venerdì 2 novembre 2012

"ITALIANI DI DOMANI": QUANTE PORTE SUL FUTURO?


Lo scopo dell'ultimo libro di Beppe Severgnini sembra essere chiaro già a cominciare dalla copertina:

"Un libro per i nostri ragazzi, quindi anche per noi. 
Un libro pratico, perciò pieno di sogni. 
Un libro emozionante, per l'Italia che non si rassegna."

Attraverso quanti e quali campi è possibile cercare di riabilitare un sogno, ricordando i punti di forza di un Paese come l'Italia e di un popolo come quello italiano? Nessuna domanda potrebbe essere più difficile da trattare esaurientemente, stando a quanto sta accadendo in questi ultimi mesi. 
Nonostante l'evidente complessità legata alla necessità di analizzare consapevolmente argomenti come questi, l'autore cerca di delineare uno sguardo comune da trasmettere ai più giovani, in quanto 'anagraficamente autorizzati' a vivere direttamente il futuro (non solo italiano, nds). 
Attraverso quali passi è stato possibile pensare e scrivere "Italiani di domani"? Guardando a quanto scritto dallo stesso autore, si è trattato di un percorso fatto a stretto contatto con i rappresentanti 'reali' di questo ancora troppo sconosciuto ed oscuro 'domani': 

"[...]Il libro [...] non è riservato ai laureati, ai ventenni o ai giovani: categoria vasta, generica e insidiosa. 
Anche se è nato nelle Università [...]'Italiani di domani' è destinato a chi vuole provare a ragionare sul proprio futuro, e magari a cambiarlo. 
Se vogliamo riprogrammare noi stessi e il nostro Paese- brutto verbo, bel proposito- dobbiamo continuare a provarci, anche quando è finito il tempo epico della gioventù. 
Nelle prossime pagine troverete otto passaggi; se preferite otto chiavi per il futuro. 
Ognuno contiene altrettanti sottopassaggi. Otto è un numero sensuale e simmetrico; non piace solo ai cinesi, che di queste cose se ne intendono. 
Sono le otto T del tempo che viene: prendetele o scartatele, tutte o in parte. 
Se le scartate, però, pensate perchè lo fate. E' comunque un buon esercizio. [...]"

Quali sono questi 'passaggi' con cui sarebbe possibile ottenere altrettante chiavi capaci di aprire nuove porte sul futuro? 
Sono otto parole, dal campo semantico però immenso; a ciascuna di loro corrisponde un comportamento, un atteggiamento, un punto di vista attraverso cui cercare di far confluire le nostre esperienze. Adoperarsi per diventare 'Italiani di domani' significa tenere sembre bene a mente coerenze ed atteggiamenti derivanti dalle 'otto T' di seguito riportate: 
  • Talento - Siate brutali;
  • Tenacia - Siate pazienti;
  • Tempismo - Siate pronti;
  • Tolleranza - Siate elastici;
  • Totem - Siate leali;
  • Tenerezza - Siate morbidi;
  • Terra - Siate aperti;
  • Testa - Siate ottimisti. 
Cosa potrebbe invece accadere se dietro a queste 'porte' non ci fossero davvero successi 'a gran giornate'? 
Cosa potrebbe succedere se, nonostante queste 'otto T', fosse necessario continuare a combattere con cuore ed anima per rincorrere l'ambizione di un'Italia differente da quella odierna? 

"[...]Dietro le otto porte, non c'è necessariamente il successo. Ma di sicuro c'è una vita - e un'Italia- migliore."

Così come un giovane cerca continuamente e costantemente un proprio spazio nel mondo, altrettanto dovrebbe fare dentro sè stesso: avere del talento può richiedere infatti anche la necessità di essere 'brutali' con la propria interiorità, impiegando una buona dose di tempo per capirsi. 
Tutto questo andrà fatto, ovviamente, conservando un talento altrettanto importante per decodificare la reale struttura del mondo: dare un giusto peso alle cose, inquadrando obiettivi e priorità reali, trascurando di compiere percorsi futili e strade da molt(issim)i sopravvalutate.
L'avere talento è una dote indissolubilmente legata all'avere sufficiente tenacia con cui 'mettersi in circolo' per ritagliarsi quello spazio nel mondo precedentemente citato; avere tenacia significa avere pazienza, saper aspettare il proprio 'attimo fuggente' per poter dimostrare realmente quanto oro si è disposti a valere. 
La tenacia è una virtù necessaria per non lasciarsi derubare del proprio futuro, dei propri sogni e delle proprie aspettative nei confronti del domani che non tarderà ad arrivare. Essere tenaci significa evitare di percorrere sempre nuove strade, provando a mettersi in gioco senza mai cadere nell'indolenza e nell'inevitabilità 'del deprimersi': tenacia è vivere ogni attimo possibile una nuova stagione per costruir(se)lo, questo domani. 
Tenacia e talento sono virtù che vanno apprese, assimilate e capite: il solo 'mezzo' per compiere al meglio questo processo è quello di affiancarsi al tempo che passa, inevitabile ed ineluttabile. Ciascun giovane deve essere pronto, infatti, a darsi tempo per far maturare appieno talento e tenacia seminate (soprattutto) dalle cattive esperienze della vita. 
Il tempismo è una dote che presuppone la possibilità di inserirsi nel posto giusto in un tempo che venga 'stimato' come il più giusto possibile: quali ricette servono per realizzare questo difficilissimo passo? Servirà possedere doti come assiduità, spontaneità, originalità ed utilità, tanto per citarne alcune. 
Servirà essere sorpresi per sorprendere, all'interno di questo mondo sempre meno attento all'importanza dei dettagli. 
Avere tempismo significa, per fortuna o purtroppo, anche sapersi collocare all'interno dei contesti economici e sociali in cui una giovane vita è costretta a maturare: quale miglior terreno per capire a quale specializzazione e su quali piste far muovere la propria vita? 
In altre parole, sarà essenziale diventare 'tecnici': 

"[...]La tecnica non è disinteressata. Ha un obiettivo. Secondo Platone, 'il sapere in generale, privo di un oggetto proprio, non ha alcun senso: ogni scienza ed ogni tecnica vertono su alcuni oggetti specifici e non su altri. Una tecnica che non si sia delimitata il campo in base al proprio oggetto non è una tecnica'.[...]" 

