martedì 25 febbraio 2014

FRA GOVERNO, "DISCIPLINA" DI PARTITO E VOLONTA' DI NON ADEGUARSI: QUALI RAGIONI POSSIBILI?

Dopo la presentazione di una mozione di fiducia conseguente ad un piano di intenti che richiederebbe spese prossime a 100 miliardi di Euro senza adeguate coperture economiche, il Governo Renzi inizierà presto il suo operato.
Di fronte a tante (ennesime) promesse, nonostante tutto, si attende una prova dei fatti che potrebbe essere davvero l'ultima occasione per la politica per provare a raddrizzare la propria "barra" di credibilità.
Condizionale d'obbligo, viste le incoerenze e le premesse.
La ripresa economica rischia di essere ancora troppo timida, per risollevare l'infinita mole di problemi che ha l'Italia; (forse) anche in virtù di questo (ed anche grazie all'appoggio di certi poteri?) questo Governo ha il dovere estremo di mantenere tutte le promesse fatte nelle molte dichiarazioni di intenti.
Quanto pesa al negativo il fatto di aver costruito un nuovo Governo partorito, nei fatti, da una maggioranza già precedentemente congelatasi ed (auto)esoneratasi dal compiere scelte al tempo stesso radicali e radicalmente urgenti?
Quanto peseranno al negativo le vicende "di Palazzo" che hanno condotto alla formazione di questo Governo, specialmente a seguito delle (non troppo) lontane dichiarazioni dell'attuale Presidente del Consiglio?
A prescindere da queste e molt(issim)e  altre domande, purtroppo, il (mancato) sostegno a questo Governo sembra essere divenuta solo ed esclusivamente una questione di tifo: si può essere solo "a favore" o "contro", a prescindere da qualsivoglia possibile analisi su cifre, fatti ed intenti di cambiamento promulgati.
Qualsiasi tentativo di razionale approccio alla discussione rischia di essere bollato come inadatto, inadeguato, populista, [...]. Il presente schieramento di maggioranza è inevitabilmente figlio di una serie di compromessi ed assurde logiche sottese che, a prescindere dall'ottimismo sfrenato dei discorsi dell'attuale Premier, potrebbero non tardare a manifestarsi.
Nonostante qualsivoglia analisi razionale ed obiettiva, il tempo presente sembra essere troppo urgente per potersi dilungare in dibattiti (pur)troppo vuoti e privi di consistenza.
Così come certi conflitti di (malcelato) interesse sono ormai troppo evidenti, è al tempo stesso vero che molte altre soluzioni non sembra(va)no percorribili con questa presenza parlamentare.
Basterà davvero cambiare una singola persona, la quale si è assunta tutta la responsabilità conseguente ad un (più che eventuale) fallimento?  Sarà veramente sufficiente aver cambiato solamente la "testa" di un pesce puzzolente per cambiarlo e rinnovarlo radicalmente?
Ad ora, purtroppo, chi voleva rottamare si è circondato da potenziali rottamati, consegnandosi anch'egli ad un futuro da "incorente rottamando". I cambiamenti in corso dovranno essere governati con una straordinaria dose di competenza, capacità e "spazio d'azione": l'aver conservato una maggioranza così esigua ed eccessivamente eterogenea rischia di incrinare e limitare fortemente l'ultima variabile fra quelle precedentemente elencate.
Si spenderanno parole su un semestre europeo di Presidenza, senza però dilungarsi in termini reali sulla possibilità di rivedere certi "vincoli" che la stessa Europa ci ha visto approvare (troppo tacitamente) in tempi non sospetti: possono essere davvero risolti tutti i mali durante questi fatidici sei mesi, dopo anni di crisi mordente e tragicamente sottovalutata?
Le domande sembrano essere infinite ed infinitamente prepotenti, in tutta la loro urgenza: si potrebbe parlare o scrivere ancora dei troppi argomenti non sfiorati, dei troppi compromessi inseguibili sul profilo dei diritti civili, dell'impossibilità di disporre di risorse adeguatamente elevate da mantenere le promesse assunte, dell'eccessiva confusione definita sin dall'inizio fra le "trame" dell'attuale Governo, della (solo apparente?) incompetenza di certi Ministri collocati per "equilibrismo da Cencelli" in dicasteri (pur)troppo sottovalutati, [...].
Per farla breve, insomma, sembrano essere troppe le "ombre" e troppo poche le "luci".
In mezzo alla marea di perbenismo e nel mezzo dell'osannazione continua, purtroppo, mantenere una barra dritta ed una propria dose di spirito critico potrebbe rivelarsi una missione tremendamente difficile: rischiano di piovere attacchi, sia da una parte che dall'altra. Quasi come se, appunto, si potesse essere consapevolmente favorevoli o contrari a prescindere dall'analisi oggettiva dei fatti.
Nonostante questa calma apparente, purtroppo o per fortuna, le opinioni di qualche dissidente sono fortunatamente emerse; sul contributo dei Deputati e Senatori contrari e/o scettici sulla formazione e sui contenuti del presente Governo si è detto moltissimo: rischio di espulsione dal Partito di appartenenza (Partito Democratico, per la "maggioranza" dei casi riscontrati), voglia e/o desiderio di sovraesporsi per prendersi il proprio quarto d'ora di celebrità, populismo dilagante, [...].
Troppe sono state le illazioni e, purtroppo, troppo poche le reali volontà di indagare attraverso reali valutazioni di (potenziali) criticità: è questione di "fiducia", appunto.
Chi non vota la mozione di fiducia è fuori, sia dalla Maggioranza che dal proprio Partito di "appartenenza".
Da questo punto di vista si sono diramati, purtroppo, altr(ettant)i giudizi contrastanti su coloro che avevano manifestato una anche banale forma di dissenso: contaminazione da "poltronismo", incapacità di credere in un progetto diverso, incoerenza di fondo, [...].
Sembra essere, a prescindere dalle mode del momento, questa la questione principale su cui la politica ed il sistema partitico dovrebbero intavolare una seria e competente discussione: come definire ed eventualmente rinnovare la cosiddetta "teoria del dissenso"?
Può un Governo figlio di manovre "di Palazzo" ed occulti rimpasti essere passivamente accettato da elett(or)i, in virtù della giusta tesi secondo cui la democrazia italiana di stampo parlamentare può legittimare a priori un Governo solo in Parlamento? A domande come questa, la cui risposta leggendo il testo Costituzionale può essere scontata, risponde un disagio immane che sembra essere assolutamente giustificabile.
Questo malessere deriva, più che probabilmente, da un cortocircuito che ha portato la politica ed i Partiti ad essere visti come i soli colpevoli dell'attuale disastro in cui è stato fatto piombare questo Paese, senza dubbio fra i più belli del mondo. Troppe cose non sono andate come avrebbero dovuto, troppi problemi sono stati nascosti come polvere sotto tappeti divenuti, nel tempo, sempre più gonfi e lacerati.
I contrapposti principi base che vincolano un eletto ad attenersi alle decisioni maturate a seguito di una discussione (quando si ha la fortuna di farla) del proprio Partito sono essenzialmente due:

  • decisioni maturabili a seguito dell'Articolo 67 della Costituzione Italiana, secondo il quale "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato";
  • decisioni maturabili a seguito dell'implicita fedeltà al Partito: per farla breve, se non concordi con le decisioni collegialmente prese puoi accomodarti alla "porta"  ed uscire pena probabile espulsione.

Questi due principi sono agli opposti di chi sostiene od è contrario ad ogni possibile decisione politica presa (più o meno) a qualsiasi livello: è puntualmente difeso da chi governa e da chi è maggioranza, è regolarmente attaccato da chi fa opposizione (salvo poi imporre logiche simili internamente).
La discussione più grande dovrebbe essere svolta ricordando quel principio riassunto ottimamente da Walter Tocci nel libro "Sulle orme del gambero", richiamante in maniera largamente più consistente e bella le tematiche di fondo esposte nel secondo punto dei precedenti. Il fine della Politica e del libero associarsi in Partiti è infatti riassumibile attraverso il principio di fondo riportato nel seguito:

"[...] Nel mondo antico da cui provengo la disciplina non era un vincolo regolamentare, ma un atto spirituale: il senso nobile di sacrificare il proprio punto di vista a favore di un pensiero collettivo che si fa azione; anzi di più, una terapia antinarcisistica che regala la forza di trovarsi insieme agli altri a cambiare il mondo. [...]"

