giovedì 31 ottobre 2013

"DIALOGO FRA CREDENTI E NON CREDENTI": INCONTRO (IM)POSSIBILE?

Quanto terreno (bruciato) ha, nella percezione dei cittadini, la Chiesa cattolica? 
Quanta credibilità ha l'onere ed il dovere di recuperare per riabilitare nel concreto il detto "meno parole e più fatti"? 
Si ricorda troppo spesso una Chiesa nelle parole ed un'altra Chiesa nella realtà di tutti i giorni; quanti problemi interni sembra aver mascherato, oscurato o malcelato in questi anni a qualunque livello? 
Ogni persona sensibile e consapevole della percezione di un qualche cosa che va "oltre" i (troppi) fatti svilenti e massacra(n)ti cerca di trovare "rifugio" e pensiero positivo in quellalarga Chiesa che, non troppi anni fa, animava pensieri e parole di un cantante italiano all'inizio della carriera: 

"[...] Io credo che a questo mondo esista solo una grande Chiesa/ che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa/ passando da Malcolm X attraverso Gandhi e San Patrignano/ arriva da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano.[...]"

Quanti buoni esempi sono stati (sono e saranno) frenati e limitati da incoerenze e/o da parole pesanti come macigni e fin troppo eloquenti come quel "nonostante il Vaticano"?
Opulenza e potere temporale hanno (fra le troppe cose), nei secoli, aumentato la frattura di credibilità che la Chiesa avrebbe dovuto minimizzare per cercare di rappresentare edumanizzare le volontà ed i comandamenti dell'entità divina che dovrebbe aver generato il Tutto che ci circonda. 
Nell'imperfetto e fallace bilancio che contraddistingue queste vicende è possibile trovare molteplici voci di confronto e dibattito: laici, cattolici, credenti, religiosi, atei, [...]. 
E' possibile ritrovare un punto di incontro fra le molt(issim)e opinioni ed i tant(issim)i punti di vista possibili?
E' possibile ricercare un punto di svolta possibile, anche se solamente potenziale e/o irrealizzabile?
A queste e moltissime domande hanno cercato di rispondere Eugenio Scalfari e Papa Francesco, pontefice autore (fino ad oggi) di una "coordinata ribellione" nei confronti delle (tantissime ed) ingiustificabili "debolezze"  che avvolgono la Chiesa e più nello specifico le strutture vaticane. 
L'opera "Dialogo tra credenti e non credenti" racchiude frammenti di interventi provenienti da La Repubblica, ridisegnando quella corrispondenza che avvenne fra i due nei mesi estivi. 
E' possibile per due punti di vista opposti trovare un punto di incontro ed intesa, anche se sempre nel giusto rispetto delle reciproche posizioni? 

"[...]PF: [...] ora lasci a me di farle una domanda: lei, laico non credente in Dio, in cosa crede? 
Lei è uno scrittore e un uomo di pensiero. Crederà dunque a qualcosa, avrà un valore dominante.
Non mi risponda con parole come l'onestà, la ricerca, la visione del bene comune; tutti principi e valori importanti, ma non è questo che le chiedo. 
Le chiedo che cosa pensa dell'essenza del mondo, anzi dell'Universo.
Si domanderà [...] come tutti chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. 
Se le pone anche un bambino queste domande. E lei?
ES: Le sono grato di questa domanda. 
La risposta è questa: io credo nell'Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti.
PF: E io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio. 
E credo in Gesù Cristo, sua incarnazione. 
Gesù è il mio maestro e il mio pastore, ma Dio, il Padre [...] è la luce e il Creatore.
Questo è il mio essere. Le sembra che siamo molto distanti?
ES: Siamo distanti nei pensieri, ma simili come persone umane, animate inconsapevolmente dai nostri istinti che si trasformano in pulsioni, sentimenti, volontà, pensiero e ragione. In questo siamo simili. [...]"

E' davvero possibile instaurare una specie di intesa, anche se su punti di vista differenti?
E' possibile cercare punti di incontro e coesistenza, anche se su tematiche embrionali e sicuramente non sufficienti per risolvere gli enormi passi in avanti che la Chiesa ha da compiere per (ri)acquistare credibilità, onore e consapevolezza della dimensione umanaentro cui collocare i comandamenti del (reputato) divino?
La similitudine fra laico e religioso può essere possibile solo ed esclusivamente se inquadrata sotto la luce di elevatissime doti morali, capaci di superare (pre)giudizi di parte e faziosità rituali: entrambi dovrebbero cedere qualche frammento di convinzione, senza però cedere in autorità e consapevolezza dei propri punti di forza nel difendere il loro pensiero.
Chi è religioso ha qualcosa di forte (od illusorio?) che sembra mancare a chi non lo è: quel qualcosa di forte sembra essere stata da sempre identificato con il termine di fede.
Con la fede eccessivamente mistica ed esterna alla realtà è spesso impossibile ragionare; quanti ostacoli rischia di trovare davanti a sè colui che cerca di articolare un dibattito con chi non riesce a fare una sintesi accettabile fra fede spirito critico? Per coloro che hanno la (s)fortuna di essere eccessivamente religiosi, spesso, è difficile trovare un punto di vista che sappia mediare e/o mettere in discussione l'insieme di verità rivelate dogmi presenti nell'insieme di stereotipi abitualmente conosciuti in qualsiasi religione. 
Altrettanti oceani di parole sono stati scritti, sono pensati e saranno scritti riguardo ai possibili rapporti che società e religione dovrebbero stringere, in un reciproco rispetto di convizioni e posizioni riguardo alla libertà ed all'arbitrio umano: l'insieme sterminato di opinioni e pensieri possibili è qui racchiudibile sotto il termine di bioetica
Per contestualizzare e migliorarsi, pertanto, una Chiesa che cerchi di rappresentare (credibilmente) un Dio fra gli esseri umani potrebbe cercare di adattarsi a qualche forma direlativismo o, quantomeno, saper mettere in discussione molt(issim)i punti di vista che ad oggi sembrano fossil(izzat)i.
Fossil(izzat)i nonostante le parole di "rottura" di un Papa come quello attualmente in carica:

"[...] I più gravi dei mali che affliggono il mondo [...] sono la disoccupazione dei giovani e la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi. I vecchi hanno bisogno di cure e di compagnia; i giovani di lavoro e di speranza ma non hanno nè l'uno nè l'altra, e il guaio è che non li cercano più. 
Sono stati schiacciati sul presente. Mi dica lei: si può vivere schiacciati sul presente? 
Senza memoria del passato e senza il desiderio di proiettarsi nel futuro costruendo un progetto, un avvenire, una famiglia? E' possibile continuare così? 
Questo, secondo me, è il problema più urgente che la Chiesa ha di fronte a sè. [...]"