Servirà quindi diventare realmente pratici ed esperti di qualcosa; se poi si riuscirà anche ad aggiungere al lato tecnico un aspetto artistico con cui poter guardare nel mondo, meglio ancora. Trovare uno spazio nel mondo presuppone, però, anche la necessità di saper essere tolleranti: assimilare un passo come questo è un traguardo che rischia di addormentarsi, in quanto è opportuno sollecitarlo frequentemente per farlo sentire vivo. 
L'avere tolleranza è sinonimo di essere originali, senza però perdere la necessità di rimanere 'affiliati' al contesto buio nel quale si è spesso costretti a brancolare. 
La tolleranza è, per il resto, un traguardo ottenibile ricorrendo anche all'ironia, indicata dall'autore come "forma suprema di elasticità", in quanto "esercizio quotidiano di tolleranza, prova quotidiana di umanità." Il divenire tolleranti presuppone anche l'obbligo di essere allenati all'intuizione, senza dover per forza cercare spesso ed ossessivamente un'improbabile forma di 'approvazione collettiva'. 
Divenire tolleranti può significare, infine, la necessità di sapersi dotare di un 'airbag mentale', viaggiando leggeri in mezzo a nemici come caos ed incoerenza. La tolleranza è una virtù interiore che rischia, purtroppo, di non bastare: è necessario affiancare a lei alcuni 'totem' a cui affiancarsi per guardare con la maggior lealtà possibile alla futura donna od al futuro uomo nascosti dentro ad ogni odierno giovane. 
Serviranno coerenza, passione e costanza: 

"Innanzitutto dì a te stesso chi vuoi essere; poi fa' ogni cosa di conseguenza." (Epitteto,Dissertazioni)

Sarà essenziale fare crescere un percorso dentro a questa citazione: servirà essere onesti, oltrechè frequentare chi vede nell'onestà una virtù fondamentale ed irrinunciabile. Servirà ragionare, distinguendosi dalle masse e dal fiume di banalità che scorre ogni giorno sotto i nostri occhi. 
Servirà anche rispettare le competenze altrui, spesso giustamente molto diverse (e magari complementari?) dalle nostre. 
Servirà anche essere precisi, avendo ben presente la differenza che passa con l'essere 'efficaci': 

"[...]Precisione, efficacia e serietà non sono sinonimi di pedanteria: quest'ultima è un rischio che noi italiani non correremo mai. 
Precisione ed efficacia sono una garanzia per chi lavora con voi; e vi verrà prontamente riconosciuta. 
Non mi stancherò mai di scriverlo. Se volete avere successo nel mondo, unite precisione e intuizione. 
Quest'ultima è una dote: rallegratevene. 
La prima è una conquista: lavorateci.[...]"

Accanto a queste virtù fondamentalmente inossidabili servirà, però, anche la necessità di saper essere morbidi e flessibili di fronte al 'tutto' che ruota attorno a noi. Il regolare queste virtù attraverso la tenerezza è un'azione che andrà fatta annoiandosi con giudizio, sapendo mescolare accuratamente tempi di lavoro e necessari tempi morti con cui ricostruirsi uno spazio nella sola vita che abbiamo a disposizione per (appunto!) riuscire a vivere. 
La tolleranza è anche una virtù da applicare su noi stessi, lavorando per la semplificazione del tempo libero e per la coltivazione di ogni passione funzionale al far respirare ossigeno per convertire la semplice sopravvivenza in vita vissuta. 
Servirà anche essere tolleranti con il futuro, non ricercando a tutti i costi una fama immediata; servirà ascoltare ed aspettare il proprio turno, magari in fondo ad una sala buia. In mezzo al buio, senza essere catapultati all'attenzione di tutti, sarà possibile udire competenze, errori ed opinioni altrui: in mezzo a quell'oscurità, pertanto, sarà possibile trovare anche qualche consiglio non dato. 
Accanto a queste virtù astratte, la necessità di essere concreti per potersi richiamare alla parola "Terra": saper essere aperti, tenendo sempre bene a mente e nel cuore quella 'Itaca' a cui un giorno dovremo, inevitabilmente, ritornare. L'essere aperti è un'attività che va fatta guardando a modelli e comportamenti dentro cui ricercare una qualche ispirazione per poter essere migliori. 
L'essere aperti deve significare, al contempo, mescolare al meglio temi come europeismo, 'italianismo' e campanilismo: cosa poter trovare amando i 'nostri luoghi'? Cosa finiranno per essere davvero le nostre origini?

"[...]Sono tatuaggi segreti che vedrete solo voi, e vi daranno sicurezza e compagnia nel mondo.[...]"

Quale virtù aggiungere al calderone per poter completare la formazione dell'italiano di domani? Una su tutte: la testa. 
Sarà necessario avere testa per muoversi nel mondo, districandosi con la necessaria dose di consapevolezza fra gli ostacoli che ci impediscono troppo spesso di essere veramente ottimisti. Servirà urlarsi dentro "Viva la Vida", giusto per richiamarsi ad una stupenda canzone dei Coldplay. 
Servirà tenere a mente le parole di Ugo Foscolo, riportate non per caso dall'autore all'inizio dell'ultima parte del viaggio nelle virtù:

"O italiani, io vi esorto alle storie,
perchè niun popolo più di voi
può mostrare nè più calamità
da compiangere, nè più errori da evitare, 
nè più virtù che vi facciano rispettare."
(Orazione all'Università di Pavia, 1809)

Cosa trarre dal nostro stato di italiani di oggi, al fine di poter meglio impostare quello relativo agli italiani di domani?
A questa domanda, l'autore fornisce più di una risposta nel merito:

"Credo che abbiamo improvvisamente capito alcune cose [...]. Non possiamo pretendere servizi sociali nordeuropei mantenendo comportamenti fiscali nordafricani. Non possiamo permetterci buone scuole, buoni ospedali e buone strade se le risorse finiscono nell'economia malavitosa (140 miliardi), nell'evasione fiscale (120 miliardi), in corruzione, rendite ingiustificate e sprechi. [...] Non siamo previdenti come la formica della favola; ma siamo troppo smaliziati per non intuire il destino della cicala.
E' un inverno allegorico, quello che stiamo attraversando: duro e freddo, così poco adatto ad una nazione considerata solare, nelle semplicazioni del mondo. [...]"

Di fronte a questo inverno, destinato a durare chissà quanto, rimarranno un giorno solamente gli 'italiani di domani'. 
Dopo questo inverno, forse, arriverà davvero un'estate degna di essere chiamata tale.
Non bastano raggi di sole, per vincere ad un gioco che sembra tremendamente duro; servono, guarda la casualità, anche illuminati italiani:
"Quando il gioco si fa duro, gli italiani cominciano a giocare."

Che la partita abbia inizio, dunque.
O forse è già cominciata?

mercoledì 31 ottobre 2012

"DOVE SI VA", CITANDO SEMPRE I NOMADI...


"[...]Dove si va/ Come si fa/ A stringere la vita/ Intanto fuori scoppia la notte/ Dove si va/ Come si fa/ Se vivere da queste parti/ È come tirare a sorte
Sai, il tempo è scivolato via / Ma non è stato tutto inutile [...] 
Dove si va/ Come si fa/ Se vivere da queste parti/ È come tirare a sorte
E non riesco più a sorprendermi/ E la pazzia che danza intorno a me/ E
 penso che dovrei difendermi/ 
Ma è più difficile combattere/ Se il pianto di una madre no
Non può salvare la notte. [...]"

