mercoledì 7 gennaio 2015

FRA (PAURA DELLA) MATEMATICA ED ECONOMIA, RAGIONANDO PER ESEMPI REALI...

"[...] Immagino che molti di voi avranno notato una certa somiglianza tra le formule matematiche e quelle magiche. Nel primo caso non si usa la bacchetta, ma c'è comunque una frase da ripetere [...] per ottenere il risultato voluto, e ogni sia pur minimo errore ha conseguenze devastanti.
[...] ci sono formule che lasciano perplessi. Una di queste è la regola dei segni, quella che comincia con 'più per più uguale più, più per meno uguale meno, meno per più uguale meno [...] meno per meno uguale più.' Quando viene spiegata, c'è sempre qualcuno che si lamenta: com'è possibile che esca fuori dal cappello un numero positivo se siamo partiti da due numeri negativi?
Di solito l'insegnante ha fretta e si limita a ribattere: 'E' così perché è così, punto' senza pensare che i numeri negativi non sono un concetto così semplice da afferrare. [...] 
c'è un modo relativamente semplice di osservare all'opera la regola dei segni, sfruttando due insiemi di numeri positivi e negativi facili da visualizzare. [...] più semplice è associare i crediti ai numeri positivi e i debiti a quelli negativi. 
Se non ho un Euro e devo darne 1000 ai miei creditori, posso dire di avere -1000 Euro. [...]
Se io tutti gli anni deposito sul mio libretto di risparmio 100 Euro (+100), tra dieci anni (+10) avrò 1000 Euro in più rispetto a oggi: più per più uguale più. Immaginiamo che la cosa stia andando avanti da parecchi anni. 
Se è un bel pò che sto depositando soldi, dieci anni fa (-10) avevo 1000 Euro in meno di quanto abbia ora; più per meno uguale meno. Immaginate ora che il libretto sia stato aperto tanti anni fa dalle buonanime dei miei nonni, e i suoi unici movimenti siano i 100 Euro che vengono prelevati ogni anno per pagare le tasse (-100). Tra dieci anni (+10) avrò allora 1000 Euro meno di adesso; meno per più uguale meno. 
Infine, guardando con nostalgia al passato, se mi prendono 100 Euro l'anno (-100) qual era il contenuto del mio libretto di risparmio dieci anni (-10) fa? Sarete tutti d'accordo che c'erano 1000 Euro più di adesso: ecco qua il 'meno per meno uguale più', che spunta nel modo più naturale possibile. Ora non ci dovrebbero essere dubbi: si sa, quando si parla di soldi la matematica risulta subito più comprensibile... [...]"
(Fonte: Matematica in pausa caffè, M.Codogno, Codice Edizioni)


Fonte immagine: unistudenti.it

lunedì 5 gennaio 2015

A PROPOSITO DI PAROLE, PROPRIE ED ALTRUI...


"[...] Le mie parole sono sassi/ precisi aguzzi pronti da scagliare [...] 
sono nuvole sospese/ gonfie di sottintesi/ 
che accendono negli occhi infinite attese./ 
Sono gocce preziose indimenticate [...] 
sono frecce infuocate che il vento o la fortuna sanno indirizzare./ 
Sono lampi dentro a un pozzo, cupo e abbandonato/ 
un viso sordo e muto che l'amore ha illuminato [...]"

sabato 3 gennaio 2015

RIFLESSIONI SUL CONCETTO DI UMANITA'...


"Umanità significa identità: tutti gli uomini sono fatti della stessa argilla;
nessuna differenza, almeno quaggiù, nella predestinazione;
la medesima ombra prima, la medesima carne durante, la medesima cenere dopo.
Ma l'ignoranza mescolata all'impasto umano lo rende nero incurabile penetrando nell'interno dell'uomo vi diventa il male."
(V.Hugo, I miserabili, cit.)

venerdì 2 gennaio 2015

"LO STATO INNOVATORE": QUALI RAPPORTI FRA PUBBLICO E PRIVATO PER MIGLIORARE L'ECONOMIA?

Quali sinergie sarebbe opportuno provare a costruire per svoltare definitivamente da una crisi che, ad ora, sembra continuare a perpetuare devastanti effetti su un tessuto sociale già largamente sfibrato e indebolito nella propria resistenza?
Oltre all'impiego di misure finalizzate al tamponare le emergenze per il breve-medio termine, potrebbe forse essere necessario impiegare rinnovati strumenti con cui provare a 'squadernare positivamente' un fiacco e fallace status quo che poch(issim)e soddisfazioni sta regalando.
Ormai da troppi anni, infatti, la situazione sembra avere una fine di volta in volta posticipata, di anno in anno rimandata.
Nel mentre, purtroppo, definizioni abitualmente note come 'stato sociale' o welfare sono messe a dur(issim)a prova: è infatti lo Stato a dover tagliare, di anno in anno, il proprio livello di spesa pubblica. In maniera tanto veloce da produrre, potenzialmente, effetti tanto sottovalutati quanto impossibili da 'pesare' in poco tempo.
E' veramente così vero che le 'iniezioni' di spesa pubblica siano sbagliate a prescindere?
E' veramente così fondata la logica che ha visto imporsi l'imperativo della cosiddetta austerity come la soluzione più giusta (o meno sbagliata?) fra tutte quelle elaborate per uscire in maniera (più o meno) definitiva dall'attuale crisi economica?
Quali sono i possibili rapporti che potrebbero/dovrebbero intercorrere fra settore pubblico e settore privato per cercare di costruire una forma di ripresa economica per l'intero continente europeo, tanto vecchio quanto tardo nell'uscita consapevole da questa crisi?
E' su questa domanda di fondo che si articola l'opera "Lo Stato innovatore", scritto da Mariana Mazzucato ed edito da Laterza.
Lo scopo su cui focalizzare le attenzioni sembra essere chiaro sin dal retro di copertina:

"[...] Chi è l'imprenditore più audace, l'innovatore più prolifico? [...] Qual è il motore dinamico di settori come la green economy, le telecomunicazioni, le nanotecnologie, la farmaceutica? Lo Stato. E' lo Stato, nelle economie più avanzate, a farsi carico del rischio d'investimento iniziale all'origine delle nuove tecnologie. E' lo Stato, attraverso fondi decentralizzati, a finanziare [...] lo sviluppo di nuovi prodotti fino alla commercializzazione. [...] Ma se lo Stato è il maggior innovatore, perché allora tutti i profitti provenienti da un rischio collettivo finiscono ai privati? [...]"

La questione fondamentale sembra essere, pertanto, quella di adoperarsi per ribaltare il paradigma secondo il quale lo Stato dovrebbe essere, in ordine sparso, qualcosa del tipo: fonte di spreco tanto generalizzato quanto indiscriminato, agglomerato di enti inutili da tagliare a prescindere dalla loro (in)utilità, cozzaglia di incompetenti incapaci di attribuire merito e/o visibilità a progetti tanto concreti e vincenti quanto capaci di guardare al medio-lungo termine con profitto e responsabilità sociale, [...]. Cosa potrebbe diventare, pertanto, lo Stato in un'ottica di rilevante cambiamento di prospettive? Parte della svolta potrebbe venire dal concetto sostanziale riportato nel seguito:

"[...] L'impresa privata è considerata da tutti una forza innovativa, mentre lo Stato è bollato come una forza inerziale, troppo grosso e pesante per fungere da motore dinamico. Lo scopo del libro [...] è smontare questo mito. [...]"

Il passo chiave è da articolarsi, pertanto, attraverso una presa di consapevolezza determinante da realizzarsi in primo luogo mediante il ribaltamento di convenzioni pre-costruite e precostituite. Ne sembrano convinti, brevemente, anche alcuni critici della presente opera in questione:

"Lo Stato innovatore dimostra punto per punto quanto pensare per convenienza sia ottuso." (C.Dickey - Newsweek)

La parte più fondamentale e complicata da abbattere risulta, inevitabilmente, quella di cercare di mettere in giusto rilievo quali e quanti costi, rischi e benefici possano essere inclusi nel 'conto' dei piani per definire le politiche macro-economiche per riabilitare gli investimenti al di fuori da questa crisi. Parziale testimonianza dell'impronta da fornire al contesto è definita da un'ulteriore citazione richiamata dai critici:

"Lo scopo [...] è che lo Stato e il settore privato assumano insieme i rischi della ricerca e godano insieme dei benefici." (T.Tritch - New York Times)

Prima di strutturare equilibri differenti fra pubblico e privato deve essere possibile, però, cercare di concertare metodi per invertire delle logiche consolidate a livello strutturalmente macro-economico internamente agli equilibri del Vecchio Continente.
La realtà fondamentale deve essere metodicamente articolata attraverso punti essenziali per (cercare di) trovare rimedio ai moltissimi squilibri esistenti ed ormai radicatisi in maniera strutturale. L'insieme di provvedimenti concreti, fatto anche di esempi passati a cui è possibile attingere per innescare una ripresa che sia solida e sostenibile, è da articolarsi mediante le fasi e gli spunti che seguono:

  • Rapporti strutturali fra concetti di crisi ed innovazione;
  • Relazioni consolidate ed eventualmente (ri)definibili fra tecnologia, innovazione e crescita; 
  • Capacità di far valere appieno i concetti di rischio ed inevitabile responsabilità d'impresa;
  • Esempi e buone pratiche di politica, provenienti dagli Stati Uniti;
  • Metodi concreti per riavviare l'economia all'insegna della rivoluzione industriale verde;
  • Equilibri esistenti fra rischi e ricavi, andando ad incidere profondamente nell'ottica di definizione di ciò che è classificabile come investimento;
  • Dualismo imperniato fra socializzazione dei rischi e privatizzazione dei guadagni: come può lo Stato imprenditoriale concorrere al ritagliarsi uno spazio importante per ricostruire un'area di equilibrio e sostentamento?

