fare poi molta fatica.
Un colpetto e via, basta davvero poco. Questa amara consapevolezza innesca una reazione.
Reazione necessaria, funzionale ai tempi, di ribellione costruttiva.
La dimensione di una vita intersecata tanto strettamente quanto inevitabilmente alle cronache, ai tempi che corrono, ai danni ed ai benefici che chi governa e gestisce il potere (sia tecnico che politico, senza distinzione) può regalare (o relegare, a seconda dei punti di vista e dei guai generabili). Alla fine della propria presa di consapevolezza interiore, l'autore cerca di proporsi la possibilità di andare oltre la propria stessa dimensione individuale.
Migliorandosi, prova a migliorare anche quel che ha attorno: cercando di realizzare il titolo del libro, non a caso.
Il desiderio di essere come tutti.
Oppure il suo desiderio che tutti siano come lui ha provato (magari senza il successo sperato?) ad essere? L'entità dei problemi è tanto grande quanto forse insormontabile, per un singolo.
Lo è forse un pochino meno per tanti singoli che scelgono di mettersi (costruttivamente) insieme, per il tanto puro quanto forse impossibile desiderio di cambiare in meglio le cose.
La teoria è, su questo fronte, molto frenata dal corso pratico delle cose.
Tanto frenata quanto incancrenita, appunto; per una politica fatta di compromessi rivolti eternamente al ribasso, per una politica (ed una tecnica) dove l'interesse di pochi viene messo spesso avanti (soprattutto) grazie all'ignoranza di altr(ettant)i che non hanno per tempo esercitato il proprio diritto di fermarli. Una politica (ed una tecnica) dove il merito viene percepito come un'utopia, dove la meritocrazia finisce per (con)fondersi con una gerontocrazia non solo anagrafica ma (soprattutto?) cerebrale. Una politica (ed una tecnica) che prima illude e poi delude, una politica che ha per troppo tempo finto di raccontare le (r)esistenti verità. Una politica (ed una tecnica) figlia di logiche illogiche può soffocare, appunto, sia l'individuale ricerca della verità che quel desiderio di essere come tutti riassunto tanto efficacemente dall'autore dell'opera in questione.
In ogni caso, però, dal destino comune consegnato dall'ignoranza generalizzata non è possibile sfuggire:

"[...] Se riesco a percepire il buio che c'è dentro di me, le somiglianze con ciò che non mi piace; se riesco a concepire un'affinità con chi è lontano; se riesco a comprendere quanto sono coinvolto in ciò che non amo, che non mi piace, che di solito accuso come se non mi appartenesse - quella è la strada concreta, reale, per combattere con limpidezza ed efficacia. 
L'abitudine è quella di sentirsi estranei agli errori, estranei alle brutture del Paese. 
L'estraneità rende impermeabile la conoscenza, e senza conoscere le ragioni degli altri, non si può combatterle. [...]"

Al netto dei diversi punti di vista, riguardo all'opera  in questione ma non solo, interessarsi conviene.
Gli esiti del mancato interessamento collettivo sono, nella sola Italia, sotto gli occhi di tutti: un Paese distrutto, appunto.


venerdì 12 settembre 2014

FRA (RISPETTO VERSO GLI) ANIMALI E (PROGRESSO MORALE DEL) PAESE... #DANIZA


"La grandezza di una nazione e il suo progresso morale 
si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali.
(M.K. Gandhi, att.)