In un momento di evidente cortocircuito istituzional-economico-sociale-[...], il "cambiare il mondo" è venuto meno.
Chi ha provato a cambiare davvero inseguendo il "senso di disciplina" estremo è oggi percepito come complice dei distruttori.
Chi ha contribuito a sacrificare il proprio punto di vista a favore di un pensiero collettivo ha (pur)troppo spesso contribuito a generare un'azione negativa o negativizzante.
La ridefinizione della "teoria del dissenso", in un momento di tremenda crisi, dovrebbe essere una questione prioritaria su cui discutere. Astenersi favorevoli e contrari a prescindere, ovviamente.
E' anche grazie a queste logiche se, nell'oggi, siamo (purtroppo) davanti ad un cumulo di macerie fumanti.



mercoledì 19 febbraio 2014

FRA ARIA, NUVOLE E "GIUDIZI UNIVERSALI"...CITANDO SAMUELE BERSANI


"Troppo cerebrale per capire/ che si può star bene senza/complicare il pane [...] 
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo/ e quando dormo/ taglia bene l'aquilone,/ 
togli la ragione e lasciami sognare,/ lasciami sognare in pace./ 
Liberi com'eravamo ieri,/ dei centimetri di libri sotto i piedi/ 
per tirare la maniglia della porta e andare fuori [...] 
Troppo cerebrale per capire che si può star bene/ senza calpestare il cuore/ 
ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi/ come sulle aiuole. [...] 
sono una nuvola,/ fra poco pioverà/ 
e non c'è niente che mi sposta/ o vento che mi sposterà [...]"

martedì 18 febbraio 2014

SE POTESSI FARE UNA RIFORMA AL MESE... #RENZILAVORASUICONTENUTI

Le roboanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio incaricato (e/o Segretario nazionale del Pd?) Matteo Renzi hanno fatto il giro di mass-media e mezzi di informazione: 

"[...] Ho ricevuto l'incarico di provare a formare il nuovo governo, ho accettato con riserva, con la responsabilità e il senso della rilevanza di questa sfida. Ho ringraziato il Presidente e gli ho assicurato che metterò tutto l'impegno e l'energia di cui saremo capaci in questa sfida difficile.
Il Presidente mi ha rappresentato in modo compiuto e articolato l'esito delle consultazioni, che è quello di un allungamento di questa legislatura. [...] A febbraio riforme costituzionali, a marzo lavoro e occupazione, ad aprile la riforma della pubblica amministrazione e a maggio la riforma del fisco. [...] Lavoreremo sui contenuti. [...]"

La parte più importante del discorso svolto ieri a margine delle consultazioni con il Presidente della Repubblica è stata pronunciata fra le ultime parole spese: "Lavoreremo sui contenuti". 
E' di contenuti che questa Italia (e questi italiani) ha(nno) più bisogno, non certo di hashtagda gettare fra le "forche caudine" di un Paese assetato di futuro e salvezza. 
Tutto ciò sembra acquistare ulteriore considerazione se si vuole guardare alla coerenza di certe proposte quali, ad esempio, quella dell'ormai troppo famoso #cambiaverso: la manovrache ha condotto l'attuale Premier incaricato a formare il nuovo Governo sembra essere infatti degna di ben altre m(om)enti della Repubblica. 
Per il prossimo esecutivo, infatti, sembra prospettarsi un futuro difficile per i primi mesi in cui, per bocca dello stesso Premier, sarà necessario occuparsi di (quasi) tutte le emergenze di questo Paese; basteranno 30 giorni esatti per chiudere l'argomento "riforme costituzionali", ne serviranno altri per elaborare provvedimenti impostati su "lavoro e occupazione". Solo dopo, invece, si risolveranno le questioni "pubblica amministrazione" e "fisco". 
A fronte di queste dichiarazioni, purtroppo, continuano a sorgere sempre le stesse identiche domande: sarà veramente così facile rivoluzionare l'Italia con provvedimenti specifici in un tempo così breve? 
E' veramente possibile raddrizzare il destino (inevitabile?) dell'Italia con provvedimenti che, in uno scenario normale, riuscirebbero a produrre risultati concreti e (pro)positivi solo sul medio-lungo termine?
Che ruoli potranno avere la concertazione con altre forze e schieramenti, in ottemperanza alla necessità di dover procedere in maniera così spedita? Si potrebbe sostituire l'aggettivo "spedita" con "sbrigativa", qualora  dovesse essere più che evidente il (legittimo) sospetto di tremenda faciloneria nel gestire la delicatezza di un incarico simile?
Sembra infatti (pur)troppo evidente che, nonostante slogan e proclami, l'entità dei problemi effettivi da risolvere rimanga troppo grande per poter essere gestita con provvedimenti "da calendario". 
Qualche "osservazione" in controtendenza con gli osannamenti attuali (e tremendamente tristi) è definibile a partire da una serie di dati e numeri con cui è essenziale dover "far di conto":
  • Riforma del Lavoro ed Occupazione: la riforma del lavoro, collegata strettamente alla realizzazione di alcuni provvedimenti volti a creare le condizioni per sbloccare domanda ed offerta di lavoro, deve intersecarsi in un orizzonte che tenga conto dei profili socio-economici caratteristici del sistema italiano. Su questo fronte, pertanto, sembra impossibile promuovere provvedimenti che vadano ad incidere concretamente nel breve. 
La conferma principale di questo campo può arrivare, nei dettagli, dallo svolgimento di una minima analisi economica del cosiddetto Jobs Act promosso dal Segretario Pd ed attuale Presidente del Consiglio incaricato. 
I costi al netto dell'architettura complessiva di tale provvedimento oscillano, secondo stime più o meno attendibili, ad una cifra compresa fra 18 26 miliardi di Euro: in altre parole, pertanto, si parla di cifre uguali o superiori all'1,125% dell'intero PIL italiano. 
Non è definitivamente chiarito se queste siano spese da sostenere strutturalmente od una tantum, ma poco importa in un momento di tremenda congiuntura economica come quello attualmente "in corso d'opera". 
Un piano così rilevante ed ambizioso dal punto di vista economico (l'impatto reale e la sostenibilità sociale sono tutte da verificare) non potrebbe purtroppo essere realizzabile appieno in un contesto di risorse carenti. 
Le argomentazioni che si nascondono dietro a tale affermazione sono fondate e legate a vincoli di vari(egat)a natura: scarsità di fondi strutturali, impossibilità ad ottenere la necessaria dose fondi comunitari, impossibilità di affrontare contemporaneamente un piano di sostegno al reddito e lotta alla disoccupazione, [...]. 
Il recente passato, da questo punto di vista, conferma l'insostenibilità di proposte politiche con impatti economici largamente inferiori a quello previsto dal "Jobs Act": si guardi, per citare un esempio fra i molti possibili, all'utilizzo delle cosiddette "clausole di salvaguardia" impiegate per colmare gli eventuali gap potenzialmente riscontrabili nel reperimento effettivo delle risorse previste. Guarda anche all'occhio critico di chi pone domande simili, la politica#hashtag? Dalle cronache recenti, non sembra possibile dare una risposta affermativa a questa domanda. I soli punti realmente concretizzabili nel mese di lavoro potrebbero essere quelli sostenibili seguendo la logica dell'impatto zero, purtroppo.
E' davvero possibile strutturare un "Jobs Act " a costo zero od almeno a "saldi invariati" nel rispetto degli equilibri(smi) di bilancio a cui è costretto lo Stato italiano?
Qualora la risposta a queste domande fosse negativa, moltissime voci del piano lavoro non sarebbero neppure lontanamente applicabili. Nell'ordine di proposta, è possibile scrivere che: 
  1. Energia: impossibile ridurre in maniera cospicua il costo dell'energia per le aziende medio-piccole;
  2. Tasse: possibile veramente contrarre l'IRAP del 10% su scala nazionale, come previsto dal testo licenziato in origine dalla Segreteria del Pd?
  3. Azioni dell'agenda digitale: l'affermazione di un processo digitale prevede giocoforza la necessità di creare un "terreno" favorevole dentro cui procedere a "semina normativa". L'Italia è un Paese ancora sideralmente distante alla "concorrenza" extra-nazionale rispetto a tematiche come queste: prima dell'agenda digitale servirebbe intraprendere spese cospicue per l'avvio di procedure di "digitalizzazione nazionale";
  4. Azioni operative per la creazione di posti di lavoro in settori strategici: dentro questacornice si muovono molti dei possibili provvedimenti applicabili in termini reali, quali ad esempio culturaturismoagricolturagreen economyedilizia (settore tragicamente falcidiato durante l'attuale crisi). L'impatto di "suggerimenti normativo-procedurali" non sembra particolarmente sufficiente all'innesco di provvedimenti destinati ad impattare radicalmente sulle politiche occupazionali;
  5. Assegno universale per chi perde il posto di lavoro: il riordino complessivo del sistema di tutela occupazionale disegna la necessità di reperire risorse notevoli e, fino ad oggi, troppo difficili da reperire.
Questi punti sono solo alcuni dei "fattori di rischio" che è essenziale tenere sotto controllo per favorire il "lavoreremo sui contenuti" rispetto alla (pur)troppo nota politica degli slogan e degli annunci. 
E' possibile proseguire una prima analisi delle "riforme mensili" continuando con l'elenco riportato nel seguito:
  • Riforma del fisco: la necessità di riformare concretamente il fisco è subordinata alla necessità di reperire in breve tempo fondi notevoli annualmente tolti dalle casse dello Stato: è implicito, in questi termini, il richiamo al bilancio desumibile da evasione fiscalecorruzione
Le stime (realmente attendibili e fondate?) descrivono di cifre superiori ad oltre 100 miliardi di Euro: possibile parlare di radicale riforma del fisco a fronte di carenze così tremende, tremendamente evidenti e terribilmente non arginate per tempo? Sembra impossibile inaugurare un #cambiaverso su questo fronte, purtroppo.
Sembrano essere troppe le condizioni al contorno che continuano a "remare" in senso opposto ad ogni possibile positiva intenzione. 
Dovrebbe essere anche essenziale tenere conto del mancato apporto di risorse future, a seguito del tracollo occupazionale a cui il sistema socio-economico italiano è andato incontro da troppi anni a questa parte; basti pensare all'andamento dell'impiego in questo ultimo periodo:
  1. Disoccupazione "globale" in Italiaottobre 2012 11,2% circa ottobre 2013 12,5% circa;
  2. Disoccupazione giovanile in Italia2006 22% circa 2013 (ott) - 41,2% circa.
Quante possibilità vi sono, nel concreto, di abbassare il costo del lavoro innescando eventualmente politiche strutturali volte alla redistribuzione delle risorse? A domande come queste dovrebbe essere urgenti fornire risposte altrettanto argomentate ed imponenti. Condizionale d'obbligo...e di hashtag
Altri discorsi sarebbe possibile promuovere a corredo del capitolo "Pubblica Amministrazione", definendo quale linea tendenziale assumere per razionalizzare costi e minimizzare sprechi: perseguire la politica dello spot od inaugurare una proposta tecnico-politica basata sulla reale necessità di ottimizzare il funzionamento della "macchina statale" a più livelli. 
Sul capitolo "riforme istituzionali", infine, si è detto e discusso moltissimo: la necessità di "aggiornare" lo Stato è un tentativo da non confondere con la "possibilità" di smantellare l'architettura costituzionale prima ed istituzionale poi. Il recente passato richiama indizi a sostegno di questa tesi, purtroppo. 
Richiamando i contenuti nel dettaglio, aderendo ad una serie di specchietti illustrativipresentati nel numero odierno de La Repubblica, è possibile scrivere quanto segue per i (presunti) provvedimenti attualmente in fase di stima e definizione:
  1. Tasse:
  • Piano di fedeltà fiscale, rivolto al recupero di 30-35 miliardi di gettito evaso (pagamenti tracciabili con tetto di 500 Euroestensione di modalità di pagamento elettronico,fattura  elettronica in contratti fra aziendedichiarazione patrimoniale estesa a contribuenticoordinamento stretto fra guardia di Finanza, Agenzia delle Entrate ed Equitalia);
  • Detassazione Irpef per i redditi medio-bassi: previsto taglio di circa 50 Euro/mese per  chi guadana meno di 2mila Euro/mese. Costo previsto di 8-10 miliardi, finanziabili attraverso il recupero di gettito evaso;
  • Taglio IRAP del 10%, da finanziare con aumento delle tasse sulle rendite finanziarie (inasprimento Tobin Tax?).
2. Il lavoro:
  • Contratto unico a tempo indeterminato per i neoassunti: per i primi tre anni niente tutele previste da articolo 18 decontribuzione dell'impresa;
  • Flessibilità contrattuale solo per esigenze produttive: allargamento delle tutele damalattia maternità;
  • Sussidio di disoccupazione universale, affiancato ad obbligo di seguire corsi di formazione per poter essere adeguatamente ricollocati;
  • Riforma dei centri per l'impiego, coordinati ed indirizzati da un'Agenzia Unica Federale. Previsto anche obbligo di rendicontazione per le spese sostenute, per formazione ed introduzione di standard di prestazione;
  • Provvedimenti legislativi su rappresentanza sindacale: ad ora voce non meglio specificata. 
3. Dipendenti pubblici statali
  • Valutazione dei risultati in base agli obiettivi misurabili fissati: il mancato raggiungimento degli obiettivi comporta il licenziamento del dirigente competente;
  • Eliminazione della figura del dirigente con contratto a tempo indeterminato: provvedimento da assumersi a tutti i livelli del settore pubblico;
  • Pubblicazione on-line di ogni atto della Pubblica Amministrazione;
  • Semplificazione amministrativa su procedure di spesa;
  • Centralizzazione di strutture di supporto;
  • Allargamento del perimetro Consip: ridefinizione delle modalità di acquisto di beni e servizi. 
Alla luce delle considerazioni svolte, pertanto, è possibile trarre una prima conseguenza logicamente radicale per le politiche del futuro Governo Renzi: a riforma radicale può corrispondere un costo notevole.
Gli ostacoli da abbattere per concorrere alla realizzazione di una politica omogenea e funzionale all'ottenimento di benefici sembrano essere moltissimi, siano essi di natura economica o di matrice finanziaria: è soprattutto su questo campo che si deve giocare la "sfida" prevista da chi ha detto di voler inaugurare una nuova epoca con il #cambiaverso? A complemento di questa domanda sembra sia necessario aggiungere l'ammontare complessivo (e sul cui beneficio dovrebbe essere costruito un collettivo dibattito) dei costi derivanti dagli accordi europei sottoscritti senza colpo ferire dal Parlamento italiano nella precedente Legislatura. 
Su questo fronte sarà necessario adoperarsi per concorrere allo sblocco (totale o parziale) dei vincoli che, ad oggi, sono per l'Italia intera ben più di un cappio al collo; è spontaneo riportare la citazione da un articolo recente pubblicato da Il Messaggero

