lunedì 22 luglio 2013

VALORI (E PREZZI DA PAGARE) PER UN NUOVO "COMPROMESSO"?

Rileggendo un'intervista concessa nel 1976 a "Stern", settimanale della vecchia Repubblica Federale Tedesca, si ritrova un Enrico Berlinguer volto a precisare il valore ed i prezzi da pagare per l'attuazione di misure volte ad arginare i reali stati di disagio subiti dal "sistema-Italia" del tempo. Al suo interno, nonostante il tempo trascorso, si trovano espliciti riferimenti (purtroppo, dati i progressi mancati) validi anche per la tragica situazione attuale:

"[...] D.: L'economia italiana è a zero. La disoccupazione e la recessine produttiva, i debiti con l'estero, la fuga dei capitali hanno raggiunto dimensioni spaventose. 
Come volete fermare questa depressione economica? E non dovete temere il boicottaggio degli operatori del commercio [...]
R.: Risollevare e rinnovare un Paese che è stato portato all'attuale grado di crisi e di dissesto è impresa quanto mai ardua. Ma per riuscirvi esistono ancora le condizioni e le forze. 
Questa impresa può essere compiuta solo attraverso un grande sforzo di solidarietà nazionale e democratica. 
Se non si cambia strada al più presto il Paese sarà esposto in breve volgere di tempo ad un non governabile collasso economico, a uno sbriciolamento del tessuto politico e morale, ad una crescente emarginazione dall'Europa. 
Non è dunque retorico affermare che quel che è in gioco oggi è la salvezza della nazione, l'avvenire dell'Italia come Paese democratico e civile. 
Sarebbe da irresponsabili, in questa situazione, fare della demagogia o tentare di far credere che esistano soluzioni taumaturgiche. Sarà necessario un severo e prolungato sforzo di tutto il paese, una mobilitazione eccezionale di tutte le risorse materiali, di tutte le energie morali, di tutte le forze politiche e culturali. 
Di qui nasce la nostra proposta politica. Noi siamo convinti che l'Italia può risorgere, ma a due condizioni. 
La prima è che lo sforzo abbia un senso, che la gente sia convinta che valga la pena farlo e abbia quindi l'umana certezza e le garanzie politiche che l'impegno che si chiede ha come suo fine un assetto della società più giusto, più libero, più ordinato. La seconda condizione - quella che assicura la risposta e il consenso del Paese allo sforzo che gli si chiede - è che l'Italia abbia una guida nuova, democratica ed unitaria, politicamente e moralmente autorevole, forte della fiducia di tutto il popolo lavoratore e delle forze che con esso vogliono il rinnovamento, come i giovani e le donne, e che abbia il consenso e l'appoggio di tutti gli strati sani della nazione, dei ceti produttivi dell'industria, del commercio, dell'agricoltura, dei servizi. 
Noi siamo convinti che gli ambienti più responsabili e lungimiranti degli altri Paesi dell'Occidente comprendono che un'Italia più stabile politicamente e con un'economia più solida è nell'interesse di tutti.[...]" 

Quanti concetti racchiusi in questo frammento di intervista giocano un ruolo pesante ed ancora più (pre)potente per la situazione di disastro contemporaneo a cui ogni italiano continua ad assistere impotente? 
Quante speranze tradite e quante prospettive sono andate bruciate, da quell'ormai lontano 1976? 
Ogni parola citata di Enrico Berlinguer rischia di trasformarsi ogni giorno di più in una profezia dal sapore troppo amaro per poter essere accettato e sopportato passivamente: 

"[...] collasso economico [...] sbriciolamento del tessuto politico e morale [...] crescente emarginazione dall'Europa [...]"

Concetti come questi sono, nella dimensione moderna, aggravati ed amplificati da una situazione macro-economica 'vincolata' ad un peggioramento percepito come senza quartiere:
  • squilibri finanziari 'rimediati' con tagli al sociale e/o sulla 'carne viva' dell'economia reale;
  • disoccupazione galoppante;
  • eserciti di giovani senza futuro e/o storditi da una drammatica assenza di risposte a problemi sempre più gravi;
  • 'patti' europei che consegnano annualmente all'Italia intera tagli massacranti al bilancio per il mantenimento dei desiderati 'conti in ordine';
  • aziende e realtà imprenditoriali che chiudono a ritmi devastanti, massacrate da tassazioni di esorbitante peso e (pre)potenza;
  • ambiente spogliato da una minaccia ormai costante di dissesto sismico, idrogeologico, [...];
  • spese di guerra difese 'a gran giornate', mentre al cittadino medio e mediamente informato vengono fatti passare come inevitabili tagli ai posti letto degli ospedali od innalzamenti del livello di tassazione nei sistemi di mobilità e trasporto locale;
  • constanti e lancinanti fughe di cervelli, costretti ad espatriare per vedere una parte anche minima dei loro meriti e dei loro sogni realizzati.
Questi sono solo alcuni dei problemi entro cui il Paese Italia è costretto a muoversi, all'interno di strettoie sempre più tremende e profonde. E' ancora possibile assumere provvedimenti reali per riuscire a migliorare qualcosa e/o per invertire una rotta che sembra sempre più invischiata a scivolare verso un basso scuro e tremendamente opaco? Può essere questa la missione di un Governo che, come quello attuale, viene da molti(tudini) difeso a spade tratte e scudi spiegati in quanto legato ad un'emergenza nazionale da arginare con ogni sforzo?
Se un Governo esiste, dovrebbe legittimamente governare qualora sostenuto da valide maggioranze parlamentari figlie di un turno politico che non ha visto dominare alcuno. 
Se un Governo esistesse, potrebbe legittimamente governare portando all'attenzione del dibattito pubblico elementi di maggior impegno che non siano legate alle sole questioni del rinvio/abolizione di Iva ed Imu? 
Ritornano prepotenti, a tal proposito, le parole pronunciate da Enrico Berlinguer: 

"[...]Non è dunque retorico affermare che quel che è in gioco oggi è la salvezza della nazione, l'avvenire dell'Italia come Paese democratico e civile. [...]"

