mercoledì 26 ottobre 2011

FRANE, ALLUVIONI E SMOTTAMENTI: GUARDANDO IMPOTENTI ALL'EMERGENZA MAI RISOLTA


Mentre uomini tristi e declinanti si avviano in sedi diplomatiche per cercare di rattoppare la barca che affonda, emergenze nazionali ritornano ogni anno a far sentire la loro, mai finita, presenza. 
Nell'autunno impazzito ed appena iniziato torna, purtroppo, il maltempo a farla da padrone: tra Liguria e Toscana, nel giro di pochi giorni, si sono registrate situazioni tragiche ed ancora non completamente terminate. 
Frane, smottamenti ed allagamenti sono solo alcuni degli imprevisti che, senza colpo ferire, in certi periodi dell'anno si trasformano in tristi cronache. 
Il conto, a questo giro, conta anche dei morti. Il problema in questione è di visione talmente grande che, per essere adeguatamente affrontato, avrebbe bisogno di agende ed incontri di coordinamento tra attori esercitanti varie competenze: la messa in sicurezza del territorio fa rima, in questo caso, con l'ennesima forma di sicurezza nella società. 
L'Italia è uno Stato in cui, per colpe trasversali ed estese, il dissesto idrogeologico non è un tema adeguatamente affrontato ed arginato. Eppure, nonostante tutti gli appelli alla calma, rappresenta un'emergenza con cui è indispensabile fare i conti. 
Guardando ad un Report uscito a fine 2010 si scoprono infinite condizioni iniziali che, di anno in anno, ripercuotono i propri effetti sullo Stato intero. 
Il Centro Studi del Consiglio Nazionale dei Geologi presentò, nell'ottobre del 2010, il dossier intitolato "Terra e Sviluppo". 
Dal sito di riferimento si riportano le coordinate progettuali che hanno spinto gli organizzatori all'implementazione di un piano prospettivo e, purtroppo, anche preventivo: 
"[...]prima rassegna annuale sullo stato del territorio del nostro Paese, sulla sua pianificazione e gestione, sul suo uso e consumo, sulla sua vulnerabilità, sulle risorse finanziarie impegnate e quelle da impegnare per la sua tutela, sullo stato degli interventi per il suo uso sostenibile e per la sicurezza ambientale, sulle prospettive di sviluppo.[...]"
La tutela del territorio si interseca, dunque, con un'infinità di branche: dalla società all'ambiente, dalla politica alla cultura della prevenzione per citarne solo alcune. 
Sono molti i punti da cui partire, per provare a migliorare la stabilità di uno Stato.
In termini economici, vincolanti per i nostri tempi, è possibile chiedersi quanto costino tragedie come queste? 
I calcoli sono, su temi come questi, l'emblema dell'ennesimo paradosso a cui fare fronte: si spendono cifre assurde, solamente a posteriori, per riparare a fenomeni di questo tipo. 
Invece, se si fosse scelta la strada della prevenzione, le spese sarebbero state solamente iniziali e, per di più, largamente inferiori. Un articolo de "Il Fatto Quotidiano" dello scorso anno riporta, a caratteri sottovalutati, i toni dell'emergenza in questione: 10% del Paese minacciato da frane e alluvioni, oltre il 50% da terremoti. 
Sono oltre 12 milioni le abitazioni a rischio terremoto, a fronte di edifici come scuole ed ospedali a largo rischio anch'essi. 
Negli ultimi dieci anni, in chiave generale, lo Stato italiano ha investito circa 27 miliardi di Euro nell'assetto del territorio. 
La spesa per i mancati interventi, finalizzata quindi al tamponamento delle emergenze, ammonta a circa213 miliardi di Euro. Tale cifra rappresenta, per sommi capi, quella fino ad oggi tagliata e raschiata per far fronte alle speculazioni finanziarie a cui l'intera Europa è sottoposta. 
Nel mentre, soffitti delle Università italiane crollano per infiltrazioni idriche nelle pareti. 
Per mettere in sicurezza l'intero territorio servirebbero, secondo cifre del Ministero dell'Ambiente, cifre prossime ai 40 miliardi di Euro. Se fossero state prese misure adeguate in tempi passati, forse, si sarebbero registrate altrettante situazioni differenti. Il report di cui sopra riporta, per temi centrali, il quadro generale sullo status quo italiano: 
  1. Popolazione e territorio;
  2. Il consumo del suolo;
  3. Il dissesto idrogeologico in Italia;
  4. Gli eventi sismici;
  5. Popolazione e patrimonio a rischio;
  6. Il territorio e i rifiuti;
  7. I costi del Rischio del non controllo;
  8. La pianificazione urbanistica e l'ambiente;
  9. Energia e territorio.
Da questo quadro generico emerge, pertanto, come le singole emergenze facciano in realtà parte di un tutto che non è (mai?,nds) stato affrontato con adeguate urgenza e premura. Nel mentre l'Italia piange e vede piangere dal cielo; il quadro del futuro rimane un'incognita, anche idrogeologicamente scrivendo.


Immagini di repertorio, ovviamente invariato

Per saperne di più:
"Terra&Sviluppo", www.consiglionazionalegeologi.it 
(http://www.consiglionazionalegeologi.it/cngwww/AODocumento.asp?iddoc=5648&idcat=10)

lunedì 24 ottobre 2011

RIDETE DEL SIGNOR B., SENZA DERIDERE GLI ITALIANI


Ci sono una tedesca ed un francese che, durante una riunione diplomatica internazionale e teoricamente fondamentale per il futuro del mondo intero, ridono dell'italiano di turno. Sembra la tipica barzelletta contemporanea sulle vicende dell'italiano medio; invece, contrariamente a qualsiasi buon senso ed ipotesi, è diventata realtà.
Tra sorrisi forzatamente repressi e condivisioni collettive di ilarità generale, la correttezza diplomatica ritorna poi a prevalere per il formale interesse di tutti. L'immagine dell'Italia ridicolizzata è tornata, ancora una volta, ad avere la meglio nel contesto mondiale. L'uomo che mai è stato bocciato in vita suanon è riuscito, per l'ennesima volta, a convincere i leader di Francia e Germania dell'affidabilità e della pragmaticità delle proposte italiane per uscire dalla crisi. 
In aggiunta, ovviamente, anche il danno di essere accostati alla Grecia come situazioni di emergenza; la Spagna, con le annunciate elezioni, è già acqua passata. 
Mercoledì è stato definito, per mezzo dei soliti toni diplomatici, come l'ultimo giorno utile per trovare soluzioni concrete da dare in pasto ai mercati. Al di là di ogni possibile interpretazione, purtroppo, rimane l'ennesima figuraccia rimediata nella giornata di ieri. 
Alle autorità ed alle Istituzioni coinvolte, larga parte dell'Italia rivolge un appello che sa ormai di vecchio: deridendo ed irridendo qualche leader politico ormai tramontato, non trascinate nell'ilarità collettiva anche lo spirito degli italiani.
Moltissimi attendono impazienti che, nei bunker romani, la situazione trovi uno sbocco positivo e maggiormente propositivo per quel Paese che, non molto tempo fa, era considerato il più bello del mondo.
Gli italiani non si meritano risate, nè tantomeno buona parte dell'attuale classe governativa.

domenica 23 ottobre 2011

SI VIENE E SI VA, QUALCHE VOLTA TROPPO VELOCEMENTE. RICORDANDO MARCO SIMONCELLI.