mercoledì 10 settembre 2014

SOCIETA', FRA STORIA E (INEVITABILE) CAMBIAMENTO... #SINISTRAINADEGUATA

"[...] Noi pensiamo sempre che c'è stato un passato migliore, in cui le persone si occupavano, tutte, di questioni importanti. 
Pensiamo che siano i nostri tempi a essere superficiali, perduti. E' questa certezza che ha reso saldo il nostro istinto reazionario, in qualsiasi spazio di vita.
Era meglio prima. Gli uomini primitivi, quando arrivava la luce del giorno, uscivano dalle caverne e rischiavano la vita contro animali ferocissimi [...].
Ma si è scoperto che uscivano dalle caverne e rischiavano la vita anche per procurarsi coralli per fare le collane.
Rischiavano allo stesso modo, sia per la sopravvivenza sia per la vanità. 
La superficialità ha diritto di esistere, quanto la profondità. 
La vita politica, la vita contemplativa e la vita dedita ai piaceri sono sempre esistite contemporaneamente, e la capacità di farle convivere è il compito di ogni individuo e di ogni comunità. [...]
Gli esseri umani si preoccupano delle condizioni di vita nel mondo e cantano a squarciagola canzonette sotto la doccia. 
La Sinistra [...] ha imparato a conoscere a fondo i grandi problemi di questo Paese (senza peraltro che questa conoscenza bastasse a risolverli); mentre è geneticamente maldisposta verso un'altra parte del Paese, preponderante per costume e forza, superficiale, spensierata. 
Ed è così geneticamente maldisposta, che non sa nemmeno più che Paese è. 
Finora questa lacuna era stata combattuta dicendo: stanno dall'altra parte del confine, non ci riguardano.
Ma poiché questo è un solo Paese; poiché la Storia ha insegnato che la corresponsabilità degli accadimenti è di coloro che vincono e di coloro che perdono, anche se non in parti uguali; poiché probabilmente in ognuno di noi al di qua del confine c'è una percentuale di superficialità, di spensieratezza e anche di mostruosità - che siamo sicuri di non avere, ma che abbiamo - è bene oltrepassarlo questo confine e andare a capire di là chi c'è, come si ragiona, cosa si fa. Portando il proprio sapere, i propri ragionamenti, le proprie soluzioni. 
La Sinistra si deve occupare di procurare cibo per sopravvivere e si deve occupare di procurare coralli per le collane. Se non fa entrambe le cose - come non ha fatto - diventa elitaria e dispregiativa. [...]"

(Fonte: Il desiderio di essere come tutti, F.Piccolo, Einaudi Editore)

"Le Reproduction interdite", R.Magritte

lunedì 8 settembre 2014

FRA ECONOMIA ED ITALIA: ITALIANI (ANCHE) CAUSA DEL LORO MALE?

Nella situazione di stallo e crisi attuale sembrano essere troppe le condizioni capaci di porre vincoli pesanti e prepotenti alla ricerca di soluzioni adeguate a fronteggiare il tracollo socio-economico fino ad oggi maturato.
Alla crisi finanziaria si va sostituendo, lentamente ma non troppo, un momento nel quale l'economia è fortemente (ed irrimediabilmente) incrinata nelle sue componenti "reali": dalla disoccupazione all'assenza di inflazione, dal credito concesso ad imprese e persone fisiche, possono essere davvero troppe le conseguenze a cui questa prolungata "febbre" può condurre il "corpo" del malato-Italia.
Parte dei rimedi finalizzati ad una miglior ripresa vanno condivisi ed applicati su scala nazionale, laddove altr(ettant)i provvedimenti dovrebbero essere invece concertati prevalentemente su scala continentale: è ormai (pur)troppo evidente che il perdurare di questo declino sia un fattore attribuibile ad alcune prese di posizione assunte dalla politica. Politica a cui, inevitabilmente e senza colpo ferire, la tecnica è andata rigidamente dietro.
Mitigando, ove possibile ed ove concesso, i margini di questo aspro agire. Quali potrebbero essere le soluzioni ulteriori da adottare per alimentare una fuoriuscita dal contesto di crisi che pare attualmente non conoscere fine? A questa domanda, purtroppo ma anche per fortuna, non tutti possono rispondere con esattezza e competenza: per discuterne adeguatamente serve un'attenta ed approfondita conoscenza della materia economico-finanziaria, parimenti ad una rigida competenza nel definire condizioni al contorno e di possibile fuoriuscita.
Le misure da applicare per fronteggiare l'attuale periodo dovrebbero essere così innovative e cervellotiche da trovare?
In un contesto nel quale tecnica e competenza economico-finanziaria sembrano essere schiave della politica (integralmente votata a valutazioni sul breve termine), una domanda come questa potrebbe anche avere una risposta non complessa: non basta dire/scrivere che è semplicemente necessario rivedere ed applicare con intelligenza (?) i margini del Patto di Stabilità e Crescita imposti e sottoscritti dagli Stati Europei.
Non basta neppure (promettere di) proporre l'abolizione del pareggio di bilancio in Costituzione (dopo averla già in precedenza votata troppo frettolosamente), in quanto tale soluzione rischia di essere un tanto inutile quanto indigeribile palliativo per migliorare in positivo una situazione disastrosa. Non serve neppure affermare che le soluzioni sono facili da trovare e perseguire, smentendo a più riprese qualsivoglia tentativo di taglio allo stato sociale e/o alle condizioni di benessere (reale e percepito): è (pur)troppo evidente che, in condizioni di (imposta) rapidità politica, la spesa pubblica debba essere tagliata senza poter essere razionalizzata.
Questo è un aspetto su cui troppi filosofi del #cambiaverso di turno sembrano non aver riflettuto consapevolmente ed adeguatamente: la spesa pubblica, soprattutto in un'Italia che ha da sempre vincolato il "posto pubblico" alla ricerca di consenso politico, deve  poter essere riorganizzata al dettaglio sul lungo termine. Tutto questo, ovviamente, per (provare ad) impedire che tagli fatti oggi possano far sentire i loro tremendi effetti nel domani.
La questione è tanto semplice quanto, inevitabilmente (e forse irrimediabilmente) sottovalutata.
Parimenti alle ipotesi fatte, lo stallo e la crisi rimangono. Rimangono rischiando di innescare un circolo vizioso da cui è tanto difficile quanto complesso uscire. Difficile e complesso sicuramente, anche se non certo impossibile.
La ricerca delle soluzioni è un argomento complicato, specialmente per una politica nazionale che (come la nostra) sembra avere le "mani" legate da una serie di lacci che si è (auto)imposta di applicarsi: servono "riforme" per rassicurare investitori e stakeholders vari, servono politiche differenti di respiro tanto nazionale quanto continentale. Parte di questa tematica è stata affrontata, in maniera abbastanza pragmatica, da un'intervista recentemente concessa dal Governatore della Banca d'Italia Vincenzo Visco al giornalista de La Repubblica Federico Fubini.
Il margine di incertezza entro cui ancora sembra "ballare" lo Stato italiano è delineato dalle cosiddette "riforme", da condurre in porto (teoricamente) nel più breve tempo possibile (evitando di effettuare ennesimi compromessi votati a ribasso ed incuria, se possibile).
L'opinione del Governatore sembra essere a questo proposito tanto chiara quanto trasparente nella propria urgenza:

"[...] C'è una parte d'incertezza che dipende da noi  [...] e riguarda lo stato delle riforme. Bisogna che la progressione sia compresa e che l'insieme crei quella visione che serve per ancorare le nostre aspettative. [...]"

L'insieme di "riforme" da perseguire deve essere promosso provando ad innescare un circolo vizioso che conduca vari "utenti" a vedere migliorate (anche tangibilmente) le condizioni su una svariata serie di argomenti: dal lavoro alla giustizia, dal contesto infrastrutturale a quello della mobilità, dall'argomento burocratico a quello riguardante la flessibilità positivamente intesa, dalla progettazione industriale al rispetto delle regole in fatto di prevenzione da fenomeni legati a corruzione, [...].
Sono veramente tante (senza mai però diventare troppe) le "voci" su cui l'Italia potrebbe far sentire la propria voce.
Fare le "riforme" non deve significare, però, procedere  a tentoni o copiare modelli da Paesi che hanno compiuto certe scelte con condizioni interne radicalmente differenti dalle nostre ed in contesti storici assolutamente differenti da quelli attuali.
Preliminarmente all'approvazione delle "riforme", dovrebbe essere opportuno discutere di obiettivi e limiti a cui far tendere il raggiungimento del risultato finale: questo aspetto, specialmente nel contesto italiano, sembra mancare da troppo tempo.
L'applicazione di una "riforma" deve essere impostata per migliorare le condizioni nel domani, non certo per ridurre i "cunei" di carenza di credibilità ed imbarazzanti condotte odierni.
Analizzate e pensate per il domani, appunto.
Esulando da un fronte la cui discussione sembrano essersi tanto incancrenite quanto radicalizzate alla ricerca degli untori di turno, è lecito porsi qualche altra domanda per innalzare un pò più la complessità degli argomenti sul tavolo della discussione: quali misure può essere opportuno applicare in sede continentale per (provare a) innescare miglioramenti su dimensione nazionale?
Quali politiche di ampio respiro può promulgare una tecnica con le mani legate da una politica anestetizzata? L'intervista con il Governatore fa riferimento, in questa direzione, alle mosse promulgate dalla Bce in questo momento di stallo:

"[...] La Bce ha appena tagliato i tassi, ai minimi di quota zero, e varato un piano di acquisti di Abs, attività finanziarie basate su pacchetti di prestiti che le banche hanno esteso a famiglie e imprese. [...]"

