martedì 12 novembre 2013

"NOI NON CI SAREMO", FRA NOMADI E GUCCINI


"[...]E dai boschi e dal mare ritorna la vita,/ e ancora la terra sarà popolata;/ 
fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora il mondo percorrerà/ 
gli spazi di sempre per mille secoli almeno,/ ma noi non ci saremo, noi non ci saremo,/ 
ma noi non ci saremo."

lunedì 11 novembre 2013

FRA TIFONE HAIYAN E PREVENZIONE: COME DIREZIONARE IL FUTURO?

Il passaggio del tifone Haiyan ha prodotto, fino ad ora, conseguenze devastanti: oltre 10milamorti, 660mila sfollati, quattro milioni di bambini bisognosi di aiuti secondo stime ancora provvisorie dell'Unicef.
Fenomeni quali piogge torrenziali e venti dalle velocità superiori a 300 km/h si sono abbattuti su zone già dissestate, producendo quella tragedia che è ad ora sotto gli occhi del mondo intero. 
Vada bene la doverosa solidarietà, vadano bene gli aiuti per i "sopravvissuti ridotti a zombie", vadano bene i sopralluoghi e le visite delle Unità di crisi per vedere quel che è distrutto e tutto quanto sarà da ricostruire. 
Sono già numerose e concrete le possibilità per provvedere ad aiutare la regione e le popolazioni sopravvissute a questa tragedia 'naturale'; citando da un articolo di La Repubblica è possibile riportare quanto segue: 

"[...] L'Unicef che sta accelerando l'invio di aiuti d'emergenza nelle zone delle Filippine devastate. "Vista la drammatica situazione, abbiamo deciso di aprire una campagna di raccolta fondi a favore dei bambini delle Filippine - ha detto il presidente dell'Unicef Italia Giacomo Guerrera - rivolgiamo un appello a tutti: è possibile donare tramite il sito Unicef.it e i consueti canali".
L'Unicef ha già mobilitato aiuti - in particolare cibo terapeutico per bambini, kit igienico-sanitari, acqua - per 3.000 famiglie delle zone colpite; non appena sarà possibile l'accesso, verranno distribuiti, con priorità nell'area di Tacloban. "Stiamo facendo più in fretta possibile per procurarci aiuti essenziali per i bambini che stanno sopportando il peso di questa crisi", ha detto il rappresentante Unicef per le Filippine Tomoo Hozumi. "Raggiungere le zone più colpite è molto difficile; l'accesso è limitato a causa dei danni provocati dal tifone alle infrastrutture e alle comunicazioni, ma stiamo lavorando giorno e notte per trovare modi per rendere disponibili più rapidamente gli aiuti per i bambini, non appena le condizioni lo consentiranno". [...] 
Save the Children ha lanciato un appello di raccolta fondi globale di 30 milioni di dollari (22,3 milioni di euro) per rispondere all'emergenza soccorsi nelle Filippine, dopo la devastazione portata da Hayan, uno dei più potenti tifoni mai registrati, che ha colpito la parte orientale del paese l'8 novembre scorso. C'è infatti urgente bisogno di acqua pulita, cibo, generi di prima necessità, medicine, materiali per costruire rifugi, ma anche interventi di supporto psicologico, ha avvertito l'organizzazione. [...]"

Dalla lettura di ulteriori articoli in rete è infine possibile desumere che, stando a Report diffusi dal National Disaster Risk Reduction and Management Council, le persone colpite da tale tifone potrebbero ammontare ad oltre 4milioni.
Oltre all'emergenza aiuti ed oltre la tragedia consumata è necessario approfondire domande e riflessioni che rimangono comunque nascoste dietro ad un fenomeno naturale definibile come 'estremo'. 
La formazione e la forza del tifone Haiyan potrebbero essere fenomeni in qualche modo ascrivibili al cambiamento climatico? Qualora le agende climatiche non fossero poste concretamente ai primi posti delle politiche mondiali potrebbe attenderci un futuro fatto di fenomeni metereologici sempre più estremi ed incontrollati? Quanti e quali costi scaricano sul sociale tragedie come queste, destinate a verificarsi potenzialmente in aree sempre più vaste del pianeta Terra? 
Basti pensare, facendo riferimento esclusivo al tifone Haiyan, alle dimensioni effettive di un fenomeno che è riuscito a produrre conseguenze talmente devastanti: tornado valutato di categoria 5, fronte d'azione registrato pari a circa 600 km, classificato da esperti come il più potente mai registrato. 
Di fronte a notizie come queste e ad informative sempre più allarmanti, dalle sensibilità dei (pochi) esseri umani interessati potrebbe emergere un giustificabile senso del sospetto: l'umanità intera sarà nei decenni a venire costretta a vivere in un pianeta con eventi metereologici 'forti' sempre più frequenti, estesi e devastanti?
E' possibile cercare di arginare/limitare lo "sfacelo climatico" o è davvero inevitabile arrendersi ad un futuro così estrem(izzat)o? L'inquinamento prodotto dall'essere umano ha davvero contribuito nei secoli alla distruzione dell'ecosistema terrestre o è, come sostengono altri, tutto imputabile a cause non dipendenti dall'abuso umano inflitto al pianeta Terra? 
Per cercare di "rispondere" a fenomeni tragici e sordi simili a questi, pertanto, è opportuno riflettere ancora una volta sulla possibilità di (ri)strutturare il sistema economico per definire, in una potenziale ottica di nuovo sviluppo, progetti concreti che sappiano cercare risposta alla necessità di garantire lavoro e sicurezza alle popolazioni potenzialmente soggette a devastanti fenomeni climatici: 

"[...]Secondo i dati recentemente diffusi dall’Agenzia italiana risposta emergenze sui disastri naturali causati dai cambiamenti climatici [...] nel 2012 nel mondo, si sono verificati 357 disastri naturali, che hanno colpito oltre 124 milioni di persone e causato danni per più di 157 miliardi di dollari.
Si continua ad intervenire solo dopo che i disastri sono avvenuti mentre servirebbero serie politiche di prevenzione e manutenzione del territorio, per mitigare i rischi, salvare vite umane, risparmiare risorse economiche, creare occupazione. [...]"