Qualcuno dirà che è stata una morte fra tante, qualcun altro dirà che in sport come quello ogni rischio va calcolato. 
Qualcun altro scriverà che, come lui, altrettanti se ne vanno in silenzio e nel più completo anonimato. 
Tutto vero, sicuramente. 
E' altrettanto vero, però, che l'umanità è costretta, per qualche alchimia sconosciuta, a vivere di simboli. 
Si ricordano episodi e protagonisti, nonostante quella che chiamiamo Storia sia fatta da volti e persone destinate ad essere collettivamente sconosciute. In questo marasma di opinioni e di idee, sullo sfondo ma non troppo, un 24enne che provava a tenere alto l'onore dell'Italia è deceduto svolgendo un lavoro giustamente confuso con passione.
Se ne va così, troppo velocemente, quel ragazzo chiamato Marco Simoncelli.
Quando un ragazzo muore, se ne va anche una speranza. E' un pò come avere un intero libro ancora da scrivere, con una sola penna a disposizione. 
Se si rompe quella, nessuna pagina potrà più essere riempita. 
Così, qualche volta, quella penna viene meno. 
Nel viaggio che siamo costretti a chiamare vita, alle volte, vicende come queste lasciano sensazioni che è difficile spiegare a parole. Se in ciascun giovane è riposto un seme di un'Italia nuova e da ricostruire, una morte come questa non può umanamente lasciare indifferenti.
Quando si provano a cercare ragioni, nessuna giustificazione è possibile. 
Si dirà che lo sport è un circo, che è opportuno non prestarci troppa attenzione perchè 'the show must go on', tanto per citare i Queen. Altrettanto vero, probabilmente. 
Il rischio calcolato e cercato non può giustificare, comunque, un'uscita troppo veloce dal palcoscenico della vita. 
E' opportuno fermarsi a riflettere, in un'Italia che normalmente soffoca e reprime il futuro di chi lo dovrebbe, per diritto, avere. In questo campo, purtroppo, la morte di un ragazzo classe '87 ha il dovere di fare effetto. 
Lascia interviste e simpatia, lascia qualche gara memorabile che per gli esperti sarà oggetto di ammirazione e culto. 
Lascia quello che, di più caro e silenzioso, forse gelosamente e giustamente custodiva: una ragazza che era con lui da 5 anni, una famiglia e tanti amici. 
Lascia una vita che, forse, potrà diventare modello per altrettante nuove generazioni che arriveranno: tanti e troppi capelli per una simpatia che perforava diecimila schermi televisivi. 
In un'Italia che non riesce ad essere un paese per giovani, purtroppo, notizie come queste lasciano un'impronta pesantissima per essere cancellata. Su uno sfondo impossibile da cancellare rimangono parole. 
Rimane, di pari passo, qualche verso della canzone che giornali ed interviste indicarono come la sua preferita: 'Siamo solo noi', del celeberrimo Vasco Rossi. 
Qualche verso che, più di ogni altra cosa, rimarrà scolpito dietro questa vita iniziata nel 1987 e spezzata nel 2011: 
"[...] siamo solo noi.../quelli che poi muoiono presto/ quelli che però è lo stesso[...]"
Dentro ad un verso, purtroppo, un destino spezzato. 
Poche parole per ricordare una vita che avrebbe potuto, forse, regalare alla storia, all'Italia ed allo sport altrettante pagine importanti. Un abbraccio a chi rimane, a chi lo ha conosciuto per davvero da vicino. 
Un abbraccio che, sicuramente, non potrà servire a nulla. 
Si viene e si va, alle volte troppo velocemente per essere ricordati. 
'Quelli che muoiono presto', appunto...'Quelli che però NON è lo stesso.'
Che la Terra ti sia lieve.