Si sta quindi provando a riequilibrare le sorti dell'economia reale, perseguendo provvedimenti finalizzati al far riprendere consumi ed attività nella realtà odierna dei fatti? Domanda tanto complessa quanto forse impossibile da risolvere esaurientemente, per non competenti e non addetti ai lavori.
Quali fenomeni passati in sordina e nel silenzio collettivo potrebbero avere, in questa estate ma non solo, gettato qualche (ulteriore) ombra sulla sostenibilità delle attuali situazioni?
A questa domanda sembra rispondere, in maniera eloquente, il Governatore Visco:

"[...] Prima di tutto le informazioni di quest'estate. La continua discesa del tasso d'inflazione ha convinto dei rischi anche coloro che in passato erano rimasti scettici, non solo all'interno della Bce ma anche tra gli analisti privati. In buona parte dipende dalla discesa dei prezzi dell'energia, è vero. Ma è divenuto evidente il rischio che le aspettative d'inflazione cedessero, in risposta [...] alla debolezza dell'economia reale. [...]"

Da questo punto si dirama, inevitabilmente, il secondo punto oggetto delle attuali discussioni socio-economiche: l'azzeramento su scala sia nazionale che continentale dei livelli di inflazione. Tale problema si aggiunge ad un'economia già pesantemente incrinata fra recessione e stagnazione, causando un ulteriore aggravamento dello "status quo".
I tempi di fuoriuscita dalla crisi potrebbero essere tanto allungati quanto aggravati, qualora le situazioni continuassero a mantenersi sui livelli attuali. Le parole del Governatore non indirizzano certo verso una sotto-stima del fenomeno che già attualmente sembra essere in fase di maturazione e consolidamento:

"[...] Le stime ricavabili dagli strumenti finanziari suggeriscono che l'inflazione risalirà su livelli vicini al 2% solo in un orizzonte di sette o otto anni. [...] Bisogna tenere conto che la debolezza della domanda non riguarda solo i paesi più coinvolti nella crisi, ma è diffusa. Colpisce la Francia, la Germania stessa mostra difficoltà. Le previsioni di inflazione per il 2014 pubblicate dalla Bce a dicembre scorso indicavano per l'area dell'euro un valore dell'1,1%. [...] Ora le previsioni aggiornate dicono 0,6%, sempre per il 2014. [...]"

Qualora non fossero per tempo innescate certe prese di consapevolezza tanto radicali quanto ormai inevitabili, l'intero continente potrebbe precipitare in una (ulteriore) crisi dettata sostanzialmente dall'incapacità di agire. Crisi dettata da immobilismi vari e stalli imbarazzanti, purtroppo.
Il sostentamento dell'offerta di credito è un'attività da perseguire inaugurando politiche di "quantitative easing", già parzialmente sperimentate in altri Paesi in contesti sempre vincolati all'attuale crisi strutturale.
Per realizzare questa svolta servirebbero, però, una conoscenza (pro)positiva ed un'azione politico-tecnica condivisa e votata alla rapidità di manovra per scongiurare nuovi tracolli:

"[...] La decisione di accelerare e ampliare il programma di acquisto di Abs va nella direzione decisa a giugno di sostenere con forza l'offerta di credito. Ma come mostra anche il lancio di un nuovo programma di acquisti di obbligazioni garantite, non dovremo esitare a intraprendere altre azioni, se necessarie per garantire la stabilità monetaria. [...]"

La tematica è tanto complessa quanto impossibile da affrontare con giudizi sommari e con irrigidimenti "muscolari" nei confronti delle decisioni da prendere: le difficoltà sembrano essere veramente ingenti e ormai radicalizzate.
Lotta alla deflazione, ripresa dell'economia reale e garanzia della stabilità monetaria: sono questi i tre punti su cui pare lecito (e necessario) concentrare sforzi ed azioni per raddrizzarsi dal baratro? Domanda tanto giusta quanto incompleta, per una lunga serie di ragioni.
In questo fronte, inevitabilmente, ogni "attore" deve essere chiamato a fare la sua parte:

"[...] Le misure che abbiamo preso mirano a facilitare il finanziamento dell'economia, e gli acquisti di attività finanziarie basate su pacchetti di prestiti bancari alle imprese o alle famiglie vanno in questa direzione. Ma dobbiamo guardare anche alla domanda complessiva: questa va stimolata con un uso più accorto degli strumenti nelle mani delle autorità. La politica monetaria per quanto ci riguarda, la politica di bilancio e le riforme per quanto riguarda i governi. [...]"