"[...] Siccome «il toro va preso per le corna» [...] la battaglia per superare il vincolo del 3 percento nel rapporto deficit-pil - «Solo così possiamo ridare fiato all’Italia» - battendo i pugni sul tavoli di Bruxelles e di Berlino è quella su cui Renzi è deciso a giocarsi tanto. Sa che non sarà facile.
Ma sa anche che su questo «dovremo andare avanti come tori» - ed è confermato per ora il suo viaggio a Bruxelles per la prossima settimana - perché i cittadini si sentono strozzati dal rigorismo «stupido» e l’atteggiamento della Germania è quanto di meno popolare quaggiù.[...]"

Sembra essere su questa strada piuttosto forzata la necessità di imprimere una svolta radicale alle politiche europee, non solo nel banale semestre di presidenza fino a poco tempo fa spacciato come rimedio ad ogni male possibile. Niente di più sbagliato, vorrebbe poter dire il buonsenso.
Allo stesso modo è illusorio rapportare il campo delle battaglie ad una discussione votata alla ridefinizione e (ri)discussione del 3% di deficit annuo da non sforare: cosa ne rimane degli accordi da mantenere in merito al sottoscritto "Fiscal compact", giusto per fare un esempio?
L'avanzo di bilancio da destinare annualmente alla riduzione del debito pubblico sembra essere, ad oggi, un obiettivo raggiungibile solo al costo di perpetuare lo smantellamento del sistema sociale e del welfare nazionale. 
Sarebbe possibile vedere soprattutto su questo "campo" un netto e radicale #cambiaverso?
A questa e moltissime altre domande avrà il dovere di rispondere, con competenza e pragmatica fretta, il futuro Presidente del Consiglio: basterà aver cambiato una sola persona per (ri)avviare  i circoli virtuosi necessari a far migliorare nuovamente questo Paese? A chi basterà? Mercati e/o editori? Poteri forti e/o cittadini? 
I "compagni" di maggioranza saranno infatti i medesimi, reduci da un processo di "restrizione di (larghe) intese", mentre l'orizzonte della Legislatura è passato da "emergenziale" a "costituente". 
Il respiro da dare al prossimo mandato governativo dovrebbe guardare, per ammissione dello stesso Renzi, all'orizzonte del(l'ancora lontano2018: si tratta questo di un obiettivo realistico?
Stanti le condizioni pre-esistenti e tutt'ora vigenti, sembra un traguardo arduo e "difficile" da raggiungere. 
A voler essere ovviamente ottimisti. 
A ritmo di "una riforma al mese", forse, progetti ed idee concrete potrebbero esaurirsi presto: si dovrebbero superare, così procedendo, le 40 riforme complessive. A quando un pò di riposo istituzionale?
Scherzi a parte, purtroppo, le difficoltà sembrano essere allo stato attuale enormemente maggiori delle opportunità. Riemergono, su questo fronte, le inconsapevoli ma (forse) profetiche parole di Fabrizio Barca, ex-Ministro alla Coesione Territoriale del Governo presieduto da Mario Monti: 

"[...] tra 30 giorni, quando si capisce che non c’è niente, il Paese dà di testa."