Firmato,
un tuo coetaneo

Immagine tratta dal sito ufficiale della giovane vita spezzata

sabato 22 ottobre 2011

DEBITO PUBBLICO, TRA SOLVIBILITA' E CREDIBILITA': SALVARE LE FUTURE GENERAZIONI


Se su 180 paesi siamo al 179° posto per crescita negli ultimi dieci anni, più di un motivo ci sarà. 
Il discorso della gravità della mole di debito pubblico è un argomento che, fino a pochi mesi fa, sembrava essere uno dei tanti scheletri nell'armadio di questa Italia. Ad ora, invece, la situazione è diventata anche mediaticamente grave: trattative serrate vogliono ora innalzare l'entità di un fantomatico fondo salva-Stati da 400 a 2mila miliardi di Euro. 
Se siamo arrivati a questo punto è evidente e scontato affermare che qualche errore è stato commesso. 
Di punto in bianco, invece, ogni Euro dei 1911 (e rotti) miliardi che caratterizzano questa Italia sono tornati prepotentemente a fare paura. Agitando gli spettri di parole prepotenti quali default o fallimento, comunque, ciò che è certo è che la crisi finanziaria rischia di trasformarsi sul medio-lungo termine in emergenza sociale e squilibrio civico senza precedente alcuno. 
Tutto questo perchè, senza possibilità di appello, i rimedi per tamponare la crisi economica vengono cercati raschiando il barile delle politiche sociali, degli Enti Locali e di tanti altri capitoli che dovrebbero essere emergenze per il Paese. 
Fattori primari da curare e prevenire, dissesto idrogeologico su tutti, sono archiviati e deposti in un impietoso secondo piano. Su queste basi, pertanto, nessun futuro può essere costruito con solidità.
Davanti a questi problemi rimane, esaltato da poco tempo a questa parte, il problema del debito pubblico. 
Termini come Btpbund spread fino a pochi mesi fa erano, quasi completamente, sconosciuti all'opinione pubblica. 
Gli allarmi di questi ultimi periodi giungono, a più riprese, da vari attori coinvolti nell'analisi di ciò che sta accadendo.
Dalle Istituzioni alle attività produttive, l'avviso è stato unico: riforme strutturali e crescita, finalizzate alla riduzione del debito pubblico
Il debito stesso scarica, infatti, la propria mole di interesse solvibilità sul futuro che, salvo eccezioni, dovrebbe essere funzionante e funzionale alle nuove generazioni. Ciò che è certo è che, dopo tentativi di maldestro controllo, la creatura economia sta completando la sua trasformazione in mostrolargamente al di fuori del controllo umano.
Prima di procedere ad una inevitabile ricostruzione del sistema, servirebbe identificare con correttezza e coerenza gli errori e le inadeguatezze che le attualmente presenti generazioni hanno commesso. 
Il debito pubblico si è trasformato, nel giro di poco tempo, da fantasma scomodo a spada di Damocle impossibile da evitare. Quali e quanti sono gli interessi che, negli anni a venire, il bilancio italiano sarà vincolato a corrispondere presso gli investitori? Quali i rimedi per rimediare ai troppi anni in cui si è speso di più di quanto incassato?
Domande come queste nascondo drammi che hanno l'assoluto diritto di essere evitati, oltrechè adeguatamente approfonditi. 
Le esigenze di solvibilità ed estinzione del credito accumulato presuppongono, a pieno diritto, una necessaria credibilità delle Istituzioni che devono farsi carico dell'emissione di titoli pubblici. Ad ora, è scontato e retorico affermarlo, la banda di mestieranti che amministrano il bene pubblico non ha quasi più alcuna influenza positiva sulla necessaria svolta da dare al sistema. Gli investitori attendono sfiduciati, mentre si pensa ad un Decreto Sviluppo per celebrare 'nozze con fichi secchi.' (B. dixit). 
Potrà l'Italia uscire da questo pantano per poter sperare in qualcosa di migliore e meno precario di questi ultimi anni?
Senza aumento di PIL  e crescita, pertanto, nessuna soluzione pare facilmente perseguibile. 
Altri sostengono che il debito pubblico non esista, nient'altro sia che un incubo destinato a tormentare le generazioni che attendono il mondo in affitto senza alcuna densità materiale.
Rimane il record che, forse, tra poco supererà i 2mila miliardi di Euro. 
Rimangono gli interessi oscillanti, annualmente ed attualmente, tra 78 e 100 milioni di Euro l'anno. 
Di pari passo, si cercano rimedi raschiando risorse da bilanci devastati: tagli all'ambiente, tagli al sociale, tagli all'istruzione. Tagli ai fondi per arginare emergenze quali il dissesto idrogeologico, come poco sopra si scriveva. 
Tutto ciò, forse, pur di impedire un collasso potenzialmente devastante. 
Cosa accadrà? Cosa serve per garantire un futuro stabile alle generazioni che verranno?
Se il mondo è in affitto, l'indignazione collettiva chiede di sfrattare chi ha contribuito a questa devastazione. 

venerdì 21 ottobre 2011

VAGABONDE BLU: STELLE CHE RINGIOVANISCONO?


Così come alcune persone riescono a portarsi bene i loro anni, anche qualche misterioso corpo celeste sembra riuscire a mascherare i segni del tempo. Quelle che astronomi ed esperti chiamano 'vagabonde blu' sono da sempre circondate da un misterioso fenomeno: risultano più giovani di stelle loro vicine che, teoricamente, potrebbero essere loro coetanee. 
La spiegazione fisica dietro tale congettura è piuttosto semplice: se osservate, infatti, risultano più calde delle loro sorelle vicine. 
Più calde e, dunque, più giovani: conformemente alle teorie astrali, infatti, qualunque stella invecchiando è destinata ad assumere colori tendenti al rosso, salvo poi implodere/esploderesottoforma di nana bianca.
Contrariamente a questo sviluppo, queste 'vagabonde blu' conservano le medesime caratteristiche che avevano da giovani.
Sin dagli anni '50 esperti e scienziati hanno provato a decifrare questa stranezza; gli astronomi Aaron Geller e Robert Mathieu sembrano aver trovato una risposta attendibile. 
Per rimanere così giovani, in parole povere, queste stelle risucchierebbero la massa delle stelle a loro più vicine. 
Svuotando le loro compagne, quindi, le vagabonde blu troverebbero linfa ed energia per conservarsi giovani. 
Il meccanismo d'azione di queste stelle vampiro è stato definitivamente scoperto studiando l'ammasso stellare NGC 188; le stelle in questione sono costrette a ruotare l'una accanto all'altra, per un complesso gioco di mutua attrazione gravitazionale. 
Il trasferimento di massa fra corpi celesti ha trovato, quindi, conferma; tutto ciò va ad avvalorare ulteriormente una delle ipotesi già più accreditate nel passato per l'analisi di questo strano fenomeno. 
Alla faccia dell'infinitamente grande, appunto: di pari passo è evidente l'infinitamente misterioso.

Fonte: notiziedalcosmo.storiepoesie.it, NASA


Fonte: 
"Mistero 'vagabonde blu' enigmatiche stelle bambine", A.Manfredi, Repubblica.it
(http://www.repubblica.it/scienze/2011/10/19/news/mistero_stelle_vagabonde_blu-23477042/)