La "palla" deve dunque passare ai Governi dei singoli Stati, indaffarati e/o impantanati in una crisi dalla complessità senza precedenti.
Su questo fronte, pertanto, è tanto necessario quanto doloroso analizzare i problemi che sembrano caratteristici del contesto italiano: esistono elementi che possono confermare uno stato di crisi che ha aggravato quella economica attualmente in corso d'opera?
Le colpe dell'attuale status quo sono tanto gravi quanto diffuse e vincolate a precedenti questioni non risolte. A questa questione sembra rispondere in maniera esauriente il Governatore Visco:

"[...] noi abbiamo un trend negativo più forte già da prima della crisi. Abbiamo un grave ritardo nell'aggiustamento ai grandi cambiamenti degli ultimi 20 o 25 anni: l'apertura dei mercati e la globalizzazione, la demografia, la tecnologia.
L'Italia ha fatto pochi investimenti per tener conto di tutto questo. Troppe imprese sono rimaste ferme nei vecchi modi di produrre.
Non tutte, ovviamente, non dobbiamo generalizzare. Ma il ritardo non è stato recuperato.
Poi si è sovrapposta la crisi del debito sovrano e i rischi connessi, ridotti anche con un aggiustamento di bilancio, severo, che ha contenuto il disavanzo e mirato a ripristinare la fiducia. A questo punto ci si poteva attendere una sorta di premio per i sacrifici, con il ritorno della fiducia e degli investimenti. [...]"

I mali italiani che hanno causato la crisi ed il suo perdurare sembrano essere anche (o soprattutto?) di matrice interna, affondando le proprie radici in anni di gran lunga "estranei" alla presente crisi. Gli elementi di incertezza e la lunga serie di mancanze italiane derivano da problemi strutturalmente diffusi su cui, in tempi non sospetti ma utili, nessuno pare aver voluto cercare rimedio alcuno. Indizi di questa tendenza provengono ancora dalle parole del Governatore Visco:

"[...] C'è un insieme di fattori: il livello del capitale umano nel Paese, insufficiente per cogliere il cambiamento, e le difficoltà di migliorare il sistema dell'istruzione; le carenze nella dotazione di infrastrutture; le forti inefficienze nell'amministrazione pubblica; le rigidità nella struttura produttiva. In un contesto economico-istituzionale inefficiente tutti rischiamo di finire per adeguarci [...] alla lentezza degli adempimenti burocratici. Anche quando sarebbe necessario muoversi in fretta. La diffusione della criminalità e della corruzione, l'evasione, la pressione fiscale elevata sono condizioni di fondo che scoraggiano dall'investire e aprire un'impresa. [...]
È un insieme di questioni che si riassumono in una sola: serve una chiara percezione del bene comune e una visione nitida del futuro del Paese, che riduca lo stato di incertezza.[...]"

Un tasto dolente su cui si è soffermata la precedente analisi riguarda, inevitabilmente, il livello di conoscenza ed approfondimento delle tematiche economico-sociali posseduto dall'italiano medio: sembriamo assolutamente inadeguati ed impreparati (seppur non nella totalità) a cogliere l'importanza e l'urgenza dell'attuale momento socio-economico, in quanto priv(at)i della necessaria dose di conoscenze e competenze funzionali alla definizione di politiche urgentemente votate alla ripresa. Da questo fronte, pertanto, emerge come la crisi attuale abbia (anche, non solo) una radicale ed incancrenita componente culturale.
Sullo sfondo concettuale restano, invece, tutti quei problemi a cui una politica vergognosa ed una tecnica derubricata ad esecutrice d'ordine non hanno saputo disarticolare per tempo: carenze infrastrutturali, lacune ambientali, rigidità nella struttura produttiva, inefficienza di economie ed Istituzioni, burocrazia lancinante e disastrata, [...]. Quali provvedimenti si potrebbero discutere in sede nazionale, esulando di affrontare nei dettagli quel "disegno organico" di riforme e (inevitabile) cessione di (ulteriore) sovranità nei confronti delle autorità europee?
E' su queste questioni che si gioca il futuro di un'Italia che deve forzatamente ritrovare (anche) da sola la forza per rialzarsi e fuggire da questo perdurante momento misto a stallo e declino. La sfida più grande e grave si gioca su questi binari.
Con o senza Euro(pa), i problemi radicalizzati ed incancreniti di questo Paese rimarranno tali.
Rimarranno tali anche senza analisi semplificatorie e semplificatrici, resteranno lì.
Fermi, immutati anche se non certo immutabili.
Italia ed italiani sembrano essere, su questo fronte, cause del loro stesso male e declino socio-economico. Per una lunghissima serie di cause che è impossibile sintetizzare.