"ANCORA CI SEI", CITANDO I NOMADI...


"[...]Corro corro è sai perchè / la mia forza viene da te/ e se cado a terra io non ho perso la guerra.../ La verità è che non so più sognare.../ La verità è che sono ancora bambino.../ 
Corro corro sai perchè la mia forza viene da te/ e se cado a terra/ io non ho perso la guerra.../ 
Corro corro sai perchè la mia forza viene da te/ e se cado a terra/ io non ho perso la guerra."

sabato 27 ottobre 2012

PIU' "LAVORO" PER TUTTI...MINATORI COMPRESI


I pilastri dell'azione di Governo sembrano confermare un rigore eccessivo, a fronte di un'equità completamente distanziata da concetti (purtroppo solo apparentemente) elementari quali 'comprensione' o 'solidarietà'.
Stando a quanto diffuso, infatti, il CdM avrebbe approvato il regolamento per 'armonizzare i requisiti di accesso al nuovo sistema pensionistico', chiedendo ai lavoratori di miniere, cave e torbiere la 'necessità' di lavorare un anno in più rispetto alle attuali normative vigenti. 
Potrebbe anche sembrare una cosa giusta, alla luce delle tante 'riforme' frettolosamente fatte in questi mesi: può questo punto di vista cambiare guardando le condizioni al contorno? Potrebbe capitare di sentire qualcuno dire cose del tipo "giusto andare in pensione un anno più tardi, a fronte di un'aspettativa di vita prossima a superare gli 80 anni"; potrebbe altrettanto capitare di porsi domande del tipo "In mezzo all'aspettativa di vita, quanti anni post-lavoro certe categorie potranno passare nel pieno delle loro possibilità?
La pensione, da quanto si può sapere, non costituisce un pre-requisito fondamentale per definire una vecchiaia felice: quante 'carriere pensionistiche' esistono (ed esisteranno, all'ombra di queste 'riforme'?) e sopravvivono 'frenate' da problemi di tipo economico, sociale, post-lavorativo, [...]?
Ne sono esempi concreti le malattie professionali, arrivate magari dopo decenni di lavoro in condizioni proibitive. 
Ne sono esempi concreti quelle 'aspettative di vita media' che, per certe categorie professionali, rischiano di risultare fortemente debilitate.
Esistono casi reali di vecchiaie attaccate al giorno nuovo da ringraziare quotidianamente, giusto per essere arrivati "un pò più in là della sopravvivenza": per informazioni è possibile chiedere, giusto per fornire un esempio fra i (purtroppo) troppi, agli ex-minatori affetti da malattie professionali. 
Guardando in rete è possibile leggere cose simili alle seguenti: 

"Iglesias, con i suoi c. 2.300 Invalidi del Lavoro ed affetti da malattia professionale (Silicosi in particolare), rappresenta  oltre il 28 percento dell’intera provincia di Cagliari ed il 10 percento del totale degli Invalidi del Lavoro di tutta la Sardegna. Un numero straordinariamente elevato di ex minatori che le durissime condizioni di lavoro e di vita nelle miniere del territorio hanno segnato profondamente non solamente nel fisico, precocemente logorato e debilitato, ma anche nel morale nel momento in cui la città ed il territorio li priva di un’adeguata assistenza necessaria ad alleviare le sofferenze alle quali vanno incontro. Sono malati cronici che hanno necessità di assistenza continua [...] Questi ex minatori sono la coscienza civile di un mondo sempre più egoista e settario. Sono uomini speciali che hanno subito le conseguenze devastanti di un mondo del lavoro che era organizzato per altri scopi: il solo profitto, nel quale l’uomo era inteso come: uomo economicus.[...]"
(Fonte: 'Dimenticati gli ex-minatori affetti da malattie professionali'www.0781.info)

Il discorso presentato in tale articolo deve essere fatto rientrare, ovviamente, in un contesto più generalizzato e di maggior respiro: quanti saranno, nei decenni a venire, i minatori segnati profondamente nel fisico, nel morale e nelle sofferenze a cui andranno incontro?
Quali e quante garanzie di tutela potranno ricevere di fronte all'incedere delle loro malattie professionali, in un sistema sanitario che già oggi fatica a 'cumulare' personale specializzato per trattare certi disturbi derivanti da decenni di devastante logorio? 
A domande come queste dovrebbe rispondere, in linea di principio, la parola "equità" ottimamente sintetizzata ma quasi mai declinata dal Governo Monti. 
Non per nulla, infatti, da questa proposta stanno scaturendo proteste senza quartiere: 

"Ma come può essere venuta in mente al Governo una decisione così assurdamente burocratica e vessatoria verso dei lavoratori che hanno svolto lavori fra i più usuranti sulla faccia della terra, e per giunta per tutta una vita?"

E' questa l'opinione di Achille Passoni, Senatore del Partito Democratico. Tale provvedimento è frutto di una "decisione sadica", stando a quanto dichiarato dall'Italia dei Valori. Oltre il sistema-Partiti rimane, più che giustamente, il 'sistema-uomini': incaponirsi nell'eseguire burocratiche e contabili questioni per adempire al quadro di 'riforme' da espletare è quanto di più lontano possa esistere dalla parola 'equità'. 
Le proposte potevano essere quantomeno meglio eseguibili: sono stati fatti tavoli di incontro e concertazione con sindacati ed esperti di questioni simili per mettere in evidenza rischi e pericoli derivanti da scelte come queste? 
Quanto impatta sul bilancio statale mantenere un anno in più al lavoro il popolo dei minatori? 
Quali malattie professionali esistono (ed esisteranno) per queste categorie fragili del sistema lavorativo? 
Quantificare voci come queste dovrebbe significare, a conti fatti, promuovere un'analisi costi-benefici per evidenziare la (s)correttezza di tale provvedimento.
Saranno forse troppo "choosy" anche i minatori per potersi permettere riflessioni di questo tipo? 
Una malattia professionale può, se non adeguatamente valutata e pesata nel presente, fare sentire il suo 'peso economico' in maniera più prepotente nel futuro: per informazioni chiedere alle troppe categorie di malati silenziate in questa sfortunata Italia. 
Quale 'peso economico' potranno avere le malattie professionali (ed i malati) sui conti pubblici di domani?
Il ragionare guardando solamente a questi termini sembra essere una questione schifosa: dove precipita l'aspettativa di vita da trascorrere dignitosamente e felicemente per le persone costrette allo svolgimento di lavori usuranti? 
Si dimentica forse che, in certi luoghi dell'Italia e del mondo, il fare certi tipi di lavoro è radicalmente legato all'impossibilità di ottenerne di altro tipo: non è sempre questione di essere "choosy" in termini di scelte e possibilità. 
Non bastasse scrivere, inoltre, della (fortemente) ridotta aspettativa di vita per lavoratori di settori come questi: si spera in smentite, rinunce, modifiche o quant'altro di necessario per cercare di riscrivere una pagina come questa. 
Se è con questi termini che in futuro servirà delineare i confini del capitolo 'equità' nella cosiddetta "Agenda Monti", è meglio cambiare sin da subito impostazione ed organizzazione di discorsi, trattative e promesse con Europa ed altr(ettant)i attori coinvolti. 
Sullo sfondo, rimane qualche eco di troppo dalla tradizione canora italiana:
"Le mani, la fronte hanno il sudore di chi muore negli occhi, nel cuore, c'è un vuoto grande più del mare, ritorna alla mente il viso caro di chi spera questa sera come tante in un ritorno./ Tu, quando tornavo, eri felice di rivedere le mie mani nere di fumo, bianche d'amore./ Ma un' alba più nera, mentre il paese si risveglia, il sordo fragore ferma il respiro di chi è fuori paura, terrore, sul viso caro di chi spera questa sera come tante in un ritorno.[...]"