Se questi sono problemi urgenti da risolvere, è lecito che la Chiesa si affianchi con fatti il più possibile concreti nelle lotte da intraprendere quotidianamente? Con il termine lotte è possibile indicare tutto quell'insieme di gesti concreti che si potrebbero fare per portare all'attenzione collettiva e degli "attori competenti" certe tematiche: indicare una strada, concorrere ancora di più nell'aiuto dei più deboli, spogliarsi realmente di quell'opulenza intollerabile ed incompatibile per i principi che dovrebbero fondare tale Istituzione, [...]. 
A prescindere dalle molt(issim)e altre discussioni instaurabili ed intraprendibili, una raccolta come questa potrebbe lanciare una serie di pe(n)santi riflessioni per qualunque essere umano consapevole di avere un'anima. 
Anima da intendersi come dotata di salda coscienza, a prescindere da "fattori aggiuntivi" quali religiosità, fede od ateismo. 
Su questo fronte, pertanto, la nobile arte del dialogo dovrebbe intersecarsi strettamente con l'ancor più elevata arte del "discutere senza convincere". Condizionale d'obbligo, visti certi precedenti. 
Qualsiasi sia il punto di vista, comunque, gli autori del libro sembrano avere nitida la percezione di questa ineluttabile necessità di fondo:

"[...] Il Papa entra e mi dà la mano, ci sediamo. 
Il Papa sorride e mi dice: 'Qualcuno dei miei collaboratori che la conosce mi ha detto che lei tenterà di convertirmi.' 
ES: E' una battuta gli rispondo. Anche i miei amici pensano che sia Lei a volermi convertire. 
PF: Ancora sorride e risponde: 'Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. 
Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. 
A me capita che dopo un incontro ho voglia di farne un altro perchè nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogni. Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri.
Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e si allontanano, ma l'importante è che portino verso il Bene. [...]"

Sulla definizione di Bene riportata dal Pontefice si potrebbero aprire discussioni infinite, capaci di riempire potenzialmente altre migliaia di pagine; non sembra sufficiente affermare che "ciascuno di noi ha una visione del Bene e anche del Male". 
Una visione del Bene e del Male consegnata alla sola coscienze umane rischia di mostrare troppo presto crepe ed effetti negativi: in una società complessa ed articolata, per scriverla in parole povere, servono anche regole per garantire e tutelare il più completo discernimento fra un campo e l'altro. 
A prescindere dai millemila discorsi possibili, il giornalista autore del confronto conclude il ciclo di confronti con una riflessione pesante ma forse eccessivamente ambiziosa: 

"[...]Questo è Papa Francesco. Se la Chiesa diventerà come lui la pensa e la vuole, sarà cambiata un'epoca."

Risuonano, nel giudizio maturabile al termine di confronti così alti e contributi di altri autori chiamati in causa, nozioni e citazioni che vogliono riportare le discussioni su una dimensione elevata ma umanizzata: 
"La vera differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa."
Tale frase, eredità lasciata al mondo da Norberto Bobbio, viene utilizzata come pilastro di fondamento dal teologo Vito Mancuso per cercare di gettare diversa luce sulla (im)possibile intesa fra credenti e non credenti. 
La sfida più grande è far pensare tutta l'umanità, prescindendo da religioni e/o da convinzioni differenti. 
Fra risolutori e speranzosi di una nuova epoca, emergono dubbi di fondo leciti ed uman(izzat)i: è lecito diffidare anche dell'amore universale ed incondizionato, come riportato nel contributo di Guido Ceronetti.

"[...] nel dialogo [...]mi permetto di intervenire senza imbarazzo, anche se la mia povera opinione può risultare più di disturbo che di plauso. Di applausi tutti ne ricevono troppi. 
Mi dissuade dall'applaudire l'eccessiva reciproca tolleranza. 
Il contrasto (Polèmos) non è 'padre di tutte le cose'? [...]"

Sullo sfondo, un'entità su cui sono state scritte e dette tantissime parole durante la Storia.
Tantissime ma mai troppe. 
Sarà possibile trovare una qualche forma di intesa, da confronti-scontri come quelli racchiusi in questa raccolta? 
Sarà possibile riabilitare quella stessa entità che, in capolavori scritti da illuminate menti umane, sembra essere stata (eufemisticamentedeclassata? Risuonano sullo sfondo precise parole: 

"[...] Mi han detto/ che questa mia generazione ormai non crede/ in ciò che spesso han mascherato con la fede,/ nei miti eterni della patria o dell' eroe/ perchè è venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità,/ le fedi fatte di abitudine e paura,/ una politica che è solo far carriera,/ il perbenismo interessato,/ la dignità fatta di vuoto,/ l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto/ e un dio che è morto,/ nei campi di sterminio dio è morto,/ coi miti della razza dio è morto/ con gli odi di partito dio è morto. [...]"

Ogni scelta è affidata, per consapevolezze individuali e/o per libero arbitrio, ancora una volta ai primi protagonisti di questo mondo: 

"[...] penso che questa mia generazione è preparata/ a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,/ ad un futuro che ha già in mano,/ a una rivolta senza armi,/ perchè noi tutti ormai sappiamo che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,/ in ciò che noi crediamo dio è risorto,/ in ciò che noi vogliamo dio è risorto,/ nel mondo che faremo dio è risorto."

Ai lettori le ardue sentenze.


domenica 27 ottobre 2013

FRA POLITICA E (MANCATE) VITTORIE: DA CHI E COSA (RI)PARTIRE?


"[...] Chi vincerà? 
Ci vuole un cambiamento di costume, culturale.
Vincerà chi capisce che il gioco è cambiato e che bisogna farne uno completamente nuovo.
Ci volevano un altro tipo di persone, un altro modo di fare politica. 
Un'altra solidità, un altro rigore.
Un'altra integrità.[...]"
(Nanni Moretti)

venerdì 25 ottobre 2013

"LA TRAVERSATA": FRAMMENTI DI PROGETTO PER UN'ITALIA MIGLIORE?