Il "niente" risuona emblematico, visti i tempi attuali...alla fine resterà un vuoto clamoroso (ma non difficilmente pronosticabile?) all'interno della chiosa finale "Lavoreremo sui contenuti"?

Fonte immagine: theformgroup.com - Ricerca Google

Per saperne di più:

"Renzi, la road map: una riforma al mese", L'Unità 

"Programma Renzi, lavoro: a marzo il “Jobs act”, contro riforma Fornero.", Leggioggi.it

"Jobs Act, ecco il testo del piano lavoro di Matteo Renzi.", Leggioggi.it

"Il Jobs Act di Matteo Renzi: il lavoro che verrà (forse!)", Leggioggi.it

"Il Jobs Act punto per punto: costi e omissioni del piano di Renzi.", IlFattoquotidiano.it

"I conti in tasca al 'Jobs Act' di Renzi", keynesblog.com

"Siete pronti al salasso del Fiscal Compact?", formiche.net

"Renzi, subito la scossa: jobs act e battaglia sui vincoli Ue.", ilmessaggero.it

"Corruzione, Ue all’Italia: “La vostra norma non basta. E stop leggi ad personam”",Ilfattoquotidiano.it

"Clausola di salvaguardia: dal 2015 disposto l'aumento dell'accisa su benzina e gasolio.",directio.it

"Clausola di salvaguardia: aumenti acconti IRES ed IRAP ed accise sulla benzina.",ateneoweb.com

"Governo: Impegno Italia, risorse 32,5 mld. A taglio costo lavoro 19 mld.", asca.it

domenica 16 febbraio 2014

FRA ILLUSIONE E REALTA'...POSSIBILE QUALCHE RICHIAMO ALL'ATTUALITA'?


"Gli uomini seguono soltanto chi regala loro illusioni. 
Non ci sono mai stati assembramenti intorno a un disilluso.
(Emil Cioran, cit.)

sabato 15 febbraio 2014

FRA IDEE POLITICHE E SOCIETA': QUALI (NUOVI) PARADOSSI PER LA "RES PUBLICA"?

"[...] La politica è un'attività d'insieme che riguarda il governo d'intere collettività.
La si potrà specificare rispetto ai diversi ambiti in cui si applica: politica interna, estera, economica, sociale, culturale, ecc. Ma queste partizioni sono elementi di un'attività pratica [...] riguardante l'insieme, il cui governo sta [...] sulle spalle dei 'politici'.
'Tu ed io, caro amico - scriveva John Adams a Thomas Jefferson [...] - siamo stati inviati al mondo in un tempo in cui avrebbero voluto vivere i grandi legislatori dell'antichità.
Ben pochi della razza umana hanno mai avuto l'opportunità di scegliere un governo per sè e i figli, più di quanta ne abbiano avuta di scegliersi l'aria, il suolo o il clima.'
La libertà della politica, in nome della quale si progettano riforme e si preparano rivoluzioni sociali, nasce precisamente da questo presupposto: che la politica e i politici possano governare le condizioni d'esistenza della società e quindi abbiano potere nello stabilire i caratteri di queste ultime. [...]
si pensi [...] alla definizione di politica e di politico che valeva nell'antichità [...].
La politica si definiva la cura (della felicità) dei cittadini e il buon politico era paragonato al medico che guarisce le malattie, al nocchiero che governa con perizia la sua nave, [...].
Quali sono, in questi casi, le idee che muovono tutta questa gente, governanti compresi? [...]
Quando si usano immagini di tal tipo [...] abbiamo a che fare con idee classificabili in quelle della 'mente che risolve'. Secondo ciò che si pensa nel mondo moderno [...] le idee politiche sono il prodotto della 'mente che progetta'.
Per gli antichi, i problemi erano 'dati' e occorreva risolverli; per i moderni, il compito è innanzitutto quello di porre i problemi, per poi risolverli. La politica è attività progettuale.
Il più grande 'progetto' è la costituzione politica, cioè l'organizzazione della vita sociale secondo ideali generali, riversabili nella pratica del governo.
Per questo, le  idee esclusivamente mitiche e le utopiche non appartengono al pensiero di chi opera politicamente.
Ma tutte le altre, sì: il progetto, per tradursi in pratica, ha bisogno di idee che risolvono problemi, alla luce del progetto; le idee che risolvono, a loro volta, hanno bisogno di idee che conoscono e organizzano le conoscenze in concetti, categorie astratte.
Il compito del progetto è unificare, in una visione d'insieme, la particolarità degli elementi che lo compongono.
L'errore capitale di ogni politico è il difetto di analisi, cioè l'ignoranza delle situazioni condizionanti che trasforma il progetto in utopia velleitaria.
Ora [...] il tempo che viviamo è quello della moltiplicazione degli elementi, fino alla loro frammentazione infinitesimale. Ogni elemento si presenta con le sue caratteristiche, irriducibili [...].
Le scienze naturali hanno scomposto il mondo [...] in elementi minimi che ci conducono vicini al nulla che precede la realtà. Le scienze sociali, sulle quali le idee politiche si appoggiano, a loro volta hanno spezzato le visioni d'insieme delle società. [...]
Oggi [...] le categorie generali della soggettività sociale si sono sbriciolate in mille frammenti che pongono domande alla politica e attendono risposte differenziate.
Le visioni d'insieme arrancano. Le ideologie [...] sembrano cose d'altri tempi. [...]
Ciascuna categoria, frammentata a sua volta fino all'individuo con i suoi problemi personali, si rivolge alla politica, pone le sue domande e la costringe ad arrancare. [...]
Come può la politica tenere insieme tutto questo?
La società si è frammentata e così rischia di mandare in frantumi il quadro d'insieme.
La politica retrocede e, con essa, le idee progettuali, che della politica sono l'alimento.
Esse lasciano il posto alle idee 'problem solving', che tamponano le situazioni critiche.
Le idee che si propongono di cambiare il quadro entro il quale quelle situazioni si sono prodotte non hanno corso.
Non è un caso che i Governi politici cedano il passo a Governi tecnici, ora in forma manifesta, come in Italia, ora in forma appena dissimulata, come in altri Paesi d'Europa.
Ci troviamo in questa condizione: la nostra vista si è fatta [...] acutissima, quanto ai particolari, ma siamo ciechi di fronte a ciò che li dovrebbe tenere insieme, cioè a ciò che è generale.
Ridare vista alla politica: questo dovrebbe essere il compito.
Riacquistare la vista coincide col rincominciare a parlare di idee politiche, cioè di idee  generali e progettuali.
Si dirà: non c'è forse [...] un'idea politica, anzi un'ideologia che domina le società del nostro tempo, condiziona i governi, rende necessaria la loro azione e l'indirizza, chiede ai cittadini sacrifici pesantissimi, come sotto una legge di necessità? Certamente c'è.
Ma è un'idea impolitica: l'assolutezza della legge del mercato, anzi: dei mercati globalizzati, dove il legislatore che ha posto questa legge cogente s'è nascosto nell'invisibilità, nell'incontrollabilità, nell'inevitabilità, cioè nella sfera della necessità o del destino.
Ma questo non è politica: è il contrario della politica, così come la concepiamo: la sfera delle scelte.
Se la possibilità delle scelte non c'è, siamo fuori della politica o, almeno, della libertà politica. [...]"