Solo prendendo consapevolezza ferma riguardo alla necessità di ridefinire un sistema con rinnovate logiche e/o con diversificati equilibri, forse, sarà realmente possibile inaugurare un nuovo piano di (pro)positive politiche economiche votate all'impedire il cronicizzarsi di una crisi che pare ormai aver minato (e/o compromesso definitivamente?) equilibri a qualsivoglia livello esistente: sociale, economico, ambientale, finanziario, politico, assistenziale, [...].


mercoledì 31 dicembre 2014

FRA ANNO VECCHIO ED ANNO NUOVO, PER UN'ATTESA MIGLIORE...


"Con quale desiderio Lei entra nell'anno nuovo?
Con il desiderio di essere risparmiato da domande del genere.
(K.Kraus, cit.)

"Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno."
(G.Rodari, L'anno nuovo)

lunedì 29 dicembre 2014

CHE BELLA GENTE, FRA ANNI PASSATI ED ANNI FUTURI...


"[...] Per esempio certe volte preferisco i matti/ 
perché dicono quello che pensano/ e non accettano ricatti e compromessi/ 
non si confondono con gli altri./ Nel bene, nel male rimangono se stessi/ 
tu non accontentarti di restare in superficie./ 
Ma scava nel profondo oltre la radice e le apparenze [...]"

venerdì 26 dicembre 2014

TUTELE MAGGIORI O TAGLI MAGGIORI VERSO IL LAVORO USURANTE? #LASVOLTAMANCATA

Quali forme di tutela dovrebbe/potrebbe impiegare uno Stato di diritto per i cittadini che praticano i cosiddetti lavori usuranti?
Attraverso quali voci si può identificare e circoscrivere, anche se in maniera impropria, un lavoro definibile come usurante?
Per rispondere a questa domanda è possibile attingere al sito dell'INPS, definendo requisiti sia oggettivi che soggettivi per la definizione di lavoro usurante. Formalizzando il tutto, è possibile leggere quanto sinteticamente riportato nel seguito:

"[...] Requisito soggettivo:
Lavoratori impegnati nelle seguenti mansioni particolarmente usuranti:
1. lavoratori impegnati nelle seguenti mansioni [...]:

  • "Lavori in galleria, cava o miniera": mansioni svolte in sotterraneo con carattere di prevalenza e continuità;
  • “lavori nelle cave”, mansioni svolte dagli addetti alle cave di materiale di pietra e   ornamentale;
  • “lavori nelle gallerie”, mansioni svolte dagli addetti al fronte di avanzamento con carattere di prevalenza e continuità;
  • “lavori in cassoni ad aria compressa”;
  • “lavori svolti dai palombari”;
  • “lavori ad alte temperature”: mansioni che espongono ad alte temperature, quando non sia possibile adottare misure di prevenzione, quali, a titolo esemplificativo, quelle degli addetti alle fonderie di seconda fusione, non comandata a distanza, dei refrattaristi, degli addetti ad operazioni di colata manuale;
  • “lavorazione del vetro cavo”: mansioni dei soffiatori nell’industria del vetro cavo eseguito a mano e a soffio;
  • “lavori espletati in spazi ristretti”, con carattere di prevalenza e continuità ed in particolare delle attività di costruzione, riparazione e manutenzione navale, le mansioni svolte continuamente all’interno di spazi ristetti, quali intercapedini, pozzetti, doppi fondi, di bordo o di grandi blocchi strutture;
  • “lavori di asportazione dell’amianto”: mansioni svolte con carattere di prevalenza e continuità.

2. lavoratori notturni che possano far valere una determinata permanenza nel lavoro notturno, con le seguenti modalità:

  • lavoratori a turni, che prestano la loro attività di notte per almeno 6 ore, comprendenti l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino, per un numero minimo di giorni lavorativi annui non inferiore a 78 per coloro che perfezionano i requisiti per l’accesso anticipato nel periodo compreso tra il 1° luglio 2008 ed il 30 giugno 2009, e non inferiore a 64, per coloro che maturano i requisiti per l’accesso anticipato dal 1° luglio 2009;
  • lavoratori che prestano la loro attività per almeno 3 ore nell'intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino, per periodi di lavoro di durata pari all'intero anno lavorativo.

3. lavoratori addetti alla c.d. “linea catena”, ovvero i lavoratori alle dipendenze di imprese per le quali operano le voci di tariffa per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro gestita dall’Inail, impegnati all'interno di un processo produttivo in serie, con ritmo determinato da misurazione di tempi, sequenze di postazioni, ripetizione costante dello stesso ciclo lavorativo su parti staccate di un prodotto finale, che si spostano a flusso continuo o a scatti con cadenze brevi determinate dall’organizzazione del lavoro o dalla tecnologia, con esclusione degli addetti a lavorazioni collaterali a linee di produzione, alla manutenzione, al rifornimento materiali, ad attività di regolazione o controllo computerizzato delle linee di produzione e al controllo di qualità;
4. conducenti di veicoli pesanti, di capienza complessiva non inferiore ai nove posti compreso il conducente, adibiti a servizi pubblici di trasporto. [...]"
(Fonte: Lavori usuranti, Inps.it, http://www.inps.it/portale/default.aspx?itemdir=9652)

Risulta pertanto oggettivo riconoscere che, in termini espliciti, l'insieme di lavori usuranti precedentemente sintetizzati concorre a definire strutturalmente un regime di tutela che, quantomeno a rigor teorico, dovrebbe essere enormemente tenuto in considerazione.
Soprattutto in momenti di crisi, infatti, è purtroppo possibile il verificarsi che una lunga serie di lavori reputati non usuranti venga trascinata al confine di usura fisica e mentale per una altrettanto lunga serie di ragioni possibili: scarsità di personale disponibile ed assumibile, bisogno di liquidità che vincoli il lavoratore ad un rapporto di lavoro dilatato (o dilatabile) nel tempo ma non nella retribuzione, [...].
Sono moltissime le categorie e le sfumature che rendono un lavoro, appunto, definibile come usurante. Con l'usura fisica e mentale, nel tempo, possono teoricamente subentrare una lunga serie di complicazioni psico-fisiche non certo indifferenti: inevitabile rischio di crollo degli indici di produttività, aumento della probabilità di incorrere in malattie professionali più o meno invalidanti, [...]. Sono altrettante le complicazioni più o meno permanenti a cui un lavoratore adibito a condizioni usuranti può andare incontro.
Molte delle voci sopra scritte riportano infatti di ingenti fattori di rischio che possono, oggettivamente, compromettere in maniera anche pesante e definitiva lo stato di salute del lavoratore. Si hanno, giusto per fare qualche esempio possibile, alcune voci abbastanza critiche:

  • ambienti di lavoro sotterranei;
  • ambienti di lavoro con dispersioni anche elevate di amianto;
  • ambienti di lavoro con materiali sottoposti a fusione e/o a lavorazione ad elevate temperature; 
  • ambienti di lavoro che prevedano l'impiego di aria compressa e/o di sostanze da mantenere in pressione costante; 
  • lavoratori notturni o quantomeno con turni di lavoro scarsamente abitudinari e standardizzati;
  • lavoratori sottoposti ad attività ripetitive, quali ad esempio catene di montaggio e linee produttive industriali;
  • conducenti di veicoli pesanti e/o adibiti a servizi di pubblico trasporto. 

Questi sono solo alcuni degli esempi possibili di lavoratore sottoposto ad attività usurante.
Attività usurante che, in tempo di crisi, rischia fortemente di alimentare la propria pericolosità ed il relativo pericolo di minare la salute del lavoratore addetto allo svolgimento di tale mansione. Come potrebbe finire, alla luce delle possibili complicazioni, l'esistenza lavorativa di una persona sottoposta frequentemente (od integralmente, in tutta l'età lavorativa) ad attività di tipo usurante?
Esistenza lavorativa che, specialmente dopo una certa età, finisce inevitabilmente per coincidere con l'esistenza vitale e consapevole di un individuo.
Uno Stato di diritto, specialmente in un momento di crisi socio-economica nel quale la natura stessa del lavoro venga sottoposta ad inevitabile erosione o ridiscussione, dovrebbe preservare e conservare ai primi posti di tutela la necessità di salvaguardare le persone sottoposte quotidianamente ad attività classificabili come di tipo usurante. Potrebbe, altresì, conservare o quantomeno lasciare inalterate le condizioni di "sicurezza" agli stessi applicate. Consentendo loro, ad esempio, di accedere ad un pensionamento anticipato o quantomeno agevolato a certe condizioni legislativamente fissate. Sembra essere (purtroppo) questo, in termini estesi, un aspetto disatteso dalla Legge di Stabilità varata dal Governo presieduto da Matteo Renzi. Andando ad approfondire infatti la questione, è possibile attingere ad un articolo de L'Espresso scrivendo quanto segue:

"[...] Il taglio è nascosto al sesto comma dell’articolo 45 della legge di Stabilità. A partire dal 2015, perderà 150 milioni l’anno lo speciale fondo creato per finanziare il pensionamento anticipato dei dipendenti impegnati in attività usuranti (lavoro notturno continuativo, alle catene di montaggio, in ambienti sotterranei o ristretti). [...]"
(Fonte: Lavoratori, prima usurati poi beffati, L'Espresso, http://espresso.repubblica.it/archivio/appoggio/2014/12/26/news/lavoratori-prima-usurati-poi-beffati-1.193321?ref=HEF_RULLO)

Andando ad approfondire la questione, è possibile effettuare una rilettura critica del comma richiamato e sotto riportato in maniera integrale:

"[...] All’articolo 7, comma 1, del decreto legislativo 21 aprile 2011, n. 67, le parole: « e 383 milioni di euro a decorrere dal 2013 » sono sostituite dalle seguenti: « , 383 milioni di euro per gli anni 2013 e 2014 e 233 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015 ». Il Fondo di cui all’articolo 1, comma 3, lettera f), della legge 24 dicembre 2007, n. 247, è ridotto di 150 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2015. [...]"
(Fonte: Legge di Stabilitàhttp://www.pmi.it/wp-content/uploads/2014/11/Legge_Stabilita_20151.pdf)