Al Paese Italia, agli italiani ed al sistema partitico servirebbe compiere una grande traversata per raggiungere, ciascuno, differenti obiettivi: salvezza economico-sociale e progettazione a lungo termine per il primo, stabilità e certezze per i secondi, credibilità e dignità per il terzo.
Il sistema partitico rischia, nei fatti, di vedere la propria traversata in tutto e per tutto simile a quella che Gèricault dipinse nella sua opera "la Zattera della Medusa", traendo ispirazione dalla nota tragedia del naufragio dellafregata Mèduse (1816): troppa è la disillusione, troppa l'assenza di credibilità, troppe le "intese" percepite come maturate fra i palazzi e non saldamente strette con la realtà, troppa la percepita incompetenza, [...]. 
La traversata dei Partiti rischia di essere tanto difficile quanto impossibile, a seconda dei punti di vista possibili: cosa augurare ad una realtà come quella svilita e sempre più depressa in possibilità quali partecipazione e discussione?
Rafforzati (giustamente) dall'Art.49 della nostra Costituzione, i Partiti dovrebbero essere il luogo più indicato per l'esercizio del cosiddetto "metodo democratico" con cui influenzare le politiche nazionali e sovranazionali. 
Condizionale d'obbligo, giustamente ed obbligatoriamente. 
Quanti scommetterebbero oggi sull'utilizzo dei Partiti per far valere un'idea, per portare avanti un progetto e/o per perseguire la concretizzazione di un fine utile alla collettività? Chi è convinto, scagli la prima pietra. 
Il sistema dei Partiti langue per possibilità, opportunità e progettualità specifiche con cui misurarsi, fino a prove contrarie (molto difficili da rintracciare). 
Esistono margini per individuare buoni propositi e progetti per rilanciare concretamente forme di discussione, mobilitazione e partecipazione nei Partiti?
Quali prospettive avrebbero davanti a sè i Partiti qualora non dovesse essere possibile migliorarne l'azione internamente alla società civile, rilanciandone quindi metodi di confronto e dialogo su temi specifici?
Quali strade nuove rinnovate servirebbe percorrere per migliorare la percezione del sistema partitico nei confronti dell'opinione pubblica e dell'Italia intera? 
A queste e moltissime altre possibili domande cerca di rispondere l'opera "La traversata - una nuova idea di Partito e di Governo", osservando lo status quo dal punto di vista di chi ha una forte identità di sinistra da perorare, difendere ed istituzionalizzare nuovamente. 
Per rinforzare e riabilitare il Partito Democratico, nell'immaginario collettivo percepito come una forza partiticateoricamente di (centro)sinistra, l'autore Fabrizio Barca ha compiuto una grande traversata nelle fibre e nei punti deboli del Paese. 
Girando ed esplorando circoli e sezioni è riuscito probabilmente a qualificare con mano e competenza quella che è la percezione di molti militanti e/o simpatizzanti: un Partito radicato, forte di oltre 6mila unità territoriali, ma contemporaneamente percepito come lontano od incapace di rappresentare al meglio gli interessi della propria potenziale base
Le ragioni di queste diffuse opinioni non si sprecano, non sono numerabili e sono invisibili solamente agli occhi di coloro che vogliono ostinarsi a non vedere una china sempre più pericolante ed instabile. 
Nelle sue corde di ex-Ministro del Governo "tecnico" presieduto da Mario Monti e nelle sue vesti di uomo politicamente affine ad idee di sinistra, l'autore  ha cercato di imbastire un progetto capace di migliorare  vari aspetti del modo di "fare" politica internamente al Pd e, più o meno radicalmente, anche all'interno dello Stato e delle Istituzioni locali e di area più vasta:
  • incrementare la partecipazione;
  • incentivare il confronto;
  • incoraggiare la contestazione costruttiva;
  • disincentivare forme di qualunquismo e/o di critica distruttiva;
  • migliorare la condivisione di progetti e contenuti.
In un momento in cui lo status quo è drammatico per l'Italia intera sarebbero soprattutto i Partiti a dover imbastire serie riflessioni sul proprio modo di agire e qualificare il proprio operato.
Sempre ammesso che siano interessati realmente a perseguire il bene collettivo, si intenda. 
Dando per assodata tale eventualità, l'autore cerca di ragionare sulle possibilità che rimangono radicate nel tessuto socio-economico che questi anni stanno "regalando" all'Italia: necessità di incrementare la sorveglianza nei confronti della classe dirigente, al fine di non rendere queste crisi cicliche per distrazione dell'elettorato. 
Dietro a questi discorsi, qualora il Pd vorrà migliorarsi per salvarsi e (avere qualche speranza di) salvare conseguentemente anche l'Italia intera, sarà necessario sperimentare ed approfondire nuovi metodi di discussione e condivisione di contenuti e parole chiave da rielaborare. 
Richiamandosi alla precedente "Memoria politica dopo diciassette mesi di Governo" l'autore cerca di delineare ilrespiro con il quale imbastire serie riflessioni e riforme dentro al Pd e, più in generale, anche dentro all'intero sistema partitico.
Servirà dirimere e sbloccare, sullo sfondo della traversata italiana, alcune tematiche fondamentali con cui riformare ed aggiornare il sistema partitico: 
  • "infrastruttura" cognitiva nella quale strutturare un dibattito e mettere in rete fra loro le differenti esperienze esistenti nei vari livelli territoriali;
  • mobilitazione cognitiva nella quale cercare confronto e scontro per imprimere al Partito direzioni specifiche da portare avanti su tematiche importanti e di rilevanza locale, regionale, nazionale o sovranazionale.
Elementi come questi favorirebbero un passaggio di consegne particolare, potendo agevolare la transizione daminimalismo partitico sperimentalismo democratico.
Tale cambiamento permetterebbe alle realtà partitiche di delineare, meno difficilmente di quanto sia possibile fare attualmente, "argini" di partecipazione rinnovata e potenziata. 
Senza addentrarsi nei meandri e nelle proposte real(izzabil)i dell'opera, è comunque possibile intravedere nuove possibili forme di politica nelle quali sia istituzionalizzato e reso coerente il confronto su una moltitudine di tematiche? 
Partire da una riflessione come questa non dovrebbe però esimere dall'intraprendere, in primo luogo, un cambiamento culturale non indifferente nelle mentalità e nei caratteri degli italiani. 
Se i partiti, con il Pd in prima linea fra i colpevoli, dovranno (giustamente) riacquistare credibilità e peso specifico per favorire partecipazione ed inserimento, altrettanto dovranno fare gli italiani nei confronti delle loro volontà di interessarsi ed osservare (in maniera  attenta) alle possibilità di influenzare correttamente e coerentemente il dibattito dentro rinnovati "argini" di discussione. 
La missione è duplice, figlia sicuramente di un concorso di colpe non adeguatamente pesato nel corso di questi decenni. Più che duplice, la missione è anche tremendamente difficile. 
Non impossibile, comunque. 
Al Paese serve un buon Partito per realizzare un buon Governo che sappia, al tempo stesso, realizzare coerenti proposte programatiche od elaborare un dibattito attorno a quel poco che sia lecito migliorare. 
Ad ogni livello: locale, regionale, nazionale e continentale. 
Su questo fronte, purtroppo, il Pd è (nello specifico) ad oggi l'embrione di ciò che dovrebbe essere; i contenuti presentati in questo libro servono soprattutto per instillare positive riflessioni attorno a questo argomento:

"[...]Perchè solo dalla discussione e dalla messa in comune dei saperi senza tentazioni personalistiche può scaturire una nuova cultura politica che trasformi il Pd da com'è oggi a come serve  che sia."