Per saperne di più:

"CdM: 'I minatori andranno in pensione un anno più tardi'", LaRepubblica
(http://www.repubblica.it/economia/2012/10/26/news/cdm_i_minatori_andranno_in_pensione_1_anno_pi_tardi-45369243/)

"Pensioni minatori, Carbosulcis in rivolta", Lettera43.it
(http://www.lettera43.it/cronaca/pensioni-minatori-carbosulcis-in-rivolta_4367570032.htm)

"Minatori in pensione un anno più tardi", conquistedellavoro.it
(http://www.conquistedellavoro.it/cdl/it/Archivio_notizie/2012/Ottobre/info1941078768.htm)

"Dimenticati gli ex-minatori affetti da malattie professionali",0781.info
(http://www.0781.info/online/index.php?option=com_content&view=article&id=665:dimenticati-gli-ex-minatori-affetti-da-malattie-professionali&catid=58:nova1&Itemid=125)

"Pensioni, allungamento dell'età per minatori e non solo. Un coro di proteste: 'Vergogna'",controlacrisi.org
(http://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2012/10/26/27613-pensioni-allungamento-delleta-per-minatori-e-non-solo-un/?utm_source=feedburner&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+controlacrisi+(ControLaCrisi.org)

"Gestione minatori", encal.it
(http://www.encal.it/download/Gestione_Minatori.pdf)

"Infortunistica e malattie professionali - Minatori", sistemamusealeamiata.it
(http://www.sistemamusealeamiata.it/j154/index.php?view=article&catid=79&id=162%3Ainfortunistica-e-malattie-professionali&format=pdf&option=com_content&Itemid=100014)


venerdì 26 ottobre 2012

CREDERE, CITANDO "RADIOFRECCIA"...


"Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards. 
Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa, che vuole l'affitto ogni primo del mese. Credo che ognuno di noi si meriterebbe un padre e una madre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi. 
Credo che un'Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa.
Credo che non sia tutto qui, però prima di credere in qualcos'altro bisogna fare i conti con quello che c'è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche dio. Credo che se mai avrò una famiglia sarà dura tirare avanti con trecento mila al mese, però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose.
Credo che c'ho un buco grosso dentro, ma anche che, il rock n' roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono. 
Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e da te stesso non ci scappi nemmeno se sei Eddie Merckx. 
Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.
Credo che per credere, certi momenti, ti serva molta energia."

martedì 23 ottobre 2012

"NON CI POSSIAMO PIU' PERMETTERE UNO STATO SOCIALE" - VERO O FALSO?