E' questo lo spunto da non sottovalutare, fatto pervenire dalla Cgil nazionale all'attenzione della (ennesimaConferenza delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici
E' necessario adoperarsi concretamente per fare qualcosa di concretamente utile, prima che sia troppo tardi.
Cosa sarebbe invece possibile fare per minimizzare i danni e razionalizzare i benefici, qualora fosse già troppo tardi per migliorare la situazione? 
Servono aiuti, iniziative e proposte soprattutto in questo senso; come concretizzare il celebre detto secondo cui "prevenire è meglio che curare"? 
Senza trascurare, inoltre, la prima emergenza riguardante la necessità di informare concretamente le popolazioni relativamente a quanto si sa (e non si sa) su modelli climatici e potenziali scenari di futuro.
Riprendendo le parole dell'opinionista e Premio Pulitzer Thomas Friedman, è possibile scrivere quanto riportato nel seguito: 

"[...]Sebbene l'esistenza del cambiamento climatico sia confermata da una marea di ricerche svolte da varie istituzioni, i cittadini sono sempre più perplessi. 
Che cosa sta accadendo davvero? 
A mio parere la comunità dei climatologi dovrebbe riunire i maggiori esperti - da istituzioni come la NASA, i laboratori governativi [...] - e stilare una semplice relazione di cinquanta pagine. 
Potrebbero intitolarla 'Che cosa sappiamo sul clima', riassumendovi lo stato attuale delle conoscenze sul cambiamento climatico in un linguaggio comprensibile a un ragazzino, con inoppugnabili note di approfondimento controllate da altri esperti. [...]" 

Perorando tale tesi, nelle pagine introduttive al libro "Le stranezze del clima -che cosa sta cambiando e perchè" si trovano affermazioni dirette ad avvalorare tali necessità e confermare certi giustificabili paradossi: 

"[...] Gli scienziati comprendono sempre meglio le cause e gli effetti del cambiamento climatico, e ormai hanno pochi dubbi sul fatto che esso possa rappresentare una seria minaccia alle persone, alle cose e agli ecosistemi: eppure, sorprendentemente, i cittadini sembrano più confusi che mai. [...] 
se il cambiamento climatico è davvero destinato ad avere effetti devastanti, ignorarlo sarebbe molto pericoloso; e se invece gli effetti saranno minimi, rischiamo di sprecare molte risorse inutilmente. 
Il problema è che, se aspettiamo che gli scienziati appurino ogni dettaglio con assoluta certezza, sarà troppo tardi per rimediare ai danni, qualunque essi siano. 
E' quindi necessario che il pubblico e le autorità comprendano ciò che sappiamo sul cambiamento climatico: che cosa riteniamo fortemente probabile, in base ai dati disponibili, e su che cosa siamo ancora incerti. 
Tale comprensione è necessaria per prendere le decisioni a ragion veduta. [...]"

La comprensione di tali fenomeni è necessaria, così come è necessario approfondire ed indagare a fondo le (eventuali) cause che si nascondono dietro la natura di fenomeni tragicamente estremi come quello del tifone Haiyan. Senza le doverose analisi ed i necessari provvedimenti, forse, un domani sarà impossibile prendere decisioni "a ragion veduta". Il precedentemente citato "troppo tardi"  sarà, forse, già arrivato.



Per saperne di più:

"Filippine, 4 milioni i bambini colpiti da tifone. L'Onu: 'Diecimila morti solo a Tacloban'",Repubblica.it

"Tifone nelle Filippine, la paura per gli italiani - Scatta la solidarietà internazionale",Corriere.it

"Super-tifone 'Haiyan', venti a 300 km/h. Già tre morti.", internazionale.it

"Per chi suona la campana delle Filippine: la Conferenza sul Clima e il tifone Haiyan",Greenreport.it

"Le stranezze del clima - Che cosa sta cambiando, e perchè", Climate Central, Chiavi di Lettura - Zanichelli

giovedì 7 novembre 2013

"CHI HA SBAGLIATO PIU' FORTE": RICERCANDO RAGIONI PER LE (TROPPE) SCONFITTE

"Dal sogno della 'Canzone popolare' di Ivano Fossati, l'inno dell'Ulivo, ai centouno che a volto coperto hanno eliminato Prodi dalla corsa per il Quirinale.
Dalla democrazia dei cittadini alla palude delle larghe intese. 
E' il risultato di una guerra civile a sinistra durata vent'anni.
Una catena di ambizioni personali, rivalità tra capi, logiche di conservazione degli apparati che ha spezzato la speranza di un Partito nuovo e ha condotto a scelte disastrose. 
Una debolezza culturale, istituzionale, perfino etica, che si è conclusa con una catastrofe.[...]"