mercoledì 19 ottobre 2011

TRA UNIVERSITA' DI BOLOGNA E MATRICOLE: QUANDO IL CAPITALE UMANO E' DA SALVAGUARDARE


L'Italia spende lo 0,8% del PIL in Università e Ricerca; la media UE si attesta a circa l'1,3%.
Questo semplice rendiconto conferma una tendenzialità che non vede nel futuro una risorsa prioritaria su cui investire. Concetti quali capitale umano, capitale sociale e formazione passano, colpevolmente, in secondo piano. 
Se l'Europa ed il mondo non corrono, è comunque vero che camminano molto più veloce dell'azzoppata Italia.
Per conformarsi agli obiettivi di crescita e ripresa delineati dall'Europa, l'Italia dovrebbe entro il 2020 raddoppiare il numero dei propri laureati. Neppure respiro ci sarà fintanto che, a formazione terminata, moltissimi cervelli vedano la fuga come sola opzione di crescita, carriera e valorizzazione. Investire in capitale umano comporta sacrifici che, nell'immediato, non sono capaci di fornire alcun resoconto tangibile. 
La fuga all'estero sta diventando un dramma per l'intero Stato che ha, per fortuna o purtroppo, necessità urgente di crescita. Su questo fronte, pertanto, si configura come fondamentale l'apporto che di anno in anno le nuove leve forniscono al sistema universitario e formativo. 
Nella dotta Bologna, contrariamente ai tristi tempi, qualche speranza rimane viva ed attiva: nel nuovo anno accademico il boom di matricole ha registrato un aumento del 4,9%. 
Le facoltà più gettonate sono chimica ed informatica, seguita a ruota da Agraria. Non perdono neppure appeal il Dams (da 487 a 591 iscritti, nds), così come la tremenda ma affascinante Ingegneria.
Se abbondano gli studenti, però, mancano spazi adeguati: aule e laboratori sembrano essere al momento insufficienti a soddisfare le esigenze richieste. 
In aumento, di pari passo, le iscrizioni ai corsi di Laurea Specialistica e Magistrale: garantire una formazione avanzata e specifica è il tassello essenziale per (ri)costruire fette importanti di Paese. 
L'Italia che guarda al futuro, nonostante tutto, bussa alle porte del grado di Istruzione più alto tra quelli esistenti. 
Alla politica ed alle classi dirigenti, per l'ennesima volta, il compito estremo di non bruciare questa immensa potenzialità che chiamiamo capitale umano



Fonte: 
"Boom di matricole all'Alma Mater", I.Venturi, La Repubblica - Bologna

lunedì 17 ottobre 2011

ALIMENTAZIONE ED UOMO: TROPPO RIMANE DA FARE


Oggi 7 miliardi, tra poco meno di quarant'anni 9. 
E' questo il bilancio che, in prospettiva, consegna all'umanità intera una missione importante che, purtroppo, non ha ancora trovato una benchè minima forma di risoluzione. 
A conti fatti, purtroppo, più di un miliardo di persone soffre oggi la fame: denutrizione e malnutrizione sono, in molti luoghi del mondo, una realtà che non riesce ad essere superata. 
Il tristissimo resoconto è emerso dalla giornata di ieri, 16 ottobre 2011, esplicata nella Giornata mondiale dell'alimentazione. 
La FAO (Food and Agriculture Organization) ha scelto di dedicarla ai prezzi alimentari, tra crisi e difficili forme di stabilità.
L'aumento dei prezzi costringe 70 milioni di persone a vivere di stenti, senza includere nel conto chi, ovviamente, neppure riesce a sopravvivere. 
La domanda posta dagli organizzatori è una su tutte, fra tante: cosa accadrà quando, nel 2050, saranno 9 i miliardi di esseri umani ad abitare l'astronave Terra? 
La malnutrizione colpisce soprattutto l'Asia, con quasi 600 milioni di persone che rimangono in condizioni di assolute indigenza ed indisposizione. Tenendo in conto che la popolazione sembra destinata ad aumentare specialmente nelle aree già oggi provate dalla crisi od in via di sviluppo, sembra necessario incrementare di almeno il 70% la produzione alimentare mondiale. 
Sempre, ovviamente, entro la scadenza del 2050. Sarà necessario, pertanto, investire su produzioni provenienti direttamente dalla Terra. Tutto questo, ovviamente, senza stravolgere le terre coltivabili per non mettere a rischio la biosfera. Servirà un'agricoltura che sappia durare nel tempo, ricorrendo anche all'aiuto di scienza e biotecnologie alimentari.
In questo senso, ancora una volta, è necessario richiedere un grande sforzo a quanti oggi possono dare di più per riequilibrare le sorti delle future generazioni
Utopia o realtà? Le situazioni attuali descrivono una netta tendenza all'irreale.
Per il resto, comunque, la speranza rimane sempre l'ultima a morire.


 

Fonte:
"Nel 2050? Bisognerà produrre cibo per nove miliardi di persone", R.Burattino, Corriere.it
(http://www.corriere.it/esteri/11_ottobre_16/fao-giornata-mondiale-fame_b194d7a8-f7e6-11e0-8d07-8d98f96385a3.shtml)

"Get involved! World food Day, 16 october 2011"
(http://www.fao.org/getinvolved/worldfoodday/en/)
(http://www.fao.org/news/story/en/item/92899/icode/)

