mercoledì 3 ottobre 2012

TOBIN TAX, FRA FINANZA ED EQUITA': STRUMENTO GIUSTO O SBAGLIATO?


Potrebbero equità, crescita e sviluppo (ri)partire dall'imposizione della cosiddetta Tobin tax? E' giusto che "mercati" e finanza possano speculare indisturbati senza alcuna misura capace di poterne arginare la (divenuta) intollerabile prepotenza? 
In cosa dovrebbe esattamente consistere la cosiddetta Tobin tax di cui periodicamente si ritorna a discutere in sedi nazionali e continentali? 
Ideata e proposta da James Tobin, Premio Nobel per l'economia, è una tassa che si propone l'obiettivo di colpire tutte le transazioni sui mercati valutari al fine di stabilizzare flussi economici per minimizzare, appunto, possibili speculazioni. Tale proposta è in circolazione da oltre quarant'anni, senza mai essere stata realmente attuata sui mercati finanziari di scala mondiale. 
La Tobin Tax si pone l'obiettivo di agire nella limitazione e nel controllo di investimenti e speculazioni, penalizzando soprattutto quelle sul breve termine: stando alle opinioni avvalorate dai contrari alla sua applicazione, infatti, l'istituire una tassa sulle rendite finanziarie potrebbe condurre ad una fuga di capitali (e quindi investimenti) impossibile da immaginare. 
Perchè dover bocciare la proposta della Tobin tax? Stando a quanto riportato in rete, si riporta nel seguito l'opinione dello storico dell'economia Giulio Sapelli: 
"[...]Perché se c’è qualcosa di cui ha bisogno tutta l’Europa [...] è di attrarre semmai investimenti. Quando la Tobin tax è stata applicata in Thailandia nel ’97 ha scatenato a catena la fuga dei capitali stranieri e la crisi asiatica. È una misura assolutamente inconcludente, populistica e demagogica.[...] La Francia già ha introdotto la tassa patrimoniale: c’è una fuga dei capitali francesi verso Bruxelles e Londra. Adesso mettiamo anche la Tobin tax che non ha mai avuto alcuno esito positivo. [...]L’Italia è un Paese in cui ciò che è mancato storicamente è il capitale. Giusto? Il nostro è un capitalismo senza capitali. Se mettiamo anche la Tobin tax andiamo a picco. Moriremmo tutti di fame.[...]"
D'altro canto, però, è purtroppo evidente agli occhi (ed ai portafogli) di tutti quanto lo (stra)potere finanziario sia riuscito nell'impresa di deteriorare rovinosamente valori e potenzialità dell'economia reale: chi può negare questa verità? 
Chi può negare come, fra "piigs" e manovre economiche, sia stato necessario raddrizzare gli alterati conti pubblici attingendo a risorse provenienti dalla cosiddetta "economia reale"? In un mondo dove distruggere le microeconomie sembra essere divenuto il solo modo per salvare le macroeconomie potrebbe la Tobin Tax imprimere tracce di equità ad un sistema percepito come malato terminale? 
A domande come queste rispondono le opinioni di altrettanti autorevoli esperti. Si riporta nel seguito l'opinione esposta da Jean-Paul Fitoussi: 
"E' una proposta di grande valore sia sul piano economico che sul piano morale, che potrebbe fornire risorse significative per la crescita. 
E' importante che alcuni grandi Paesi dell'UE abbiano assunto questa iniziativa, ma occorre insistere perchè si arrivi ad una tassa sulle transazioni finanziarie valida per tutti. Raggiungere questo obiettivo porterebbe a modificare i rapporti fra politica e finanza."
Modificare rapporti fra politica e finanza, appunto. 
La questione fondamentale non sembra essere, purtroppo, figlia della esclusiva necessità di impedire la fuga di capitali ed investimenti: ci sono economie reali da salvaguardare, tracce di equità da ristabilire. In un complesso terreno come quello di investimenti e spese finanziarie, in cosa consiste esattamente questa Tobin Tax? Stando a quanto pensato, per fortuna o purtroppo, niente di etichettabile come "salasso":
  • Imposta pari allo 0,1% da applicare sulle operazioni di carattere speculativo;
  • Aliquota pari allo 0,01% sui cosiddetti "derivati".
Guardando all'Europa intera, stando a quanto citato dall'Eurobarometro, il 66% dei cittadini sarebbe favorevole all'istituzione di tale tassazione. 
In termini economici "reali", invece, quali benefici sarebbe possibile avere? Si parla di circa 60 miliardi di Euro l'anno, ovviamente disponibili per tutta l'Unione Europea. Potrebbe il Governo "tecnico" presieduto da Mario Monti difendere e sostenere in sede europea l'istituzione di questa tassazione supplementare? Mantenere fede allo sbandierato trittico "rigore, crescita ed equità" imporrebbe sicuramente una risposta affermativa a questa domanda: l'equità dimostrata fino ad oggi sembra essere altamente inferiore rispetto al rigore fino ad oggi profuso nella difesa e "messa in sicurezza" dei conti pubblici. 
Citando l'opinione di un altro Premio Nobel come Dario Fo, sostenere l'istituzione della Tobin tax è importante perchè: 
"[...]Siamo di fronte al solito gioco dei furbi internazionali e non di quartiere. 
Si fanno pagare ai poveri cristi rogne e infamità che banche e grande finanza scaricano nell'economia del mondo.
C'è qualcuno convinto che non si debbano tassare le transazioni finanziarie mentre si tagliano pensioni e salari e si brucia il presente e il futuro dei ragazzi?
Noi non intendiamo rassegnarci. Ben venga la Tobin tax europea."
Qualora fosse sostenuta ed avvalorata in chiave europea, quante e quali risorse potrebbero essere destinate all'Italia? 
Sarebbe fondamentale chiarire, sin da subito, la destinazione delle eventuali risorse derivanti dalla sua applicazione: farle confluire nel calderone dei conti pubblici senza distinzioni alcune non conviene a nessuno. 
A posteri, tecnici, parlamentari e governanti l'ardua sentenza su un tema di fondamentale importanza.


Per saperne di più:
"In poche ore migliaia di adesione per la Tobin Tax", L'Unità, 3-10-2012;

"Sapelli: 'Che errore la Tobin Tax!", www.vita.it
(http://www.vita.it/economia/finanza-etica/sapelli-che-errore-la-tobin-tax.html)

domenica 30 settembre 2012

"ITALIA, CRESCI O ESCI!": QUALI STRADE PER IL FUTURO?