In altre parole, pertanto, è stata prevista la decurtazione dei fondi relativi al pensionamento anticipato dei dipendenti impegnati in attività usuranti per gli anni a partire dal 2015. Questo taglio formalmente economico va a completare un quadro legislativo pre-esistente e parzialmente ripreso dall'emendamento precedentemente citato:

  • Legge 24 dicembre 2007 - n°247, ripresa e consultabile al riferimento seguente: http://www.camera.it/parlam/leggi/07247l.htm
  • Decreto Legislativo 21 aprile 2011 - n°67, ripresa e consultabile al riferimento seguente: http://www.dplmodena.it/leggi/67-2011%20decreto%20legislativo.pdf

Il quadro contemplato dai due corpus legislativi prevedeva, in termini reali, la costituzione di un fondo che avesse lo scopo dichiarato di favorire il pensionamento eventualmente anticipato di lavoratori impiegati nelle attività usuranti precedentemente citate.
Tale fondo era stato riassunto ed esplicato, in termini normativo-politici, dalle citazioni riprese nel seguito:

  • "[...] 3. Il Governo è delegato ad adottare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, al fine di concedere ai lavoratori dipendenti che maturano i requisiti per l’accesso al pensionamento a decorrere dal 1º gennaio 2008 impegnati in particolari lavori o attività la possibilità di conseguire, su domanda, il diritto al pensionamento anticipato con requisiti inferiori a quelli previsti per la generalità dei lavoratori dipendenti, secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi: [...] f) assicurare, nella specificazione dei criteri per la concessione dei benefìci, la coerenza con il limite delle risorse finanziarie di un apposito Fondo costituito, la cui dotazione finanziaria è di 83 milioni di euro per il 2009, 200 milioni per il 2010, 312 milioni per il 2011, 350 milioni per il 2012, 383 milioni a decorrere dal 2013; [...]" (Fonte: Legge 247 - 24/12/2007)
  • "[...] 1. Agli oneri di cui al presente decreto legislativo, valutati in 312 milioni di euro per l'anno 2011, 350 milioni di euro per l'anno 2012 e 383 milioni di euro a decorrere dall'anno 2013 si provvede a valere sulle risorse del Fondo di cui all'articolo 1, comma 3, lettera f), della legge 24 dicembre 2007, n. 247, appositamente costituito nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali. [...]" (Fonte: Decreto legislativo 67 - 21/12/2011)

In altri termini, pertanto, era stato predisposto un fondo che potesse disporre a regime di circa 400 milioni di Euro per la tutela pensionistica dei lavoratori sottoposti ad attività usuranti. Il percorso che aveva condotto alla costituzione del presente fondo è riportato in maniera sintetica dal medesimo articolo de L'Espresso precedentemente citato:

"[...] Sul provvedimento istitutivo del fondo, voluto dal governo Prodi e condotto in porto dopo sette letture parlamentari nell’arco di 27 mesi dal successivo esecutivo di centrodestra, si è però innestata la riforma delle pensioni targata Elsa Fornero (governo Monti), che ha introdotto una serie di paletti molto stringenti per l’accesso dei lavoratori al beneficio. [...]"

Su questa sponda pare essere intervenuto, purtroppo in maniera forse tanto peggiorativa quanto poco ponderata e pesata, il Governo Renzi con il provvedimento precedentemente sintetizzato dal pezzo sopra richiamato: sembra si sia provveduto, in sintesi, ad una decurtazione nelle previsioni di finanziamento pari a (383 - 233) milioni di Euro a partire dall'anno 2015.
Si tratta, in altre parole, di un provvedimento capace di estirpare circa 150 milioni di Euro a partire dall'anno 2015.
Di fronte a tale questione, possono purtroppo emergere moltissime domande: sarà previsto un correttivo in altre disposizioni legislative?
Si tratta di previsioni di spesa prese con studi di fattibilità e/o programmi precedentemente valutati?
Quanta percentuale di tale fondo era già stata impiegata e valutata negli anni precedenti?
Quante e quali previsioni sono state svolte, nel rispetto di malattie professionali la cui insorgenza ed "incubazione" sembrano purtroppo essere estremamente lontane nel tempo e, per questo, non estremamente calcolabili e pronosticabili?
Si potrebbero fare domande anche su questo punto infinite, per una ragione tanto semplice quanto (forse?) sottovalutata: le cosiddette fasce deboli di una società non dovrebbero vedere esaurite e/o minimizzate le loro tutele e salvaguardie. A maggior ragione se in un momento di gravissima crisi socio-economica. Possono esistere altre ragioni adottate per ottemperare ad un taglio così consistente su un tema tanto radicale e radicalmente sentito? L'articolo de L'Espresso suggerisce, a questo proposito, un'interpretazione tanto radicale quanto semplicistica.
Tanto semplicistica quanto, forse, non completamente sbagliata:

"[...] invece di allentare i vincoli, il governo Renzi, sempre a caccia di soldi per mantenere le tante promesse fatte, ha tagliato il fondo."

Si attendono spiegazioni, correttivi e/o radicali cambiamenti ad una decisione che imprime un (ulteriore?) arretramento alla natura consistente di certi provvedimenti finalizzati al riabilitare uno Stato come l'Italia da una radicale crisi socio-economica senza precedenti.

Fonte immagine: gazzettadellavoro.com

mercoledì 24 dicembre 2014

ASPETTANDO UN NATALE, FRA ATTESE E DIFESE...

"Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade.

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle.

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata.

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono.

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare."

(Natale, G.Ungaretti, 1916)


martedì 23 dicembre 2014

TERRA, QUADRO SUL (POTENZIALE O REALE?) DELIRIO CLIMATICO: VERSO PARIGI 2015

Cosa accadrebbe qualora la Terra dovesse riscaldarsi sempre di più a livello di temperature medie registrate? Per rispondere il più esaurientemente possibile a questa ed altre simili domande, occorre prestare ascolto a quanto riportato nell'articolo "2014, l'anno della grande febbre: Mai così caldo sul pianeta Terra" richiamato sull'edizione online de La Repubblica.
I dati citati sarebbero, a questo proposito, perfettamente emblematici ed indicativi di una situazione di enorme pericolo:

"[...] Secondo i dati dello statunitense National Oceanic and Atmospheric Administration, tra gennaio e novembre 2014 la temperatura media globale misurata [...] ha superato di 0,68 gradi la media del XX secolo, pari a 14 gradi. Dunque, a meno di improbabili sorprese, il 2014 sarà l'anno più caldo dall'inizio dell'era industriale. [...]"

Il dato caratteristico di queste misurazioni finisce per interessare suolo ed oceani, restringendo dunque il margine di osservazioni ed interpretazioni riguardo ad un fenomeno dalla tremendamente complicata interpretazione.
Sono infatti molteplici le cause che potrebbero aver causato questo innalzamento, includendo eventuali errori/metodologie di calcolo che potrebbero essere state da più voci possibili non correttamente impiegate/utilizzate.
Le voci critiche nei confronti di questo innalzamento di temperature medie avrebbero potuto (o dovuto) condurre a maggiori sostanziali provvedimenti, da assumersi specialmente nella recente conferenza climatica tenutasi a Lima. Rimandare soluzioni vincolanti al 2015 rischia di produrre ulteriori ritardi nell'assunzione concreta di responsabilità e di reali provvedimenti per mitigare gli (innumerevoli) effetti potenziali e concreti che una degenerazione simile potrebbe mettere in atto. Tali fenomeni, stando a quanto definito nella Conferenza opportuna, erano stati evidenziati anche precedentemente.
Seppur mediante un'analisi che aveva condotto a definire risultati differenti, assumendo al netto anche basi temporali diverse:

"[...] L'allarme sull'anno da record era stato lanciato anche dall'Organizzazione meteorologica mondiale [...] alla Conferenza annuale sul clima [...]. I dati erano leggermente diversi, si parlava di un aumento di 0,57 gradi tra gennaio e ottobre rispetto alla media 1961-1990 e di 0,09 gradi rispetto alla media degli ultimi dieci anni, ma la sostanza era la stessa. [...]"

Prescindendo dal contesto, è (purtroppo) facile evidenziare un aumento generalizzato delle temperature.
Rilevata la natura sostanziale di un fenomeno strutturalmente molto complesso, occorre più di tutto definire un modello che sappia contribuire potenzialmente ad individuare a quali futuribili conseguenze poter far tendere l'involuzione della situazione in atto.
A quali conseguenze può portare il riscaldamento globale? Prima di intraprendere qualsivoglia riflessione attorno alla presente domanda, occorre fare attenzione a quali possano essere le pieghe che hanno contribuito a causare quella che attualmente sembra una degenerazione senza possibilità di ritorno immediato ad una ricercata normalità:

"[...] Le emissioni di anidride carbonica, che vedono Cina e Stati Uniti in cima alla classifica [...], e quelle di altri gas serra continuano a far salire la temperatura. [...] la prestazione da record del 2014 è dovuta in massima parte al riscaldamento degli oceani [...]. Le temperature elevate degli oceani, insieme ad altri fattori, hanno poi contribuito alle piogge e alle inondazioni catastrofiche registrate in alcuni Paesi e alle siccità estreme sperimentate da altri. [...]"