Tali cambiamenti saranno possibili (r)innovando e migliorando il discutibile (aggettivo eufemistico) panorama attuale, creando magari nuovi argini di discussione dentro ad una miglior mobilitazione collettiva: 

"Questi giovani, queste donne, questi uomini che incontro ogni giorno vogliono ancora dare battaglia.
Il Pd (o chi sia disposto ad affiancarlo nel percorso, ndr) ha davanti una lunga marcia."

Se è possibile una società nuova e maggiormente condivisa, dipende in primo luogo anche da noi stessi.
Non solo, certamente. Chi sono i primi "nemici"  di questo miglioramento? 
Niente sembra rispondere meglio a questa domanda di un'altra citazione proveniente da un'intervista fatta allo stesso Barca:

"[...] Per sapere se hai fatto un vero cambiamento, devi vedere se qualcuno si arrabbia davvero.
Io ho trovato nei gruppi dirigenti un muro di gomma. La capacità di chi non vuole cambiare sta nel non farsi stanare. Scrivo: voi siete convinti che ci sia un deficit di potere, mentre il deficit è di partecipazione, attaccatemi. Niente. Dico che sono dei “capibastone” e loro non si presentano agli incontri.
Faccio notare che il Pd non incalza a sufficienza il governo. Silenzio. [...]
Il retropensiero è: attacca pure, tanto io ho in mano le leve del potere.
C’è una responsabilità significativa anche degli intellettuali, che oggi sono distaccati, cinici, scettici. Molti sono diventati opinionisti. Non si sporcano le mani. [...]
Ci siamo dimenticati che se le cose non cambiano è perché a qualcuno vanno bene. Ecco perché serve il conflitto, che oggi può essere esercitato da tre forze: la crisi, che suscita rabbia; l’assedio culturale della base; e le idee nuove, che fanno lavorare anche chi è mosso dall’interesse personale. [...]
Ci ricorda l’errore che abbiamo commesso nei confronti del berlusconismo: la sinistra in 20 anni non ha costruito una strategia forte di rinnovamento. La colpa è della sinistra. Punto. [...]"

Per qualsiasi altra possibile opinione, ai lettori le ardue sentenze (e confronti). 


giovedì 24 ottobre 2013

FRAMMENTI DI ABIURA INDIVIDUALE: CITANDO CAPAREZZA...


"[...] Io voglio passare ad un livello successivo, voglio dare vita a ciò che scrivo./ 
Sono paranoioco ed ossessivo fino all'abiura di me./ Vado ad un livello successivo dove dare vita a ciò che scrivo./ Sono paranoico ed ossessivo fino all'abiura di me./ 
Io faccio politica pure quando respiro, mica scrivo musica giocando a Guitar Hero./ 
Questi argomenti mi fanno sentire vivo in mezzo a troppi zombie [...]./ Macché divo, mi chiudo a riccio più di Sonic, fino a che non perdo l'armatura come a Ghost'n'Goblins./ 
Mi metto a nudo io, non mi nascondo come Snake in Metal Gear Solid. [...] 
Io non gioco le olimpiadi Konami, se stacco le mani l'agitazione mi resta [...]
Io devo scrivere perché sennò sclero,/ non mi interessa che tu condivida il mio pensiero. [...]"


sabato 19 ottobre 2013

FRA GIOVANI E POLITICA: QUALI ORIZZONTI?

"[...] Al Partito [...] i giovani sono essenziali. 
Non solo per la disponibilità di tempo e la domanda di conoscenza, ma soprattutto per il loro desiderio di cambiamento e la minore propensione al cinismo. 
Nel partito della mobilitazione cognitiva essi possono trovare un terreno dove confrontare le proprie esperienze, apprendere, concorrere a cambiare. 
Ma tre [...] ruoli e attività possono [...] dare un forte contributo al partito nuovo e convincere loro stessi a partecipare al dibattito. 
In primo luogo, anche con il coinvolgimento di associazioni e aggregazioni giovanili esistenti, anche rigorosamente indipendenti, è possibile costruire nei luoghi territoriali del partito un [...] 'apprendistato cognitivo' che affidi ai giovani, sfruttandone la disponibilità di tempo e il desiderio di cambiamento, il compito di animare il dibattito sulle questioni di interesse comune, con un'esplicita inversione dei ruoli rispetto alle precedenti generazioni: interpretare e discutere dati; reperire e valutare argomentazioni di merito; investigare modelli attuati altrove; partecipare ad applicazioni di sperimentalismo; studiare ed illustrare documenti di indirizzo delle istituzioni internazionali, europee e nazionali. A questa funzione potrà corrispondere [...] la cooperazione di non-giovani, esperti, anch'essi propensi ad apprendere. E' così che si rende possibile ed effettiva [...] l'abitudine al lavoro tra generazioni.
In secondo luogo, i giovani - siano essi membri, simpatizzanti o 'altri' - possono portare [...] la conoscenza delle esperienze che essi realizzano nel territorio in modo auto-organizzato mirando a trasformazioni concrete. [...]
il partito potrebbe favorire le opportunità esplorative e formative di qualità per i giovani iscritti e simpatizzanti, promuovendo [...] l'esplorazione del mondo tramite libri, 'missioni' in altri territori, incontri culturali e con personalità capaci di fomentare interrogativi e ricerca. 
Queste linee di azione [...] potranno anche porre su basi diverse la selezioni di nuovi volontari o funzionari per lo stesso partito: non riti cooptativi, logiche di approvazione o disapprovazione e neppure esaltazione di 'esperienze simbolo', ma sani e trasparenti processi di selezione, promozione e formazione. 
Si eroderà [...] la logica dell'adesione basata su fedeltà e subalternità.
Potrà essere combattuta la propensione  malsana [...] a costruire dipendenza dalla politica, creando false èlite nel mondo giovanile fondate su protezioni, veicoli e legami per ottenere impiego o partiti di reddito o per intercettare e partecipare a reti che facilitano la conquista di posizioni di rendita personali o di gruppo [...] tra partiti stato-centrici e macchina arcaica dello Stato. [...]"

Fonte: "La traversata - una nuova idea di Partito e di Governo", Fabrizio Barca, Feltrinelli Editore



giovedì 17 ottobre 2013

FRA PARTITI E SOCIETA': A QUANDO (PRE)OCCUPAZIONI, PROPOSTE ED INNOVAZIONI?