Queste sono parte delle righe riportate nel libro "Chi ha sbagliato più forte", ultima opera del giornalista ed inviato di politica interna de "L'Espresso" Marco Damilano. 
Si tratta di un diario, di una "cronistoria" fatta di volti che hanno elaborato progetti, tradito ambizioni, soffocato (consapevolmente) progetti politico-partitici precedenti per dare il via e/o istituzionalizzare (troppe volte, senza generalizzare) "giochetti di palazzo".
La presente opera è il risultato di un lavoro che, a detta dello stesso autore, ha radici lontanissime e profonde derivanti dall'esperienza lavorativa dell'autore: 

"[...]Tra le tante interpretazioni possibili ho scelto la mia, di certo non neutrale.
La chiave di una narrazione in presa diretta. 
Mi sono affidato alle testimonianze di alcuni protagonisti, pochi, e soprattutto alla memoria e agli strumenti del mio mestiere. Uno, in particolare, il più umile e resistente: i miei quaderni, fedeli ai fatti e soggettivi come l'occhio di una cinepresa, fogli a quadretti bagnati di pioggia o ingialliti dal sole, apunti raccolti in posizione di fortuna, in una tribuna stampa, in piedi di corsa durante una manifestazione o seduto per terra sotto un palco.
Impressioni frettolosamente trascritte, qualche perla dimenticata da ripescare in un mare di parole spesso inutili.
Frammenti di discorso politico. Nevrosi, ossessioni, discrepanze. Delusioni, passioni, speranze. [...]"

La presente opera potrebbe costituire un'agenda del passato, una "carta di navigazione" dedicata a tutti coloro che vogliano approfondire con spirito critico i percorsi e gli errori che hanno contribuito a fare dell'Italia la "melma" istituzional-economico-sociale-[...] che è oggi. 
Dalla lettura, fra una pagina e l'altra, si riesce a definire un "diario di bordo" fatto di volti, di assurde presunzioni, di "discutibili" pretese, di logoramenti intestini e di guerre politiche impossibili da nascondere sul lungo termine.
Non per nulla, infatti, il titolo del libro è "Chi ha sbagliato più forte"; a chi potrebbe essere anche utile questa opera? Si potrebbe consigliare la lettura di tale libro anche a chi ritiene che, per (conveniente?) miopia e/o per spirito critico assente, ancora oggi tutto continui ad andare bene.
Si potrebbe raccomandare la lettura di questo libro soprattutto a coloro che credono cheforme metodi dell'essere partito non vadano riformati e/o attualizzati, potendosi ancora reggere su logiche e dinamiche ormai vetuste e radicalmente antiquate per tempi ed esigenze di partecipazione che l'elettorato sensibile richiede. 
Un'opera come questa dovrebbe essere letta da chi rifiuta il confronto con coloro che cercano di osservare con spirito critico gli operati di persone che sono state "leader" solamente su carte e programmi elettorali, senza rispettare adeguatamente oneri ed onori che un mestiere complesso come quello della politica dovrebbe comportare. 
Tale libro potrebbe rappresentare anche una "mappa", capace di definire i percorsi da non ripetere per fare sì che le "ombre" di ieri possano ripresentarsi anche domani; si tratta di una sfida che, per fortuna o purtroppo, chi si candida a rappresentare uno schieramento politico ha il dovere di porsi. 
Come poter procedere per uscire definitivamente dalla palude delle "larghe intese" (sia reali che percepite) che da troppo tempo a questa parte sembrano scandire i tempi politico-istituzionali di un'Italia alla deriva più totale?
Come cercare di valorizzare al meglio sia le esperienze positive che i traguardi realizzati durante anni di Governo-positiva amministrazione esercitata da parte di forze ambiziose nel definirsi di (centro)sinistra?
A prescindere da qualunque opinione, pertanto, la strada sembra essere lunghissima ed intricatissima: tanti i problemi drammatici del Paese esplosi e/o non affrontati per tempo, tanta la (giustificabile) perdita di credibilità nei confronti dell'elettorato, tante le positive partecipazioni non trasformate in occasioni per una crescita degli organi di rappresentanza, tanti i "leader" (politicamente) antiquati e (politicamente) incartapecoriti che sembrano aver messo davanti logiche di palazzo ad espressione di volontà popolare, [...].
Quando verranno sviliti e superati i confini fra i "tanto" precedentemente citati ed i "troppo" che potrebbero innescare inevitabili e definitivi meccanismi di crollo radicale dei consensi e di (ulteriore) fuga dalle realtà partitiche?
Tale libro potrebbe essere anche dedicato a coloro che hanno da sempre dato priorità esclusiva al sostegno esclusivo ed incondizionato di leader e personaggi, senza privilegiare adeguatamente forme di incontro/scontro/confronto di idee e progetti reali. 
Suggerimenti utili dalla lettura di tale testo potrebbero essere dati anche a coloro che continuano a vedere la "rottamazione" anagrafica come sola fonte di creazione e costruzione di una politica "diversa": quanti sono i leader che hanno (ripetutamente) contribuito a realizzare il fallimento attualmente sotto gli occhi di tutti?
Quanti di questi leader, un tempo (più) giovani, hanno avuto il coraggio di portare avanti (a parole) idee per il tempo innovative e radicalmente destinate a cambiare l'allora status quo?
La vera forma di "rottamazione" dovrebbe invece spazzare via, fra le troppe cose possibili, vecchie logiche di pensiero, antiquati metodi di costruzione e mantenimento del consenso ed inadeguati metodi di descrizione della realtà (sia presente che futura).
Tale opera potrebbe suggerire spunti interessanti anche a coloro che, nella colpevolezza più totale, rifiutano completamente di interessarsi a politica e tutela del bene pubblico: quanti giochi di palazzo si sarebbero potuti evitare se i meccanismi di sorveglianza fossero stati adeguatamente elevati?
Aumentare il fiato sul collo di politic(ant)i e pigliavoti avrebbe forse contribuito a cambiare la melma nella quale affonda il Paese oggi? 
Queste domande nascono da una storia che, da troppo tempo a questa parte, ha prodottologiche fossili di partecipazione e di delega politica, troppo spesso pietosamente confinata alla sola urna elettorale.
Quante altre domande si potrebbero fare? Quante altre aspettative potrebbero tradire i leader (passati e futuri) e le persone che hanno contribuito a scrivere le pagine chiare escure di questa storia?
Il rischio più grande e reale è quello di assistere, fra un numero di anni indefinito, alle lente ma inesauribili ed inevitabili rottamazioni degli organi costituzionalmente addetti all'espressione ed alla salvaguardia dell'interesse pubblico: i partiti, appunto. Per informazioni si consulti l'Art.49 della Costituzione italiana.
Quali i consigli da poter dare a chi è, anagraficamente ma non solo, autorizzato a coltivare speranze e progetti per l'Italia che verrà? Riprendendo quanto detto da Nanni Moretti e riportato nel libro in questione, sarebbe possibile forse rispondere nel seguente modo: 