Sempre più spesso si leggono e sentono frasi del tipo "E' giunto il momento di tirare la cinghia", "Abbiamo vissuto per troppo tempo al di sopra delle nostre possibilità!", "E' ormai necessario perseguire una razionalizzazione della spesa che vada forzatamente a colpire lo stato sociale", [...].
Le infinite frasi che caratterizzano questo periodo storico trascinano nel dibattito quotidiano concetti e problemi che, fino a poco tempo fa, erano completamente immersi nei più sordi silenzi: debito pubblico e sua sostenibilità, 'crescita' economica, controllo sui tassi di interesse con cui ripagare i creditori, agenzie di rating, spread, speculazione, mercati finanziari, [...].
La percezione comune che va aumentando riguarda, nei fatti, la soluzione principale adottata per la risoluzione di questi problemi: è possibile riparare a danni finanziari attingendo credito e risorse dalla cosiddetta 'economia reale'. E' un pò questo che sta accadendo (più o meno) in tutti i Paesi affetti da questa lunga crisi: fra una Manovra e l'altra, il verbo maggiormente associato all'economia è 'tagliare'.
Tagliare nel sociale, tagliare tutta quella spesa definita genericamente 'improduttiva': può così accadere che, in caso di 'spending review', vengano apportati tagli al numero di posti letto negli ospedali. Il 'taglio' fa ormai stretta rima con necessità di rivedere le spese maggiormente incluse nel cosiddetto 'stato sociale': istruzione e sanità solo per citarne alcune. 
Il minimo comune denominatore di tutte queste situazioni sembra coincidere, purtroppo, con un'unica sola frase: 
"Non ci possiamo più permettere uno stato sociale."
Serve privatizzare, serve riformare per mettere 'in sicurezza' conti pubblici devastati. 
Sono però sempre vere queste affermazioni? Siamo davvero condannati ad adeguarci alle necessità imposte dal 'precariato eterno'?
Siamo realmente prossimi al riscoprire una nuova epoca all'insegna del 'meno diritti per più lavoro'? 
A queste e moltissime altre domande cerca di rispondere l'e-book di Federico Rampini, secondo cui la risposta più sintetica a questa domanda coincide con un lapidario "Falso". A quanti e quali traguardi dobbiamo (e dovremo) rinunciare per scongiurare il default dello Stato italiano e, pertanto, la probabile fine dell'Unione Europea? A quali rinunce dovremo abituarci?
La condizione iniziale da qui partire consiste, secondo l'autore, in un discorso da intraprendere con estremo realismo:
"Vista dagli Stati Uniti, la nostra Europa è economicamente defunta. E con lei affonda per sempre una certa idea della solidarietà, dei diritti di cittadinanza: il 'modello sociale europeo'.[...] Vi sono [...] tanti europei espatriati qui in America: quando li incontro [...] possono avere qualche nostalgia, qualche slancio di affetto e di rimpianto verso la qualità della vita nel Vecchio Continente, ma finiscono i loro discorsi con una diagnosi spietata e sempre uguale: 'Non ce lo possiamo più permettere'. Se ne sono convinti anche molti europei che vivono in Europa. [...]"
Esiste qualche rimedio a quello che sembra per molti un destino ineluttabile ed inevitabile? 
Quali margini di miglioramento resistono, contrariamente a quello che sembra divenuto un pensiero comune? 
E' forse vero ciò che sostenne Reagan, secondo il quale "lo Stato non è mai la soluzione, lo Stato è il problema"? 
Molte di queste domande trovano altrettante risposte nelle modalità di azione che i Paesi europei stanno mettendo in opera relativamente alle politiche economiche; su questi fronti si stanno giocando importantissime 'partite' anche fra gli economisti: 
"[...]Non si esce dalla crisi a furia di tagli, ci ammoniscono. Anzi, l'austerity impoverisce a tal punto l'Europa, che al termine della cura è più indebitata di prima.[...]"  Dibattiti come questi stanno diventando ordinaria e quotidiana realtà, non solamente fra gli 'addetti ai lavori': questi problemi sono fondamentali e, purtroppo, terribilmente pericolosi se non affrontati e risolti in tempo. 
In questi fronti si indirizzano i contenuti espressi nel libro di Federico Rampini: guardando all'America in maniera 'biunivoca', quali critiche e punti deboli sarebbe possibile inquadrare nelle politiche socio-lavorative-[...] degli Stati Uniti? 
La questione economica e la necessità di 'tagliare' non vanno, però, risolte guardando esclusivamente al rapporto fra Europa e Stati Uniti: quali e quante promesse ha tradito l'Euro(pa)? Potrebbe il sistema socio-economico costruito dissolversi sul medio termine?
Rispondere a queste domande equivale, in primo luogo, a fare chiarezza sulle prepotenti deformazioni conseguite dalla finanza e dai cosiddetti 'mercati': l'analisi di questi problemi va svolta, però, senza cedere esclusivamente alle distorte 'teorie del complotto'. 
Su questo fronte l'autore dimostra di avere un'opinione chiarissima: 
"[...]Prendersela soltanto con la speculazione è come voler rompere il termometro perchè ci dice che abbiamo la febbre alta. [...] La speculazione ha intravisto contraddizioni, incoerenze, storture del disegno europeo, si è infilata nei varchi, si è arricchita su queste che per lei rappresentano opportunità. 
Nessuno denunciava la speculazione quando era di segno opposto, e consentiva alle banche europee di rimpinguare i bilanci con finanziamenti a tasso zero. 
C'è un'attenzione asimmetrica verso gli speculatori.[...]Finchè l'attenzione [...] si concentra sulla 'caccia all'untore', è un comodo diversivo per governi e banchieri centrali. Inseguire teorie del complotto non aiuta a capire le ragioni profonde di questa crisi. 
A cominciare da una ultradecennale perdita di competitività di tutte le nazioni mediterranee nei confronti dell'azionista di maggioranza dell'Euro, la Germania.
Quante e quali sono le promesse non mantenute dall'Euro: questo è un bilancio che non possiamo eludere. [...]"
Guardare all'Europa è importante per fare un bilancio che va completato, però, riflettendo attentamente sul fondamentale ruolo esercitato da quella che l'autore identifica come 'grande malata': l'Italia, appunto.
Il 'male italiano' sembra costituire anche per il futuro l'emergenza più grave con cui il continente europeo dovrà far 'di conto', ancora per troppo tempo. 
Quale futuro attende un Paese devastato da una serie mortifera di squilibri comportamentali, etici, strutturali, [...]?
Su quali teorie economiche 'alternative' si potrebbe riflettere per cercare di migliorare questa situazione, scegliendo di non compromettere quel bene primario definito come 'stato sociale'? 
Mentre falchi, colombe e gufi dibattono, il lettore può con occhio critico informarsi. 

domenica 21 ottobre 2012

"ECCO" NICCOLO' FABI, CON "UNA BUONA IDEA"...

Fonte: youtube.com


"Sono un orfano di acqua e di cielo/ Un frutto che da terra guarda il ramo/ Orfano di origine e di storia/ E di una chiara traiettoria/ Sono orfano di valide occasioni/ Del palpitare di un'idea con grandi ali/ Di cibo sano e sane discussioni/ Delle storie, degli anziani, cordoni ombelicali/ Orfano di tempo e silenzio/ Dell'illusione e della sua disillusione/ Di uno slancio che ci porti verso l'alto/ Di una cometa da seguire, un maestro d'ascoltare/ Di ogni mia giornata che è passata/ Vissuta, buttata e mai restituita/ Orfano della morte, e quindi della vita[...]
Sono orfano di pomeriggi al sole, delle mattine senza giustificazione/ Dell'era di lavagne e di vinile, di lenzuola sui balconi/ Di voci nel cortile/ Orfano di partecipazione e di una legge che assomiglia all'uguaglianza/ Di una democrazia che non sia un paravento/ Di onore e dignità, misura e sobrietà/ E di una terra che è soltanto calpestata/ Comprata, sfruttata, usata e poi svilita/ Orfano di una casa, di un'Italia che è sparita [...] Mi basterebbe essere padre di una buona idea[...]"