Il primo buon motivo per interessarsi alla lettura del libro scritto a quattro mani da Roger Abravanel e Luca D'Agnese è contenuto sin dalla prefazione, nella quale viene chiarito il "target" a cui questa opera è rivolta: "[...]E' proprio ai giovani italiani che è diretto questo libro. Per coinvolgerli. Per spiegare loro ciò che sta veramente succedendo nel loro Paese e quanto tutto ciò è diverso da quello che sentono ripetere tutti i giorni. 
Per convincerli che la trasformazione, ancorchè epocale, è davvero possibile. 
E per dare loro suggerimenti concreti su ciò devono fare per crescere e non 'uscire'.[...]"
Suggerimenti concreti per arginare tutti i fallimenti (economici, sociali, ambientali, [...]) a cui sembra (inevitabilmente?) destinata questa Italia. Il titolo dell'opera è il primo investimento da poter fare: crescita od uscita. Il concetto di "crescita" è una voce generica che può racchiudere al suo "interno" una larghissima serie di provvedimenti su cui è urgente fare affidamento. 
Capire le mancate occasioni italiane significa anche, a conti e fatti, svolgere un'analisi dettagliata "attorno" alle cause che hanno portato il nostro Paese ed una parte del mondo ad avviarsi verso un periodo storico fatto di parole chiave quali "crisi" e "recessione": quali motivi si nascondono oltre questa "cronologica discesa"? Il ragionamento svolto dagli autori è ulteriormente esteso a concetti trasversali della parola "crisi": 
"[...]Il termine 'crisi' indica in genere un momento di passaggio [...] da una fase economica a un'altra. 
Nel passaggio, molti subiscono perdite di denaro e riduzioni del reddito, calano i posti di lavoro, ma poi[...] la crisi finisce. Molti non ritornano alle condizioni iniziali, ma l'economia nel suo complesso ritrova una sua stabilità.
La crisi attuale appare 'diversa': dura da quasi quattro anni e non accenna affatto a finire, alternando alti e bassi, momenti di panico a periodi di relativa calma. E' dunque un errore continuare a chiamarla 'crisi', visto che sta diventando uno stato semipermanente che caratterizza le nostre vite? [...]"
L'inaffidabilità e l'inadeguatezza del sistema Italia nel fronteggiare questo periodo sono divenute realmente manifeste d'improvviso? 
A cosa è realmente dovuta questa perdita di credibilità nei confronti di un Paese che, come quello italiano, risulta da anni al palo in moltissimi campi? 
E' possibile trovare risposte a domande come queste nell'opera in questione: 
"[...]In questi mesi abbiamo capito, tutti noi italiani, che la situazione del Paese è grave e dobbiamo tutti impegnarci per uscire da questa crisi. Ancora fatichiamo a capire, però, che per risolvere il 'caso Italia' non bastano i tagli e le imposte. 
Per salvare noi stessi e assicurare un futuro ai nostri figli, la regola deve essere la crescita: senza svilppo sarà impossibile riconquistare la fiducia dei mercati internazionali, ridurre il debito pubblico e la pressione fiscale, creare nuovi posti di lavoro. 
Perchè questo accada, dobbiamo liberarci dei vecchi pregiudizi [...] e rendite di posizione. 
E' necessario superare il tradizionale immobilismo della società italiana, per abbracciare la 'cultura della crescita'. 
Serve una rivoluzione, fondata su meritocrazia e rispetto delle regole: non solo perchè è moralmente giusto, ma soprattutto perchè è più conveniente per tutti. [...] un manifesto per la crescita, con proposte concrete e spesso radicali su lavoro, tasse, giustizia civile, scuola, spesa pubblica.[...]"

Serve davvero una "trasformazione" di cui ancora non si è compresa la portata? 
Senza questo cambiamento, quali "uscite" rischierebbero di prefigurarsi per l'intero "sistema Italia"? 
Quali (ulteriori) tracolli rischierebbero di concretizzarsi per il popolo italiano nella crisi infinita che sta alterando peso e consistenza delle economie reali? 
Che peso possono avere le riforme politiche in una questione tremendamente complessa come questa? 
Questa crisi ha un "qualcosa" di pilotato e/o controllato? 
A domande come queste non viene data alcuna soluzione all'infuori di provvedimenti afferenti al realizzare la parola "crescita": attraverso quali provvedimenti e consapevolezze poterla declinare ed articolare in termini specifici?
Su queste tematiche il libro sembra essere, per molti tratti, chiarissimo: 
  • "Perchè l'Italia non cresce";
  • "In Italia manca la cultura della crescita"; 
  • "La fine del welfare familiare: mettere in pratica la 'flexsecurity' in Italia";
  • "Le liberalizzazioni che funzionano"; 
  • "La vera lotta all'evesione fiscale";
  • "Non basta la 'spending review', servono leadership e trasparenza";
  • "Una giustizia civile per la crescita";
  • "Il consumerismo dell'istruzione";
  • "Full Monti": quanto è stato 'funzionale' al raggiungimento degli scopi il "caldeggiato" Governo presieduto da Mario Monti? 
  • "Nuova politica, nuovo capitalismo e giovani per ricominciare a crescere";
  • "Un manifesto per i giovani italiani".
Bastano tuttavia pochi capitoli per definire come oggettivamente valide ed inattaccabili le soluzioni definite dagli autori come necessarie ed inevitabili? 
E' veramente necessario adoperarsi per abbandonare definitivamente miti etichettati come falsi od obsoleti? 
Su questi frangenti, purtroppo, molti suggerimenti degli autori finiscono per abbracciare quell'unica via "riformatrice" costruita sull'incertezza perenne che dovrebbe caratterizzare i tempi futuri: dall'addio al posto fisso alla necessità di "precarizzare eternamente" le esistenze degli uomini di domani. 
E' solamente ed inevitabilmente questo il futuro che ci attende? 
Altre caratteristiche negative del testo sembrano essere, purtroppo, quelle concentrate attorno ai cosiddetti "suggerimenti" presentati nel manifesto per i giovani. I punti più criticabili sono esposti nel seguito:
  1. 'Fare tutto il possibile per raggiungere al più presto l'indipendenza economica dalla famiglia': è proprio necessario definire questo come il primo suggerimento da dare in eredità ai giovani di un Paese nel quale la disoccupazione "di categoria anagrafica" viaggia ormai su cifre prossime al 33-35%? Suggerimenti come questo rischiano di esulare, purtroppo, in una dimensione percepita come tremendamente lontana dalla realtà;
  2. 'Iniziare a 'restituire'': come poter restituire nel più breve tempo possibile in uno Stato dove le (attuali) garanzie per i giovani sembrano essere purtroppo ridotte al lumicino? E' prioritario restituire "qualcosa" o lottare per garantirsi un futuro meno nascosto?
  3. 'Non avere paura dei fallimenti. Anzi, accettarne i benefici nascosti.': in un sistema dove spesso rischiano di mancare anche le occasioni per produrre fallimenti o vittorie, esortare il giovane a seguire questa strada rischia di essere un atto teso all'illusione;
  4. 'Ricercare incessantemente la meritocrazia e il rispetto delle regole': guardando allo stato del "sistema Italia", purtroppo, non è più probabile la possibilità di essere cambiati e/o disillusi dall'assenza totale di meritocrazia e mancato rispetto delle regole? Ricercare incessantemente fattori come questi rischia, purtroppo, di essere una mortalmente inutile lotta contro i mulini a vento.
Parte di questi "suggerimenti" sono fortunatamente incanalati in una ricerca che, fra merito e regole, deve lasciare il giovane libero di cercare e porsi domande funzionali al miglioramento del sistema:

"[...] I giovani italiani incontrano ogni giorno diverse trappole, pericolose per il loro sviluppo personale: un insegnante che da' un voto non meritato, un amico che vuole aprire una piccola impresa dove si evade l'IVA, un lavoro con uno stipendio decente nell'aziendina dello zio [...]. Tutti questi piccoli tranelli finiscono per comporre una trappola più grande: 'Se nessuno rispetta le regole, perchè mai devo farlo proprio io?'
E ancora: 'Se in Italia la meritocrazia non esiste, anche io, per trovare un lavoro, sarò costretto ad accettare una piccola raccomandazione?'
Eppure non è così dappertutto nel nostro Paese. Esistono 'isole di regole' e 'semi del merito'. 
I giovani italiani interessati [...] devono identificarli e cercare di farne parte. 
E' facile identificarli, basta osservare chi li guida. [...]"

Cosa è possibile dedurre, invece, guardando la "salute" di chi guida (da troppo tempo?) questa malata Italia? 
Da questa domanda si dipartono, fra proposte e proteste, riflessioni sullo stato di una classe politica per molti tratti percepita come trasformata in una sorta di "Dorian Gray" che costringe il proprio "ritratto-Italia" ad invecchiare mortalmente al posto suo. 
Senza crescita, anche su questo campo, l'uscita dell'Italia rischia di essere più veloce del previsto. 

venerdì 28 settembre 2012

AUTUNNO, FRA MUSICA E CITAZIONI...

Fonte: youtube.com

"Autunno, stagione sleale.
(Giuseppe Bufalino)

"Niente di peggio che soffrire di depressione in pieno autunno. 
L'autunno è una circostanza aggravante.
(Diane Meur)

"Meglio un istante ad aprile che tutto un lungo mese in autunno.
(Adam Mickiewicz)

"L'autunno è un andante grazioso e malinconico che prepara mirabilmente il solenne adagio dell'inverno.
(George Sand)

"Autunno. Il post-scriptum del Sole.
(Pierre Vèron)

"I lunghi singhiozzi dei violini d'autunno feriscono il mio cuore d'un monotono languore."
(Paul Verlaine)

mercoledì 26 settembre 2012

COSA PORTARE E TENERE DENTRO AL NOSTRO MONDO? CITANDO I RIO...




"Hai mai pensato che il tempo è la sostanza, 
e qui viviamo di sostanza lo sai? 
Hai mai pensato che non è importante, 
come ti vedono ma come sei? 
Hai mai pensato che il vero successo 
è diventare migliore che puoi? 
Che di tutto sai sempre il prezzo 
ma il valore delle cose qual'è? 
Hai mai pensato che sei piccolo o grande, 
in base al coraggio che hai? 
E c'è qualcosa di amaro e felice nella malinconia.[...]

Hai mai pensato che il destino è nelle scelte, 
e le scelte sei tu che le fai? 
Hai mai pensato di cambiare il mondo, 
ma che il mondo può cambiare te? 
Hai mai pensato che è davvero un genio, 
chi rende semplice ciò che non sai? 
La tua casa è una soltanto falla meglio che puoi. [...]
E ci bagniamo sempre un po', quando arriva la pioggia 
e ci perdiamo tutti un po', quando un cuore si spacca 
mentre tutto scorre e va, troverai sempre 
un sognatore tra la gente. [...]"

domenica 23 settembre 2012

FRA FIAT E "FABBRICA ITALIA" (MANCANTE): QUALI DOMANDE?