"[...] Chi vincerà? Ci vuole un cambiamento di costume, culturale. 
Vincerà chi capisce che il gioco è cambiato e che bisogna farne uno completamente nuovo. 
Ci volevano un altro tipo di persone, un altro modo di fare politica. 
Un'altra solidità, un altro rigore. 
Un'altra integrità. [...]"

Chi perderà? A (e)lettori le ardue sentenze.


sabato 2 novembre 2013

"LET THE GOOD TIMES ROLL", CITANDO RAY CHARLES...


"Hey everybody,/ Let's have some fun/ 
You only live but once/ And when you're dead you're done/ 
So let the good times roll,/ I said let the good times roll,/ 
I don't care if you're young or old,/ 
You oughtta get together and let the good times roll [...]"

giovedì 31 ottobre 2013

"DIALOGO FRA CREDENTI E NON CREDENTI": INCONTRO (IM)POSSIBILE?

Quanto terreno (bruciato) ha, nella percezione dei cittadini, la Chiesa cattolica? 
Quanta credibilità ha l'onere ed il dovere di recuperare per riabilitare nel concreto il detto "meno parole e più fatti"? 
Si ricorda troppo spesso una Chiesa nelle parole ed un'altra Chiesa nella realtà di tutti i giorni; quanti problemi interni sembra aver mascherato, oscurato o malcelato in questi anni a qualunque livello? 
Ogni persona sensibile e consapevole della percezione di un qualche cosa che va "oltre" i (troppi) fatti svilenti e massacra(n)ti cerca di trovare "rifugio" e pensiero positivo in quellalarga Chiesa che, non troppi anni fa, animava pensieri e parole di un cantante italiano all'inizio della carriera: 

"[...] Io credo che a questo mondo esista solo una grande Chiesa/ che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa/ passando da Malcolm X attraverso Gandhi e San Patrignano/ arriva da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano.[...]"

Quanti buoni esempi sono stati (sono e saranno) frenati e limitati da incoerenze e/o da parole pesanti come macigni e fin troppo eloquenti come quel "nonostante il Vaticano"?
Opulenza e potere temporale hanno (fra le troppe cose), nei secoli, aumentato la frattura di credibilità che la Chiesa avrebbe dovuto minimizzare per cercare di rappresentare edumanizzare le volontà ed i comandamenti dell'entità divina che dovrebbe aver generato il Tutto che ci circonda. 
Nell'imperfetto e fallace bilancio che contraddistingue queste vicende è possibile trovare molteplici voci di confronto e dibattito: laici, cattolici, credenti, religiosi, atei, [...]. 
E' possibile ritrovare un punto di incontro fra le molt(issim)e opinioni ed i tant(issim)i punti di vista possibili?
E' possibile ricercare un punto di svolta possibile, anche se solamente potenziale e/o irrealizzabile?
A queste e moltissime domande hanno cercato di rispondere Eugenio Scalfari e Papa Francesco, pontefice autore (fino ad oggi) di una "coordinata ribellione" nei confronti delle (tantissime ed) ingiustificabili "debolezze"  che avvolgono la Chiesa e più nello specifico le strutture vaticane. 
L'opera "Dialogo tra credenti e non credenti" racchiude frammenti di interventi provenienti da La Repubblica, ridisegnando quella corrispondenza che avvenne fra i due nei mesi estivi. 
E' possibile per due punti di vista opposti trovare un punto di incontro ed intesa, anche se sempre nel giusto rispetto delle reciproche posizioni? 

"[...]PF: [...] ora lasci a me di farle una domanda: lei, laico non credente in Dio, in cosa crede? 
Lei è uno scrittore e un uomo di pensiero. Crederà dunque a qualcosa, avrà un valore dominante.
Non mi risponda con parole come l'onestà, la ricerca, la visione del bene comune; tutti principi e valori importanti, ma non è questo che le chiedo. 
Le chiedo che cosa pensa dell'essenza del mondo, anzi dell'Universo.
Si domanderà [...] come tutti chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. 
Se le pone anche un bambino queste domande. E lei?
ES: Le sono grato di questa domanda. 
La risposta è questa: io credo nell'Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti.
PF: E io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio. 
E credo in Gesù Cristo, sua incarnazione. 
Gesù è il mio maestro e il mio pastore, ma Dio, il Padre [...] è la luce e il Creatore.
Questo è il mio essere. Le sembra che siamo molto distanti?
ES: Siamo distanti nei pensieri, ma simili come persone umane, animate inconsapevolmente dai nostri istinti che si trasformano in pulsioni, sentimenti, volontà, pensiero e ragione. In questo siamo simili. [...]"