Fonte: "Fondata sulla cultura - Arte, scienza e Costituzione", G.Zagrebelsky, Vele - Einaudi Editore



giovedì 13 febbraio 2014

FRAMMENTI DI DEMOCRAZIA "AD RENZIAM"

Sulle gesta dell'onnipresente (ed onnipotente?) Segretario del Partito Democratico Matteo Renzi si è detto e scritto molto. Non si contano le frasi ed i #cambiaverso che in questi mesi hanno infiammato un dibattito tanto importante quanto (s)vuot(at)o di contenuti importanti e funzionali alla risoluzione dello stato di emergenza che devasta e continuerà a devastare questa Italia.
Qualche esempio utile? Si guardino alle citazioni riportate nel seguito:

"[...]Questa storia che io sono contro Letta è una barzelletta perfetta. Se Letta fa bene - e io lo spero - l'Italia sta meglio. E io prima di essere sindaco e candidato, sono cittadino italiano e voglio che Letta faccia bene. [...]"
(Fonte: http://www.corriere.it/politica/13_luglio_05/renzi-governo-letta-faccia-contenti-italiani-non-schifani-brunetta_e9fa8534-e59c-11e2-8d17-dd9f75fbf0e3.shtml)

"[...]Renzi infine manda un messaggio a Letta [...]: «Non sto facendo tutta questa manfrina per fregare Letta. Lanciamo l’hashtag : #enricostaisereno, nessuno vuole prendere il tuo posto». Ma le critiche rimangono: «In questi nove mesi non si sono fatti passi avanti sulle riforme».[...]"
(Fonte: http://www.lavocedivenezia.it/2014/renzi-incontra-berlusconi-ma-rassicura-letta-enrico-stai-sereno-nessuno-vuole-il-tuo-posto/)

"[...]"Il mio augurio è che Renzi diventi premier attraverso l'investitura popolare. In questa fase abbiamo, però, la necessità di procedere speditamente sul piano delle riforme sulle quali il partito è unito".[...]"
(Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2014/02/09/Boschi-Renzi-premier-voto-popolare_10040856.html)

"[...]Renzi ha assicurato il sostengno a Enrico Letta nel suo tentativo di fare il nuovo Governo.  "Ieri sera ho avuto modo di dire - spiega - che il massimo servizio che può fare una città come Firenze è sostenere un premier pisano. Battute a parte, il suo è un tentativo che io e la mia amministrazione sosterremo. Saremo al suo fianco perchè quando si sta 60 giorni senza Governo e le aziende chiudono, compito della politica è trovare delle soluzioni" . E ancora: "Ora arriva il momento nel quale gli auspici devono diventare realtà. Chi ha il coraggio delle proprie azioni deve arrivare in fondo, non deve disertare".[...]"
(Fonte: http://firenze.repubblica.it/cronaca/2013/04/25/news/renzi_al_25_aprile_sosterremo_letta-57426793/)

In una Politica funzionale al cercare mezzi ed idee per la risoluzione di un'emergenza socio-economica, la coerenza politico-programmatica dovrebbe essere la priorità più alta da inseguire.
Condizionale d'obbligo, ovviamente.
Così come dovrebbe essere imperativa la necessità di inquadrare la Segreteria di un Partito come un fine a cui arrivare e non come un mezzo per accelerare la salita verso nuovi e più rilevanti traguardi.
In una Politica consapevole della necessità di doversi mettere "al servizio" della società (nonostante gli infiniti controesempi possibili) dovrebbe essere urgente e prioritaria la necessità di mantenere fede agli "accordi" con cui si sono vinte delle competizioni politiche.
Nonostante tutte le possibili eccezioni ed argomentazioni apportabili al dibattito, è più che mai urgente constatare (una volta di più) quello che sembra rivelarsi ormai come un vero e proprio dato di fatto: nell'Italia di oggi riescono a realizzarsi tutte le possibili forme di barzellette perfette. Senza alcuna (apparente?) eccezione.
Dopo troppo tempo caratterizzato da un'imbarazzante "tira e molla", all'insegna del "Cado anch'io? No tu no", sembra essersi realizzata (in senso contrario?) quella strada che la politica dell'hashtag ha consegnato ad Italia ed italiani:

"[...] Non faremo processo al governo, ma siamo in condizioni di aprire una pagina nuova. [...] La direzione del Pd ringrazia il premier per il notevole lavoro svolto alla guida del governo. [...] La strada delle elezioni ha una suggestione e un fascino. [...] L'altra, quella di un nuovo governo, è una scelta azzardata ma può avere senso se hai il coraggio di dire alle realtà europee che l'obiettivo è il 2018 con riforme elettorali, costituzionali ed il tentativo di cambiare le regole a partire da una burocrazia opprimente.[...] Se l'Italia chiede un cambiamento radicale o questo cambiamento lo esprime il Pd o non lo farà nessuno. Vi chiedo tutti insieme di uscire dalla palude. [...]"
(Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2014/02/12/Letta-Renzi-nulla-fatto-Posizioni-restano-distanti_10060410.html)

Attraverso quali "toni" ed utilizzando quali "modalità" sarebbe possibile giudicare e giustificare un #cambiaverso così estremo? Si potrebbe dare la colpa all'esercito di [sostantivo inutilizzabile] che ha appoggiato "senza se e senza ma" una candidatura leaderistica, prepotentemente ad-personam senza compiere la sufficiente "dose" di discorsi e  ragionamenti attorno a quella "palude" da cui oggi sembra essere impellente uscire.
Si potrebbe dare la colpa ad una certa classe politica inconcludente, imbarazzante ed inadatta (ad essere leggeri) che non ha saputo addossarsi per tempo la responsabilità di migliorare concretamente questa Italia: se così fosse stato, forse, quella che oggi è una "palude"  sarebbe stata (forse) un acquitrino od un estinto macero.
L'orizzonte 2018, ancora più complicato se si osserva ai "compagni" di viaggio con cui dover condurre il percorso, sarebbe da imbastire attraverso una serie di profond(issim)i e ragionevoli dibattiti attorno a temi, tragedie e problematiche concrete.
La strada percorsa per arrivare fino ad oggi, infatti, è stata "forgiata" da una lunga serie di tentativi di risoluzione che, per il Partito Democratico in primis, sono stati imbarazzanti (quasi) sempre con il senno di poi.
Prima è servito votare qualcosa per "senso di responsabilità", poi è stato urgente approvare ancora manovre lacrime e sangue all'insegna del motto "Ce lo chiede l'Europa".
Se l'Italia di allora (e di oggi?) fosse stata assimilabile ad un libro, si sarebbero potute leggere troppe pagine di infinite "lacrime e sangue". Non molto tempo fa, purtroppo, di nessuna "pagina nuova" era lecito parlare e/o discutere: divieto di ritrattare i margini e le definizioni di austerità, inneggiamenti al populismo nei confronti di chi lanciava la necessità di rivedere concretamente accordi e trattati europei, impossibilità di affrontare nel concreto tematiche legate a questione infrastrutturale (implicito richiamo al partito unico del "si deve fare perchè si deve fare"), impossibilità di effettuare stime reali e realmente operative per quantificare tematiche afferenti a tutela ambientale e dissesto idrogeologico, impossibilità di proporre all'attenzione del dibattito (da locale a nazionale) progetti reali per rivedere burocrazie, costo del lavoro, [...].
Le tematiche non si sprecano, in un'Italia che appare devastata e distrutta in molte delle sue fibre.
Sia ora, dunque, di inaugurare questa "pagina nuova".
Un premier partorito dalle "larghe intese" e da una legge elettorale indegna è stato sfiduciato e fatto deporre dal proprio Partito di maggioranza, dopo i consueti ringraziamenti per il "notevole lavoro svolto alla guida del Governo". Non molto tempo fa, in linea con le tendenze, erano sembrate notevolmente differenti le argomentazioni attribuibili all'operato del Governo oggi lasciato deperire "a comando":

"[...] Ho detto oggi a Letta che da Sindaco, da militante democratico ma soprattutto da cittadino spero che prevalga l'interesse del Paese. E continuo a fare il tifo per un Governo solido che faccia bene per le famiglie, per le imprese, per l'Italia. Tutto il resto lo lascio ai professionisti della chiacchiera. [...]"
(Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-01/renzi-garantisce-lealta-letta-173602.shtml?uuid=AbgeKnhI)