Grazie ad un "clima cordiale" maturato in un "confronto cordialmente formale" è stato possibile recepire che, almeno per questa dichiarazione, l'azienda rappresentata da Marchionne non dovrebbe lasciare l'Italia. Condizionale d'obbligo, ovviamente. 
Stando a fonti attribuite ad Ansa, infatti, i numeri della "Fiat spa" nel mondo sono impressionanti: 155 stabilimenti, 77 centri di ricerca esistenti e (circa) 197mila dipendenti. In mezzo a tutti questi, le cifre "attribuibili" all'Italia sono le seguenti: 46 stabilimenti, 38 enti di ricerca con il 32% (quasi) di dipendenti rispetto al totale. Queste cifre potrebbero (o dovrebbero, a seconda delle sfumature) subire qualche calo grazie alla prosecuzione del rapporto con Chrysler? 
La risposta a tale domanda sembra purtroppo scontata, in quanto sono sempre maggiori ed evidenti le "difficoltà" che la base produttiva sta incontrando nel lavorare: cassa integrazione, turnazioni e chiusura degli stabilimenti sono (purtroppo) solo alcune delle parole con cui il "settore Italia" si sta confrontando.
Nonostante le rassicurazioni rimangono, comunque, le molt(issim)e altre occasioni in cui lo stesso Marchionne aveva ventilato come evitabile la possibilità di rimanere in Italia: dalla delocalizzazione alla fuga, dunque? 
Quali potrebbero essere, invece, le sue prossime dichiarazioni? Potrebbe forse pretendere ulteriori certezze e/o garanzie per non abbandonare (definitivamente) l'Italia, innescando un (im)pietoso gioco delle parti con lo Stato? 
Stando ai precedenti non sembra esserci, purtroppo, quasi niente di buono: cosa ne è stato del piano economico e degli investimenti previsti per la tanto decantata "Fabbrica Italia"? Cosa ne sarà di quel meraviglioso piano sintetizzabile attraverso la frase "nasce una nuova fabbrica e appartiene a tutti noi"? 
Stando ad una pubblicità diffusa nel passato, infatti, lo scopo della decantata "Fabbrica Italia" era stato chiarissimo sin dalla prima campagna propagandistica: 
"Un cammino da fare tutti insieme per rendere gli italiani di domani orgogliosi...di quelli di oggi".
Sentendo poi frasi, magari anche estrapolate dal contesto in malo modo, come "Senza l'Italia la FIAT potrebbe fare di più" quello stesso orgoglio rischia di finire, purtroppo giustamente, sotto la suola delle scarpe degli stessi "italiani di oggi&domani".
Guardando invece allo stato della Fiat, invece, si nota un grandissimo stato di salute; guardando ad un'infografica sul numero odierno de L'Unità, infatti, gli utili nella cosiddetta "Era Marchionne" sono stati assolutamente ingenti (dati  in milioni di euro, nds):  
  • 2004: -1579;
  • 2005: +1420;
  • 2006: +1151;
  • 2007: +2054;
  • 2008: +1721;
  • 2009: -848;
  • 2010: +600;
  • 2011: +2352;
  • 2012: +2250 (previsione obiettivo). 
Nonostante queste cifre (e nonostante lo stipendio dell'amministratore delegato), infatti, uno degli obiettivi dell'incontro di ieri con il Governo sarebbe stato afferente alla disponibilità nell'utilizzare la cassa integrazione in deroga - finanziata integralmente dallo Stato- per i lavoratori della stessa Fiat. 
Dove è scappata, pertanto, questa voglia di costruire quella "Fabbrica Italia" capace di rendere orgogliosi gli "italiani di oggi&domani"? 
Sta forse, neppure troppo lentamente, delocalizzando anche lei? Le agevolazioni statali brasiliane citate dall'Ad Marchionne nel confronto a distanza con il Ministro Passera sembrano confermare, purtroppo, questo "trasloco". Definire delusi attualmente i lavoratori e gli "interessati" all'indotto Fiat sembra essere, allo stato attuale, un vero e proprio eufemismo. 
Nonostante qualunque sforzo di interpretazione delle politiche industriali e manageriali di questa "Fiat group", comunque, nessun italiano può definirsi competente ed autorizzato a proporre qualche soluzione "alternativa": solo l'ad Marchionne sembra essere l'unico autorizzato a procedere. 
Qualora il gruppo Fiat dovesse chiedere ulteriori aiuti e/o finanziamenti allo Stato, sarebbe possibile richiedere contemporanei investimenti in mezzi per incentivare la cosiddetta "mobilità alternativa"? Servirebbe forse inquadrare nuove forme di mobilità "pulita", per poter quantomeno (ri)costruire una "Fabbrica Italia" industrialmente riconvertita rispetto alla precedente? Servirà ancora per quanto produrre esclusivamente automobili e chiudere tutte le realtà che si occupa(va)no di investire su strumenti per la mobilità differenti (cfr. Irisbus)?  
Inquadrare la Fiat in un contesto di responsabilità sociale di impresa maggiormente stringente potrebbe definire un quadro non ottimale dentro il quale fare muovere l'intero gruppo della (decantata) "Fabbrica Italia". Sullo sfondo, restano le parole di una pubblicità con un meraviglioso bambino che va inseguendo il sonno: "Ok, dato che non vuoi dormire, adesso ti racconto di questo piano industriale [...] in 5 anni raddoppio la produzione di veicoli in Italia e aumento le esportazioni...anche in America! Raddoppia la produzione, raddoppiano le possibilità anche per me...e allora mi chiederai 'Io cosa faccio?' Non lo so, per esempio posso comprare un'auto italiana...il colore lo scegli tu magari, eh?
Fra rosso, bianco e verde emerge, infine, un motto che (ad oggi) è un misto fra miraggio e barzelletta: "Le cose che creiamo ci dicono cosa diventeremo". 
La domanda seguente ed ovvia a questa affermazione potrebbe essere, purtroppo, una sola: quando non crei niente, magari distruggendo invece qualcosa, cosa rischi di diventare? Agli "italiani di oggi&domani" l'ardua risposta. 



Per saperne di più: 
"Monti-Marchionne: tensioni sulla cig e sugli investimenti", L'Unità, N.Andriolo, 23-9-2012;

"Fiat Spa nel mondo", "Perdite e utili nell'era Marchionne", L'Unità, 23-9-2012;

"I lavoratori delusi non si attendono niente di buono", L'Unità, M.Tedeschi, 23-9-2012.

"Spot Fiat Fabbrica Italia - 2010" (http://www.youtube.com/watch?v=dX8lPXfEpsc)

giovedì 20 settembre 2012

"BOLOGNA BELLA", FRA POESIA ED URBANA MERAVIGLIA...

"[...] tale evocazione l'anima vostra può farla, in certe ore della sera, in certi cantucci di Bologna, innanzi alla bizzarria monumentale delle torri, innanzi al gruppo mistico delle sette chiese riunite, innanzi a quel pezzo di storia antica, di arte antica, che è il portico dei Servi.
Ma se volete avere tutta insieme la poetica, artistica impressione di Bologna, se volete stringere tutta Bologna bella in un solo abbraccio, fatevi condurre dal vostro cocchiere a San Michele in Bosco [...]. Il cocchiere vi condurrà lentamente, perchè oltre ad essere cortese come tutti i bolognesi, è anche sapiente della bellezza del paesaggio. 
Dai Giardini Margherita si parte una bella via di campagna, fra le siepi delle ville tutte verdi, una via che sale, sale, sempre girando attorno al colle come se vi portasse a un ritrovo favorito, in una bianca villa, dove vi aspettano delle leggiadre donne, dei bei fanciulli, degli amici affettuosi e il pesco, e i fiori, e la doppia delizia dei sensi e dello spirito. 
Voi vi lasciate vincere dall'incanto, quasi sonnecchiate, quasi sognate e vi trovate magicamente lassù [...] senza quasi sapere come ci siate arrivati. [...] Qual mai paesaggio, di là, nei saloni eguaglierà quello di Bologna [...]? Quale barbaglio maggiore di colore? 
Dal colle, tutto si vede. 
Bologna ha un color rosso, rosso dei mattoni ond'è fabbricata, rosso delle tegole ond'è coperta, ma il tempo e la pioggia lo hanno un pò sbiadito: è vivida ancora, non fiammeggiante. 
E fra mezzo i suoi magnifici palazzi ogni tanto, e intorno intorno, dappertutto, vi sono orti, giardini, campi, vi è il verde che sorge fra il rosso e lo mitiga e lo circonda e lo abbraccia con senso di riposo, con senso di freschezza. 
Vasta si estende la ricca campagna emiliana sino ai confini nebulosi dell'orizzonte, e Bologna ne sembra il gioiello, il gran gioiello antico e prezioso. 
Dalla città donde più forti, più saldi si librarono il pensiero e la scienza, l'arte e l'amore d'Italia, salgono al cielo nell'aria azzurra le sue torri, solidi monumenti che hanno sfidato il tempo e che sembrano sottili come frecce. 
Tutto pare avvolto in un silenzio, la città è queta nella sua bellezza e nella sua grandezza.
Forse i vostri occhi avranno visto spettacoli brillanti o commoventi, avranno ammirato varie forme di bellezza: ma quando avete passato un'ora lassù, dal tramonto alla sera, voi, certo, porterete via, indimenticabile, invincibile, il fascino dolce di Bologna bella."