Immagine tratta da: temi.repubblica.it - Micromega online

Per saperne di più: 

Intervista al Governatore Visco, La Repubblica, F.Fubini - 

domenica 7 settembre 2014

FRAMMENTI DI ARIA NUOVA, FRA (DIVERSA) POLITICA E FUTURO... #ARIANUOVA

"[...] Ed ogni avvenimento di fatto si traduce/ in tanti "sembrerebbe", "si vocifera", "si dice"/ con titoli ad effetto che coinvolgono la gente/ in un gioco al rialzo che riesce a dire tutto/ senza dire niente./ C'è un'aria, un'aria, ma un'aria che manca/ l'aria,/ C'è un'aria, un'aria, ma un'aria che manca l'aria.[...] Sarà una coincidenza oppure opportunismo/ intervenire se conviene forse una regola del giornalismo/ e quando hanno scoperto i politici corrotti/ che gran polverone, lo sapevate da sempre/ ma siete stati belli zitti. [...]"
("C'è un'aria", G.Gaber, cit.)

"La prima virtù della politica è di risolvere i problemi, non di parlarne."
(G.Vaciago, att.)

sabato 6 settembre 2014

ITALIA (D'ORO), FRA IERI ED OGGI...LE COLPE DEL DECLINO SONO COLLETTIVE?