La complessità del presente fenomeno riguarda, dunque, il contesto globale che prefigura un allarme da cui nessuno può essere esente.
A prescindere dai punti di vista possibili, infatti, è lecito chiedersi a quanto possa ammontare il concorso di colpa dell'umanità intera per aver raggiunto cifre tanto pericolanti e pericolose per l'intero equilibrio globale. Quanto accade a livello globale è invece identicamente in corso di realizzazione anche nella sola penisola italiana? La risposta a questa domanda, pur non essendo univocamente definibile, può maturare attraverso una riflessione attorno ai dati che l'articolo in questione definisce per sommi tratti:

"[...] Da noi il 2014 è l'anno più caldo dal 1800, secondo la Banca dati [...] del Cnr di Bologna.
Con le elevate temperature registrate a novembre, il più caldo degli ultimi duecento anni, si è chiuso per il nostro Paese l'anno meteorologico cominciato nel dicembre 2013 e si è chiuso 'come il più caldo della serie, con una anomalia di più 1,4 °C al di sopra della media del periodo di riferimento (1971-2000). Se guardiamo i dieci anni più caldi dal 1800 a oggi, ben nove sono successivi al 2000', spiega Michele Brunetti, responsabile della Banca dati [...]"

Si starebbe assistendo, pertanto, ad un globalmente complessivo aumento dei livelli di temperature medie in molti luoghi del pianeta.
A quali risultati potrebbe condurre questo aumento? Quanta parte di colpa risiede nell'(ab)uso delle tecnologie che l'umanità sta esercitando sull'intero pianeta, sia in termini reali che potenziali? A domande come queste potrebbe rispondere, purtroppo, il rischio di veder innescato un prepotente effetto domino dall'entità forse ancora non completamente calcolabile/pronosticabile.
La complessità del fenomeno studiato è talmente intricata da impedire l'assumersi di soluzioni univoche o, parimenti, oggettivamente giuste: è essenziale affrontare il problema nella sua globalità ed interezza. A quali conseguenze potrebbe rimandare l'effetto domino innescabile dall'aumento dei medi livelli di temperatura registrati? Per rispondere a questa domanda in una maniera simil-divulgativa si deve partire da un assunto tanto fondamentale quanto fondamentalmente ignorato, in un'ottica che sembra far leva su questioni più formali e burocratiche che sostanzialmente protese all'azione corretta e coerente per la mitigazione dell'esistente: quali (ulteriori?) fenomeni potrebbe riservarci il futuro?
Al netto delle opinioni relative al surriscaldamento, volendo evitare di giocare sul centesimo di grado utile per scongiurare il raggiungimento della linea di non ritorno, è tanto possibile quanto lecito individuare una complessità di fenomeni tremendamente non arginabile: le conseguenze del deragliamento climatico finirebbero per riguardare infiniti "comparti" del contesto umano.
Dagli equilibri della società globale all'economia dei Paesi sottoposti a variazioni climatiche più consistenti, dalle degenerazioni ambientali al precipitare di fenomeni già in precario equilibrio: potrebbero essere tante (e tanto consistenti) le alterazioni riscontrabili.
Per comprendere appieno la complessità di un fenomeno simile, occorre ricondursi ad alcune linee guida presentate nell'opera "Le stranezze del clima - Che cosa sta cambiando, e perché" presentato da Zanichelli nella collana scientifico-divulgativa Chiavi di lettura.
Riassumendo brevemente il complicato contesto nel quale si cerca di restringere il campo di dubbi fornendo un contributo il meno diplomatico possibile, è possibile concentrare le attenzioni su tanto pochi quanto fondamentali punti di vista utili(zzabil)i per decifrare una consistenza di tale portata:

  • Quantificare il più esattamente possibile l'aumento delle temperature per l'anno 2100;
  • Quantificare l'innalzamento del livello dei mari per l'anno 2100;
  • Valutare quali possano essere le conseguenze e le implicazioni legate all'effetto dei gas-serra per il periodo fissato da simulazioni (più o meno affidabili) per l'anno 2100;
  • Valutare la concreta possibilità di assistere a fenomeni metereologici dalla frequenza minore ma dalla maggiore intensità;
  • Possibilità di valutare un concreto innalzarsi dei livelli delle acque marittime, con conseguente potenziamento di fenomeni quali onde anomale con relativi aumenti di distruttività;
  • Creazione potenziale di milioni di sfollati, per via dei combinati effetti legati al delirio climatico-ambientale;
  • Pericoli non indifferenti per la salute umana, relativamente a malattie e/o disturbi acquisibili a seguito della degenerazione climatica;
  • Rischio concreto di estinzioni a seguito di alterati e non pienamente verificabili squilibri climatici; 
  • Rischio di vedere le acque dolci scarseggiare, con conseguenti possibilità di vedere aumentare le potenziali problematiche per l'intero genere umano;
  • Aumento probabile dei periodi di siccità, con rischio di migrazioni di popolazioni intere residenti in zone già ad elevato indice di mobilità ed emigrazione; 
  • Destabilizzarsi anche consistente delle produzioni alimentari. 

Al netto delle probabilità e delle possibilità esistenti per il futuro, occorre concentrarsi al meglio possibile su quali possano e debbano essere i passi da compiere nell'immediato per cercare con ogni mezzo di migliorare il domani che arriverà.
A questo proposito, pertanto, sembra opportuno partire dal primo rischio possibile ed aggredibile in termini concreti:

"[...] Gli scienziati hanno fissato un limite oltre il quale la febbre della Terra porterebbe a scenari catastrofici: entro fine secolo, l'aumento globale di temperatura non deve superare i due gradi rispetto all'epoca pre-industriale e per ora è cresciuta di 0,86 gradi. [...]"

Risiede davvero in questa questione il primo passo da compiere per un miglioramento radicale (quantomeno sul medio-lungo termine) delle condizioni esistenti? Può essere possibile adottare altri strumenti di misura, altre metodologie di rilevazione? Si hanno risultati diversi e differentemente impostati, in questo contesto di globale inasprimento dei rischi collettivi e globali? Si cercano soluzioni concrete, non solo a partire da Parigi 2015.
Tutto fals(at)o e/o gonfiato ad arte?
Si attendono conferme a perorazione di questa tesi e/o ulteriori argomentazioni più convincenti/verificabili/riscontrabili rispetto alla globalità del quadro presentato.

Fonte citato: "2014, l'anno della grande febbre: 'Mai così caldo sul Pianeta'", La Repubblica, G.Spataro [http://www.repubblica.it/ambiente/2014/12/22/news/febbre_pianeta-103493830/]

Fonte immagine: kbsitalia.com

sabato 20 dicembre 2014

SUL FINE DELL'INGEGNERIA, FRA STORIA E OPPORTUNITA'....

"[...] La funzione dell'ingegneria di provvedere ai bisogni materiali dell'uomo è vecchia come la civiltà. I servizi per la comunità, almeno nello loro più semplici forme, furono indispensabili per il sorgere e lo svilupparsi della vita civile. 
I remoti antenati dell'ingegnere moderno emersero appena venne riconosciuto che certi individui possedevano abilità e capacità particolari nell'ottenere materialmente alcuni risultati fondamentali, quali ripari e templi, rifornimenti idrici e trasporti. [...]
I primi condottieri furono dei veri 'mastri costruttori', curandosi di edifici o di lavori pubblici, o anche di imprese militari, secondo quanto richiesto dai bisogni del momento. [...]
La parola 'ingegno' entrò [...] nell'uso corrente, applicata ad [...] 'ingegni da guerra' quali le catapulte. Tuttavia trascorse all'incirca un millennio prima che l'uomo capace di progettare, costruire e azionare un 'ingegno' venisse denominato ingeniator, ossia ingegnere. [...]
Per secoli la scienza della natura e l'ingegneria erano andate ciascuna per la propria strada. 
Soltanto una scienza evoluta e un evoluto empirismo scoprirono [...] un collegamento mutualmente stimolante. Ogni arte pratica si fonda fino a un certo punto su una scienza pratica, che proviene da regole ricavate dall'esperienza. 
I Greci eressero la matematica dell'agrimensura (geometria) su tali scoperte empiriche; crearono una scienza dei 'congegni' (meccanica) comprendente la leva, la puleggia e le macchine di allora. Alcune conoscenze di matematica pratica e alcuni elementi di meccanica qualitativa avevano da tempo trovato impiego nell'uso ingegneristico. [...]
la funzione principale della scienza nell'ingegneria fu [...] il rafforzamento e lo stimolo per la crescita di una conoscenza empirica entro la tecnica della professione stessa. [...]
Le scoperte scientifiche hanno anche apportato possibilità di nuovi servizi e nuove applicazioni nell'ingegneria. Benché il compito di gran lunga predominante dell'ingegnere sia fare meglio ciò che prima era già stato fatto molte volte, la scienza è arrivata a esercitare una crescente influenza, tanto nel perfezionare tecniche pre-esistenti, quanto nell'aprire nuove larghe vie di servizio. [...]
I successi materiali degli ingegneri attraverso le epoche sono stati nel loro complesso altrettanto caratteristici e fondamentali per la vita e la cultura quanto gli sviluppi politici, sociali ed economici.
Da un lato le pressioni della civiltà in evoluzione hanno imposto all'ingegnere di assumere nuove funzioni, dall'altro l'abilità crescente nel venire incontro a quei bisogni ha reso l'ingegneria la forza forse più profondamente evolutiva nella vita occidentale. 
I progressi ingegneristici negli ultimi due secoli hanno [...] quasi completamente mutato non solo il mondo in cui viviamo, ma le stesse relazioni umane fondamentali. [...]"
(Fonte: "Storia dell'Ingegneria - Dall'antico Egitto al Novecento", J.K.Finch, Casa editrice Odoya)

Fonte immagine: tecnorevelli.blogspot.it

venerdì 19 dicembre 2014

A PROPOSITO DI (BUONA) INFORMAZIONE, PER ANALIZZARE PRESENTE E FUTURO...

"[...] Quale sarà la condizione della società e della politica di questa Repubblica di qui a settant'anni, quando saranno ancora vivi alcuni dei bambini che adesso vanno a scuola? 
Sapremo salvaguardare il primato della Costituzione, l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e l'incorruttibilità della giustizia, oppure avremo un Governo del denaro e dei disonesti? [...]"
(J.Pulitzer, att.)