(Matilde Serao, L'Italia a Bologna, Milano, Treves, 1888)


da: "Bologna - Parole e immagini attraverso i secoli", Minerva Edizioni


lunedì 17 settembre 2012

CHI ERANO MAI QUESTI BEATLES? FRAMMENTI DI POESIA IN MUSICA...


"Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che passa volando/ in un marzo di polvere di fuoco e come il vecchio di oggi sia stato il ragazzo di ieri.
Se vuoi ascoltare non solo per gioco il passo di mille pensieri/ tu chiedi chi erano i Beatles, chiedi chi erano i Beatles...
Se vuoi sentire sul braccio il giorno che corre lontano/ e come una corda di canapa è stata tirata, come la nebbia inchiodata fra giorni sempre più brevi.
Se vuoi toccare col dito il cuore delle ultime nevi tu chiedi chi erano i Beatles, chiedi chi erano i Beatles.../ Chiedilo ad una ragazza di 15 anni di età/ tu chiedi chi erano i Beatles e lei ti risponderà... ...la ragazzina bellina col suo sguardo garbato, gli occhiali e con la vocina/ ma chi erano mai questi Beatles? 
Lei ti risponderà..../ I Beatles non li conosco, neanche il mondo conosco/ si, si conosco Hiroshima ma del resto nè sò poco ,ne sò proprio poco/ 
Ha detto mio padre l'Europa bruciava nel fuoco/ dobbiamo ancora imparare, noi siamo nati ieri, siamo nati ieri.
Dopo le ferie d'agosto non mi ricordo più il mare/ non mi ricordo la musica e fatico a spiegare le cose per restare tranquilla/ scatto a mia nonna le ultime pose/ ma chi erano mai questi Beatles, chi erano mai questi Beatles?
Voi che li avete girati nei giradischi e gridati/ voi che li avete ascoltati e aspettati, bruciati e poi scordati/ voi dovete insegnarmi con tutte le cose non solo a parole/ ma chi erano mai questi Beatles, ma chi erano mai questi Beatles?/ 
Perchè la pioggia che cade è presto asciugata dal sole/ un fiume corre su un divano di pelle, ma chi erano mai questi Beatles?/ 
Di notte sogno città che non hanno mai fine/ e sento tante voci cantare e laggiù gente rispondere/ monto tre onde di sole, cammino nel cielo del mare/ 
Ma chi erano mai questi Beatles, chi erano mai questi Beatles?"

sabato 15 settembre 2012

FRA POLITICA E "PROGRESSISMO": REALTA' OLTRE SLOGAN E VOLTI?


Fra democratici, primarie e progressisti dovrebbe delinearsi un campo di epocali (ma potenziali) sfide, a cui dovrebbe essere altrettanto irresponsabile sottrarsi. Davanti ad un mondo sempre più complesso ed intricato, per fortuna o purtroppo, la "materie prime" con cui cercare di risolvere od arginare i problemi sono sempre le stesse: consapevolezza, competenza, solidarietà, lavoro e merito solo per citarne alcune. 
Dietro a parole, però, serve (oggi più che mai) sostanza: come declinare in campo corrente (e coerente) parole dall'assoluta importanza? Esiste un binario oggettivo dentro cui la politica può ritrovare la dignità perduta in anni tristi come quelli presenti? L'epoca presente racchiude in sè una serie di sfide che è impossibile rimandare, soprattutto per uno Stato (divenuto) troppo attendista come l'Italia: se l'Europa richiede rigore, è lecito interrogarsi su quanto questa "medicina" possa far stare peggio il paziente. 
Se l'Italia ha bisogno di "crescita" per continuare a sperare in una salvezza solo timidamente promessa da riforme strutturali, è sempre più urgente domandarsi attraverso quali strade pratiche poterla realizzare: quale politica industriale è possibile promuovere, dinanzi a fabbriche e (passati) colossi industriali costretti a chiudere o facilitati a delocalizzare? 
Quante "Fabbrica Italia" potrebbero un giorno non essere realizzate, contrariamente alle promesse di altr(ettant)i manager che sembrano mettere i diritti subordinati rispetto alla produttività? Mettendo ai primi posti la parola "lavoro", serv(irebb)e fornire risposte o tentativi di risoluzione a molte tematiche che rimangono al momento insolute: quali sforzi poter promuovere per cercare di salvare indotti socio-economici correlati alle Alcoa-Sulcis-Ilva di un domani non troppo lontano? 
Quante forze potrebbe mobilitare la Politica attraverso tentativi, stime o congetture afferenti a procedure quali bonifica, riqualificazione o ristrutturazione di realtà industriali immerse in contesti sociali da non compromettere?
Incrociando l'industria con tematiche quali diritti e sicurezza, forse, si potrebbero premiare sul lungo termine le aziende che meglio riescono a coniugare produttività con responsabilità sociale sul proprio indotto: è tremendo, specialmente in tempi caotici come questi, vedere esseri umani ritornare ad essere semplici matricole. 
Riabilitare la visione dell'Italia come "bene comune" significa veramente, forse, saper coniugare in una nuova visione i punti di vista "vincenti" della politica e della tecnica: su questo fronte, pertanto, l'andare "oltre Monti" presuppone una verità che avrebbe dovuto manifestarsi molto prima del "rischio default". 
Sentire politic(ant)i discutere di "agenda Monti" o, peggio ancora, di "Monti dopo Monti", rischia forse di confondere ancora di più le idee di un elettorato disperso e, purtroppo, non pienamente consapevole delle difficoltà (maturate e pilotate) presenti in questi tempi: cosa si nasconde dietro a questi potenzialmente sterminati campi? 
Quali provvedimenti "tecnici" vuole difendere e realizzare una politica che intenda pienamente provare a riabilitarsi dai troppi errori commessi nel passato? Serve una "visione" chiara e limpida da mettere in pratica, agendo senza se e senza ma su leve ancora (purtroppo) poco sollecitate. 
Cosa proporre per diminuire la pressione fiscale in termini reali? 
A domande come queste, purtroppo forse per la classe politica percepita come sempre più distante dalle richieste degli italiani, serve rispondere in termini chiari per allontanare spettri di cosiddetto "populismo" e "privilegio": cosa rispondere a chi chiede tagli anche nel campo delle spese militari o delle infrastrutture (ritenute) inutili? 
Tematiche quali "acquistare meno aerei e veicoli militari per mantenere e salvare più servizi" sono figli di errori comunicativi forse impressionanti, ma non certo legati a doppio filo esclusivamente a tematiche quali "populismo" o "demagogia". "Cavalcare" tematiche come queste è, poi, un altro problema figlio del precedente. 
Su questo fronte, pertanto, la classe "politico-tecnica" chiamata a governare dovrà dimostrarsi (o maturarsi, a seconda dei punti di vista) progressista anche sul fronte della comunicazione e della chiarezza delle proprie scelte.
Servirebbe anche un'Europa più solidale ed interessata al bene comune, senza dover per forza richiedere a Stati "europeisticamente reprobi" di svolgere "memorandum" votati al massacro dello stato sociale senza fondamento alcuno di equità. 
Servirebbe una positiva applicazione dell'attualmente esasperato concetto secondo cui "non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli": attualizzare questa situazione significa andare oltre i cosiddetti "poteri forti" che hanno, fino a prova contraria, attratto a loro una buona "fetta" dei privilegi fino ad oggi perpetuati senza sosta.
Servirebbe una politica capace di realizzare "uguaglianza" ad ogni livello "socialmente bisognoso", senza però dover etichettare per forza ogni provvedimento come complottista o populista. Realizzare una piattaforma democratico-progressista di Governo potrebbe significare, in termini reali, confrontarsi su alcune tematiche fino ad oggi poco o per nulla sfiorate: energia, cultura, "lotta allo spreco" e (ri)qualificazione dell'esistente solo per citare alcuni campi. 
Tutto questo, ovviamente, da "rincorrere" sottostando a programmi chiari ed essenzialmente sostenibili: quanto servirebbe per predisporre un piano energetico capace di alimentare l'Italia con la maggior quantità possibile di energia pulita e rinnovabile? Entro quali limiti poter parlare consapevolmente di argomenti quali risparmio energetico? 
Portare questi argomenti al vaglio dell'opinione pubblica od esperta (ma esterna alla politica) potrebbe forse significare trovare anche parte delle soluzioni che sono alla stessa politica fino ad oggi scappate? 
In mezzo ai "beni comuni" rimane, giustamente inalterata, anche la necessità di offrire "sicurezza": provvedimenti che sappiano muoversi a 360°, dal lavoro alla salute. 
Essere progressisti potrebbe significare anche, fortunatamente, la necessità prioritaria di capire ed implementare le potenzialità che il multimediale ed il digitale possono offrire. 
Essere progressisti significa, per fortuna, aprire prospettive e discussioni che sappiano andare oltre volti e nomi misti fra rinnovamento, "usato sicuro" od "outsider".
L'Italia ha bisogno, infatti, di confrontarsi su programmi e non su volti carichi di promesse.
Le campagne "elettoralmente vuote", infatti, rischiano di non attrarre più di tanto...per usare un concetto rivestito di eufemismo, ovviamente. 