Oggi, in corrispondenza della "pagina nuova" da inaugurare, i citati "professionisti della chiacchiera" ritengono forse giusto ed opportuno interrogarsi sulla validità e sulla consistenza della (non?) proposta fatta.
Quello che era stato definito come un "Governo solido" si è trasformato in un Governo liquefatto, con la stessa velocità con la quale era stato (dopo intese 'discutibili') costruito.
Nonostante tutte le possibili (e giustificabili) opinioni, sembra essenziale concentrarsi su fatti reali per giustificare un'evidente urgenza ed un #cambiaverso così repentino (ma non inaspettato).
Quali sono le condizioni per inaugurare questa "pagina nuova"?
Basta davvero cambiare una sola persona per far svoltare in positivo un Paese?
A domande come queste sarebbe massimamente urgente rispondere, non solo votando (e facendo votare) un documento dall'assai dubbia validità (ma dalle elevatissime formalità e banalità): quali risorse serve davvero smobilitare per migliorare sia l'economia che la società?
Da dove si potranno prendere i fondi necessari a far crescere questo Paese?
Queste e moltissime altre domande importanti sarebbero da considerare, soprattutto alla luce del fatto che era (fino a poco tempo fa) lampante la mancanza di risorse con cui contribuire a raddrizzare la "zattera-Italia" sperduta in un oceano di "tagli necessari" e "spese pazze" da dover limare ad ogni costo.
I tentativi di rispondere a questioni simili erano stati chiari sin da quando, non troppo tempo fa, si era proposto di provare ad analizzare le potenziali "spending review" funzionali al reperimento delle risorse necessarie per ottenere la crescita e la salvezza dell'Italia dal default social-economico-finanziario: piano Giarda, piano Giavazzi, piano Bondi, proposte dei "saggi", piano Cottarelli.
Ad ogni piano è stato fatto corrispondere un "superesperto" o "supercommissario" addetto all'inquadramento di possibili "voci di spesa" da tagliare: senza alcun esito utile, se è stato realmente necessario imprimere questa svolta per inaugurare la "pagina nuova" tanto desiderata.
Basta cambiare una persona sola per salvare l'Italia dal non-lontano default?
Basta cambiare una persona sola per limare e ridiscutere la soglia del 3% del deficit, pensata secondo teorie economiche da alcuni definite improvvisate?
Basta cambiare una sola persona per trovare le risorse necessarie per ottemperare agli accordi annuali presi con l'Europa e che hanno (fino ad oggi) scongiurato il commissariamento effettivo da parte dell'ormai mitologica Troika (quello ufficioso sembra essere già in corso da tempo)?
Basta cambiare una sola persona per reperire i miliardi di Euro necessari a riequilibrare le sorti del Paese sotto i "profili" del dissesto idrogeologico e della problematica sismica?
Basta cambiare una persona sola per trovare le "giuste leve" con cui stimolare un abbassamento del costo del lavoro ed un aumento della qualità della vita?
In altre parole, pertanto: è davvero sufficiente cambiare una sola persona per cambiare verso al Paese?
Se a problemi tragici e (all'apparenza?) tragicamente complessi esistono soluzioni facili e (all'apparenza?) tremendamente semplici, dovrebbe essere opinione diffusa l'aver perso in questi anni troppo tempo utile.
Non servivano manovre "lacrime e sangue", non serviva approvare la "riforma Fornero" così in fretta da generare la questione degli esodati, non serviva limare il numero di posti-letto negli ospedali per effettuare tagli alla spesa pubblica, non servivano "supercommissari" di dubbia provenienza.
Non sarebbe servito fare nulla di tutto questo, se la soluzione fosse stata sin da subito così tremendamente vicina e raggiungibile. Basta davvero cambiarne uno solo?
Nel caos di intenti odierno, le impressioni spacciabili come risposte a queste domande sembrano definire ben altri contorni: l'aver forse corso troppo, per fini che ancora non sembrano essere molto chiari.
La politica del #cambiaverso, oggi forse definitivamente inaugurata, sembra aver delineato un percorso forzato e fatto di una legislatura "costituente" da mandare avanti attraverso delle "larghe intese" ristrette dopo un lavaggio sbagliato. Qualsiasi giudizio dovrebbe essere subordinato alla valutazione di un attento piano economico-finanziario, necessario a comprendere gli interventi che sia possibile e realistico fare.
Qualunque intervento dovrebbe essere fatto svincolandosi il più possibile, anche se praticamente impossibile, dall'adorazione di volti e dal fanatismo più sfrenato.
Quanto al (probabile) futuro Premier, invece, sembra risuonare adatta una massima proveniente da una famosa canzone dell'italiano Caparezza:

"[...] mi contraddico/ facilmente/ ma lo faccio così spesso/ che questo fa di me una persona coerente/ ed ho tanto da dire/ perché ho poco da fare [...]"

Non è forse il massimo per inaugurare una "legislatura costituente" ed una "pagina nuova", si sa.
Sempre ammesso che il proponente non abbia una bacchetta magica con la quale poter risolvere ogni possibile problema.

Per saperne di più:
"Coerenzi", http://www.ciwati.it/2014/02/12/coerenzi/







mercoledì 12 febbraio 2014

A PROPOSITO DI SCRUTATORI NON VOTANTI, IN UN TEMPO INSTABILE...


"Lo scrutatore non votante/ è indifferente alla politica [...] è come un ateo praticante/ seduto in Chiesa alla domenica/ si mette apposta un pò in disparte/ per dissentire dalla predica.
Lo scrutatore non votante/ è solo un titolo o un immagine/ per cui sarebbe interessante/ verificarlo in un'indagine.[...] Lo scrutatore non votante/ è come un sasso che non rotola [...] 
Lo scrutatore non votante [...]ha collegato la stampante/ ma non spedisce mai una lettera/ 
si è comperato un mangia-carte/ per sbarazzarsi della verità./ Lo scrutatore non votante/ è sempre stato un uomo fragile/ poteva essere farfalla/ ed è rimasto una crisalide [...]"

lunedì 10 febbraio 2014

"FONDATA SUL LAVORO", LA SOLITUDINE DELL'ARTICOLO 1

Poche parole potrebbero essere più chiare di quelle contenute nell'Articolo 1 della Costituzione Italiana:

"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione."

Cosa ne rimane dello Stato italiano se manca tutto ciò che ha a che fare con la parola lavoro?
Quali sono state le origini che hanno portato alla scelta di questo primo articolo come criterio fondante del testo che (dovrebbe) regola(re) da sempre il funzionamento dello Stato italiano?
L'importanza di domande come queste è chiara sin dall'anticipazione del breve testo "Fondata sul lavoro - La solitudine dell'articolo 1" scritto da Gustavo Zagrebelsky e pubblicato da Vele - Einaudi Editore:

"[...] Unico tra i diritti, il diritto al lavoro è esplicitamente enunciato tra i principi fondamentali della Costituzione.
La politica deve essere condizionata al lavoro e non il lavoro alla politica.
E' bene ribadirlo, oggi, mentre è in corso il rovesciamento di questo rapporto. [...]"

Il rovesciamento del rapporto fra lavoro e politica sembra essere infatti un punto (pur)troppo dolente di questi ultimi tempi: quanto hanno saputo "limare" al mondo del lavoro le decisioni assunte dalla politica e dalla tecnica a sua stretta dipendenza esecutiva?
Basti pensare, stando agli ultimi tempi, all'impatto avuto sull'economia reale di riforme troppo frettolosamente messe in campo, come quella delle pensioni passata alle cronache come legge Fornero: varata in tempi brevissimi per allontanare dall'Italia il rischio di un (ancora troppo) probabile default, ha lasciato in "eredità" al Paese la tragica situazione degli esodati.
Come poter discutere di una tematica terribilmente complessa come quella del lavoro, senza scindere da essa la correlata questione dei diritti?
In un momento socio-economico nel quale, nonostante i troppi appelli multiverso, il baratro non sembra essere ancora sufficientemente lontano, è lecito e doveroso interrogarsi su questioni simili.
Dalla tematica del lavoro dipendono e discendono una grandissima serie di argomenti, tutti essenziali per contribuire al futuro di uno Stato: stabilità economica, assenza di conflitti sociali, progresso ed incremento delle conoscenze solo per citarne alcuni dei possibili.
Nonostante le tragiche difficoltà contemporanee resta, per fortuna o purtroppo, un successivo articolo a garanzia e tutela (solo teoriche?) dell'uguaglianza su cui dovrebbe fondarsi uno Stato di diritto:

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."

Tale contesto, richiamante l'Articolo 3 della Costituzione Italiana, dovrebbe prevedere la necessità di impostare ed attuare una serie di misure volte a ridurre e/o minimizzare le conseguenze negative attribuibili, da ultimo, alla crisi economico-finanziaria che sembra arrivare solo adesso ad un punto di "stallo".
In altre parole, per farla breve, sarebbe necessario adoperarsi al meglio per far sì che nessuno rimanga indietro.
L'argomento del lavoro è infatti strettamente correlato anche al pieno sviluppo della persona umana e all'effettiva partecipazione all'organizzazione politico-economica dello Stato.
Quanto tali tematiche siano tutte strettamente correlate ed intimamente importanti è cosa riportata nella presente opera dallo stesso autore Zagrebelsky:

"[...]basta aprire la nostra Costituzione all'Articolo 1 per vedere  quanto lungo sia stato il cammino [...] compiuto: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro."
A questo ha condotto l'ascesa delle masse popolari, cioè del mondo del lavoro, alla vita politica e l'accesso alle Istituzioni. In una parola, c'è stata la diffusione della democrazia, sia nella sua dimensione politica che in quella sociale. Il riconoscimento del lavoro come fondamento della "Res publica", cioè della cosa o della casa comune, significa compimento di un processo storico d'inclusione nella piena cittadinanza. [...]"

L'importanza dell'argomento lavoro è chiara sin dal primo momento, leggendo fra le pagine della Storia: da quando è stato possibile capire che tale parola era da porre al centro di ogni possibile agenda politico-programmatica?