E' davvero possibile instaurare una specie di intesa, anche se su punti di vista differenti?
E' possibile cercare punti di incontro e coesistenza, anche se su tematiche embrionali e sicuramente non sufficienti per risolvere gli enormi passi in avanti che la Chiesa ha da compiere per (ri)acquistare credibilità, onore e consapevolezza della dimensione umanaentro cui collocare i comandamenti del (reputato) divino?
La similitudine fra laico e religioso può essere possibile solo ed esclusivamente se inquadrata sotto la luce di elevatissime doti morali, capaci di superare (pre)giudizi di parte e faziosità rituali: entrambi dovrebbero cedere qualche frammento di convinzione, senza però cedere in autorità e consapevolezza dei propri punti di forza nel difendere il loro pensiero.
Chi è religioso ha qualcosa di forte (od illusorio?) che sembra mancare a chi non lo è: quel qualcosa di forte sembra essere stata da sempre identificato con il termine di fede.
Con la fede eccessivamente mistica ed esterna alla realtà è spesso impossibile ragionare; quanti ostacoli rischia di trovare davanti a sè colui che cerca di articolare un dibattito con chi non riesce a fare una sintesi accettabile fra fede spirito critico? Per coloro che hanno la (s)fortuna di essere eccessivamente religiosi, spesso, è difficile trovare un punto di vista che sappia mediare e/o mettere in discussione l'insieme di verità rivelate dogmi presenti nell'insieme di stereotipi abitualmente conosciuti in qualsiasi religione. 
Altrettanti oceani di parole sono stati scritti, sono pensati e saranno scritti riguardo ai possibili rapporti che società e religione dovrebbero stringere, in un reciproco rispetto di convizioni e posizioni riguardo alla libertà ed all'arbitrio umano: l'insieme sterminato di opinioni e pensieri possibili è qui racchiudibile sotto il termine di bioetica
Per contestualizzare e migliorarsi, pertanto, una Chiesa che cerchi di rappresentare (credibilmente) un Dio fra gli esseri umani potrebbe cercare di adattarsi a qualche forma direlativismo o, quantomeno, saper mettere in discussione molt(issim)i punti di vista che ad oggi sembrano fossil(izzat)i.
Fossil(izzat)i nonostante le parole di "rottura" di un Papa come quello attualmente in carica:

"[...] I più gravi dei mali che affliggono il mondo [...] sono la disoccupazione dei giovani e la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi. I vecchi hanno bisogno di cure e di compagnia; i giovani di lavoro e di speranza ma non hanno nè l'uno nè l'altra, e il guaio è che non li cercano più. 
Sono stati schiacciati sul presente. Mi dica lei: si può vivere schiacciati sul presente? 
Senza memoria del passato e senza il desiderio di proiettarsi nel futuro costruendo un progetto, un avvenire, una famiglia? E' possibile continuare così? 
Questo, secondo me, è il problema più urgente che la Chiesa ha di fronte a sè. [...]"

Se questi sono problemi urgenti da risolvere, è lecito che la Chiesa si affianchi con fatti il più possibile concreti nelle lotte da intraprendere quotidianamente? Con il termine lotte è possibile indicare tutto quell'insieme di gesti concreti che si potrebbero fare per portare all'attenzione collettiva e degli "attori competenti" certe tematiche: indicare una strada, concorrere ancora di più nell'aiuto dei più deboli, spogliarsi realmente di quell'opulenza intollerabile ed incompatibile per i principi che dovrebbero fondare tale Istituzione, [...]. 
A prescindere dalle molt(issim)e altre discussioni instaurabili ed intraprendibili, una raccolta come questa potrebbe lanciare una serie di pe(n)santi riflessioni per qualunque essere umano consapevole di avere un'anima. 
Anima da intendersi come dotata di salda coscienza, a prescindere da "fattori aggiuntivi" quali religiosità, fede od ateismo. 
Su questo fronte, pertanto, la nobile arte del dialogo dovrebbe intersecarsi strettamente con l'ancor più elevata arte del "discutere senza convincere". Condizionale d'obbligo, visti certi precedenti. 
Qualsiasi sia il punto di vista, comunque, gli autori del libro sembrano avere nitida la percezione di questa ineluttabile necessità di fondo:

"[...] Il Papa entra e mi dà la mano, ci sediamo. 
Il Papa sorride e mi dice: 'Qualcuno dei miei collaboratori che la conosce mi ha detto che lei tenterà di convertirmi.' 
ES: E' una battuta gli rispondo. Anche i miei amici pensano che sia Lei a volermi convertire. 
PF: Ancora sorride e risponde: 'Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. 
Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. 
A me capita che dopo un incontro ho voglia di farne un altro perchè nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogni. Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri.
Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e si allontanano, ma l'importante è che portino verso il Bene. [...]"

Sulla definizione di Bene riportata dal Pontefice si potrebbero aprire discussioni infinite, capaci di riempire potenzialmente altre migliaia di pagine; non sembra sufficiente affermare che "ciascuno di noi ha una visione del Bene e anche del Male". 
Una visione del Bene e del Male consegnata alla sola coscienze umane rischia di mostrare troppo presto crepe ed effetti negativi: in una società complessa ed articolata, per scriverla in parole povere, servono anche regole per garantire e tutelare il più completo discernimento fra un campo e l'altro. 
A prescindere dai millemila discorsi possibili, il giornalista autore del confronto conclude il ciclo di confronti con una riflessione pesante ma forse eccessivamente ambiziosa: 

"[...]Questo è Papa Francesco. Se la Chiesa diventerà come lui la pensa e la vuole, sarà cambiata un'epoca."