sabato 15 ottobre 2011

INDIGNATI E PREPOTENTI, MA CONSAPEVOLI: RESISTERE PER RI-ESISTERE


In una celeberrima canzone Tracy Chapman descrisse situazioni che, ciclicamente, stanno tornando a riproporsi sulle scene del mondo: 
"[...] Stanno parlando di una Rivoluzione /Sembra un sussurro [...]/ Stanno parlando di una Rivoluzione/ Sembra un sussurro/ Mentre fanno la coda per il sussidio/ Piangendo alla porta degli eserciti della salvezza/ Sprecando tempo agli uffici di collocamento/ Aspettando una promozione/ La povera gente si ribellerà/ E si prenderà la sua parte/ La povera gente si ribellerà/ E si prenderà ciò che le appartiene [...]"
Dietro ad un sussurro, per fortuna, qualcosa si sta muovendo. 
Sembra un sentimento nuovo, ancora indefinito, che oscilla tra termini quali rivolta rivoluzione
Tra corsi e ricorsi storici, forse, l'umanità intera avrebbe dovuto trarre da certi episodi insegnamenti importanti da utilizzare per tracciare nuovi pilastri su cui mantenere in equilibrio la società. 
A quest'oggi, invece, di quel mondo in affitto che il futuro dovrebbe prendere a tutela rischia di rimanere poco o niente: la crisi economico-finanziaria ha generato rimedi che, sul medio-lungo termine, rischiano di convertirsi in una nuova e pericolosa crisi sociale. In questi momenti, infatti, generazioni di precari e disoccupati, di studenti e di indignati stanno sprecando tempo agli uffici di collocamento di un domani che non esiste. 
Ogni attore della società ha, in questa nuova rabbia, delle carte da giocare per non perdere la sua partita nell'amministrazione del bene pubblico, divenuto ormai solo bene comune
L'indignazione generale esprime un pensiero collettivo che sottopone, ai governanti, una semplicissima domanda: inimicandovi il futuro, come farete un domani a governarlo? 
Nel mezzo di questo vento nuovo rimangono, purtroppo, frange indegne dei mestieranti della contestazione il cui unico motto sembra essere 'distruggere a prescindere.' Esulando da questo contesto, ciascun indignato chiede che parole chiave assumano veramente nuova voce nella ricostruzione che si avvicina, inevitabile: capitale umano, sicurezza, acqua, conoscenza, energia rinnovabile e scuola sono solo alcune parole capaci di richiamare campi semantici di sterminata vastità. 
Poveri e meno poveri procedono, in un crescendo che non può essere isolato, ad una ribellione che sembra non voler accettare alcun tipo di compromesso. 
Su questi confini, sono molto labili le possibilità di passare dalla ragione al torto. 
Forchette rotte siciliane si mescolano a rivolte contro banche e modelli economici che hanno compromesso il fragile equilibrio del domani. In altra voce, al troppo sonno sta seguendo un veloce e forse troppo potente risveglio. 
Giovani ed esseri umani chiedono, in una commistione imprecisa di voci, di potersi riappropriare di un futuro migliore. 
Non è demolendo tutto che è possibile, però, ricostruire un qualcosa di migliore del precedente. 
L'esperienza recente dovrebbe avere insegnato all'uomo che, prima di collassare su sè stesso, ungenerico sistema sfoga le sue ire funeste sul suo primo creatore: l'essere umano, appunto. 
Su questi confini, infatti, un'incontrollabile economia sta degenerando in una crisi sociale che rischia di produrre pericolose derive per l'equilibrio dell'intero sistema mondo
La prima vittima della distruzione totale rischia di essere, ancora una volta, quell'uomo che pretende di riavere voce in capitolo nella complicatissima opera di ricostruzione. Non è abolendo e demolendo tutto che un argine trova forza e voce per resistere e ri-esistere. Dietro al comune sussurro, comunque, è oggettivo vedere come il mondo intero sia giunto ormai ad un definitivo punto di svolta. 
La forbice sociale rischia di tagliare anche coloro che, fino ad oggi, hanno lottato sottotraccia per pretendere più ricchezza di quanta ne fosse, umanamente, pretendibile. La protesta è una voce inarrestabile, dettata da quell'indignazione che Spinoza descrisse come figlia del troppo timore accumulato. 
La pentola a pressione della società è, a regime, ormai prossima all'esplodere. 
Gli 'eserciti della salvezza' si percepiscono lontani, in un momento nel quale parlare di una rivoluzione sembra cosa umanamente ed economicamente insostenibile. Il cambiamento collettivo è, ad oggi, sempre più collettivamente preteso. 
Non è demolendo un sistema che si imposta un sano ed equo cambiamento collettivo: che ne sarebbe stato del debito pubblico italiano se non fosse stato calmierato dagli acquisti a pioggia fatti dalla BCE?
Che ne sarebbe stato della piramide della società senza il decisivo apporto e supporto della base? 
Le domande sono troppe, e tragicamente profonde per essere sanate o risolte con sufficiente chiarezza: di fronte ad un sistema generale in disfacimento minimo, purtroppo, si colgono le avvisaglie per un sussurro che potrebbe, di giorno in giorno, diventare sempre più forte ed impetuoso. 
Ogni architettura del sistema dovrà modificarsi, se vorrà salvarsi dal fiume di stenti e stentanti che rischia di trabordare dai fragili argini dentro i quali è stato, per troppo tempo, conservato. 
La politica dovrà contaminarsi, smarcandosi di oscurità per tatuarsi la non modificabile virtù della trasparenza. 
L'economia dovrà essere riscritta dall'etica, e dall'eticamente sostenibile. 
Resistere per ri-esistere, senza però cedere alla rivoluzione puramente distruttiva: così facendo, per fortuna o purtroppo, di questo ancora bellissimo mondo in affitto non resterebbe in piedi nulla.


martedì 11 ottobre 2011

PETROLIO ED UOMO: ENNESIMA CATASTROFE ECOLOGICA?


L'istantanea riportata da siti di informazione e da stampa è estremamente semplice da immaginare: un gigante da 47mila tonnellate con una falla nello scafo. 
La nave Rena, attualmente arenata da mercoledì scorso sulla barriera corallina di 'Bay of Plenty' in un'isola a nord della Nuova Zelanda, ha riversato nel mare oltre 350 tonnellate di carburante. 
In aggiunta, al momento, le perdite non tardano ad arrestarsi: a rigore di statistica, infatti, i serbatoi del mezzo potrebbero rilasciare nell'ambiente circostante oltre 1600 tonnellate di greggio. 
I problemi potenzialmente riscontrabili sono, purtroppo, largamente immaginabili.
In aggiunta, stando a fonti del Ministero dei Trasporti, sulla barca erano conservati anche prodotti pericolosi che potrebbero sovrapporsi alla semplice perdita di carburante. 
Tutto ciò significherebbe, ovviamente, altri danni di maggiore portata. 
Il Ministro dell'Ambiente neozelandese, Nick Smith, riferisce già da ora della 'peggior catastrofe marittima' della storia del Paese intero. 
A breve, forse, potrebbero aggiungersi altre parole ben più pesanti. 
Nel mentre macchie di petrolio raggiungono le spiagge, mescolandosi all'acqua e compromettendo la vita e l'ecosistema delle bellissime zone tragicamente colpite dall'incidente. 
Nei prossimi giorni, giocoforza, si potrà sapere qualcosa in più.
Sperando in annunci speranzosi, ovviamente. 

Fonti: 
"Nuova Zelanda: una nuova marea nera", L.Mannella, www.ecoblog.it
"Nuova Zelanda, lotta per stop a greggio", www.ansa.it