martedì 11 settembre 2012

SICUREZZA NELLE SCUOLE: QUANTE E QUALI URGENZE?


Guardando al ritratto delineato delle scuole italiane, si assiste ad una situazione impietosa: in una scuola su tre mancano i certificati di sicurezza, mentre migliaia rimangono su territori a forte rischio sismico od idrogeologico. 
Problematiche quali intonaco, infiltrazioni di acqua ed umidità rischiano di essere, forse, solamente semplici "peli nell'uovo". 
Il quadro delineato da un articolo odierno comparso su L'Unità pone alcune domande a cui, in un paese civile, dovrebbero essere date risposte chiare e precise: è meglio aprire una scuola non a norma o lasciare a casa i bambini? 
Ci sono state, ci sono (e ci saranno, purtroppo) edifici scolastici chiusi per inagibilità, od ancora per mancanza di elementi o certificazioni di base. 
A supporto di questi pessimi dati viene "in soccorso" il report presentato da Cittadinanza Attiva, Legambiente e Fcl Cgil. 
Stando a quanto riportato nell'articolo, infatti, i (quasi) 42mila edifici scolastici italiani hanno, nel dettaglio, le problematiche seguenti: 
  • 29% non ha il certificato di agibilità sanitaria;
  • 42% non dispone di certificato di agibilità statica;
  • 48% (circa) non rispetta le norme anti-incendio;
  • 60% non dispone di scale di sicurezza, uscite di emergenza o porte anti-panico. 
Sullo sfondo (ma non troppo), invece, rimangono scuole con amianto (12% circa) o con gas radioattivi come il radon. 
Se a questo si aggiunge che più della metà degli edifici scolastici esistenti (56%) non ha avuto manutenzioni negli ultimi cinque anni, qualunque ulteriore osservazione risulta superflua. 
All'inseguimento di un barlume di equità, fortunatamente, il Governo Monti avrebbe previsto un piano straordinario di manutenzioni con la mappatura degli interventi da intraprendere. I soldi "veri, che partono subito" (Miur dixit) saranno, stando alle indiscrezioni ed al piano di sviluppo presentato, pari a circa un miliardo di Euro. 
Basteranno questi a risanare scuole (rese) anziane ed invecchiate? Quante altre risorse sarà urgente mettere in campo per mettere in sicurezza quello che forse è il pilastro più fondamentale per uno Stato che sappia dirsi civile? 
Le scuole sono luoghi in cui, fisicamente ed intellettualmente, viene accolto e formato il Domani che dovrà ereditare la gestione del mondo. Questioni come queste non vanno dimenticate, mai. 




Per saperne di più: 
"Una scuola su tre a rischio sicurezza", L.Cimino, L'Unità, 11-9-2012

sabato 8 settembre 2012

RIASSUMERE LA STORIA...IN DUE MINUTI?



Fonte: youtube.com, utente: drivinman687

Sul tema, invece, qualche citazione "in libertà": 

"La storia dell'evoluzione insegna che l'universo non ha mai smesso di essere creativo o inventivo."
(Karl Popper)

"Quanto piccolo l'uomo dinanzi l'universo - quanto grande lui che l'Universo comprende!"
(Carlo Dossi)

"Ci basta l'incomprensibilità dell'Universo; volerlo comprendere significa essere meno che uomini, perchè essere uomini è sapere che non si comprende."
(Fernando Pessoa)

"L'Universo è una sfera il cui raggio è uguale alla portata della mia immaginazione."
(Ardengo Soffici)









venerdì 7 settembre 2012

FRA M5S, GRILLO E CASALEGGIO: QUALI LE ANOMALIE E QUALI LE DOMANDE?