Risuonano, nel giudizio maturabile al termine di confronti così alti e contributi di altri autori chiamati in causa, nozioni e citazioni che vogliono riportare le discussioni su una dimensione elevata ma umanizzata: 
"La vera differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa."
Tale frase, eredità lasciata al mondo da Norberto Bobbio, viene utilizzata come pilastro di fondamento dal teologo Vito Mancuso per cercare di gettare diversa luce sulla (im)possibile intesa fra credenti e non credenti. 
La sfida più grande è far pensare tutta l'umanità, prescindendo da religioni e/o da convinzioni differenti. 
Fra risolutori e speranzosi di una nuova epoca, emergono dubbi di fondo leciti ed uman(izzat)i: è lecito diffidare anche dell'amore universale ed incondizionato, come riportato nel contributo di Guido Ceronetti.

"[...] nel dialogo [...]mi permetto di intervenire senza imbarazzo, anche se la mia povera opinione può risultare più di disturbo che di plauso. Di applausi tutti ne ricevono troppi. 
Mi dissuade dall'applaudire l'eccessiva reciproca tolleranza. 
Il contrasto (Polèmos) non è 'padre di tutte le cose'? [...]"

Sullo sfondo, un'entità su cui sono state scritte e dette tantissime parole durante la Storia.
Tantissime ma mai troppe. 
Sarà possibile trovare una qualche forma di intesa, da confronti-scontri come quelli racchiusi in questa raccolta? 
Sarà possibile riabilitare quella stessa entità che, in capolavori scritti da illuminate menti umane, sembra essere stata (eufemisticamentedeclassata? Risuonano sullo sfondo precise parole: 

"[...] Mi han detto/ che questa mia generazione ormai non crede/ in ciò che spesso han mascherato con la fede,/ nei miti eterni della patria o dell' eroe/ perchè è venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità,/ le fedi fatte di abitudine e paura,/ una politica che è solo far carriera,/ il perbenismo interessato,/ la dignità fatta di vuoto,/ l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto/ e un dio che è morto,/ nei campi di sterminio dio è morto,/ coi miti della razza dio è morto/ con gli odi di partito dio è morto. [...]"

Ogni scelta è affidata, per consapevolezze individuali e/o per libero arbitrio, ancora una volta ai primi protagonisti di questo mondo: 

"[...] penso che questa mia generazione è preparata/ a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,/ ad un futuro che ha già in mano,/ a una rivolta senza armi,/ perchè noi tutti ormai sappiamo che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,/ in ciò che noi crediamo dio è risorto,/ in ciò che noi vogliamo dio è risorto,/ nel mondo che faremo dio è risorto."

Ai lettori le ardue sentenze.


domenica 27 ottobre 2013

FRA POLITICA E (MANCATE) VITTORIE: DA CHI E COSA (RI)PARTIRE?


"[...] Chi vincerà? 
Ci vuole un cambiamento di costume, culturale.
Vincerà chi capisce che il gioco è cambiato e che bisogna farne uno completamente nuovo.
Ci volevano un altro tipo di persone, un altro modo di fare politica. 
Un'altra solidità, un altro rigore.
Un'altra integrità.[...]"
(Nanni Moretti)

venerdì 25 ottobre 2013

"LA TRAVERSATA": FRAMMENTI DI PROGETTO PER UN'ITALIA MIGLIORE?