domenica 9 ottobre 2011

INFORTUNI SUL LAVORO: NON BASTA UNA SOLA GIORNATA


Un solo giorno all'anno proietta cifre che, istintivamente e non, confermano una sorda ma tragica verità: in Italia, al 2011, di lavoro si continua anche a morire. 
I numeri, destinati a diventare nei 364 giorni restanti pura e semplice statistica, registrano indici di pericolosità a cui è necessario prestare ascolto ed attenzione concreta: nel solo 2010, infatti, sono stati 775374 gli infortuni sul lavoro registrati in tutto il territorio italiano. 
Anche se in calo, comunque, tale dato non può incoraggiare completamente: pesano moltissimo le condizioni congiunturali di crisi economica, in aggiunta al lavoro nero disperso e non totalmente calcolabile. 
Registrati, non da ultimo, 980 infortuni mortali. Rispetto agli anni passati, di pari passo, risultano in calo gli infortuni in itinere (tragitto casa-lavoro/ lavoro-casa, nds) contrapposti ad un aumento di quelli nel settore dei trasporti e del lavoro femminile.
Si riscontra infine un aumento degli infortuni nella fascia d'età 50-64 anni.
In aumento anche le malattie professionali, ossia disturbi strettamente correlati alla natura dell'attività lavorativa svolta: rispetto all'anno precedente l'aumento registrato è prossimo a percentuali prossime al 22%. 
E' questo il quadro delle statistiche elaborate e diffuse dall'Anmil (Associazione Nazionale Mutilati Invalidi sul Lavoro, nds), in una giornata che dovrebbe ricordare all'Italia intera la gravità di questa tragedia costante. 
Il problema è continuo e, forse, non completamente risolvibile: l'esperienza suggerisce l'impossibilità di azzerare completamente gli infortuni, se non in un piano puramente utopistico. 
Una ripartizione puramente matematica consegna all'Italia contemporanea una cruda consapevolezza: ogni giorno in media quasi tre persone muoiono lavorando. 
La pesantezza di certe cifre offusca la visione del lavoro che certe realtà stanno mettendo in circolo, da tempo: il fare sicurezza dovrebbe tendere al diventare una consapevolezza radicata nei lavoratori e nei datori di lavoro, al di là del semplice adempimento di obblighi imposti da un Decreto 81 perso fra tanti altri. 
La recente tragedia di Barletta nient'altro diventerà, alla fine dei conti, che un ennesimo campanello di allarme a cui fare estrema attenzione: tra qualche anno, infatti, nient'altro diventeranno che semplici statistiche utili al far di conto.
Tra conto e morto, comunque, l'emergenza prosegue incessante. 
In condizioni industriali di regime, forse, potremmo assistere ad indici di infortunistica ben più elevati. 
Il Presidente della Repubblica Napolitano ha sottolineato, nel messaggio inviato all'Anmil per celebrare la giornata odierna, la gravità di un fenomeno che è assimilabile a tragedia inaccettabile
Contrastare lavoro nero e sfruttamento sono, alla fine dei conti, due reali direzioni sulle quali è possibile esercitare i propri sforzi. Ogni infortunio finisce, infatti, con il bruciare più o meno definitivamente quantità imprescindibili di capitale umano. Ogni infortunio, contrariamente a qualche comune percezione, comporta anche un aggravio dei costi per lo Stato.
Quanto pesa l'universo di infortunati che si registrano negli ambienti di lavoro? L'Anmil riferisce di circa 5 miliardi di Euro l'anno. A questa somma vanno aggiunte cifre prossime a circa 4 miliardi di Euro per far fronte a spese sanitarie di vario tipo. Queste cifre, se sommate, danno indici prossimi a 10 miliardi di Euro l'anno. 
Cosa scrivere invece dei costi invisibili che ogni infortunio regala alle famiglie dei tragicamente interessati?
Trattandosi di cifre incalcolabili, qualsiasi valutazione è sprecata.
Da qualsiasi punto la si guardi, comunque, la sicurezza negli ambienti di lavoro è un punto chiave su cui lavorare per trasformare l'Italia in uno Stato anche eticamente più giusto ed equo. 
L'approccio integrato con cui coniugare consapevolezza, formazione, informazione e prevenzione risponde ad uno schema nel quale responsabilizzare la società intera. 
Nella società, infatti, ciascun attore avrebbe il dovere di fare la sua parte. 
Tutelare il capitale umano e limitare le perdite: solo così, forse, sarebbe possibile costruire un'Italia maggiormente equa e responsabile. Non è purtroppo sufficiente una giornata sola all'anno.


Per saperne di più: 

"Il messaggio di Napolitano: 'Morti sul lavoro inaccettabili.' ", LaRepubblica
(http://www.repubblica.it/politica/2011/10/09/news/napolitano_morti_bianche_inaccettabili-22931731/)

"Napolitano: 'Basta morti sul lavoro, non abbassare guardia.' ", Ansa.it
(http://ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2011/10/09/visualizza_new.html_674240084.html)