"[...] Goffredo Parise, dal 1974 [...] tenne una rubrica di corrispondenza con i lettori del Corriere della Sera. Era una formula inconsueta, perché la rubrica era affidata una settimana a Parise e un'altra a Natalia Ginzburg. 
Tra le numerose [...] lettere, un giorno ne arriva una del signor Framarin, il sovrintendente del Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Scrive [...] in quanto concittadino, visto che è nato anche lui a Vicenza, e si lamenta del degrado delle prealpi vicentine. 
Ma soprattutto chiede aiuto [...] perché ha notizie certe che alcuni imprenditori hanno ottenuto le necessarie protezioni politiche per costruire nel cuore del Verena-Campolongo, 'la più ricca e integra ecologicamente di tutte le montagne che ho nominato', un hotel di lusso con piscina coperta e uno shopping center. Chiede a Parise di spendere qualche parola sulle loro montagne perché gli intellettuali non devono occuparsi soltanto di questioni generali ma anche di problemi specifici. 
La lettera [...] è un tipo di protesta piuttosto consueta, che viene rivolta a uno scrittore [...] con la certezza della condivisione. 
[...] il tipo di rimostranza di Framarin è quasi pleonastico, e sottintende: lei sarà d'accordo con me, i lettori [...] saranno d'accordo con me.
Cioè, le persone [...] colte, sensibili e civili non possono non condividere la mia protesta. 
Cioè [...]: c'è un'Italia che rovina, che colleziona danni [...]; e c'è un'Italia che assiste inerme a questi danni, se ne duole, scuote la testa inorridita.
Di lettere del genere Parise ne riceve tante. Decide di rispondere a questa perché è di un suo concittadino, e perchè [...] tocca un nervo preciso che permette allo scrittore di rispondere con la sincerità che si è dato come regola nell'accettare la rubrica. [...]
Ecco la risposta di Parise: 'Io non ricordo più quei paesaggi e quelle montagne, signor Framarin, io se potessi difenderei l'Italia intera perchè spero sempre nella sua unità, ma non posso andare contro la <forza delle cose>.
Né ricordo più la città dove sono nato, se non a vaghe luci, come in un sogno. 
Se ci torno fatico a ritrovare le vie. Né ricordo più l'Italia di venti-trent'anni fa.
E la colpa non è mia, ma della <forza delle cose> (la storia) che ha mutato profondamente il volto del nostro Paese.
Non ricordo e non voglio ricordare, per molte ragioni [...].
Prima fra tutte perché l'Italia di trent'anni fa è lontana, lontanissima, in tutti i suoi aspetti, politici, culturali, linguistici, fonici, agricoli, non soltanto paesaggistici; poi non la ricordo più perchè non voglio ricordare la mia giovinezza, perché essa non c'è più, scomparsa insieme a tutti quegli aspetti detti or ora; poi non la voglio ricordare [...] perché, la realtà del nostro Paese essendo profondamente mutata, sento la necessità di vivere oggi e non ieri; ancora non la voglio ricordare perché la conservazione del ricordo [...] è un dato al tempo stesso statico e regressivo che, in modo assolutamente certo, viene travolto dalla realtà [...] di oggi, quella in cui [...] siamo ancora impegnati a vivere. 
Infine non la voglio ricordare, non voglio ricordare quei monti, e quei boschi nella loro integrità, perché essi, nella realtà di oggi, l'hanno perduta.' 
Poi continua [...] lamentandosi insieme a Framarin di come gli italiani non amino l'Italia. 
Eppure [...] non accoglie mai la richiesta di solidarietà e continua a citare con energia ossessiva la <forza delle cose>: davanti alla quale non bisogna piegarsi [...], bensì accoglierla. 
Di conseguenza, Parise si carica addosso la responsabilità del presente, non lo scaccia come un'epoca medievale; sente il dovere di caricarselo, lo guarda direttamente, visto che vive - vuole vivere - ora, e quindi lui c'entra con quello che accade ora. 
Parise insomma dice [...] due cose piuttosto sorprendenti: non vuole in nessun modo partecipare al lamento reazionario della tensione verso il passato; e sta partecipando al presente così com'è. [...]
Parise, con insofferenza non nascosta, chiede a se stesso, più che al lettore, di prendersi la responsabilità pratica della collettività, e respinge la responsabilità pratica di lanciare un appello contro un hotel con piscina coperta, soprattutto perché al contrario di ciò che afferma Framarin, non è una richiesta specifica; ma è una difesa generica [...] a favore della bellezza di tutte le montagne e a sfavore di tutti gli hotel con piscina coperta. 
E' un modo di cercare complicità chiara in opposizione alla forza delle cose. 
Nella sostanza, Parise è disposto a prendersi carico anche, se necessario, dei difetti degli italiani.
E, nel caso specifico, dello scempio.
O forse, ancora di più: è disposto ad ammettere che né lui né il signor Framarin possono tirarsi fuori e guardare da lontano e giudicare gli italiani con sdegno. Ma anche loro, in qualche modo, con percentuali sia pure molto basse, c'entrano qualcosa.
In pratica, suggerisce Parise, non accettiamo di starcene lì seduti, inermi, a deplorare e a non ricordare di aver fatto parte di un mondo migliore che non esiste più; anche se dovessimo pensare che quel mondo che non esiste più era migliore.
Ma è più vitale, ed è più utile, il desiderio di far parte di un mondo fragile, peggiore [...], pieno di problemi complessi ma che fa parte del presente. 
E in cui siamo impegnati a sentire la necessità di vivere oggi e non ieri. La necessità di liberarci del lutto. [...]"

Fonte: "Il desiderio di essere come tutti", F.Piccolo, Einaudi Editore


venerdì 5 settembre 2014

COSA È LO STATO, CITANDO ANGELO VASSALLO... #NONDIMENTICARE

"[...]Lo Stato siamo noi. Sono i paesi che fanno il Paese: la vera ricchezza è il luogo in cui si vive. 
La malattia della politica è la lontananza dalla nostra comunità e dalla operosità delle nostre donne e dei nostri uomini.[...]"


martedì 2 settembre 2014

A PROPOSITO DI INGEGNERIA... #FRAMMENTIDALPASSATO #INGEGNERIAUMANISTICA

"Il miglior modo per ottenere che un ingegnere risolva un problema è dichiarare che il problema è insolubile. Nessun ingegnere può abbandonare un problema insolubile finché non è risolto." (S.Adams, cit., 1996)

"Per un genitore è importante capire che suo figlio più ancora che un ingegnere o un medico, 
deve saper diventare un uomo.
(P.Angela, cit., 1973)

"Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza. 
Quelli che s'innamoran di pratica senza scienza son come i nocchier ch'entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada. 
Sempre la pratica deve essere edificata sopra la bona teoria.
(Leonardo Da Vinci, cit.)