Il ritratto dipinto degli alti vertici del "Movimento 5 Stelle" (davvero spontaneamente?) dal Consigliere Regionale Giovanni Favia disegna un quadro che, a fondo, sembra annientare il massimo comune denominatore dello schieramento: il celeberrimo "uno vale uno", appunto. 
Il fondatore del Movimento Grillo sarebbe infatti "subordinato" alla figura di Gianroberto Casaleggio, definito con toni non certo esaltanti: persona che "prende per il cu.o tutti", mente "freddissima, molto acculturata e molto intelligente", grande intenditore di complessi argomenti quali "organizzazione, dinamiche umane e politica." 
Si avrebbero così democrazie inesistenti, infiltrati nelle liste elettorali, cosiddetta "e-democracy" resa nulla da (potenziali) veti imposti dai cosiddetti "alti livelli": è questo il quadro di un movimento che ha inaugurato una cosiddetta "trasparenza giustizialista"? E' questa la voce a cui hanno prestato attenzioni ed ascolto elettori sfiduciati e delusi dall'intero sistema politico? Cosa avrebbe consigliato Favia ai "reali vertici" di questo schieramento? 
Il consiglio è impietoso: "[...]o si levano dai co..ioni oppure il movimento gli esploderà in mano.[...]"
Stando a questa "raccomandazione", la domanda successiva è un'altra: cosa finirebbe per essere il M5S senza le figure di Grillo e Casaleggio (Associati)? Dove potrebbero finire i consensi accumulati e perpetuati attraverso confronti assenti ed esclusivi interventi in "incazzato monologo" o post sull'altrettanto famoso blog? 
La figura catalizzatrice di Grillo è stata, a detta di moltissimi elett(or)i e simpatizzanti del M5S, uno straordinario megafono per l'intero schieramento: sembra sia riuscita ad attrarre consensi, dati per provenienti sia da destra che da sinistra. 
Poco sembra importare, poi, di quanto lo stesso Grillo sia solito ripetere: il suo modo di intendere la politica sembra intravedere un esclusivo "bene comune", solo da lui stesso percepito. 
Individuare questo "bene" è cosa semplicissima da fare: è cosa talmente semplice che non è neppure interessante spiegarla. Il modo di intendere la politica del "megafono" del M5S è sembrata, purtroppo troppo spesso, questo: come articolare una proposta basandomi sulla realtà dei fatti? Come provare a risollevare un Paese, esulando da slogan e provvedimenti ovviamente condivisibili? 
Le "accuse" potenzialmente fondate da muovere all'"uomo- megafono" riguardano, essenzialmente, il "come" articolare e discutere di quanto affermato più volte nei suoi "monologhi politici": tutto questo senza sfiorare, ovviamente, l'argomento della classe-casta politica. E' retorico e scontato affermare che, per moltissimi tratti, la protesta affidata alla voce di Grillo abbia, su tematiche come queste, tutte le ragioni per essere definita quantomeno "fondata". 
Qualora il megafono dovesse trasformarsi in un "citofono" capace di pronunciarsi solo su richiesta, quanti continuerebbero a scegliere di affidarsi allo stesso M5S? Ad una domanda come questa la risposta sembra essere, per fortuna o purtroppo, assolutamente scontata. 
Data per ammessa l'importanza della figura di Grillo internamente al M5S, cosa è possibile scrivere dell'accusato Casaleggio? La sua figura sembra essere controversa e, di conseguenza, differentemente giudicabile: è oggettivo dire che, nonostante lui e Grillo stiano "fianco a fianco", la sua popolarità sia largamente inferiore rispetto a quella del comico trasformatosi in politico. 
Andando a "curiosare" nella rete, quale progetto è possibile trovare internamente alla sua "Casaleggio Associati"? 
Fra i (troppo) pochi documenti disponibili, è interessante guardare al video "Gaia - Il futuro della politica". 
Questo progetto, per più di qualche tratto, ha qualche cosa di complottista ed inneggiante alla necessità di imporre un "nuovo ordine mondiale" basato sulla rete e sull'utilizzo dei mezzi informatici. 
E' un video breve, nel quale vengono fatte previsioni su un arco temporale prossimo a raggiungere il 2054. 
Viene descritto un mondo devastato, nel quale rimarrà vivo solo un miliardo di persone. 
Viene descritta la necessità di imporre una sorta di "intelligenza collettiva", capace di annientare le barriere imposte da diversità, soggettività e conflitti di interesse (di qualunque tipo): grazie ad un Governo eletto tramite la rete sarà possibile, un domani non troppo lontano, guidare il mondo perseguendo un bene che sia davvero per tutti "comune".
Nel mezzo, ovviamente, sarebbe necessario neutralizzare tutte le voci cosiddette "dissidenti": via giornali, dunque. 
Sarebbe probabilmente necessario annientare anche le televisioni, per poter consegnare tutto alla virtualità certificata da un sistema infallibile chiamato "earthlink". 
Potrebbe decidere tutto questa intelligenza collettiva, sul medio-lungo termine: zero litigi, zero conflitti, zero proteste. 
A cosa richiama questa visione forse troppo lungimirante? E' possibile vedere nell'odierno M5S un primo timido passo di un percorso che vorrebbe avere in questo progetto un arrivo?
Scendendo nei dettagli, è possibile fare altre domande non certo secondarie: chi dovrebbe assumersi oneri ed onori di sviluppare adeguati codici di programmazione capaci di trasferire la piattaforma democratica dal reale al virtuale?
Quanti e quali passi sarebbe necessario compiere, nei fatti, per realizzare quello che (per 'qualche' sfumatura) sembra essere un folle progetto di "reincarnazione multimediale"? 
In sintesi estrema, pertanto: chi dovrebbe regolare il flusso di questa "intelligenza collettiva" capace di trovare soluzioni a qualunque problema? Quali algoritmi e codici di programmazione dovrebbero servire? 
A queste domande, forse, potrebbe/ vorrebbe attingere in quel futuro non lontano la stessa "Casaleggio Associati"? 
Stando ad oggi, sono domande a cui sembra impossibile trovare risposta esauriente: i mezzi di informazione sono "medium" assolutamente incapaci ed inadatti a ricevere le soluzioni del "megafono umano".
Queste e moltissime altre sono le questioni a cui, purtroppo per elettori e simpatizzanti, la coppia criticata sembra non voler rispondere in maniera esauriente: questi sono discorsi che andrebbero risolti prescindendo dalle dichiarazioni (inconsapevolmente??) strappate al Consigliere Regionale Favia. 
Su fronti come quelli di onestà e trasparenza il M5S ha praticato da sempre un ineguagliabile giustizialismo. 
Questi discorsi vanno inquadrati, ovviamente, all'interno di un progetto ben più grande da contemplare: questione del marchio, contributi e post sul blog solo per ricordarne alcuni. 
La "questione-Favia", invece, meriterebbe ancora altri piani di analisi: se queste dichiarazioni fossero frutto di una volontà afferente alla necessità di rimanere in politica? Se fossero frasi pensate e non certo elaborate in modo spontaneo? Le domande sono tante, ma rappresentano dubbi sollevati da uno solo e su cui solo la cosiddetta "democrazia interna" potrà fare chiarezza: ben diverso è, invece, ragionare sul grande dubbio rappresentato da un Movimento percepito come variabile impazzitadell'attuale scena "politica(nte)" italiana.
Il M5S è comunque destinato ad esplodere nelle mani dei suoi creatori, prima o poi?
E' invece destinato a trionfare, con più che legittime giustificazioni da parte di una classe politica percepita come inqualificabilmente lontana dalle reali esigenze di italiani distrutti e completamente sfiduciati?
Le domande sembrano essere moltissime: le dichiarazioni estrapolate dal Consigliere Regionale Favia rischiano di essere, per fortuna o purtroppo, una goccia in un oceano di "anomalie". 
Stendendo infiniti veli pietosi, ovviamente, sulle altrettante "stranezze" di classi dirigenti che hanno contribuito a devastare un Paese intero: in mezzo a questo oceano, per fortuna o purtroppo, la "questione M5S" rischia di essere un'altra semplice goccia. 
A posteri ed elett(or)i le ardue sentenze. 