E' la società a doversi (pre)occupare dei Partiti o dovrebbero essere i Partiti a doversi (pre)occupare della società? In un momento storico-contemporaneo particolare come questo, dovrebbe essere lecito cercare risposte esaurienti a questa domanda. In un momento tremendo come questo quali schieramenti possono essere identificabili come Partiti? Questa domanda sembra acquistare ulteriore senso osservando quanto discipinato dall'Art.49 della Costituzione Italiana:

"Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale."

Quale ruolo dovrebbero avere i Movimenti nel concorrere a determinare la politica nazionale? 
Possono gli stessi essere sostitutivi, complementari ai Partiti e/o inutil(izzabil)i per i Partiti sul medio-lungo termine? Le dinamiche che fanno percepire (a giusta ragione?) il sistema partitico come sorgente primaria della "cloaca" nazionale sono, fra pragmatismo e demagogia, (pur)troppo note a tutti: corruzione, siderale distanza rispetto alle esigenze dell'Italia 'reale', differenze ideologiche (percepite come) pressochè inesistenti fra 'destra' e 'sinistra', sistema partitico percepito come imperniato molto sulla 'fidelizzazione politica' e meno sul merito, quasi totale assenza di politiche 'di rottura' rispetto agli status quo esistenti, [...]. 
In un contesto di emergenza economico-finanziaria-sociale senza precedenti il sistema partitico intero è percepito come impossibilitato a realizzare quello che il 'metodo democratico' dovrebbe consegnare alle tribune in uno Stato normale: Governo e Parlamento rispecchianti una precisa maggioranza, figlia di logiche di pensiero e di opinione univoche e non ondivaghe. 
Qualora realizzare questo non fosse possibile, si potrebbe forse pensare ad un quadro di intese volte a mettere in pratica una forma di bene comune coagulando fra loro forze politiche anche lontane fra loro. 
Cosa rende impossibile la realizzazione di un Governo stabilmente figlio del 'metodo democratico' trasversalmente ripreso dall'Art.49 della Costituzione Italiana? Qualsiasi riferimento alla legge elettorale è voluto. 
Oltre a campagne elettorali imbarazzanti che rischiano alle volte di far precipitare i consensi magari cumulati con fatica, può arrivare una legge elettorale indecente a distribuire poltrone o ad incrinare maggioranze potenzialmente risicate ma (teoricamente) raggiunte o raggiungibili. 
In un momento nel quale l'emergenza è drammatica e (al momento?) senza luce/risoluzione, è lecito attendersi che forze politiche (o partitiche travestite) come i Movimenti cerchino di coagulare proteste, (dis)interessi, aspettative, attese, ambizioni, proposte, [...]. 
Quando arriva un'emergenza a confondere gli sguardi, però, rischia di diventare (giustificabilmente) indistinta anche la 'longa manus' che continua a gestire ed organizzare i Movimenti stessi. 
Se la linea (necessariamente da imprimere, per contenere consensi e/o limitare i cali) non è ben chiara, è lecito attendersi che tematiche 'sensibili' per ribadire la differenza fra schieramenti politici vengano sminuite e/o ridotte a lumicini: è implicito il richiamo a tematiche quali diritti civili, dibattiti attorno alla cittadinanza, [...]. 
Parte di questo lavoro viene fatto per compensare ed oscurare quella che, a conti fatti, dovrebbe rimanere sempre come ferma convinzione nel panorama e nel dibattito nazionali (e non solo): le differenze fra ciò che è di 'destra' e ciò che è di 'sinistra' sono e saranno ineliminabili. 
Se le idee (assai differenti dalle ideologie) rimarranno sempre distinte, dovrà essere compito dei Partiti interpretarle; cosa accade quando i Partiti vengono percepiti come realtà incapaci di rappresentare le idee della base che dovrebbero esprimere? 
Cosa succede quando la 'politica nazionale' richiamata dall'Art.49 della Costituzione viene percepita come non influenzabile o non determinabile dal sistema dei Partiti? 
Quante volte hanno dominato nel dibattito pubblico concetti relativi alle politiche di 'austerità' che le realtà europee hanno imposto ai Paesi 'colpevoli' di politiche economico-finanziarie scellerate? 
La mancata differenza (percepita) fra schieramenti è legata anche (ma non solo, ci mancherebbe altro) alle conseguenze che le politiche di austerità impongono a Stati di fatto sotto torchio/commissariamento. 
Il dibattito politico ha sempre riposto nel termine austerità un insieme di concetti non chiari, precisi e definiti: cosa significa fare austerità? Significa solo (far) approvare manovre 'lacrime e sangue'? 
Significa solo limare di anno in anno i livelli di debito pubblico ad esclusivo svantaggio della spesa sociale? 
Può la parola austerità richiamare altri concetti, modalità e possibilità? 
Si riprendano, a questo proposito, le parole citate da Fabrizio Barca nel libro "La traversata  - una nuova idea di Partito e di Governo": "[...] L'austerità che questa situazione domanda può essere declinata in due modi radicalmente diversi. Come scriveva Enrico Berlinguer [...]l'austerità 'può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per  un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell'assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia.' [...]"
Tali parole sono attribuite non a caso ad una personalità quale fu quella di Enrico Berlinguer, Uomo che (non a caso) aveva assai chiare le differenze ideologico-programmatiche fra sinistra e destra.
Può l'attuale versione dell'austerità  essere figlia della confusione politico-programmatica presente nell'attuale schema partitico? E' anche cercando di rispondere coerentemente a domande come queste che un Partito degno di chiamarsi tale potrebbe (ri)costruire (o rendere nuovamente visibili) le differenze che lo separano dall'attuale compagno di (larga mal)intesa.
Emerge quindi, non troppo declassata, un'altra visione fino ad oggi ritenuta 'di nicchia' nella gestione del sistema partitico: tale versione dovrebbe porsi l'obiettivo di cercare un punto di intesa moderno fra sistema partitico, partecipazione, metodo democratico e libera associazione.
Nonostante mille mila difetti possibili ed imputabili a linee politiche assenti, leader discutibili, [...] ad oggi, il solo argine alla deriva costituita dal disastro finale sembra essere costituito (per l'ennesima volta?) dal Partito Democratico. In un momento in cui le dinamiche congressuali sembrano imperversare ad ogni livello di dibattito, dal locale al nazionale, sembrano essere dietro l'angolo (ancora una volta) i medesimi errori: dibattito su tematiche largamente insufficiente, troppa attenzione a volti e leader, pecche comunicative evidenti sui provvedimenti politici assunti in sede governativa nazionale, leggi 'discutibili' sul piano teorico-normativo [...].
Queste (e molte altre) incertezze rischiano di affogare quel metodo democratico che potrebbe contribuire a restituire dignità e credibilità ad una forza politica che ambisca davvero a definirsi 'Partito'. 
La strada che separa lo schema partitico dal Governo è, su questo fronte, abbondantemente ristretta: la necessità di ammodernamento e svecchiamento è più che mai evidente, fuorchè per i volutamente miopi. 
Parte di tale consapevolezza è racchiusa nelle parole presenti nel libro precedentemente citato di Fabrizio Barca: 