Al Paese Italia, agli italiani ed al sistema partitico servirebbe compiere una grande traversata per raggiungere, ciascuno, differenti obiettivi: salvezza economico-sociale e progettazione a lungo termine per il primo, stabilità e certezze per i secondi, credibilità e dignità per il terzo.
Il sistema partitico rischia, nei fatti, di vedere la propria traversata in tutto e per tutto simile a quella che Gèricault dipinse nella sua opera "la Zattera della Medusa", traendo ispirazione dalla nota tragedia del naufragio dellafregata Mèduse (1816): troppa è la disillusione, troppa l'assenza di credibilità, troppe le "intese" percepite come maturate fra i palazzi e non saldamente strette con la realtà, troppa la percepita incompetenza, [...]. 
La traversata dei Partiti rischia di essere tanto difficile quanto impossibile, a seconda dei punti di vista possibili: cosa augurare ad una realtà come quella svilita e sempre più depressa in possibilità quali partecipazione e discussione?
Rafforzati (giustamente) dall'Art.49 della nostra Costituzione, i Partiti dovrebbero essere il luogo più indicato per l'esercizio del cosiddetto "metodo democratico" con cui influenzare le politiche nazionali e sovranazionali. 
Condizionale d'obbligo, giustamente ed obbligatoriamente. 
Quanti scommetterebbero oggi sull'utilizzo dei Partiti per far valere un'idea, per portare avanti un progetto e/o per perseguire la concretizzazione di un fine utile alla collettività? Chi è convinto, scagli la prima pietra. 
Il sistema dei Partiti langue per possibilità, opportunità e progettualità specifiche con cui misurarsi, fino a prove contrarie (molto difficili da rintracciare). 
Esistono margini per individuare buoni propositi e progetti per rilanciare concretamente forme di discussione, mobilitazione e partecipazione nei Partiti?
Quali prospettive avrebbero davanti a sè i Partiti qualora non dovesse essere possibile migliorarne l'azione internamente alla società civile, rilanciandone quindi metodi di confronto e dialogo su temi specifici?
Quali strade nuove rinnovate servirebbe percorrere per migliorare la percezione del sistema partitico nei confronti dell'opinione pubblica e dell'Italia intera? 
A queste e moltissime altre possibili domande cerca di rispondere l'opera "La traversata - una nuova idea di Partito e di Governo", osservando lo status quo dal punto di vista di chi ha una forte identità di sinistra da perorare, difendere ed istituzionalizzare nuovamente. 
Per rinforzare e riabilitare il Partito Democratico, nell'immaginario collettivo percepito come una forza partiticateoricamente di (centro)sinistra, l'autore Fabrizio Barca ha compiuto una grande traversata nelle fibre e nei punti deboli del Paese. 
Girando ed esplorando circoli e sezioni è riuscito probabilmente a qualificare con mano e competenza quella che è la percezione di molti militanti e/o simpatizzanti: un Partito radicato, forte di oltre 6mila unità territoriali, ma contemporaneamente percepito come lontano od incapace di rappresentare al meglio gli interessi della propria potenziale base
Le ragioni di queste diffuse opinioni non si sprecano, non sono numerabili e sono invisibili solamente agli occhi di coloro che vogliono ostinarsi a non vedere una china sempre più pericolante ed instabile. 
Nelle sue corde di ex-Ministro del Governo "tecnico" presieduto da Mario Monti e nelle sue vesti di uomo politicamente affine ad idee di sinistra, l'autore  ha cercato di imbastire un progetto capace di migliorare  vari aspetti del modo di "fare" politica internamente al Pd e, più o meno radicalmente, anche all'interno dello Stato e delle Istituzioni locali e di area più vasta:
  • incrementare la partecipazione;
  • incentivare il confronto;
  • incoraggiare la contestazione costruttiva;
  • disincentivare forme di qualunquismo e/o di critica distruttiva;
  • migliorare la condivisione di progetti e contenuti.
In un momento in cui lo status quo è drammatico per l'Italia intera sarebbero soprattutto i Partiti a dover imbastire serie riflessioni sul proprio modo di agire e qualificare il proprio operato.
Sempre ammesso che siano interessati realmente a perseguire il bene collettivo, si intenda. 
Dando per assodata tale eventualità, l'autore cerca di ragionare sulle possibilità che rimangono radicate nel tessuto socio-economico che questi anni stanno "regalando" all'Italia: necessità di incrementare la sorveglianza nei confronti della classe dirigente, al fine di non rendere queste crisi cicliche per distrazione dell'elettorato. 
Dietro a questi discorsi, qualora il Pd vorrà migliorarsi per salvarsi e (avere qualche speranza di) salvare conseguentemente anche l'Italia intera, sarà necessario sperimentare ed approfondire nuovi metodi di discussione e condivisione di contenuti e parole chiave da rielaborare. 
Richiamandosi alla precedente "Memoria politica dopo diciassette mesi di Governo" l'autore cerca di delineare ilrespiro con il quale imbastire serie riflessioni e riforme dentro al Pd e, più in generale, anche dentro all'intero sistema partitico.
Servirà dirimere e sbloccare, sullo sfondo della traversata italiana, alcune tematiche fondamentali con cui riformare ed aggiornare il sistema partitico: 
  • "infrastruttura" cognitiva nella quale strutturare un dibattito e mettere in rete fra loro le differenti esperienze esistenti nei vari livelli territoriali;
  • mobilitazione cognitiva nella quale cercare confronto e scontro per imprimere al Partito direzioni specifiche da portare avanti su tematiche importanti e di rilevanza locale, regionale, nazionale o sovranazionale.
Elementi come questi favorirebbero un passaggio di consegne particolare, potendo agevolare la transizione daminimalismo partitico sperimentalismo democratico.
Tale cambiamento permetterebbe alle realtà partitiche di delineare, meno difficilmente di quanto sia possibile fare attualmente, "argini" di partecipazione rinnovata e potenziata. 
Senza addentrarsi nei meandri e nelle proposte real(izzabil)i dell'opera, è comunque possibile intravedere nuove possibili forme di politica nelle quali sia istituzionalizzato e reso coerente il confronto su una moltitudine di tematiche? 
Partire da una riflessione come questa non dovrebbe però esimere dall'intraprendere, in primo luogo, un cambiamento culturale non indifferente nelle mentalità e nei caratteri degli italiani. 
Se i partiti, con il Pd in prima linea fra i colpevoli, dovranno (giustamente) riacquistare credibilità e peso specifico per favorire partecipazione ed inserimento, altrettanto dovranno fare gli italiani nei confronti delle loro volontà di interessarsi ed osservare (in maniera  attenta) alle possibilità di influenzare correttamente e coerentemente il dibattito dentro rinnovati "argini" di discussione. 
La missione è duplice, figlia sicuramente di un concorso di colpe non adeguatamente pesato nel corso di questi decenni. Più che duplice, la missione è anche tremendamente difficile. 
Non impossibile, comunque. 
Al Paese serve un buon Partito per realizzare un buon Governo che sappia, al tempo stesso, realizzare coerenti proposte programatiche od elaborare un dibattito attorno a quel poco che sia lecito migliorare. 
Ad ogni livello: locale, regionale, nazionale e continentale. 
Su questo fronte, purtroppo, il Pd è (nello specifico) ad oggi l'embrione di ciò che dovrebbe essere; i contenuti presentati in questo libro servono soprattutto per instillare positive riflessioni attorno a questo argomento:

"[...]Perchè solo dalla discussione e dalla messa in comune dei saperi senza tentazioni personalistiche può scaturire una nuova cultura politica che trasformi il Pd da com'è oggi a come serve  che sia."

Tali cambiamenti saranno possibili (r)innovando e migliorando il discutibile (aggettivo eufemistico) panorama attuale, creando magari nuovi argini di discussione dentro ad una miglior mobilitazione collettiva: 

"Questi giovani, queste donne, questi uomini che incontro ogni giorno vogliono ancora dare battaglia.
Il Pd (o chi sia disposto ad affiancarlo nel percorso, ndr) ha davanti una lunga marcia."