"[...] Un'opinione pubblica bene informata è la nostra Corte Suprema. 
Perché a essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, 
l'indifferenza popolare o gli errori del Governo; 
una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello. [...]" 
(J.Pulitzer, Sul giornalismo)


Fonte immagine: 
redazionebiancoenero.files.wordpress.com

giovedì 18 dicembre 2014

"IL PRIMO LIBRO DI FILOSOFIA DELLA SCIENZA": QUANTI E QUALI PASSI IN AVANTI PER IL GENERE UMANO?

L'importanza di definire l'entità del contributo che la scienza ha dato nei secoli all'umanità e all'intera società è un dibattito su cui da molto si discute e su cui, allo stato attuale, ancora non è stata trovata soluzione o risposta univoca.
Il contributo dato dalla scienza all'umanità è stato, a fatti, tanto embrionale quanto importante ed in costante crescita. La sintesi fondamentale di questo concetto è racchiusa in una citazione attribuita, non a caso, al grandissimo Albert Einstein:

"[...] Una cosa ho imparato nella mia lunga vita: che tutta la nostra scienza è primitiva e infantile eppure è la cosa più preziosa che abbiamo. [...]"

Nonostante limiti ed incertezze a profusione, pertanto, tale disciplina resta il solo argine e strumento con cui l'essere umano può provare ad indagare attraverso il mondo. Strumento che si è costruito, migliorato e disciplinato nel corso dei secoli; esperimento dopo esperimento, errore dopo errore, successo dopo successo. Tentativo dopo tentativo, il cosiddetto metodo sperimentale è riuscito a regalare al genere umano (anche) progresso e sviluppo.
Il miglioramento è stato graduale, figlio di imprecisioni ed autocritiche, di anni e/o di decenni che hanno fatto scommettere anche sulla necessità di poter compiere qualche passo all'indietro.
Per (provare a) farne (fare) però anche molti in avanti, ovviamente.
In quanto infantile ed al contempo enormemente preziosa, pertanto, la scienza si è sottoposta nel tempo ad un processo di crescita tanto importante quanto inevitabile. Questa evoluzione ne ha regolamentato i campi di intervento, ha contribuito ad aprire nuove questioni di etica e ha consentito di inaugurare sempre nuovi campi di indagine rispondenti ai limiti da superare.
Quanti e quali traguardi è possibile descrivere, a questo proposito, relativamente ai cambiamenti che hanno visto concretizzarsi e radicarsi l'attuale pensiero scientifico che ha regalato all'umanità (non solo) tecnologia e sviluppo?
A questa e molte altre domande cerca di rispondere il libro "Il primo libro di filosofia della scienza", scritto da Samir Okasha e pubblicato da Einaudi.
Il fine primario di questa opera è chiaro sin dalle prime righe:

"[...] Che cos'è la scienza? C'è una vera differenza tra la scienza e il mito? La scienza è obiettiva? E' in grado di spiegare tutto? [...] Samir Okasha investiga la natura delle argomentazioni della scienza, la specificità delle sue spiegazioni, delle sue teorie e rivoluzioni. 
Un'attenzione particolare è dedicata ai risvolti filosofici di alcune discipline, ad esempio al problema della classificazione in biologia o alla natura dello spazio e del tempo per la fisica. [...]"

Non c'è aspetto dell'umanità che non sia stato sfiorato dal dibattito e dal contributo scientifico, con aspetti tanto critici quanto criticabili e costruttivi per l'intero genere umano. Da questo punto di vista, fortunatamente, tutto o quasi è stato occasione di discussione e crescita per l'umanità intera.
L'analisi sostanziale del contributo scientifico che l'autore cerca di mettere in evidenza non può prescindere dalla necessità di strutturare consistenti riflessioni attorno al significato del concetto di scienza:

"[...] Che cos'è la scienza? [...] Non è forse vero che la scienza è il tentativo di comprendere, spiegare e prevedere lo sviluppo del mondo in cui viviamo? [...]"

Risulta possibile interpretare e definire nel miglior dettaglio possibile quali siano i margini di definizione e discussione che il contributo scientifico può apportare al dibattito generale. E' su questo argine che cerca di intervenire la disciplina filosofica, intersecandosi al meglio possibile con quella scientifica:

"[...] Lo scopo principale della filosofia della scienza è analizzare i metodi d'indagine usati nelle varie scienze. Ci si potrebbe chiedere come mai a questo scopo debba essere perseguito dai filosofi invece che dagli stessi scienziati [...]
Parte della risposta è che guardare alla scienza da una prospettiva filosofica ci permette di investigare più a fondo - di mettere a nudo assunzioni che sono implicite nella pratica scientifica, ma che gli scienziati non discutono esplicitamente. [...]"

Scienza e filosofia possono (e devono), dunque, intersecarsi per disarticolare emergenze e problemi di cui lo stesso genere umano potrebbe essere creatore od esecutore. Mediante fattori come spiegazioni, realismo, deduzione, induzione, [...] è possibile contribuire ad innescare una svolta positiva e propositiva. Questo perché, ovviamente, il cammino della scienza è stato, è e potrebbe rimanere un percorso perennemente in divenire.
Fu lo stesso Albert Einstein a sostenere, in una citazione a lui attribuita, il peso necessario ed urgente che la disciplina scientifica deve sostenere per regalare molti altri passi in avanti:

"[...] A [...] vanto della scienza sta il fatto che essa, agendo sulla mente [...], ha vinto l'insicurezza dell'uomo di fronte a se stesso e alla natura. [...]"


lunedì 15 dicembre 2014

"GENERALE", FRA GUERRA E VITA: CITANDO DE GREGORI...



"[...] Generale, queste cinque stelle,/ queste cinque lacrime sulla mia pelle/ 
che senso hanno dentro al rumore di questo treno,/ 
che è mezzo vuoto e mezzo pieno/ 
e va veloce verso il ritorno,/ 
tra due minuti è quasi giorno,/ 
è quasi casa, 
è quasi amore."

giovedì 11 dicembre 2014

FRA EUROPA, "CONSEGUENZE SPIACEVOLI" E 300 (PRESUNTI) MILIARDI...RISCHI DI ILLUSIONE?

Le dichiarazioni attribuite al Presidente della Commissione Europea Juncker sembrano andare in una sola direzione riguardo all'atteggiamento che le autorità europee potrebbero adottare nei confronti dei Paesi colpevoli di procedere a rilento con le cosiddette 'riforme':

"[...] L’Italia e la Francia dovranno attuare senza indugi le promesse di nuove riforme e nuovi sforzi per rientrare nei parametri del Patto di Stabilità Ue, altrimenti 'le conseguenze non saranno piacevoli. [...] Se alle parole non seguiranno i fatti, le conseguenze non saranno piacevoli. [...] Dobbiamo fidarci di italiani e francesi e poi vedremo, probabilmente nel mese di marzo, come è andata [...] senza le misure annunciate, ci sarà un aggravamento della procedura per disavanzo eccessivo. [...]" (Fonte: "Juncker avverte Italia e Francia: 'Senza riforme conseguenze spiacevoli'", La Stampa)

In altre parole, pertanto, l'intero Paese Italia risulta ancora una volta sotto stretta tutela per la realizzazione veloce delle cosiddette 'riforme' funzionali a stimolare od innescare le condizioni per una ripresa economica consistente che latita da troppo tempo nello stivale.
L'impronta data a questa sbandierata necessità viene tracciata dalle autorità europee, delineando prospettive che sembrano andare in una sola direzione. Per illustrare quali potrebbero essere le richieste da ottemperare, sembra opportuno ricondursi (una volta di più?) ai contenuti riassunti in un'intervista concessa qualche giorno fa da Jirky Katainen, VicePresidente della Commissione Europea con deleghe a crescita e competitività:

"[...] Se restano ostacoli burocratici agli investimenti privati, se l’amministrazione è lenta, se ci sono incognite non finanziarie [...]. Le barriere vanno rimosse, [...] gli Stati devono far ordine in casa: 'La risposta non è nel creare nuovo debito, ma nel focalizzarci sulle riforme che servono a stimolare la ripresa [...] Dobbiamo esser sicuri che i Governi continuino l’azione strutturale. In molti Paesi la crescita manca perché non c’è competitività. Servono riforme ovunque [...]. C’è chi deve agire sul mercato del lavoro, chi sulla domanda. Vale quanto Draghi ha detto più volte: la politica monetaria non aiuterà gli stati se essi non saranno capaci di assorbire i fondi messi in circolazione dalla Bce. Non si può fare a meno delle riforme. [...]"

I punti cardine che l'Europa sembra (continuare a) chiedere agli Stati sono quelli richiamati sostanzialmente in una serie di macro-aree: rimozione o quantomeno riduzione delle burocrazie, aumento della competitività interna, azioni sul mercato del lavoro e sul rapporto fra domanda ed offerta su scala anche sovranazionale.
Con questi interventi i vincoli economici potrebbero subire un allentamento.
Senza gli stessi, invece, gli stessi potrebbero subire un aggravamento.
Sono questi i programmi a cui si richiamano le cosiddette "conseguenze non piacevoli" riferite da Juncker? Di quale e quanta credibilità può disporre il neo-eletto Presidente della Commissione, a fronte di una precedente esperienza politica non certo esente da questioni eticamente discutibili? Anche se magari legislativamente tollerate e regolari(zzate?). (cfr. "Lussemburgo, il buco nero delle tasse", L'Espresso)
Sarebbe lo stesso Juncker a doversi ricordare qualcosa che, al netto delle parole attribuite/effettivamente pronunciate, sembra essersi enormemente allontanato dalle consapevolezze che le stesse autorità nutrono nei confronti della società circostante.
Per introdurre questo concetto, in teoria tanto palese quanto lampante, è possibile impiegare in termini efficaci le parole contenute nell'articolo "L'Europa stupida", proveniente dal blog "Piovono rane" tenuto dal giornalista Alessandro Gilioli. E' possibile infatti leggere quanto segue:

"[...] Lasciamo perdere il fatto che esce dalla bocca di un uomo che ha passato gli ultimi 18 anni [...] a far evadere le tasse ad aziende milionarie, che quindi [...] hanno ulteriormente eroso le casse comuni dei Paesi che oggi minaccia: questo particolare è [...] un risvolto grottesco di tutta la vicenda. Al centro della quale c’è invece un’istituzione – l’Europa [...] – che era nata per idealismo al limite dell’utopia [...] settant’anni fa: e che oggi è odiata dalla gran parte dei suoi cittadini, vista come centro burodirezionale di odiose imposizioni, bislacchi divieti e soprattutto regole dimostrataesi fallimentari. [...]"