mercoledì 17 ottobre 2012

"LA SCIENZA NEGATA - IL CASO ITALIANO": FRAMMENTI DI SAPERE REPRESSO


A quali punti è arrivata la cultura scientifica in Italia? Quali sono le potenzialità mai sfruttate legate al sapere ed al progresso non tradizionale? Il libro "La scienza negata" comincia, sin dalla premessa, con toni volutamente (ed aspramente) critici guardando allo stato di scarsa qualità italiano: 
"Più di trent'anni or sono si disse che l'Italia era ormai un Paese in via di sottosviluppo. [...] La definizione era amara, ma dipendeva da alcune indagini internazionali. [...]Negli anni successivi la situazione è andata peggiorando. Secondo le stime recenti del World Economic Forum, siamo infatti caduti dal 26° al 46° posto per la competitività, e dal 31° al 50° per il livello tecnologico.[...]L'ipotesi di un collasso irreversibile è alle porte. 
Ci potremmo riprendere solo facendo leva su scelte forti e strategiche, da programmare in una cornice europea e con scelte coraggiose sul piano finanziario e organizzativo.[...]"
Quali potrebbero essere le scelte forti e strategiche su cui fare leva? Cosa potrebbe accadere se la cultura scientifica dovesse scomparire dall'Italia?
L'opinione di essere immersi in un baratro che potrebbe rivelarsi fatale è un'idea diffusa che sta prendendo sempre più piede e consapevolezza, su svariati campi:
"[...]è buona cosa [...] che in molti settori della società civile siano sempre più sensibili di fronte alla possibilità di una scomparsa dell'Italia scientifica. Una scomparsa che [...] potrebbe essere evitata, poichè il malessere del nostro sistema di ricerca e sviluppo non ha ancora intaccato le capacità di produrre le competenze che ci servono per diventare una nazione moderna. [...] è innegabile che la percezione del declino e delle sue conseguenze si stia diffondendo in settori determinanti dell'economia, della politica e della ricerca. [...]"
Fino a dove potrebbe condurre questo piano inclinato (solo apparentemente?) senza via d'uscita? E' ancora possibile invertire la 'marcia'?
A queste domande cerca di rispondere attentamente e realisticamente il libro in questione:
"[...]Nella prima parte di questo libro racconto [...] le principali vicende del secolare percorso che sfocia nel malessere odierno delle università e dei centri di ricerca. Nella seconda parte descrivo [...] la proliferazione di immagini negative della scienza e della razionalità che ha influito su due fronti: nel generare timori infondati sui pericoli che sarebbero interni alla conoscenza scientifica della natura e nel coagulare simpatie popolari su tali timori.[...]"
Emerge pertanto un'opera capace di sottoporre al lettore la necessità di (ri)partire da alcuni punti ritenuti fondamentali per la ripresa scientifica e la rivalutazione italiana su campi di fondamentale importanza. 
Inquadrare un problema come questo significa, pertanto, ripartire dall'enunciare quella che è etichettabile senza mezzi termini come 'Cronaca di un disastro programmato': quali date, quali volti e quanti passi sbagliati hanno contribuito a far sprofondare cultura e consapevolezza scientifiche fino a questi punti?
A questa domanda risponde la stesura di una Storia, potente e prepotente: come hanno agito politica, economia, cultura e società per aggravare questa crisi senza vie di immediate risoluzione ed uscita? Quanti uomini hanno cercato di 'spingere' per favorire le forze migliori nei processi di riscatto da questa avvilente condizione? Sottovalutare la cultura scientifica significa, pertanto, commettere un errore cruciale nello sviluppo futur(istic)o di uno Stato come l'Italia: dalla ricerca alla progettazione sono, infatti, moltissime le 'corde' che potrebbero essere sollecitate con forza al fine di innescare procedimenti di ulteriore crescita e sviluppo. Cosa significa (soprav)vivere in un Paese che affoga la cultura scientifica?
Senza scienza e sviluppo esiste ugualmente un domani? Quanti italiani potrebbero vivere un futuro migliore in caso di scienza (ri)abilitata e rinforzata?
A queste e moltissime altre domande cerca di rispondere un'opera come questa: attorno ad un'opera come questa ruotano, infatti, gli altr(ettant)i possibili 'sinonimi' della parola 'scienza'. 
Più scienza potrebbe significare maggiori speranze per il futuro, su infinite branche: ingegneria, medicina ed economia solo per scriverne alcune. 
Più scienza potrebbe anche significare tradurre in pratica l'intenzione relativa al 'più lavoro per tutti'. 
Attraverso quali corde è possibile giudicare il progredire della scienza? 
Quali passi fondamentali sono stati compiuti fra studio, ingegni e filosofie? Attraverso quali prospettive servirà declinare il progresso scientifico per sperare in un domani migliore? 'Fare' scienza deve significare, soprattutto, progettare un domani basandosi sugli errori cumulati nella storia vissuta.
Attorno a questo discorso l'essere umano può, fino a prova contraria, (de)scrivere ancora pagine fondamentali ed importanti. 
Dentro questi solchi resta, utilissimo e ben scritto, il libro "La scienza negata" di Enrico Bellone.


domenica 14 ottobre 2012

"ITALIA, BENE COMUNE": DALLA CARTA D'INTENTI...ALLA PROVA DEI FATTI?