"[...] Il metodo di Governo che si va costruendo [...] in giro per il mondo e che dovremmo porci come obiettivo di costruire [...] è dunque imperniato su istituzioni pragmatiche che consentano di prendere e modificare decisioni combinando un processo di mutuo apprenditmento con il massimo [...] impegno e sviluppo di tutte le persone, alle quali viene data la vera possibilità di 'partecipare'. 
E' un metodo che ottiene [...] due risultati. Estrae e produce conoscenza. [...]"

Quale è la strada per costruire questa strada di sperimentalismo democratico, altrimenti affogata negli sforzi di pochi che vanno avanti con sempre più solitudine e sempre meno passione da spendere? 

"[...] dobbiamo costruire i requisiti propri dello sperimentalismo: 
  • legiferare ed emanare atti di amministrazione che promuovano adattamento e revisioni[...];
  • creare lo spazio per un confronto informato, acceso, imparziale e aperto, un conflitto governato fra interessi, competenze e visioni diverse;
  • utilizzare [...] la rete per realizzare una 'cooperazione [...] con comunità interessate ai problemi che le burocrazie sono chiamate a gestire;
  • utilizzare gli errori, i fallimenti, gli ostacoli [...] per ricavare informazione sull'efficacia delle routine usate e cambiare; [...]
  • reclutare o formare le risorse umane che sappiano svolgere queste [...] funzioni. [...]"

Potrebbe qualche forma di embrionale sperimentalismo contribuire al ripristino della credibilità necessaria per dare nuovamente importanza e dignità al sistema partitico? 
Su domande come questa sembra giocarsi il futuro, in un momento nel quale le dinamiche congressuali sembrano essere giocate più alla distruzione che a realizzare forme dicostruzione propositiva. 
Utilizzare la mai troppo citata 'rete' è la sola forma utile per riabilitare lo Stato? 

"[...] Può la Rete [...] sostituire i Partiti? 
Anche in questo caso la risposta è negativa. 
L'offerta di connessione universale e tempestiva della Rete, la sua capacità di accumulo, archiviazione e recupero delle informazioni creano straordinarie possibilità di informazione, di mobilitazione, di controllo, degli elettori sugli eletti e [...] dei cittadini sulle azioni pubbliche, consentendo di smascherare la manipolazione delle informazione da parte delle èlite. [...] la Rete offre una piattaforma per lo sperimentalism, perchè incentiva i cittadini a dare il proprio contributo: lo fa riducendone il costo, assicurandone la non manipolazione [...]. 
Ma la Rete non può in alcun modo assicurare 'l'approfondita disamina dei problemi', la 'fase necessariamente lenta, problematica, riflessiva della discussione', il confronto acceso e ragionevole, che sono richiesti dalla complessità dei problemi stessi e dalla necessità di inventare soluzioni per l'azione pubblica che ancora non esistono.[...]"

Per le realtà di approfondimento, ovviamente, qualsiasi forma di partecipazione reale è destinata a svalutare quella virtuale. Cosa potrebbe accadere qualora una forza politica ambiziosa di chiamarsi Partito non riuscisse a realizzare questi spunti e/o forme di 'estensione della partecipazione'? 

"[...]Per sapere se hai fatto un cambiamento, devi vedere se qualcuno si arrabbia davvero. 
Io ho trovato nei gruppi dirigenti un muro di gomma. La capacità di chi non vuole cambiare sta nel non farsi stanare. Scrivo: voi siete convinti che ci sia un deficit di potere, mentre il deficit è di partecipazione, attaccatemi. Niente. Dico che sono dei 'capibastone' e loro non si presentano agli incontri. 
Faccio notare che il Pd non incalza a sufficienza il Governo. Silenzio. [...] 
Il retropensiero è: attacca pure, tanto io ho in mano le leve del potere. [...] l'errore che abbiamo commesso nei confronti del berlusconismo: la sinistra in 20 anni non ha costruito una strategia forte di rinnovamento. 
La colpa è della Sinistra. Punto.[...]"

Punto e a capo, dunque. 
Senza dimenticare che, prima o poi, le 'leve del potere' potrebbero rompersi od essere  sabotate. 
Per problemi e testimonianze ulteriori chiedere alla 'società'. 
La necessità di 'concorrere con metodo democratico' resta immobile al varco della credibilità.


sabato 12 ottobre 2013

"UN OTTIMISTA RAZIONALE": QUALI LIMITI E CONFINI ALLA SPERANZA?

Quali futuri potrebbero attendere l'umanità intera ed il pianeta che ha il "difetto" di ospitarla?
Che destino potrebbe esserci in un mondo che, già oggi, sembra avere problemi di qualsivoglia tipo?
Economia divorata dalla speculazione finanziaria, decisioni politiche ridotte al lumicino, crisi che sembrano (volutamente?) senza fine e senza riscatto, ambiente svilito e massacrato, questioni di politiche energetiche mal discusse e/o affrontate, bombe sociali innescate e pronte all'esplodere in qualsiasi momento, [...].
Quanti potrebbero essere i problemi che affliggono questo mondo qualora qualcuno provasse ad enumerarli?
Si rischierebbe di non finire più la conta, probabilmente.
Quanto potrebbe contare la voce di una persona alternativa, qualora provasse ad essere ottimista sui destini che attendono umanità ed astronave Terra?
A questa domanda cerca di rispondere Matt Ridley nel libro "Un ottimista razionale - come evolve la prosperità", opera che sembra andare in netta controtendenza rispetto ad alcune delle 'mode pessimistiche' diffusamente presenti oggi. Per quali motivi riuscire ad essere ottimisti, nonostante qualche 'incidente di percorso' di troppo?
L'autore sembra essere, a questo proposito, assolutamente chiaro nel merito:

"[...]Secondo la teoria dell'ottimismo razionale il mondo uscirà dalla crisi attuale perchè i mercati di beni, servizi e idee permettono agli esseri umani di specializzarsi e scambiare i frutti del proprio lavoro con onestà e a beneficio di tutti. [...] questo non è un libro di lodi incondizionate o condanne inappellabili di qualsivoglia mercato, ma è un'indagine volta a dimostrare come il 'mercato' dello scambio e della specializzazione sia più vecchio e più equo di quanto si pensi, e a motivare l'ottimismo con il quale dovremmo guardare al futuro della razza umana.
Sopra ogni cosa, è un libro sui benefici del cambiamento.[...]
Sono un ottimista razionale. Razionale perchè non sono arrivato a posizioni ottimiste per indole o per istinto, ma esaminando le prove. [...] devo convincervi che il progresso della razza umana è un fenomeno positivo e che, nonostante la nostra tendenza a lamentarci, il nostro pianeta è un posto bellissimo in cui vivere, almeno per l'essere umano medio: lo è sempre stato, e lo è persino oggi, in un'epoca di profonda recessione; che il mondo è più ricco, più sano e persino più 'gentile' anche grazie al commercio, e non a dispetto di esso.
Poi intendo spiegare come e perchè sia diventato così.
Infine voglio capire se possa continuare a migliorare. [...]"

L'ottimista razionale (od aspirante tale) deve quindi partire dall'analisi reale dei fatti a tutto campo: dall'economia alla società, dall'ambiente al lavoro, dall'energia alla mobilità, [...].
Non è dunque un lavoro facile ed immediato: servono conoscenze, competenze, capacità di analisi, realismo, obiettività, consapevolezze e quant'altro di complicato da acquisire.
Queste qualità servono tutte contemporaneamente, ovviamente.
Serve averle a disposizione soprattutto in un mondo terribilmente complicato come quello contemporaneo, serve averle saldamente nelle mani in un momento nel quale l'estrema semplificazione rischia di essere l'arma più conveniente da utilizzare per la risoluzione dei problemi.
Il punto di vista fondamentalmente elaborato da Matt Ridley consiste in una visione "integrata" ed alternativa delle idee e dell'umanità stessa:

"In un periodo come questo [...] appellarsi all’ottimismo potrebbe sembrare [...] un gesto disperato.
Recessione, disoccupazione, redditi in picchiata, minore accesso ai servizi essenziali, magari anche il pensiero di qualche pandemia influenzale che si abbatterà su centri urbani inquinati e caotici.
In realtà [...] è solo una questione di prospettiva. Se riavvolgiamo il film dell’umanità fermandoci per esempio al XVII secolo [...] e consideriamo le condizioni di vita dell’epoca, il giudizio sulla situazione attuale cambia [...] in meglio. Certo le difficoltà del passato non azzerano quelle del presente, ma forniscono un motivo di ottimismo. Se come specie abbiamo superato momenti più difficili, anche per quello attuale troveremo le giuste soluzioni [...]. Dall’età della pietra a oggi abbiamo sperimentato un continuo miglioramento delle condizioni di vita grazie a innovazione, tecnologia, cultura, e alla nostra capacità di trasmetterla tra individui e generazioni, anche nei periodi che sembravano più bui.
[...] non dovremmo dubitare del fatto che questo possa avvenire anche oggi [...].
[...] quella di Ridley è una tesi basata su un ragionamento razionale che ha come sfondo numerosi episodi della storia umana degli ultimi 10.000 anni a partire dall’immagine fortemente simbolica di un mouse e di un’amigdala dell’età della pietra: due prodotti creati entrambi per essere usati con una mano, che tuttavia dimostrano l’estrema diversità tra l’esperienza umana del presente e quella del remoto passato.
Questa marcia verso la prosperità è merito della nostra evoluzione culturale, un processo che sarebbe impossibile senza lo scambio di idee, che per Ridley hanno un sesso.
Le idee cioè possono incontrarsi e accoppiarsi per dare vita a nuove idee, beni e servizi, tecnologie, possono disegnare nuovi scenari e sperimentano il setaccio di un processo di selezione naturale, alla fine del quale solo le più adatte sopravviveranno.[...]"

Saranno davvero lo scambio e la riproduzione delle idee a salvare l'umanità da quello che sembra essere un baratro sempre più rischioso ed inevitabile da intraprendere?
L'autore cerca di rispondere a queste domande attualizzandone riflessioni e discussioni attraverso vari capitoli che si richiamano a differenti epoche, fasi storiche e prospettive future:

  • Un presente migliore: l'oggi senza precedenti;
  • Intelligenza collettiva: scambio e specializzazione dopo 200mila anni;
  • La manifattura della virtù: baratto, fiducia e regole dopo 50mila anni;
  • Sfamarne nove miliardi: l'agricoltura dopo 10mila anni;
  • Il trionfo delle città: il commercio dopo 5mila anni;
  • In fuga dalla trappola di Malthus: la popolazione dopo il 1200;
  • La liberazione degli schiavi: l'energia dopo il 1700;
  • L'invenzione dell'invenzione: i rendimenti crescenti dopo il 1800;
  • Punti di svolta: il pessimismo dopo il 1900;
  • I due grandi pessimismi di oggi: l'Africa ed il clima dopo il 2010;
  • La catallassi: l'ottimismo razionale sul 2100.

Richiamando la storia dell'umanità per fasi storiche sarà forse possibile cercare di delineare al meglio quello che attende l'umanità nel futuro? La missione più importante consiste nell'essere sempre positivi, infrangendo quell'indole naturale al pessimismo che alle volte sembra avere la meglio.
Basterà solo osservare lo sviluppo dell'umanità su scala globale per accorgersi di avere davanti un futuro colmo di promesse che sapranno concretizzarsi al meglio?
L'incrocio e la riproduzione delle idee potranno salvare davvero il mondo?
Le condizioni iniziali che oggi permangono nel sistema sembrano essere divenute, nel tempo, spade di Damocle troppo pesanti per poter essere 'disinnescate' grazie al solo 'accoppiamento' di idee e di dati da interpretare correttamente.
Se la tendenza al miglioramento risulta essere per l'umanità 'positivamente spontanea', è davvero possibile immaginare un mondo migliorato rispetto al perdurante stallo odierno?
I concetti di crescita e prosperità sono piuttosto complessi, difficili da arginare e qualificare soprattutto alla luce di una società differenziata e radicata come quella contemporanea.
Rimangono ferme (e dimostrabili) convinzioni secondo cui, per fortuna o purtroppo, molte delle 'voci' afferenti al progresso finiscano per essere smontate e/o sminuite di fronte alla tragicità di alcuni problemi che oggi sembrano essersi accentuati o regolarizzati; quanti 'argomenti', dai cambiamenti climatici alle speculazioni finanziarie incontrollate, sembrano essere sfuggiti da un'idea di progresso e tutela del "bene comune"?
La testimonianza importante di un ottimista razionale resterà sempre 'lì', inossidabile ma assolutamente criticabile. Come collocare l'ottimismo razionale rispetto allo scetticismo costruttivo?
Come poter qualificare il progresso di una società a (s)vantaggio dell'astronave Terra che la ospita?
Alle generazioni umane (future) le ardue sentenze.