Se è possibile una società nuova e maggiormente condivisa, dipende in primo luogo anche da noi stessi.
Non solo, certamente. Chi sono i primi "nemici"  di questo miglioramento? 
Niente sembra rispondere meglio a questa domanda di un'altra citazione proveniente da un'intervista fatta allo stesso Barca:

"[...] Per sapere se hai fatto un vero cambiamento, devi vedere se qualcuno si arrabbia davvero.
Io ho trovato nei gruppi dirigenti un muro di gomma. La capacità di chi non vuole cambiare sta nel non farsi stanare. Scrivo: voi siete convinti che ci sia un deficit di potere, mentre il deficit è di partecipazione, attaccatemi. Niente. Dico che sono dei “capibastone” e loro non si presentano agli incontri.
Faccio notare che il Pd non incalza a sufficienza il governo. Silenzio. [...]
Il retropensiero è: attacca pure, tanto io ho in mano le leve del potere.
C’è una responsabilità significativa anche degli intellettuali, che oggi sono distaccati, cinici, scettici. Molti sono diventati opinionisti. Non si sporcano le mani. [...]
Ci siamo dimenticati che se le cose non cambiano è perché a qualcuno vanno bene. Ecco perché serve il conflitto, che oggi può essere esercitato da tre forze: la crisi, che suscita rabbia; l’assedio culturale della base; e le idee nuove, che fanno lavorare anche chi è mosso dall’interesse personale. [...]
Ci ricorda l’errore che abbiamo commesso nei confronti del berlusconismo: la sinistra in 20 anni non ha costruito una strategia forte di rinnovamento. La colpa è della sinistra. Punto. [...]"

Per qualsiasi altra possibile opinione, ai lettori le ardue sentenze (e confronti). 


giovedì 24 ottobre 2013

FRAMMENTI DI ABIURA INDIVIDUALE: CITANDO CAPAREZZA...


"[...] Io voglio passare ad un livello successivo, voglio dare vita a ciò che scrivo./ 
Sono paranoioco ed ossessivo fino all'abiura di me./ Vado ad un livello successivo dove dare vita a ciò che scrivo./ Sono paranoico ed ossessivo fino all'abiura di me./ 
Io faccio politica pure quando respiro, mica scrivo musica giocando a Guitar Hero./ 
Questi argomenti mi fanno sentire vivo in mezzo a troppi zombie [...]./ Macché divo, mi chiudo a riccio più di Sonic, fino a che non perdo l'armatura come a Ghost'n'Goblins./ 
Mi metto a nudo io, non mi nascondo come Snake in Metal Gear Solid. [...] 
Io non gioco le olimpiadi Konami, se stacco le mani l'agitazione mi resta [...]
Io devo scrivere perché sennò sclero,/ non mi interessa che tu condivida il mio pensiero. [...]"


sabato 19 ottobre 2013

FRA GIOVANI E POLITICA: QUALI ORIZZONTI?

"[...] Al Partito [...] i giovani sono essenziali. 
Non solo per la disponibilità di tempo e la domanda di conoscenza, ma soprattutto per il loro desiderio di cambiamento e la minore propensione al cinismo. 
Nel partito della mobilitazione cognitiva essi possono trovare un terreno dove confrontare le proprie esperienze, apprendere, concorrere a cambiare. 
Ma tre [...] ruoli e attività possono [...] dare un forte contributo al partito nuovo e convincere loro stessi a partecipare al dibattito. 
In primo luogo, anche con il coinvolgimento di associazioni e aggregazioni giovanili esistenti, anche rigorosamente indipendenti, è possibile costruire nei luoghi territoriali del partito un [...] 'apprendistato cognitivo' che affidi ai giovani, sfruttandone la disponibilità di tempo e il desiderio di cambiamento, il compito di animare il dibattito sulle questioni di interesse comune, con un'esplicita inversione dei ruoli rispetto alle precedenti generazioni: interpretare e discutere dati; reperire e valutare argomentazioni di merito; investigare modelli attuati altrove; partecipare ad applicazioni di sperimentalismo; studiare ed illustrare documenti di indirizzo delle istituzioni internazionali, europee e nazionali. A questa funzione potrà corrispondere [...] la cooperazione di non-giovani, esperti, anch'essi propensi ad apprendere. E' così che si rende possibile ed effettiva [...] l'abitudine al lavoro tra generazioni.
In secondo luogo, i giovani - siano essi membri, simpatizzanti o 'altri' - possono portare [...] la conoscenza delle esperienze che essi realizzano nel territorio in modo auto-organizzato mirando a trasformazioni concrete. [...]
il partito potrebbe favorire le opportunità esplorative e formative di qualità per i giovani iscritti e simpatizzanti, promuovendo [...] l'esplorazione del mondo tramite libri, 'missioni' in altri territori, incontri culturali e con personalità capaci di fomentare interrogativi e ricerca. 
Queste linee di azione [...] potranno anche porre su basi diverse la selezioni di nuovi volontari o funzionari per lo stesso partito: non riti cooptativi, logiche di approvazione o disapprovazione e neppure esaltazione di 'esperienze simbolo', ma sani e trasparenti processi di selezione, promozione e formazione. 
Si eroderà [...] la logica dell'adesione basata su fedeltà e subalternità.
Potrà essere combattuta la propensione  malsana [...] a costruire dipendenza dalla politica, creando false èlite nel mondo giovanile fondate su protezioni, veicoli e legami per ottenere impiego o partiti di reddito o per intercettare e partecipare a reti che facilitano la conquista di posizioni di rendita personali o di gruppo [...] tra partiti stato-centrici e macchina arcaica dello Stato. [...]"

Fonte: "La traversata - una nuova idea di Partito e di Governo", Fabrizio Barca, Feltrinelli Editore