venerdì 7 ottobre 2011

"SU CON LA VITA, CHARLIE BROWN!": GUARDARE AL MONDO CON L'AIUTO DEI PEANUTS


L'intento dell'opera è chiarificata sin dalle prime pagine: 
"[...]Charles M.Schulz. L'uomo che ha creato Charlie Brown, Lucy, Snoopy e tutti i loro amici, i protagonisti della striscia conosciuta nel mondo intero col nome di Peanuts. [...] Schulz ha creato una striscia che racchiude in sè un autentico tesoro di riflessione, filosofia e psicologia [...]. Gli adorabili personaggi di Charles M.Schulz divertono, ma non solo: essi mettono in scena importanti dinamiche psicologiche in maniera così semplice ed immediata da dissimulare l'efficacia del loro impatto. [...] Di recente mi sono domandato se davvero tutti capissero e apprezzassero i messaggi dei Peanuts. 
Di sicuro la striscia è divertente, ma, proprio per questo, molti possono pensare che sia solo spassosa.[...] 
I personaggi dicono cose molto diverse a ciascuno di noi. [...] Allora venite con me, proviamo ad affrontare la variegata realtà delle esperienze umane insieme con Charlie Brown e i suoi amici. Chi lo sa? 
Forse potremmo essere un pò più felici ed efficienti se, invece di limitarci ad ascoltare, tentassimi di capire ciò che Charles Schulz cerca (ha cercato, nds) di raccontarci.[...]"
Con queste parole Abraham J.Twerski descrive l'obiettivo del libro "Su con la vita, Charlie Brown!". 
Collegandosi intimamente con lo straordinario universo costruito dalla mente di uno dei più grandi e sottovalutati geni di tutti i tempi, infatti, l'autore si chiede se possa esistere un parallelo tra il mondoreale e l'universo racchiuso in ogni singola striscia
Ciascun personaggio ideato, infatti, realizza un modello non comune della personalità umana, in costante evoluzione; chi almeno una volta nella vita non si è identificato in Charlie Brown? 
Chi, almeno una volta nella vita, non avrebbe voluto parlare a quella ragazzina dai capelli rossi che, quasi mitologicamente, giunge sottoforma d'amore nella vita di ciascuno? 
Chi, almeno una volta nella vita, non ha cercato protezione dall'Universo mondo come Linus cerca conforto abbracciando la sua coperta? Chi, almeno una volta nella vita, ha anche involontariamente dato lezioni o consigli forzati come l'eterna Lucy? I Peanuts sono, dunque, soprattutto anima. 
Anima, cuore e vignette. Quelle che Umberto Eco definì come 'personcine' riescono, ancora oggi, a parlare e ad educare generazioni sempre nuove. Parlando all'anima si riesce, alle volte, a farla stare un pò meno male. 
In alternativa, forse, è possibile sopravvivere meglio. 
E' questo uno degli obiettivi del libro: guardare al domani, cogliendo spunti mescolati tra testo e strisce.
Leggendo pagine miste tra scenette e parole si possono trovare, con uno stile di scrittura e traduzione per nulla pesante, spunti molto utili per riflettere: dal 'rendere le proprie aspettative realizzabili' al vedere Charlie Brown domandare a Linus 'quando cominciano le cose belle?' giusto una pagina di distanza, fino al vedere un Charlie Brown insonne inscenare soliloqui matematici sul numero di scemenze da lui fatte in vita.
Il monologo è semplice, ma tremendamente significativo sui pensieri che moltissimi di noi fanno, anche inconsciamente, sui propri perchè da dare a questa cosa che chiamiamo vita
"(Charlie Brown steso e coperto nel letto a fissare il soffitto) A volte sto sveglio la notte a pensare a tutte le scemenze che faccio ogni giorno...Se vivrò fino a ottant'anni e farò dieci scemenze al giorno...Saranno circa duecentonovantamila scemenze...Quando si sommano tutte le scemenze che si fanno, è meglio usare cifra tonda..."
Tra le pagine del libro, forse, è possibile maturare un'identificazione: è giusto sentirsi come Charlie Brown, qualche volta nella vita. Potrebbe quasi essere un dovere, da espletare per poterci chiamare davvero esseri umani. 
Le pagine scorrono, con analisi a tutto tondo sul mondo che ci circonda e che dobbiamo vivere, da dentro e da fuori: valutare sè stessi, affrontare la realtà, autostima, amore, amicizia ed emozioni. 
Sono questi i pilastri su cui costruire elementi migliori per poterci capire.
Ad essi seguono ansia, senso di colpa, depressione, senso di responsabilità e missioni a cui, da esseri umani, è essenziale prestare attenzione: confrontarsi con gli altri, agire in maniera costruttiva, i valori ed affrontare gli altri. 
Se la vita non sorride a Charlie Brown, è lecito sentirlo scoraggiato; da un dibattito con Linus l'autore coglie l'opportunità di mettere a nudo tutta la natura di certe sfere della nostra stessa anima: 
"C: Pensavo che una sorellina avrebbe cambiato la mia vita, ma non è vero...La gente mi odia ancora...Non piaccio veramente a nessuno...Sono depresso come prima...(esce di scena)
L: Povero Charlie Brown...Di tutti i Charlie Brown del mondo, lui è il più Charlie Brown!"
(C: Charlie Brown, L: Linus) 
A tutti i Charlie Brown del mondo, forse, un libro come questo potrebbe trasmettere qualcosa. 
La matita di uno straordinario genio come Schulz ha regalato all'umanità un patrimonio immenso, che è necessario celebrare ogni qual volta se ne presenti occasione anche minima. 
Così, tra ansie che non passano e scenari che stravolgono l'esistenza, Charlie Brown è da sempre lì, nello stesso punto: è lì a rincorrere un aquilone che non vola, è lì a cercare assistenza psichiatrica da chi proverà sempre a demolirlo, è lì a rincorrere quella felicità travestita da ragazzina dai capelli rossi.
Rimane lì, immobile, in quella che chiamiamo vita. 
Twerski, in conclusione, chiarisce ulteriormente i motivi per cui ha ritenuto necessario scrivere un testo paragonando la nostra anima a quella plasmata straordinariamente da Schulz: 
"[...]Certo che vogliamo bene a Charlie Brown. Lui è come noi. 
In tutti noi vi è un pò di Charlie Brown. In alcuni è evidente. In altri si nasconde sotto vari meccanismi comportamentali e psicologici di difesa, molti dei quali operano a livello inconscio, che ci impediscono di riconoscere il Charlie Brown che è in noi. In entrambi i casi, comunque, i problemi prima o poi vengono fuori. [...] Ci sono molte strade per essere più felici, ma prima dobbiamo riconoscere che l'infelicità non è in sè inevitabile. Charlie Brown ci parla di noi. Se ascoltiamo e comprendiamo il suo messaggio, allora possiamo cercare un modo per cambiare le cose. [...]"
Tra tutti i Charlie Brown, comunque, onore al primo di fabbrica
Ed altrettanto onore al genio straordinario che ne ha dipinto le debolezze e le mancate gesta. 
Dopotutto, senza più alcun dubbio, molte delle sue sconfitte appartengono anche alla nostra quotidianità. 



giovedì 6 ottobre 2011

MESSAGGIO AI GIOVANI: "SIATE AFFAMATI, SIATE FOLLI." RICORDANDO STEVE JOBS.



"Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.

La prima storia è sull'unire i puntini.

Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato?

E' cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all'ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d'attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: "C'è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?" Loro risposero: "Certamente". Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l'adozione. Poi accetto di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college.

Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l'ammissione e i corsi. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all'epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell'attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti.

Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l'unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.

Il Reed College all'epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato.

Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E' stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all'epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all'indietro.

Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all'indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa - il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia è a proposito dell'amore e della perdita

Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un'azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L'anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione - il Macintosh - e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall'azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l'azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa.

Non ho saputo davvero cosa fare per alcun imesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me - come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l'ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L'evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.

Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi fondai un'azienda chiamata NeXT e poi un'altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell'attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.

Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E' stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l'unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l'amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l'unico modo per essere realimente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l'unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l'avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.

La mia terza storia è a proposto della morte.

Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: "Se vivrai ogni giorno come se fosse l'ultimo, sicuramente una volta avrai ragione". Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: "Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?". E ogni qualvolta la risposta è "no" per troppi giorni di fila, capisco che c'è qualcosa che deve essere cambiato.

Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose - tutte le aspettative di eternità, tutto l'orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire - semplicemente svaniscono di fronte all'idea della morte, lasciando solo quello che c'è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c'è ragione per non seguire il vostro cuore.

Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi "addio".

Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell'analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie - che era là - mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l'intervento chirurgico e adesso sto bene.

Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po' più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E' l'agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità.

Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero un ragazzo c'era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E' stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E' stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E' stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.

Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell'ultima pagina del numero finale c'era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l'autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c'erano le parole: "Stay Hungry. Stay Foolish.", siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi.

Stay Hungry. Stay Foolish.
Grazie a tutti."