I cardini del "patto" promosso fra le forze (auto)definitesi progressiste e riformiste sembrerebbe basarsi su una "carta d'intenti" arricchita da un titolo propenso a liberare larghissime interpretazioni, moltissimi punti di vista: "Italia. Bene Comune".
Niente di più vero, sembrerebbe: specialmente in questa tragi(comi)ca contemporaneità è fondamentale perseguire la realizzazione di un bene collettivo che sappia "avvolgere" il maggior numero possibile di italiani. 
Gli schieramenti fino ad ora coinvolti nella sottoscrizione del progetto sono tre: Pd, Sel e Psi. 
E' solamente da queste "parti" che può provare a (ri)partire una rinascita? Dovrà spettare a questi Partiti l'onere di riabilitare l'onore di un Paese devastato da cima a fondo? Quale approccio e quanti sforzi sarà necessario perseguire per proseguire la strada stabilita da quello che i più identificano ormai come "montismo"? 
Può l'etica di un percorso "sinistro" coniugarsi ed "adeguarsi" alla necessità di proseguire politiche di rigore a scapito di investimenti sulla crescita sempre più urgenti? Basterà una carta d'intenti per siglare una coerenza di percorso, fra primarie e necessità di governi "pro tempore"?
A domande come queste è essenziale rispondere, provando a mettere però i fatti davanti ai semplici intenti: annunciare alleanze sulla base di semplici "principi" è un'opera che rischia di franare di fronte alla "declinazione" degli intenti pratici. 
I punti fondamentali di questo primo ed embrionale "patto" sono i seguenti: 
  1. Europa: "La crisi che scuote il mondo mette a rischio l'Europa e le sue conquiste di civiltà. [...]non c'è futuro per l'Italia se non dentro la ripresa ed il rilancio del progetto europeo." Parlare di Europa sarà possibile solamente impostando una piattaforma che sappia impegnare "i progressisti" nel promuovere un accordo di legislatura assieme alle forze del cosiddetto "centro liberale";
  2. Democrazia: "Dobbiamo sconfiggere l'ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando." Di pari passo, quindi, potere da estendere anche alla consapevolezza collettiva (migliorando anche l'informazione, nds). D'altro canto, invece, emerge la necessità inderogabile di avere una politica che sappia "recuperare autorevolezza, promuovere il rinnovamento, ridurre i suoi costi e la sua invadenza in ambiti che non le competono";
  3. Lavoro: parola che sappia diventare "parametro di tutte le politiche". (Ri)definire gli argini del lavoro significherà alleggerire il peso sul lavoro e sull'impresa, attingendo alla "rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari";
  4. Uguaglianza: insistere sul "superamento delle disuguaglianze di genere", sottolineando come "nessun discorso sta in piedi se non si rimette il Sud al centro dell'agenda";
  5. Libertà: parola da intendersi come "possibilità concreta per le giovani generazioni di costruire i propri progetti di vita". Documento esclusivamente rivolto ai giovani senza futuro, dunque? Libertà significante anche necessità di oltrepassare gli "aspetti giuridicamente insostenibili" nel campo della legge di procreazione assistita, garantendo "piena applicazione" alla legge sull'aborto;
  6. Sapere: "la scuola e l'università italiane, già fiaccate da un quindicennio di riforme inconcludenti e contraddittorie, hanno ricevuto nell'ultima stagione un colpo quasi letale. Ora si tratta di avviare un'opera di ricostruzione vera e propria." Ricostruire, dando spazio a progetti specifici per riabilitare il pilastro più importante per alleviare i dolori del Domani;
  7. Sviluppo sostenibile: di fronte alla necessità di ridare "centralità alla produzione" sarà più che mai necessario insistere su una politica industriale "integralmente ecologica";
  8. Beni Comuni:"salute, istruzione, sicurezza, ambiente" sono campi dove, in via di principio, "non deve esserci nè ricco nè povero. Perchè sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti";
  9. Diritti: dalla concessione della cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati e cresciuti nel nostro Paese all'urgenza di una legge contro l'omofobia, fino ad arrivare alla necessità di dare "sostanza normativa al principio [...] per cui una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico";
  10. Responsabilità: parola capace di riassumere i cosiddetti "impegni espliciti e vincolanti", assunti dalle forze che compongono la coalizione perchè "l'Italia ha bisogno di un Governo e di una maggioranza stabili e coesi". La declinazione di questa garanzia dovrebbe coincidere con la necessità di "sostenere in modo leale e per l'intero arco della legislatura l'azione del premier scelto con le primarie" che avrà anche "la responsabilità di una composizione del governo snella, sottratta a logiche di spartizione". Quali provvedimenti seguire in caso di controversie su specifici atti parlamentari? Serviranno (ma basteranno?, nds) "votazioni a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta."
Il rendere una semplicissima carta d'intenti necessaria e sufficiente al garantire una maggioranza "pro tempore" stabile ed unita sembra essere una missione, visti i tempi e le pressochè azzerate credibilità, di difficilissima risoluzione.
Il problema, specialmente in caso di convergenza con le cosiddette "forze moderate", dovrà essere quello di garantire un'unità di intenti che dovrà andare per forza "oltre" la semplice carta sottoscritta e controfirmata. 
Si potrebbe anche soffiare sul fuoco, affrontando il complesso tema relativo alla nuova legge elettorale: cosa accadrebbe se gli accordi presi dovessero tradursi in numeri incapaci di consegnare agli italiani una maggioranza degna di essere chiamata tale? Su questo fronte persistono le voci che sembrano alimentare un eventuale nuovo "governo" di emergenza nazionale: creare una "maggioranza" larga potrebbe essere l'unica via per proseguire l'opera di risanamento del Paese? A questa domanda sembra rispondere, almeno parzialmente, il punto della riassunta Carta d'Intenti: non servirà veramente più chiamare un "uomo solo al comando" per risollevare il Paese e riequilibrare le disuguaglianze? 
Fino ad ora, purtroppo, le primarie combattute a colpi di vo(l)ti e parole "chiave" sembrano non rendere pieno merito a questa ottica: quali programmi declinare alla prova dei fatti? Chiedere un voto od un sostegno deve significa esclusivamente sottoporre all'opinione pubblica solamente termini quali "rottamazione", "solidarietà" od "equità"? Chiedere un voto non potrebbe significare, invece, spiegare specialmente come declinare questi propositi compatibilmente con i dissestati conti pubblici? Come muoversi nel passaggio da "carta d'intenti" a "prova dei fatti"? 
Il rispondere consapevolmente a domande come queste sembra, per fortuna o purtroppo, una missione ardua da sintetizzare al meglio: quali fatti realizzare con chi ha opinioni opposte su temi di vincolante importanza quali sostenibilità o diritti civili, tanto per citare due campi?
Quali politiche perseguire includendo contemporaneamente in un solo schieramento chi ha difeso ed aspramente criticato il governo Monti?
Quali diritti civili instaurare con chi sembra precluso a qualunque forma di ascolto se non accentrato su una non meglio definita "moderazione"? 
Da difficoltà come queste potrebbero emergere, salvo differenti visioni, nuove sfide da risolvere: da questo punto di vista, forse, si potrebbero anche descrivere nuovi punti di svolta. Quali confini poter imprimere alle "voglie" di quei moderati che vorrebbero più di ogni altra cosa un "Monti aeternus"? 
Quali rassicurazioni e "certezze" poter dare a quei "poteri forti" che vogliono anch'essi un "Monti per sempre"? 
A queste domande dovrà saper rispondere, invece, una classe politica bisognosa di riacquistare fattori essenziali all'attività di Governo: chiedere di coerenza e credibilità per ulteriori esempi chiarificatori.
Oltre la politica ed i buoni intenti dovranno trovare spazio, senza appello alcuno, le prove dei fatti: quali visioni e prospettive poter condividere per l'istruzione con eventuali forze moderate che hanno sostenuto e giustificato la "riforma" Gelmini? Su quali binari (ri)costruire il lavoro per migliorare il Paese includendo contemporaneamente sostenitori e detrattori dello "spartiacque" Monti?
Quale idea di Europa poter disegnare per il futuro? Quale nuovo "bilancio" realizzare per ristabilire un equilibrio fra rigore, crescita ed equità su scala (solo inizialmente) continentale? Quante e quali "porzioni" di sovranità cedere per inserirsi in una cornice di maggior respiro?
Quali provvedimenti poter realizzare concretamente in settori afferenti alle politiche energetiche o riqualificazione delle aree industriali? 
Quali passi muovere realmente nei confronti della responsabilità sociale d'impresa o della prevenzione nell'ambiente di lavoro? 
Quali procedimenti poter concertare e realizzare assieme a "moderati" di vecchia (o vetusta,  a seconda dei punti di vista) matrice nel campo dei diritti?
A queste ed altre domande dovrà (od avrebbe dovuto rispondere, a seconda dei punti di vista) un "progetto" degno di tale nome; sarà necessario inseguire, però, una progettualità polivalente e contemporaneamente vicina ad un numero pressochè indefinito di campi.
Dal sociale all'ambientale, dall'economico al gestionale, dal tecnico al normativo, dal burocratico all'emozionale, solo per citarne alcuni: realizzare un progetto inseguendo, senza se e senza ma, una lungimiranza forse mai appieno palesata. 
Moltissimi altri discorsi sarebbero possibili, moltissime altre domande sarebbero realizzabili: cosa servirà per dirottarsi su un governo politico, abbandonando definitivamente questo (divenuto) perenne stato di "emergenza nazionale"?
Ad elettori (e candidati a primarie) le ardue sentenze. 

Per saperne di più:
"Europa, lavoro, diritti e responsabilità: ecco i cardini dell'alleanza", L'Unità, 14-10-2012;

"La 'Carta d'Intenti' del Centro-Sinistra", ilpost.it,
(http://www.ilpost.it/2012/10/13/la-carta-dintenti-del-centrosinistra/2/)

"La nuova legge elettorale: Pd, Sel e Psi senza maggioranza", Pubblicogiornale.it,
(http://pubblicogiornale.it/politica/la-nuova-legge-elettorale-sel-pd-e-psi-senza-maggioranza/)

venerdì 12 ottobre 2012

"LA GUERRA DI PIERO", RICORDANDO FABER...