"[...]La vigente Costituzione rappresenta un momento della lunga storia del costituzionalismo moderno, una storia che ha inizio con la Restaurazione liberale, dopo la Rivoluzione e l'età napoleonica.
L'ideale del costituzionalismo è senza tempo: istituzioni libere e garanzia dei diritti, con ciò che ne consegue: rappresentanza politica entro la separazione dei poteri, legalità e garanzia dei diritti, habeas corpus, tribunali indipendenti, libertà di stampa e libera formazione della pubblica opinione.
Ma la storia del costituzionalismo è fatta di sviluppi a partire da quel nucleo: acquisizioni e ampliamenti, frutti di aspirazioni intellettuali, quando esse siano divenute obiettivi di lotte sociali. [...]"

Le fatiche compiute per (provare a) collocare la parola lavoro al centro della Storia hanno prodotto rovesciamenti nella complessa tematica della res publica, perseguendo al contempo finalità positive e propositive:

"[...]Il riconoscimento del lavoro come fondamento della res publica, la cosa o la casa comune, significa compimento d'un processo storico di inclusione nella piena cittadinanza, durante il quale non si è verificato alcun ribaltamento dei rapporti di classe: inclusione non rivoluzionaria, conformemente alla logica dello sviluppo storico del costituzionalismo, una dottrina che aborre i rivolgimenti, mentre è aperta all'evoluzione per acquisizioni cumulative, cioè evoluzioni. [...]"

I giochi di equilibrismo tattico che hanno portato alla definizione della parola lavoro come pilastro dello Stato italiano hanno riguardato le più svariate e possibili argomentazioni: dalla Repubblica da affidare "alla classe lavoratrice" alla mancanza di equilibrio assegnata da regimi economici di tipo "collettivistico".
Il lavoro che appare nel precedentemente citato Articolo 1 risponde al concetto esplicato nel successivo Articolo 35 riportato nel seguito:

"La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero."

Si è quindi pervenuti alla nozione generale costituzionale della parola lavoro.
Dalla nozione generale si è successivamente pervenuti, per varietà ed inevitabile vastità di campi ed argomenti, alle molte nozioni particolari soggettive settorizzate sulla base delle situazioni e delle esigenze di tutela che ne derivano: sicurezza, dignità, salute, stabilità, retribuzione, [...].
Dalla disamina razionale e ragionata dell'opera è possibile concepire l'insieme di valori sia sociali che politici attribuibili all'argomento del lavoro, è possibile richiamarsi all'opportunità di definire qualitativamente quali "tipi" e "forme" di lavoro sia possibile costruire e strutturare per alimentare la "base viva" di uno Stato.
Le relazioni del mondo del lavoro dovranno successivamente essere opportunamente istituzionalizzate, al fine di poter introdurre alcuni elementi necessari a renderlo operativo nell'ambito di una società al tempo stesso civile e civilmente ordinata: sarà questo il caso del contesto richiamato dagli Articoli 39 e 40.
Si avrà, pertanto, la possibilità di affermare il campo del lavoro come un diritto costituzionalmente garantito e/o da garantire anche in condizione di crisi economica?

"[...]Il 'fondata sul lavoro' è dunque formula pregnante, nella quale convergono e si compongono i numerosi elementi della cosiddetta 'costituzione economica'. Si comprende [...] che tutto sarebbe stato vano se il lavoro, il bene-lavoro, non fosse un diritto e fosse invece una semplice eventualità, oppure una concessione, un favore da parte di chi può disporne. Come si potrebbe 'fondare la Repubblica' su un'eventualità, un favore e non su un diritto? [...]"

Da ultimo ma non in ordine di importanza, oltre alla tematica del lavoro come diritto, sembra opportuno ricordare alcuni rovesciamenti che questo argomento ha riscontrato, specialmente in anni di crisi:

  • capovolgimento n°1: problematica della decostruzione della parola lavoro, correlata al tracollo di cardini guida quali unitarietà e generalità;
  • capovolgimento n°2: squilibrio ormai manifesto (ed irrecuperabile?) nel rapporto fra economia reale ed economia fittizia, sotto totali controllo e subordinazione della parola mercati;
  • capovolgimento n°3: superamento del cortocircuito verificatosi fra campi quali lavoro, politiche del lavoro, procedure politiche ed economie da controllare;

Oltre rovesciamenti e capovolgimenti rimane, comunque, la necessità di fornire risposte concrete alle moltissime domande ed ai molti possibili bisogni della "base" italiana.
Quali piani per il lavoro sarebbe possibile mettere concretamente in campo, compatibilmente con la necessità di sforare gli ormai celebri (ed inutili?) conti in ordine?
Quali leve è possibile spingere per (ri)attivare un virtuoso rapporto fra economia reale ed economia fittizia?
L'equilibrio della triade economia, cultura e politica dovrebbe essere essenziale saldo, al fine di poter meglio delimitare criticamente metro e misura con cui (provare a) rilanciare una questione così tremenda e terribilmente complessa.

Fonte testo: "Fondata sul lavoro - La solitudine dell'Articolo 1", G.Zagrebelsky, Einaudi Editore


sabato 8 febbraio 2014

ALLA RICERCA DI UN EQUILIBRIO, INSEGUENDO TROPPE GENERAZIONI SENZA VOLTO...


"Ho visto/ la gente della mia età andare via/ lungo le strade che non portano mai a niente,/ 
cercare il sogno che conduce alla pazzia/ nella ricerca di qualcosa che non trovano/ 
nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate,/ 
dentro alle stanze da pastiglie trasformate,/ lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città,/ 
essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà [...] Mi han detto/ che questa mia generazione ormai non crede/ in ciò che spesso han mascherato con la fede,/ nei miti eterni della patria o dell' eroe/ 
perchè è venuto ormai il momento di negare/ tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, [...] Ma penso/ che questa mia generazione è preparata/ a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,/ ad un futuro che ha già in mano,/ a una rivolta senza armi [...]"


giovedì 6 febbraio 2014

A PROPOSITO DI CAPOVOLGIMENTI...CITANDO ZAGREBELSKY

"[...] Si dice [...] che l'attività economica si è oggi spostata dalla cosiddetta 'economia reale' alla 'economia fittizia', l'economia finanziaria.
Questa seconda, in una specie di sortilegio, mira a produrre denaro dal denaro, attraverso transazioni finanziarie a cascata [...] che generano però quelle che si chiamano 'bolle speculative', scoppiate o in attesa di scoppiare in giro per il mondo.
[...] l'economia reale può produrre lavoro e stabilità sociale; quella fittizia, no.
Sottrae risorse al mondo del lavoro, produce instabilità sociale e favorisce i pochi signori della finanza, fino a quando non saranno anch'essi travolti, e noi con loro ma prima di loro, da un sistema privo di fondamento.
Essa dirotta le risorse finanziarie là dove conviene, al fine di riprodurre e ingigantire se stessa e i suoi attori [...].
Questa finanza 'mangia' l'economia reale, l'indebolisce, è nemica del lavoro.
Perfino nelle difficoltà dell'economia reale s'avvantaggia.
Le crisi finanziarie che s'abbattono sui conti degli Stati non sono eventi della natura [...].
Sono prodotte dagli interessi finanziari medesimi e sono certificate da agenzie indipendenti solo in apparenza, in un colossale conflitto (o [...] in una colossale connivenza) d'interessi.
Che cosa ha prodotto [...] il 'risanamento finanziario' che il mondo finanziario internazionale chiede agli stati, come condizione dei loro investimenti?
Chiede 'riforme'.
E queste riforme a che cosa hanno portato?
Finora, a contrazione dell'economia reale, a crisi delle imprese, a diminuzione dei posti di lavoro, al peggioramento delle condizioni dei lavoratori, a emarginazione del lavoro femminile, a riduzione delle protezioni sociali.
Sono conseguenze congiunturali, come pensa chi crede che al 'risanamento' seguirà una seconda fase di sviluppo, oppure sono conseguenze strutturali di un'economia controllata da una finanza finalizzata a se stessa?
Bisogna dire con chiarezza: la finanza come mezzo e come fine, e non come mezzo al fine dell'economia reale, è nemica della Costituzione, oltre che nemica dei popoli su cui si abbatte la sua speculazione.
La speculazione finanziaria - che sia legale o illegale, che usi mezzi [...] puliti o tossici, che usi il denaro dei risparmiatori prudentemente o imprudentemente, nell'interesse loro o nell'interesse proprio, che manovri proventi da attività lecite, illecite o addirittura criminali: [...] è comunque interessata a non costruire stabilmente, ma a sfruttare l'instabilità.
L'instabilità di economie regionali, per chi si muove sul mercato globale, per le operazioni puramente finanziarie è un'opportunità (salvo per le rovine che lascia dietro di sè).
La finanza che genera lavoro s'è trasformata in finanza che lo distrugge.[...]"