(Steve Jobs, 12 giugno 2005)

Quando un messaggio vale una vita, quando un giovane ha davanti una vita intera da spendere per poter dimostrare qualcosa di importante al mondo. 
Quando è necessario lavorare per costruirsi un futuro, anche in un Paese dove il domani è per molti impossibile da vedere con certezza; quando è necessario lottare con i denti per guadagnarsi un piccolo posto nel mondo, da qualunque punto di vista la si guardi, fame e follia aiutano a fare grandi passi in avanti per conquistarsi uno spazio.
Piccolo o grande che esso sia.


Fonte: "Discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford", http://marcelloseri.blogspot.com


martedì 4 ottobre 2011

IN MEZZO ALLA DECADENZA, GUARDANDO COSA MANCA AL MONDO: SALUTANDO IVANO FOSSATI




"In piena decadenza 
Le parole non hanno chance 
È proprio una faccenda inquietante 
Il pensiero che degenera 
Facciamo un affare con Dio 
Ci lasci una seconda possibilità 
Se può 
Questa decadenza 
In mezzo a tanta oscurità 
Le speranze non hanno chance 
C’est la décadence 
C’est la décadence 
Nessuna incertezza mai più 
In nome del cielo davvero mai più 
Qui serve un segno di rispetto per la gente 
In questa bassa marea 
Serve un lampo nell’aria che si accenda 
Oppure un’idea 
C’est la décadence 
C’est la décadence 
Mi guardo a sinistra 
Poi guardo verso destra 
E tutto quello che ho da vedere 
E’ una frontiera da attraversare con te 
Facciamo un affare noi due 
Ci diamo una seconda possibilità 
È la sopravvivenza 
È un biglietto per andare più avanti 
È trovare un lavoro 
È decenza 
È sapere con chi stare 
È la differenza 
È un biglietto per andare più avanti 
È trovare un lavoro 
È decenza 
È sapere a chi spingere davanti 
C’est la décadence 
In questa decadenza 
Le parole non hanno chance 
C’est la décadence 
In questa decadenza 
Le persone non hanno chance 
C’est la décadence 
C’est la décadence."





"Quello che manca al mondo è un poco di silenzio,

quello che manca in questo mondo è il perdono che non vedo e non sento.
Tutta la gente intorno sogna di cavalcare il temporale,
quello che serve alla vita è acqua e sale. 
Io non sono quell'uomo che aveva un sogno
che ne è stato dei sogni di questo tempo.
Di che cosa parliamo, in questa vita?
Di che cosa nutriamo, i nostri figli?
Quello che mancherà domani è un monumento all'uguaglianza
quello che manca già stanotte sono mille parole d'amore,
perchè c'è gente che parla d'amore in una lingua morta.
Sono vivi e gli basta e sanno aspettare
ma in quest'estate che sembra piuttosto dicembre non tutto va bene, oppure sì se vi pare.
Quello che manca al mondo lo vedo bene con i miei occhi,
quello che manca in questo mondo non lo posso raccontare.
Io non sono quell'uomo che aveva un sogno
e nemmeno l'artista che aveva un dono,
ma anche un solo pensiero fa strada 
come tutte le grandi illusioni.
Quello che manca al mondo è un poco di silenzio,
quello che manca in questo mondo è il perdono che non vedo e non sento.
Quello che manca al mondo è un poco di silenzio."


domenica 2 ottobre 2011

CAPITALE UMANO BRUCIATO, OLTRE LA VELOCITA' DELLA LUCE


La scoperta rivoluzionaria ed attualmente in itinere di verifica consegna alla storia un risultato che, per buona parte delle sue trame, è marchiato Italia. Al di là del merito e della potenzialmente straordinaria importanza conseguibile dal risultato riscontrato casualmente, purtroppo, rimangono nel contesto anche moltissime ombre. 
Un articolo de La Repubblica, pubblicato il 26 settembre scorso, riporta l'ormai celeberrimo motivetto che fa da sfondo alle vicende contemporanee di questi ultimi tempi: per i giovani nessun futuro. 
Il rilevatore Opera ed il contesto nel quale la velocità della luce è stata superata ne sono, purtroppo, un'altra tristissima conferma. Attorno a questo e ad altre opere maturano, infatti, le esperienze di ragazzi senza alcuna stabilità contrattuale.
La straordinarietà dei risultati conseguiti è direttamente proporzionale, nei fatti, solamente all'incertezza che queste nuove generazioni hanno nel costruirsi un domani. 
Mentre la validità del risultato potrebbe essere messa in discussione da potenziali imprevisti quali sincronizzazione degli orologi o metodi statistici utilizzati, purtroppo, una delle costanti mai in discussione rimane quella della precarietà. 
Quel 'tunnel del neutrino' è l'ennesimo simbolo del sistema Italia: grandi risultati con poco valore attribuito al capitale umano attraverso il quale si realizzano fenomeni che per la scienza possono essere 'miracoli'. 
L'instabilità è uno dei fattori attraverso cui, da troppo tempo, il progresso prova a plasmare il futuro di un Paese socialmente al palo
Il linguaggio dell'enorme rilevatore di 'Opera' è, quindi, nelle mani di comuni precari. 
L'articolo riporta una frase che, meglio di qualsiasi altra possibile, è in grado di far comprendere l'atmosfera nella quale questo Paese è costretto a vivere:
"[...]Il personale è ridotto all’osso. Abbiamo dei giovani che si autospremono come limoni grazie al loro entusiasmo, ma chiedergli di più sarebbe impossibile. [...] La ricerca italiana è come un tubo aperto. I ragazzi brillanti entrano da un lato e dall’altro escono per andare all’estero.[...]"
E' questa l'opinione derivante dall'esperienza di Paolo Strolin, membro dell'INFN e dell'Università di Napoli.
Rimangono, oltre alle 4mila tonnellate che Opera mette attualmente a disposizione per scoprire immensi misteri nell'Universo circostante, ancora troppi misteri su cui l'instabilità non potrà fare luce ancora per molto.
Esperimenti pensati alla fine degli anni '70 vengono inaugurati, con qualche ritardo, giusto nel 2010: chiedere all'Icarus di Carlo Rubbia per riscontri sul merito della questione. 
Altri esperimenti sono qualificati come interessanti a corredo, infelice, dei celeberrimi tagli al bilancio che imperano in questi declinanti anni di italiana memoria.
Per il resto, ai posteri l'ardua sentenza nel merito. 




Fonte: "Neutrini, il Gran Sasso riserverà ancora sorprese", Elena Dusi, La Repubblica
( http://www.repubblica.it/scienze/2011/09/26/news/neutrini_il_laboratorio_del_gran_sasso_riserver_ancora_altre_sorprese-22275195/)