"[...] Dormi sepolto in un campo di grano/ non è la rosa non è il tulipano/ che ti fan veglia dall'ombra dei fossi/ ma sono mille papaveri rossi."

martedì 9 ottobre 2012

RIGORE, CRESCITA ED EQUITA'...OLTRE ALLA STABILITA'?


Al motto rigorecrescita ed equità si potrebbe aggiungere forse anche la parola "creatività"? 
Di fronte alla necessità di riequilibrare i conti pubblici, infatti, si starebbero prospettando ulteriori "aggiustamenti" ai conti per una cifra prossima ai 12 miliardi di Euro: quella che sembra l'ennesima manovra mascherata è questa volta stata etichettata come "legge di stabilità". 
Uno degli obiettivi dichiarati per la stesura di questo pacchetto di misure sarebbe, infatti, quello di (ri)evitare l'aumento dell'Iva: stando alle cronache, però, si tratta forse di quello stesso obiettivo già messo in cantiere e dato per scongiurato per mezzo dell'altra manovra etichettata come "spending review". 
"Spending review" e "legge di stabilità" rischiano di essere percepiti, forse, come altri due tasselli dello stesso "puzzle": garantire il rigore nei conti pubblici, senza se e senza ma. Quello stesso rigore che nella prima ha spinto a tagliare il numero di posti letto negli ospedali a quali "traguardi" potrebbe portare questa volta? 
Si vocifera di altri tagli, per un totale di circa 11,6 miliardi di Euro "diluiti" su tre anni: 6.6 nel solo 2013, 4.1 nel 2014 ed infine 0.9 nel 2015. 
Le voci che si susseguono riguardo alle misure pensate riguardano, nei fatti, i punti principali di seguito riportati:
  • Stop agli acquisti per le Pubbliche Amministrazioni: acquisto od affitto di nuovi immobili (se non per realizzare profitti), acquisto o leasing di autovetture, acquisto di arredi e spese per consulenze informatiche sarebbero solo alcuni dei punti allo studio;
  • Risparmio energetico: via all'operazione "cieli bui", al fine di realizzare contenimento della spesa pubblica al fine di stabilire "standard tecnici di fonti di illuminazione e misure di moderazione del loro utilizzo";
  • Tagli alla sanità: sono allo studio tagli al fabbisogno del servizio sanitario nazionale, includendo anche "revisioni" di spesa all'acquisto di dispositivi medici. Sembra allo studio anche una stretta su permessi per disabili o per cura di parenti affetti da handicap, includendo anche l'assistenza a parenti disabili;
  • Questione produttività: rimanendo fedeli alla speranza (utopica?) di poter riprendere il discorso della crescita entro il 2013, sarebbero allo studio misure atte"alla riduzione del cuneo fiscale e contributivo individuale", in coordinamento con il Ministero del Lavoro;
  • Fondi per TAV e Mose: inclusi nella "legge di stabilità" fondi per le due opere, con possibilità di impiegarli per attività di "finanziamento di studi, progetti, attività e lavori preliminari, lavori definitivi". Per il (discutibile) TAV si vocifera di risorse dilazionate in 3 anni (160 mln/ 2013+ 100 mln/ 2014 + 530 mln/ 2015), mentre al Mose spetterebbero fondi dilazionati su un quadriennio (50mln + 400mlnx3). L'importante sembra, non solo in queste infrastrutture, sottostare al "diktat" secondo cui "Ce lo chiede l'Europa!";
  • Ponte sullo Stretto: 300 milioni di Euro stanziati per il pagamento di penalità contrattuali relative alla mancata realizzazione dell'ormai celeberrima opera fondamentale per rimettere in moto l'intero Sud-Italia. Questa opera, invece, "ce la chiede(va) l'Europa"? Od anche qualcun altro rimasto poi nell'ombra?
  • Trasporti locali: un miliardo e 600 milioni di Euro destinati, a partire dal 2013, per l'implementazione ed il finanziamento del sistema di trasporto pubblico locale;
  • Fondi per la Campania: stanziati circa 160 milioni di Euro che la regione Campania aspettava da quasi 25 anni, da utilizzare nell'ambito della spesa sanitaria;
  • Agenzia per la Coesione: si tratta di un organismo pensato per intervenire nella "promozione dello sviluppo economico e della coesione economica, sociale e territoriale e nella rimozione degli squilibri economici, sociali, istituzionali e amministrativi del Paese al fine di favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona.";
  • Imu alla Chiesa, costi delle intercettazioni e tagli ai patronati: sono queste le altre tre voci riportate nella già citata "legge di stabilità";
  • Budget per le Università: sembrano essere al vaglio aumenti del 3-4% l'anno per le Università, da differenziarsi sulla base degli enti di ricerca. 
Sarebbe demagogia spicciola affermare di essere di fronte ad un contemporaneo taglio alla sanità fatto per finanziare (parzialmente o totalmente) il pagamento di multe per il ponte sullo Stretto? A domande come queste dovrà trovare risposte esaurienti e convincenti un Governo che ha infarcito (a parole) la sua azione (quasi esclusivamente) contabile con principi di "equità". 
Restano anche palliativi assunti su posizioni controverse, quali ad esempio l'ormai celebre "Tobin tax" da portare avanti nelle opportune sedi Europee. 
La "legge di stabilità" dovrebbe, guardando ad altri "fronti", agire anche nelle direzioni seguenti: 
  • tassa sulle transazione finanziarie;
  • revisione delle detrazioni fiscali;
  • eliminazione del finanziamento di alcune leggi bocciate dalla UE;
  • finalità di costruire un fondo "ad hoc" per cercare di disinnescare la "bomba esodati". 
Tutto questo fatto, ovviamente, per contribuire ad evitare (nuovamente) l'innalzamento dell'ormai troppo famosa IVA.
La posizione finalmente schiarita sulla "Tobin tax" rischia di trasformarsi, alla luce dei tagli potenzialmente paventati, in un semplicissimo palliativo da condurre nelle opportune sedi europee (ma non solo, nds). Al Consiglio dei Ministri "creativo", invece, ulteriori misure. 
Sorge infine spontanea un'altra domanda: quanti avranno il coraggio di sposare "in toto" la realizzazione della tanto citata e mai specificata "agenda Monti"?
Ai moderati (da ricompattare?) le ardue sentenze. 


Per saperne di più:

"Il Governo prepara interventi per 11,6 miliardi", Corriere della Sera

"'La legge di stabilità sarà da 12 miliardi': risparmi su case, auto e luce pubblica", Repubblica.it

"Legge stabilità, scoppia la polemica - Il Pd: 'Niente tagli allla sanità", Repubblica.it