(da "Fondata sul lavoro - La solitudine dell'articolo 1", G.Zagrebelsky - Vele, Einaudi Editore)




martedì 4 febbraio 2014

"IMPRESA IMPOSSIBILE": COMBATTERE PER VINCERE LA CRISI?

Quante e quali cose possono essere definibili in questa Italia utilizzando le due parole "impresa impossibile"?
E' impresa (quasi) impossibile trovare lavoro con un certo tipo di percorso formativo, potrebbe essere impresa (quasi) impossibile avere un'occupazione coincidente con un monotono (cit.) posto fisso.
Potrebbe essere un'impresa impossibile ottenere crediti e prestiti da parte di istituti bancari, dovrebbe non essere un'impresa impossibile vedere una politica nazionale porre al centro della propria agenda programmatica la tutela e la salvaguardia di pilastri (troppo) sottovalutati quali ambiente e territorio.
Potrebbe essere un'impresa (pressochè) impossibile formarsi adeguatamente per amministrare e/o comprendere la complessità del sistema socio-economico-politico-ambientale-infrastrutturale-[...] per poter provare a cambiare o migliorare qualcosa, sia esso piccolo o grande.
Potrebbe essere un'impresa impossibile avere stipendi più alti, potrebbe essere un'impresa impossibile (nonostante tutti i possibili messaggi simil-elettorali) abbassare notevolmente cuneo fiscale e costo del lavoro.
A prescindere dalle possibili interpretazioni, purtroppo, questa Italia sembra essere nel complesso un fedele ritratto di una grandissima "impresa impossibile".
Sembra essere per troppi un'impresa impossibile costruirsi un futuro o, addirittura, viversi un presente alla larga da problemi e/o instabilità capaci di minare equilibri e consapevolezze.
Lo Stato attuale ha consegnato alle cronache della storia un Paese privo di equilibrio, afflitto da problemi finanziari divenuti forse troppo elevati per poter essere arginati e disinnescati in maniera permanente.
L'Italia è una terra che frana alla prima pioggia "di troppo", un Paese che salta per aria in troppe zone al primo terremoto: in poche parole, purtroppo, sembra essere un'impresa impossibile plasmare un Paese sicuro (ed al sicuro) da emergenze di tipo ambientale, idro-geologico e sismico.
Terra di impossibilità ed instabilità, dunque.
Su questo fronte, per fortuna o purtroppo, è evidente quanto la crisi sia stata semplicemente una sorta di causa scatenante votata al manifestarsi di una lunga serie di eventi per troppo silenziati e/o non adeguatamente ponderati.
Come potrebbe essere l'Italia del futuro, qualora problemi come questi dovessero incrementarsi ed aggravarsi?
Le previsioni, inutile scriverlo, non sono per niente buone. Nonostante un giusto (o giustificabile) pessimismo di fondo, vale davvero la pena arrendersi e non fare niente per denunciare e provare a cambiare le cose?
A questa e moltissime altre possibili domande cerca di rispondere "Impresa impossibile", primo libro del giornalista Corrado Formigli ed edito da Strade blu - Mondadori.
Il concetto con il quale guardare ai contenuti di questo testo dovrebbe, però, richiamare e ricalcare la grande ambivalenza e le grandi opportunità legate alla strutturazione della parola crisi.
Richiamando quanto attribuito in tempi non sospetti (ma straordinariamente attuali) da Albert Einstein, sarà possibile scrivere quanto riportato nel seguito:

"Non possiamo pretendere che  le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione  per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.
La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla  notte oscura.
E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi  supera sé stesso senza essere ‘superato’. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza.
L'inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.
Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo.
Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare  per superarla."

Parole come queste fanno capire che, volente o nolente, una prima forma di crisi è stata per l'Italia determinata dalla colpa di non aver mai ammesso una necessità urgente di risolvere problemi mai approfonditi e sbrogliati come matasse solo apparentemente irrisolvibili.
Parimenti al contrastante lato della parola crisi, sembra essere opportuno evidenziare lo scopo fondamentale definito nel libro in questione:

"[...] Sono tante le facce di italiani perbene che mi tornano in mente.
Facce stravolte, voci strozzate, gesti duri. I tartassati della crisi, quelli presi a calci dalle Istituzioni e dalle banche. I piccoli e medi imprenditori onesti sono i nuovi eroi italiani [fra gli altri possibili, nda].
Mai avrei pensato di scriverlo. E dedicare loro il mio primo libro.
Raccontando otto imprese eccezionali nel cuore della recessione.
Al di là della retorica del padroncino spolpato da Equitalia, nel crac italiano di questi mesi c'è anche molta improvvisazione, tanta cialtroneria. [...]
La crisi sta facendo selezione, liberandoci di chi è inadeguato a stare sul mercato, dei mille furbetti che sono rimasti immeritatamente a galla nella grande palude.
La crisi inghiotte le nostre imprese a ritmi impressionanti, e nel caos  muoiono i sani e i malati.
Ma se vogliamo raccontare cosa c'è domani, non possiamo fermarci ai defunti.[...]
per come siamo messi oggi, il pessimismo è un sentimento onesto.
E non è con l'ottimismo elettorale che ci caveremo fuori dai guai.
Però limitarsi a raccontare chi è caduto e chi cadrà non basta più. [...]
ho preso la macchina e percorso il nostro Paese da Nord a Sud.
Imbattendomi nell'Italia che ci crede, nonostante il vento cattivo che soffia contro.
Le persone [...] in queste pagine sono generose, creative, orgogliose ed egocentriche.
Ho cercato prodotti speciali, visioni curiose, intenti maniacali.
Ho trovato imprenditori geniali. Incazzati, disillusi e un pò folli, però mai stanchi di provarci.
C'è un filo che lega tutte le storie: il talento incredibile delle donne e degli uomini che hanno portato al successo le loro imprese. Per opporsi al declino, hanno sviluppato la fantasia ed il senso di comunità.
Riuscendo a moltiplicare i fatturati in situazioni disperate.
E dimostrando che in Italia la crisi si può ancora vincere. [...]
Che solo coinvolgendo i giovani nelle aziende si possono tenere accesi sogni e desideri.
Perchè non può esserci impresa impossibile senza  umanità. [...]"

Leggere e sentire di certe storie stona con quell'atmosfera da perenni sabbie mobili che in questo Paese sembrano dominare ed ingoiare qualunque intento, voglia positiva, propositività e competenza:

"[...] No, non agitarti/ resta immobile./ Puoi metterci anni/ e guardare ogni cosa che/ affonda/ nelle sabbie mobili/ si perde/ nelle sabbie mobili./ Penso spesso che potrei farlo/ andare via di punto in bianco/ così altra città/ altro Stato./ Potrei se avessi il coraggio/ Ho un orizzonte limitato/ E' follia stare qua nel miraggio/ Che basti essere capaci [...]"

In altre parole, pertanto, chi rimane per resistere e cambiare le cose rischia di vedere inevitabilmente ed ineluttabilmente tutto (o quasi) affondare senza appello alcuno. In Italia prima o poi vieni risucchiato ed anestetizzato, non puoi farci niente (o quasi).
A prescindere dalle possibili interpretazioni, fortunatamente, esistono anche storie come quelle riportate in questa opera che possono rendere una diversa idea del baratro in cui sembra essere precipitata questa Italia.
E' davvero tutta questione di punti di vista, dunque?
A questa domanda (anche, non solo), pertanto, prova a rispondere nella maniera meno imperfetta possibile l'opera in questione. Riprendendo le ultime considerazioni dell'autore, infatti, è possibile scrivere che:

"[...]grazie agli imprenditori che ho incontrato e che si sono confessati con me aprendomi tutte le porte e offrendomi spunti ed emozioni. E grazie a tutti quelli che non ho fatto in tempo a incontrare, ma so quanto si battono. Se gli italiani salveranno la pelle, sarà parecchio merito loro."

A prescindere dai possibili punti di vista, comunque, altro merito andrà a coloro che hanno istituzionalizzato il disagio costruendo proposta. Altro merito andrà a coloro che, nelle infinite basi produttive e nei meandri di questa società sempre più strozzata, stanno continuando a procedere in un silenzioso ma inarrestabile incedere.
Altro merito spetterà a quelli che, nonostante i venti di una banalizzazione e semplificazione estrem(izzat)a, cercano e hanno da sempre cercato una ribellione costruttiva volta alla ricerca delle soluzioni più complesse da armonizzare per la ricerca di un bene comune.
Altro merito andrà a coloro che, mescolando coerenza e competenza, cerc(her)an(n)o di resistere in queste sabbie mobili. Impassibili ed impossibili, pertanto, nella terra del (de)merito.