Su questo punto, pertanto, appare inevitabile l'innestarsi di un cortocircuito tanto pericoloso quanto pericolante per l'intera architettura europea che questo uomo si propone di rappresentare (seppur con tutte le inevitabili diversità ed accezioni del caso).
La necessità di sbandierare le già citate "conseguenze spiacevoli" risuona come una tanto ulteriore quanto inutile provocazione di fronte ad una popolazione che, fra disinformazione colpevole e non voluta, continua a vivere in preda ad una serie infinita di politiche economiche prepotentemente restrittive. Volendo essere meno retorici e maggiormente analitici, è possibile porsi l'obiettivo di qualificare una ulteriore critica nei confronti dell'attuale Presidente della Commissione Europea. Grazie a quale progetto/slogan è stato infatti portato in un ruolo tanto visibile ed importante?
Per rispondere a questa domanda è sufficiente esaminare il documento "Mettere in moto l'Europa: punti salienti del discorso del Presidente eletto Juncker al Parlamento europeo", visionabile dal sito dello stesso Parlamento Europeo:

"[...] È giunto il momento di stringere un 'grande patto', di creare una [...] coalizione di paesi e tra le principali parti politiche che insieme lavoreranno intorno a una struttura a tre pilastri: riforme strutturali, credibilità di bilancio e investimenti. [...] Non credo nei miracoli: a Bruxelles non abbiamo la bacchetta magica o il pulsante della crescita. Le riforme strutturali, la credibilità di bilancio e gli investimenti a livello nazionale e europeo devono andare di pari passo.' [...] Siamo di fronte a una carenza di investimenti e dobbiamo adoperarci per colmarla.
L'Europa può contribuire a questo scopo. [...] intendo presentare un ambizioso pacchetto di misure per l'occupazione, la crescita e la competitività di 300 miliardi di euro. [...]"

Questo "ambizioso pacchetto" è da settimane sbandierato come fulcro della trattativa che ha condotto, nelle sedi continentali, a far convergere socialisti e popolari sull'elezione dello stesso Juncker a Presidente della Commissione. Al netto delle sbandierate "conseguenze spiacevoli" a cui potrebbero andare incontro gli Stati reprobi, poco o nulla è stato detto sull'entità di questo tanto esaltato (quanto forse poco esaltante?) piano per il riavvio della crescita su scala continentale. A quali altre "conseguenze spiacevoli" potrebbero andare incontro i leader che non presteranno fede alle loro "promesse"? A questa domanda servirebbe rispondere, valorizzando al massimo possibile i contenuti piuttosto che il contenitore.
Quali reali esigenze si nascondono dietro a questo ambizioso pacchetto che sembra abbia caratterizzato il punto più alto e profondo di offerta politica in un momento di crisi tragicamente senza via di uscita definitiva? Su questa domanda, più o meno direttamente, non sembrano essere state gettate luci pe(n)santi ed utili a rendere consapevolezza della necessaria svolta da imprimere all'intero continente.
Da una prima lettura degli intenti, appare una evidente consapevolezza di immettere immense quantità di liquidità per ottemperare alla necessità di sbloccare l'attuale situazione di stallo pressochè imperante. L'immissione di una cifra prossima a 300 miliardi di Euro potrebbe forse essere la panacea necessaria ad innescare un circolo vizioso utile al rivitalizzare la crescita?
Tale riflessione potrebbe valere se, a maggior ragione, si volessero considerare gli andamenti riscontrati dagli investimenti su scala continentale dall'inizio della crisi mondiale ad oggi. Riprendendo una dichiarazione attribuita a Mario Draghi, pertanto, è possibile riportare quanto segue:

"[...] Il calo degli investimenti delle imprese osservato dal 2008 nell’area [...] è molto più marcato che nei cicli economici precedenti [...] dal livello massimo a quello minimo sono diminuiti di circa il 20%, contro il 15% registrato durante la recessione del 1992. Dal 2008 nell’area dell’euro gli investimenti delle imprese mostrano soltanto un lieve miglioramento, mentre negli Stati Uniti superano ormai il livello anteriore alla crisi. [...]"
(Fonte: "Draghi: 'In Europa investimenti carenti. Per ripartire rafforzare politiche strutturali'", Il Fatto Quotidiano)

Le cifre di questo crollo sono definite su scala macro-economica dallo stesso Juncker, internamente alla sintesi fatta relativamente al suo discorso da Presidente eletto: vengono definite infatti riduzioni cumulate pari a circa 500 miliardi di Euro, dall'anno 2007 nel quale venne registrato l'ultimo picco.
A fronte di questi dati, pertanto, emerge spontaneo capire quanto i promessi 300 miliardi potrebbero essere utili. In chiave tanto teorica quanto improbabile, ovviamente. Questo vale perché, richiamandosi al precedente presidente, le premesse non sarebbero affatto buone:

"[...] abbiamo chiesto ai capi di Stato e di governo di attuare rapidamente il patto per la crescita e l'occupazione. [...] a distanza di mesi 'questo patto per la crescita e l'occupazione, con il suo pacchetto da 120 miliardi di euro, ancora non e' stato messo in atto. [...]"
(Fonte: "Crisi: Barroso, non è finita. Attuare piano per crescita", altalex.com)

Era già stato promesso e poi disatteso un primo piano, formulato dall'ex Presidente Barroso. Cosa ne potrebbe essere di questo (ri?)proposto piano di investimenti per scongiurare un riacutizzarsi della crisi economico-finanziaria? Scendendo maggiormente nel dettaglio, è possibile chiedersi quanti di questi fantomatici 300 miliardi risultino effettivamente disponibili ed economicamente esercitabili nel contesto di crisi attuale.
Queste domande, implicitamente molto più importanti, sembrano sgonfiare enormemente il piano di investimenti promosso (e sloganizzato a più non posso) dal neo-eletto Presidente. Analizzando qualche voce critica, è infatti possibile avere un quadro non proprio ottimistico sulla natura del provvedimento realizzatosi:

"[...] Il piano si fonda su 21 miliardi di capitale pubblico (garanzie del bilancio europeo per 16 miliardi, altri 5 miliardi arrivano dalla Banca europea per gli investimenti - Bei). Questi fondi, in virtù di un effetto leva dichiarato di 1 a 15, sarebbero a loro volta in grado di mobilitare complessivamente 315 miliardi di investimenti. [...] la Commissione Juncker stima che per ogni euro investito dal fondo se ne possano mettere in moto altri 15 da parte dei governi dei Paesi membri e anche da parte dei privati. L'attrattiva [...] si dovrebbe fondare sul fatto che il rischio maggiore degli investimenti si sposta sulle garanzie pubbliche. I documenti pubblicati dalla Commissione spiegano l'effetto moltiplicatore applicandolo ad esempio all'attività della Bei. Il fondo europeo farebbe da protezione per nuove attività della Bei: 1 euro aprirebbe alla possibilità di investire da parte della Bei 3 euro in prestiti subordinati, debito a lungo termine con livelli di rischio più elevati o azioni in determinati progetti. [...] questi permetterebbero ai privati di investire 5 euro nelle tranche di debito senior, più sicuro, di quegli stessi progetti: di lì l'effetto leva complessivo di 1 a 15. Dalla Commissione ricordano che si tratta di una stima prudenziale: l'aumento di capitale della Bei del 2013 aveva un effetto leva stimato in 1:18 e il fondo dedicato alle Pmi ha avuto un effetto di 1:20. Ancora da Bruxelles stimano, nel complesso, un'aggiunta di 330-410 miliardi al Pil Ue dei prossimi tre anni. [...]"
(Fonte: "Juncker: 'L'Europa volta pagina". I fondi degli Stati fuori dal Patto', La Repubblica)

In altre parole, semplificando il più possibile, quanti e quali potrebbero essere gli aspetti fortemente critici di questo modello di previsione economico-finanziaria? Rispondendo in maniera divulgativa, è possibile fare riferimento a quanto riportato nel seguito:

"[...] i soldi veri racimolati [...] nel bilancio Ue non sono più di 2 miliardi di euro, a cui si aggiungono 5 miliardi che la Banca europea degli investimenti metterà in un apposito Fondo strategico e [...] altri 14 [...] fra quelli già stanziati per lo sviluppo.
L'intero processo appare lento e macchinoso, ma [...] il vero problema è che l'effetto-leva [...] è inverosimile e improponibile. 
In tutto, la Ue mette a disposizione 21 miliardi di euro, che dovrebbero mobilitare investimenti per quasi 300 miliardi. [...]
il Fondo strategico dovrebbe raccogliere 14 euro di capitali privati per ogni euro che mette a disposizione [...].
"Non ci risulta - scrive Boeri - che fondi di investimento pubblico siano mai riusciti ad attivare una leva finanziaria superiore a 3 a 1, anche ai tempi della finanza allegra". Per i privati che investono, i rischi sarebbero assai alti.
Il Fondo Ue copre le prime perdite dell'investimento, ma, siccome i fondi Ue non arrivano neanche al 7 per cento dell'investimento complessivo, basta una perdita superiore al 7 per cento per spazzare via le garanzie pubbliche. Il resto della perdita ricadrebbe completamente sui privati. [...] Gros spiega che anche quei 21 miliardi di fondi Ue sono [...] una frittata rivoltata.
Infatti, 8 miliardi di euro sono non nuovi capitali, ma garanzie di copertura che [...] erano già previste.
E altri 8 miliardi ugualmente non sono soldi freschi, ma ne hanno solo l'apparenza: si tratta di risorse ottenute tagliando i fondi già previsti per la ricerca o per lo sviluppo delle reti informatiche, cioè alcune delle principali finalità del Fondo strategico. Se i primi 8 miliardi sono il gioco di specchi, questo è il trucco delle tre carte. Neanche gli ultimi 5 miliardi previsti, quelli che dovrebbe mettere la Bei, si capisce da dove vengano, dato che nessuno parla di una ricapitalizzazione dell'istituto. [...]" (Fonte: "Il piano Juncker per la crescita diventa solo un alibi", La Repubblica)

Le "larghe intese" stipulate in sede Europea potrebbero quindi fondarsi su un qualche cosa di ingigantito e/o non corrispondente alle aspettative?
La tendenziale risposta affermativa da dare a questa domanda si definisce osservando ulteriormente i confini attribuiti al piano, ponendo particolare attenzione al contenuto sintetico affidato alla coppia di parole "effetto leva":

"[...] Possibilità di effettuare un investimento che riguarda un elevato ammontare di risorse finanziarie, con un basso tasso di capitale effettivamente impiegato. [...]" (Fonte: morningstar.it)

In altre parole, pertanto, il rapporto di liquidità effettivamente smobilitate sarebbe, includendo tutte le voci, compreso in un intervallo oscillante fra 2 e 14 miliardi di Euro circa. Tali livelli, se confrontati con l'ammontare inizialmente sbandierato, si attestano su cifre percentuali comprese fra lo 0,7% ed il 4,7%. Non sembra essere un pò poco, per un piano che si pone l'obiettivo di trascinare un continente intero fuori dalla crisi economica più grande e grave che l'intera umanità abbia conosciuto mai? Al netto dei punti di vista, la sensazione è che sarebbe necessario avere qualche arma in più da spendere ed utilizzare per dirimere scelte importanti. Per imprimere una radicale svolta al continente intero, dunque. (cfr., per analisi grafiche: http://ftalphaville.ft.com/files/2014/11/Screen-Shot-2014-11-27-at-08.41.22.png)
Il significato più realistico che sembra essere attribuibile all'intero piano risulta richiamato in un articolo presente nel blog phastidio.net:

"[...] Quella che doveva essere una bomba è in realtà un petardo fradicio. [...]"
(Fonte: "Eran 300, deboli e finti", phastidio.net)

A fronte di queste premesse, quali sono state le risposte realmente riscontratesi da parte dei vari stakeholder europei? Quale è stata la risposta potenziale a questo piano di (sbandierati) investimenti, su scala continentale? Per rispondere a queste domande è sufficiente leggere quanto richiamato nel seguito, in termini estesi:

"[...] Gli Stati membri [...] hanno presentato 2.000 proposte di progetto per il finanziamento [...] I 2.000 progetti hanno un valore complessivo di circa 1,3 trilioni di euro, dicono fonti comunitarie. La Banca europea per gli investimenti (Bei) si occuperà di stabilire quali progetti potranno essere finanziati, in modo che la decisione non sia politicizzata [...]"
(Fonte: "Piano Juncker, pioggia di progetti dagli Stati membri: oltre 2mila richieste di finanziamento", La Repubblica)

Rispetto agli intenti iniziali, le aspettative nei confronti di questo piano sono notevoli.
Sono state infatti fatte richieste superiori di oltre tre milioni di volte rispetto agli intenti dimostrati, quantomeno a parole.
Restano, nonostante tutto, tantissime domande: quanti di questi miliardi risulteranno concretamente ed effettivamente smobilitati e/o smobilitabili?
Quanta validità potrà avere l'effetto leva, essenziale per la buona riuscita del piano di (soli?) buoni intenti?
A quali "conseguenze spiacevoli" potrebbero andare incontro gli autori di promesse disattese?
Vale davvero la pena fondare le "larghe intese" continentali su un progetto che sembra fare così tanta acqua ed avere così tante lacune o quantomeno punti di forte incertezza? Le analisi ulteriori ed i punti di vista non si sprecano, in un momento storico prepotentemente bisognoso di miglioramenti.
Rapidi e, purtroppo, non ulteriormente rimandabili.

Fonte immagine: wired.it


mercoledì 10 dicembre 2014

A PROPOSITO DI VITA...E DI (IN)EVITABILI RIPETIZIONI

"[...] E tu dici una bussola, dovevi almeno portarla con te,/ una bussola potevi almeno spiegarmelo come si usa [...] Ci sono amori che non si ricordano/ e baci che non si dimenticano,/ 
persone che passano e non si salutano e sputano,/ e cani bianchi che a volte ritornano./ 
E tu dici la vita dovevi almeno capire perché,/ 
la vita, il tempo che cambia col vento che arriva/ quest'anima stanca che pure respira/ 
quest'angolo piatto che gira, quest'anima/ dolce e cattiva, che dice 'guardami'/ 
dice 'perché non parli...?' [...] Saranno trent'anni che passo da qua,/ 
e adesso fai finta di non riconoscermi./ 
Ma guarda la gente che salti mortali che fa/ e quanti nani sui trampoli, e tu dici:/ 
'Perdonami... ma non credevo che fossi tu, perdonami...'/ 
Va bene perdonami, però perdonami cosa?/ 
E tu dici 'La vita' [...] questa scatola vuota/ 
quest'anima nuda, questa retta finita,/ 
quest'acqua che corre veloce in salita,/ 
quest'anima forte e ferita [...]"
("La linea della vita", F.De Gregori)


lunedì 8 dicembre 2014

CONSIDERAZIONI SU VALORE ED IMPORTANZA DELLA FILOSOFIA DELLA SCIENZA...

"[...] Che cos'è la scienza? [...] tutti sanno che discipline come la fisica, la chimica e la biologia fanno parte della scienza; mentre arte, musica e teologia ne sono escluse. 
Quando però ci chiediamo [...] che cosa sia la scienza non è questo il tipo di risposta che cerchiamo. Non chiediamo una mera lista delle attività che sono di solito chiamate 'scienza'.
Piuttosto ci stiamo interrogando sulla caratteristica comune condivisa da tutte le attività della lista. 
Ovvero su ciò che rende qualcosa una scienza. [...] non si tratta di una domanda banale. [...]
Non è forse vero che la scienza è il tentativo di comprendere, spiegare e prevedere lo sviluppo del mondo in cui viviamo? Questa è certamente una risposta ragionevole; ma è anche completa?
Dopo tutto anche le [...] religioni tentano di comprendere e spiegare il mondo, ma non sono considerate in genere come settori della scienza.
Analogamente, l'astrologia e la lettura del destino sono tentativi di prevedere il futuro, ma la maggioranza delle persone non descriverebbe queste attività come scienza. 
Oppure consideriamo la storia: gli storici cercano di comprendere e spiegare ciò che è accaduto nel passato. Ma la storia è normalmente classificata tra le discipline umanistiche e non tra quelle scientifiche. Molti ritengono che le caratteristiche [...] della scienza risiedano nei metodi particolari che gli scienziati usano nelle loro investigazioni del mondo. 
[...] molte scienze utilizzano specifici metodi di indagine, che non ritroviamo nelle discipline non scientifiche. [...] Non tutte le scienze sono sperimentali, però. [...]
Un'altra caratteristica importante della scienza è la costruzione di teorie. 
Gli scienziati non si limitano a registrare in un libro i risultati di esperimenti e osservazioni - di solito il loro intento è spiegare questi risultati nei termini di una teoria generale. 
Non è sempre facile farlo, ma ci sono stati grandi successi, e uno dei problemi principali della filosofia della scienza è proprio spiegare in che modo tecniche come la sperimentazione, l'osservazione e la costruzione di teorie abbiano permesso agli scienziati di strappare alla natura tanti dei suoi segreti. [...]"



(Fonte: Il primo libro di filosofia della scienza, S.Okasha, Piccola Biblioteca Einaudi)


venerdì 5 dicembre 2014

(C)LIMA, L'AMBIENTE E LA SUA TUTELA NON POSSONO PIU' ATTENDERE

Importanti e pesanti dovranno essere i contenuti ed i provvedimenti che dovranno assumere gli oltre 4mila delegati, rappresentanti di 196 Paesi a livello mondiale, riunitisi a Lima in occasione della ventesima Conferenza delle Parti.
La tutela e la prevenzione del patrimonio ambientale sono argomenti tanto importanti quanto tremendamente sottovalutati, nel panorama attuale; servono decisioni che non rimandino all'eterna ricerca del compromesso diplomatico, fatto più per prendere (o perdere, dipende dai punti di vista) tempo che per conseguire risultati importanti sul medio-lungo termine.
Tale vertice dovrebbe essere quindi il meno interlocutorio possibile, avendo come obiettivo quello di spianare la strada e/o minimizzare le difficoltà esistenti in vista del vertice 2015 di Parigi. In vista di tale occorrenza, infatti, si dovrebbe sottoscrivere un nuovo accordo internazionale finalizzato ad andare oltre i canoni previsti dal Protocollo di Kyoto. I tempi per un cambiamento/aggiornamento sembrano essere più che maturi, rispetto alla fine degli anni '90: un cambiamento è tanto urgente quanto imprescindibile da perseguire mediante fatti concreti.
I settori su cui si dovrà riflettere per imporre piani strutturali e concertati a livello mondiale dovranno essere (purtroppo) i soliti, a riprova di una tanto eterna quanto mancata risoluzione delle controversie tematiche fondamentali: tagli ai livelli di emissioni atmosferiche, aumento dell'utilizzo di energie rinnovabili e definizione di metodi pratici per migliorare l'efficienza energetica del patrimonio esistente.
Nonostante le molte premesse e le molt(issim)e ragioni per cui sembra opportuno adoperarsi in maniera sostanziale e non certo formale, allo stato attuale sembra lontano un punto di incontro utile a superare le divergenze. Riportando infatti parole attribuite a delegati chiamati a rappresentare il Wwf, è possibile riportare quanto definito nel seguito:

"[...] Le trattative non sembrano aver cambiato passo. [...] I negoziatori non hanno ricevuto un mandato molto diverso da quello degli altri anni e stanno qui a fronteggiarsi secondo canoni visti già molte altre volte. Da una parte abbiamo bisogno ella riduzione delle emissioni a qualunque costo, tra l'altro a un costo più basso del previsto per evitare il cambiamento climatico. La seconda parte del problema riguarda l'equità, [...] le riduzioni vanno fatte in modo equo tenendo conto della situazione dei paesi e va tenuto conto della responsabilità storica e [...] devono partecipare di più i paesi che inquinano di più. Siamo coscienti che i negoziati sono difficili ma d'altronde abbiamo una sola scelta. Questa è una sfida comune, ma secondo me sarebbe importante che i cittadini del mondo sentano che questa è una sfida comunque. [...]" (Fonte: intervista a M.Midulla, ecoblog.it)

Il cambio di passo avrebbe potuto ricalcare, quantomeno negli intenti, le premesse parzialmente intraviste nel recente accordo fra Usa e Cina; tali Stati rappresentano, sia per estensione che per evidenti ragioni socio-economiche, il 42%-45% delle emissioni totali registrate a livello mondiale.
Da questo punto in poi, sono stati declinati i termini dell'accordo sottoscritto:

"[...] Usa e Cina hanno raggiunto un accordo per ridurre le emissioni di gas serra. [...] Lo storico accordo [...] prevede nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio degli Usa e l'impegno della Cina di fermarne l'aumento entro il 2030. L'amministrazione Usa si è impegnata a ridurre le emissioni del 25-28 % entro il 2025, sulla base dei dati fissati nel 2005. [...]" (Fonte: repubblica.it)

I punti deboli permangono anche in questo impegno che, nonostante tutte le formalità del caso, sembra avere più di qualche crepa nel merito: quanto saprà essere formale e non strutturale nel tempo? Riuscirà ad incidere nel tessuto micro-economico enormemente difficile da inseguire per la grande complessità dei Paesi sottoscrittori? Quanto riuscirà ad incidere l'azione del Presidente Obama, avendo lo stesso perso il controllo sostanziale dei provvedimenti attuabili a vantaggio repubblicano? Larga parte di queste domande potrebbe trovare conferma in ulteriori aspetti tanto critici quanto (a rigor di logica) necessari da risolvere:

"[...] i tagli promessi sono alquanto modesti. Gli Usa promettono una sforbiciata del 26-28% (rispetto però ai livelli del 2005) entro il 2025, mentre la Cina ha promesso che raggiungerà il proprio picco di emissioni nel 2030 e che dopo quella data si impegna a far calare i gas serra. [...] pare impossibile che i due paesi si impegnino per attuare tagli più corposi in tempi più stretti. [...]" (Fonte: panorama.it)

Al netto di ostacoli e punti di vista, comunque, il summit di Lima dovrà essere più sostanziale che interlocutorio. Questo in vista, soprattutto, della (si spera) definitiva sottoscrizione in vista dell'accordo di Parigi previsto per l'anno 2015.
Oltre agli aspetti afferenti alla tutela ambientale in fatto di emissioni e riduzione di sprechi, sembra essenziale e dirimente strutturare anche importanti provvedimenti sul fronte economico-finanziario. Implicito è, in questo caso, il riferimento ai contenuti previsti internamente al cosiddetto "Fondo Verde":

"[...] Esiste [...] un Fondo Verde per il clima dell'Onu che punta a raccogliere 10 miliardi di dollari entro la fine del 2014, ma per adesso è fermo a 9,4. Una cifra che i rappresentanti dei paesi poveri giudicano risibile, chiedendo lo stanziamento di almeno 15 miliardi. Come si vede siamo in ogni caso [...] lontanissimi da quei 100 miliardi l'anno il cui stanziamento era stato promesso alla fine della Conferenza sul clima di Copenaghen del 2009 entro il 2020. I soldi servono a sviluppare un'economia verde nei paesi poveri [...] con il doppio obiettivo di far uscire milioni di persone dalla povertà e promuovere uno sviluppo a basso tasso di carbonio. Più benessere con meno emissioni, insomma. [...]" (Fonte: panorama.it)

Il dualismo dovrebbe riguardare, nei fatti, le necessità contemporanee di definire percorsi votati a tutelare i Paesi poveri e far pagare ai Paesi emergenti una parte più o meno consistente dei loro vantaggi cumulati in tema di sviluppo economico ed abbattimento dei livelli di tutela ambientale per favorire la stessa crescita economica. L'opinione di Legambiente muove infatti nella direzione di valutare tutele e sicurezze proprio per un argomento come questo, tremendamente complicato da bilanciare e dirimere nella sostanza dei fatti:

"[...] A Lima vedremo se i Governi hanno recepito [...] il messaggio chiaro e forte che viene dai cittadini e dal mondo scientifico e se finalmente passeranno dalle parole all'azione. Sembrano esserci le condizioni affinché superino le incomprensioni del passato e  definiscano una prima bozza del nuovo accordo, in modo da avere tutto il prossimo anno per concordare nei dettagli il testo finale da sottoscrivere a Parigi. [...]
Al centro dell’agenda della Cop20 di Lima vi è la messa a punto del testo negoziale per il nuovo accordo globale sul clima da sottoscrivere il prossimo dicembre 2015 a Parigi. Il nuovo accordo globale sul clima sarà poi operativo solo a partire dal 2020 secondo quanto già concordato nel 2011 a Durban. [...] come evidenzia il recente 'Emission Gap Report' [...] gli impegni di riduzione delle emissioni al 2020 assunti finora sono insufficienti [...] a garantire il rispetto a costi accettabili della soglia critica dei 2°C.  Bisogna adottare subito [...] un piano d’azione per colmare il divario fondato sullo sviluppo delle rinnovabili e l’efficienza energetica, altrimenti più tarderemo a ridurre le emissioni, più alti saranno i costi che dovremo sopportare in futuro. [...]"
(Fonte: greenreport.it)

Al netto di questi e di moltissimi altri possibili dati e punti di vista, pertanto, emerge come imperativa e prevalente la necessità di trarre provvedimenti pesanti per invertire la rotta di quella che sembra una pericolante e pericolosa china. Provvedimenti tanto pesanti quanto concreti, dunque.
Clima e prevenzione ambientale non possono più aspettare, in alcun modo. Senza affidarsi a dualismi e/o polifonie diplomatiche dalla dubbia efficacia.



Per saperne di più:

"Clima, il vertice Onu di Lima in 7 punti", M.Buonadonna, panorama.it
(http://www.panorama.it/scienza/green/clima-onu-vertice/#gallery-0=slide-8)

"Clima, alla COP20 negoziati rigidi", M.Perotta, ecoblog.it
(http://www.ecoblog.it/post/140276/clima-alla-cop20-negoziati-rigidi-intervista-hangout-da-lima-a-mariagrazia-midulla-responsabile-wwf)

"Cambiamenti climatici, accordo tra Cina e Usa per azione globale", ecoblog.it
(http://www.ecoblog.it/post/139344/cambiamenti-climatici-accordo-tra-cina-e-usa-per-azione-globale-i-commenti-di-greenpeace-kyoto-club-e-legambiente)

"Ue,avanti tutta a Lima per accordo vincolante su CO2", ansa.it
(http://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/clima/2014/11/30/ueavanti-tutta-a-lima-per-accordo-vincolante-su-co2-_bc1ee641-dd89-4eb5-a887-41970963d27e.html)

"Clima, Legambiente: 'Lima occasione per colmare gap fiducia tra paesi industrializzati e non'", greenreport.it
(http://www.greenreport.it/news/clima/clima-legambiente-lima-occasione-per-colmare-gap-fiducia-paesi-industrializzati-non/#prettyPhoto)

"Clima: al via i negoziati ONU a Lima, presenti oltre 190 Paesi", meteoweb.eu
(http://www.meteoweb.eu/2014/12/clima-via-i-negoziati-onu-lima-presenti-190-paesi/358583/)

"Gas serra, Usa e Cina s'impegnano a ridurre le emissioni 'entro il 2030'", repubblica.it
(http://www.repubblica.it/ambiente/2014/11/12/news/gas_serra_usa_e_cina_s_impegnano_a_ridurre_le_emissioni_entro_il_2030-100336891/)

giovedì 4 dicembre 2014

CAMBIARE E RINNOVARE...IMPIEGANDO (ANCHE) "SPADE MORALI"


"[...] brothers and sisters listen to me/ These are the few things that I leave to thee/ 
The sword of our fathers with lessons hard taught/ 
The shield strong and sturdy from battles well fought/ 
Well this is your sword, this is your shield/ 
This is the power of love revealed/ 
Carry them with you wherever you go/ 
And give all the love that you have in your soul [...]"

mercoledì 3 dicembre 2014

FRA QUOTIDIANA PAURA ED INDIFFERENZA, INSEGUENDO UNA QUALCHE FORMA DI "MOSTRO"...



"[...] Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. [...] 
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: 
se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà,
sarebbe successo ciò che è successo? [...] 
Vivo, sono partigiano. 
Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti. [...]"

(A.Gramsci, cit.)