Per saperne di più:
"GAIA - Il futuro della politica
(http://www.youtube.com/watch?v=9mYgbCW8XNA)

mercoledì 5 settembre 2012

"IL BUIO OLTRE LE STELLE", ESPLORANDO L'UNIVERSO


L'obiettivo principale dell'opera sembra essere quello di fare, di verbo e di fatto, "luce" sui misteri dell'Universo che caratterizzano l'esistenza umana (ed extraterrestre?) dall'alba dei tempi: 
"Viviamo su una placida isola di ignoranza in mezzo ai neri mari dell'infinito." (H.P.Lovecraft)
E' questa la citazione con cui, non a caso, si aprono gli scenari e le storie di questo testo; vivere su una piccola "isola" come la Terra, spesso, non rende piena consapevolezza degli altrettanti "oceani e mari" entro cui il nostro pianeta è costretto a muoversi: altr(ettant)i pianeti, stelle giovani o già spente, quasar, pulsar e buchi neri (solo per citarne alcuni). 
Districarsi in un Universo sconosciuto come il nostro significa, a conti ed esperimenti fatti, cercare di poterne conoscere il più alto numero di misteri possibili: fatica, studio, sperimentazione e ricerca sono solo alcuni degli ingredienti utili per capire quanto è riassumibile come "infinitamente grande". 
L'obiettivo di questo testo sembra essere, su questo fronte, proprio quello di spingere il lettore ad intraprendere un viaggio bellissimo attraverso questo straordinario Mistero: sfogliando poche pagine è infatti possibile ricoprire immense distanze, muovendosi "agevolmente" fra un anno luce e l'altro. 
Superata una galassia, in fondo a destra è possibile trovare l'ennesimo buco nero. 
Libro che descrive storie, scoperte e volti di quanti hanno cercato di fare luce su questi grandi (ed ancora attuali, nds) misteri: scoprire l'Universo per far progredire le scienze, astronomiche e non solo. 
Dentro alla storia umana, infatti, timore e paura per l'infinitamente diverso (sia grande che piccolo) sono sempre andate di pari passo: in questa cornice è possibile fare rientrare, pertanto, tutti i "rami" scientifici attualmente esistenti.
Quali ragioni dietro alla necessità di intraprendere un viaggio attraverso l'immenso progredire delle discipline astronomiche? "Tutta la storia dell'astronomia, in fondo, altro non è che una lunga lotta dell'uomo contro l'oscurità."
E' per questa ragione che, forse, tanti "oggetti" e misteri dell'astronomia riescono a suscitare così tanta paura e riflessioni: la trama rappresentata nel libro cerca, oltre ogni limite imposto dal conosciuto, di andare incontro a tutti i moderni misteri ancora non risolti.
Stando alle statistiche elaborate da astronomi ed esperti, infatti, il conosciuto è enormemente minore di tutto quello che ancora non è stato scoperto e capito. Se il totale dell'esistente fosse infatti 100, ciò che è stato realmente scoperto (e capito) sarebbe pari a circa 5
Cosa resta di quel 95% di sconosciuto che si nasconde all'interno dell'Universo? 
Quali misteri si nascondono dietro all'esistenza di buchi neri, stelle e galassie? 
A queste e moltissime altre domande cerca di rispondere, con occhio esperto, l'autore Amedeo Balbi: storie, personaggi e scoperte hanno permesso di compiere microscopici (ma costanti) passi per arrivare ad una migliore conoscenza di tutto quello che è stato, è e (forse) potrà essere in un futuro non lontano. 
Dai buchi neri all'antimateria, dai fotoni ai neutrini, dall'interazione fra forze attraverso lo studio della già individuata "particella di Dio", dai pianeti all'uomo (ed alle sue paure): sono tanti i "segmenti" attraverso cui si plasmano le pagine di un libro che cerca di andare oltre i molti inarrestabili "veli di buio" esistenti. 
Quali saranno gli orizzonti ereditati dal Big Bang che diede origine al tutto che oggi (solo in ridicola parte) conosciamo?
Quali potrebbero essere le strade da intraprendere, giorno dopo giorno, per cercare di esplorare quel 95% senza dover forzatamente brancolare nel buio? 
Potrebbe essere possibile l'esistenza di altrettanti "universi" paralleli al nostro? 
Quante probabilità abbiamo di apostrofare correttamente quello che (indifferente) rimane attorno a noi con il nome di "multiverso"? In mezzo a tutte queste domande, restano risposte date da uomini che hanno fatto della scienza una ragione di vita: formule, congetture ed esperimenti sono le tappe necessarie da dover percorrere per avere maggiori speranze di vedere un traguardo alla fine del "viaggio". 
Affrontare le scienze con consapevolezza significa, per fortuna o purtroppo, partire con il presupposto che niente può essere definito scontato o retorico: ogni modello può crollare, se (de)legittimato dalle giuste argomentazioni. 
Se l'uomo ha da sempre avuto qualcosa di grande dentro, alla fine delle formule di turno, lo deve proprio alla straordinaria possibilità di pensiero che lo caratterizza: non c'è forse un qualcosa di "astronomico" anche in questo?
Abitare la placida "isola di ignoranza" precedentemente citata significa accettare, nel bene e nel male, che grazie alla commistione fra pensiero e ricerca qualcosa di grande potrebbe cambiare...anche nel futuro più immediato. 
Quanta strada resta da percorrere? L'autore è chiarissimo, nel rispondere ad un argomento come questo: 
"[...]Dare un volto alla materia e all'energia oscura, che sembrano essere le componenti preponderanti del nostro universo, è sicuramente il più importante e impegnativo dei problemi da risolvere per la cosmologia contemporanea. E' una lacuna che, se non sarà colmata, potrebbe addirittura costringerci a rimettere in discussione alcune delle ipotesi fisiche su cui ci siamo basati fino ad ora per interpretare l'Universo. [...] "
Dal conosciuto cielo notturno estivo a quell'altr(ettant)a parte che resta sconosciuta: è questa la trama di un libro che, ad ora e forse per sempre, ha solamente una partenza. 
L'arrivo, ad oggi, è ancora un luogo completamente sconosciuto.