Per saperne di più:

"L'ottimista razionale", Le Scienze
(http://www.lescienze.it/edicola/2013/07/02/news/lottimista_razionale-1719565/)

"Bill Gates contro l'ottimismo", Il Post
(http://www.ilpost.it/2010/11/29/bill-gates-matt-ridley-ottimismo/)

mercoledì 9 ottobre 2013

FRA PROGRESSO E PESSIMISMO: BINOMIO INSCINDIBILE?

"[...]Il pessimismo ha sempre avuto successo: fa parte di quel gioco che G.Easterbrook ha definito il 'rifiuto collettivo a credere che la vita stia migliorando'. 
Gli individui tuttavia, e questo è interessante, non applicano la stessa filosofia alla propria esistenza: tendono infatti a presupporre che vivranno più a lungo, resteranno sosati più a lungo e viaggeranno più di quanto facciano in realtà. [...] Riguardo al futuro della società e della razza umana gli uomini, per natura, sono cupi; e ciò si accompagna al fatto che odiano il rischio [...]. 
A mano a mano che l'età media della popolazione di un Paese aumenta, gli individui diventano sempre più neofobici e cupi [...]. Sul pessimismo si è anche molto investito: [...]. 
Le buone notizie non fanno notizia, perciò il megafono dei media è a disposizione di qualsiasi politico, giornalista od attivista che possa mettere in guardia da una catastrofe imminente. 
Di conseguenza i gruppi di pressione ed i loro clienti, sui media, si danno parecchio da fare a caccia di segnali tragici, anche nelle statistiche più confortanti. [...]
Gli 'apocaholic' - i maniaci dell'apocalisse [...] - sfruttano e traggono profitto dal naturale pessimismo della natura umana, dal reazionario nascosto in ognuno di noi. [...]
Bisogna talvolta dare retta ai pessimisti? Certo. 
Nel caso del buco dell'ozono, un allarmismo di moda per un certo periodo dei primi anni novanta, è probabile che la razza umana abbia fatto un favore a se stessa e all'ambiente vietando i clorofluorocarburi; anche se l'eccesso di luce ultravioletta che attraverso lo [...]ozono raggiungeva le regioni polari non si è mai [...] avvicinato a 1/500 del livello che [...]colpisce chiunque viva ai tropici, e anche se una nuova teoria ipotizza che la causa principale del buco dell'ozono in Antartide siano raggi cosmici, più che cloro. [...] in questo caso eliminare il cloro dall'atmosfera è stato [...] un comportamento saggio, sebbene i costi per il benessere umano [...] siano stati bassi. 
Ci sono situazioni che senza dubbio stanno peggiorando. 
La congestione del traffico e l'obesità sarebbero due grossi problemi, ma sono entrambi il prodotto della prosperità [...]. Ci sono anche molte occasioni in cui i pessimisti sono stati decisamente ignorati; troppo pochi hanno dato ascolto alle preoccupazioni espresse su Hitler, Mao, Al Qaeda ed i mutui subprime, tanto per citare una manciata di temi a caso. 
Ma il pessimismo ha un prezzo: se si insegna ai bambini che la situazione può soltanto peggiorare, si impegneranno di meno per dimostrare il contrario. [...] 
All'età di 21 anni mi sono reso conto che nessuno mi aveva mai detto niente di ottimistico sul futuro della razza umana, nè in un libro nè in un film, e neppure al pub. 
Nel decennio successivo [...] l'occupazione è cresciuta, soprattutto quella femminile, la salute ha fatto progressi, [...] dall'aeroporto più vicino hanno cominciato a partire i voli economici per l'Italia, i telefoni sono diventati portatili, i supermercati hanno cominciato ad avere sempre più generi alimentari, di miglior qualità e a buon prezzo. Sono arrabbiato perchè nessuno mi aveva mai insegnato e avvertito che il mondo sarebbe [...] potuto migliorare così tanto; per qualche motivo mi avevano consigliato la disperazione. 
Come fanno oggi con i miei figli. [...]"

(Fonte: Un ottimista razionale - come evolve la prosperità, Matt Ridley, Le Scienze, Codice Edizioni)


lunedì 7 ottobre 2013

FRA STORIA, MUSICA E CULTURA: PENSANDO A BOLOGNA...



"[...]Bologna ha un color rosso, rosso dei mattoni ond'è fabbricata, rosso delle tegole ond'è coperta, ma il tempo e la pioggia lo hanno un pò sbiadito: è vivida ancora, non fiammeggiante. [...] 
Vasta si estende la ricca campagna emiliana sino ai confini nebulosi dell'orizzonte, e Bologna ne sembra il gioiello, il gran gioiello antico e prezioso. Dalla città donde più forti, più saldi si librarono il pensiero e la scienza, l'arte e l'amore d'Italia, salgono al cielo nell'aria azzurra le sue torri, solidi monumenti che hanno sfidato il tempo e che sembrano sottili come frecce. [...]" 
(Matilde Serao, 1888)

giovedì 3 ottobre 2013

ALLE "PORTE" DI LAMPEDUSA, FRA SPERANZA E VITE DISTRUTTE.

"Le nostre isole sono lontane e troppo spesso dimenticate per i loro bisogni, ma sono così belle e così amate da chi le abita e da chi le visita, che sarà sempre più difficile continuare a mortificarle nei diritti e a maltrattarle nell'ambiente e nel territorio.
Il mio augurio è che gli abitanti di Lampedusa e Linosa possano essere accolti in un quadro effettivo di coesione nazionale e pari opportunità, perchè essere vicini all'Africa non sia più un disagio o addirittura una colpa, ma una grande opportunità di sviluppo sostenibile per l'ambiente solidale verso tutte e tutti. 
La nostra speranza è che nessuno - donna, uomo, bambina o bambino - debba essere costretto ad arrivare fin qui con i barconi, trovando troppo spesso la morte in mare mentre cercava una vita."
(Giusi Nicolini, Sindaco di Lampedusa)


"Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiorie tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.
Così, figli miei,una volta vi hanno buttato nell’acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua."
(Una volta sognai, Alda Merini)


martedì 1 ottobre 2013

FRA INFORMAZIONE E FUTURO, COLTIVANDO QUALCHE SPERANZA...


"L’informazione non è un connotato facoltativo, ma una delle condizioni essenziali per l’esistenza dell’umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per l’informazione."
(J.M. Lotman, cit.)