La salvezza della nazione è legata ad un sottolissimo filo alla sopravvivenza socio-economica degli stessi italiani, sempre più devastati e sferzati da una crisi senza quartiere e (forse) ancora piuttosto lontana dal potersi definire sorpassata e superata. Quali sono le reali 'armi' per sopportare e supportare un processo di rinascita culturale, economica, sociale, ambientale, [...] che possa ricondurre questa Italia sulla giusta strada?
Per rispondere a questa domanda è possibile citare nuovamente, oggi più di ieri, le parole attribuite ad Enrico Berlinguer: 

"[...] Sarà necessario un severo e prolungato sforzo di tutto il paese, una mobilitazione eccezionale di tutte le risorse materiali, di tutte le energie morali, di tutte le forze politiche e culturali. [...]"

Essendo probabilmente prossimi ad uno sforzo che rischia di essere più severo e prolungato rispetto alle troppe occasioni mancate dalle classi dirigenti di questa devastata Italia, è lecito chiedersi quali consistenze attribuire al troppo immenso concetto di "mobilitazione".
Quali traguardi sarebbe possibile raggiungere qualora si cercasse di perseguire politiche di austerità e/o di "libertà" nella gestione dei conti pubblici di qualunque livello istituzionale?
Quali traguardi sarebbe possibile raggiungere qualora agli italiani fosse chiesto, in un futuro non troppo lontano, di "dare" ancora di più in termini economici? 
Se l'italiano deve 'dare' qualcosa, è però necessario che chi decide ubbidisca ad un pregiudizio positivo efficacemente riassunto dalle parole di Berlinguer: 

"[...] Noi siamo convinti che l'Italia può risorgere, ma a due condizioni. 
La prima è che lo sforzo abbia un senso, che la gente sia convinta che valga la pena farlo e abbia quindi l'umana certezza e le garanzie politiche che l'impegno che si chiede ha come suo fine un assetto della società più giusto, più libero, più ordinato. La seconda [...] è che l'Italia abbia una guida nuova, democratica ed unitaria, politicamente e moralmente autorevole, forte della fiducia di tutto il popolo lavoratore e delle forze che con esso vogliono il rinnovamento [...]"

Da queste due condizioni deve passare, oggi più di allora, una presa ulteriore (qualora ancora possibile) di valori da parte delle classi politico-tecniche che sono reputate alla difficoltà della decisione. 
Tale incremento di consapevolezze dovrebbe inevitabilmente coagularsi in una serie di imprescindibili valori a cui fare riferimento assoluto per il futuro più prossimo ed anteriore: 
  • credibilità;
  • onestà;
  • competenza;
  • verità;
  • realismo;
  • informazione oggettiva;
  • coraggio;
  • buon senso.
Ciascuno di questi valori, ugualmente importanti l'uno per l'altro, sono stati a più riprese disattesi e traditi per ogni italiano mediamente informato. Basti riferirsi allo stato attuale dell'intera Italia per conferme ulteriori in proposito, qualora non bastassero le "evidenti evidenze". 
La ricerca di questi valori per (ri)dare un assetto rinnovato e migliore all'Italia è un'attività da compiere consegnando oneri ed onori ad una guida "nuova, democratica ed unitaria, politicamente e moralmente autorevole": servirebbe insomma una classe politica che, però, riesca al tempo stesso a garantirsi completamente distante dagli oceani di demagogia e facili soluzioni che si possono promettere in situazioni simili a queste. Ritornano, anche qui, frammenti del discorso precedente di Enrico Berlinguer: 

"[...] Sarebbe da irresponsabili [...] fare della demagogia o tentare di far credere che esistano soluzioni taumaturgiche.[...]"

Se non esistono soluzioni facili, è altrettanto coerente affermare che non possono essere fatte promesse impossibili da realizzare. Quali prospettive può avere una classe politica che sembra, fino ad oggi, preda della "golden share" decisionale consegnata ancora una volta ad uno dei massimi artefici del dissesto socio-economico-culturale-[...] di questi ultimi anni?
Quale futuro può sperare di avere un'Italia regolata e relegata al ricevere informazioni continuamente attinenti alle solite tematiche inerenti a diktat impartiti dal solito fuoco politico ormai palesemente nemico del bene pubblico? Quali e quante emergenze nazionali potrebbero essere risolte, qualora fosse possibile prendere decisioni realmente utili per il futuro dell'Italia intera?
E' davvero sufficiente votare "no" a mozioni di sfiducia rivolte a Ministri, pena la possibilità di far indispettire il B. di turno propenso a far precipitare Governo ed Italia intera in un probabile caos senza uscita? 
Risposte esaustive a queste e molt(issim)e altre domande sono probabilmente recuperabili attraverso un dialogo da ripristinare che, oggi più che mai, sembra lontano da qualsiasi forma possibile di vuota e spoglia(ta) retorica: 

"[...] La seconda condizione [...] è che l'Italia abbia una guida [...] forte della fiducia di tutto il popolo lavoratore e delle forze che con esso vogliono il rinnovamento, come i giovani e le donne, e che abbia il consenso e l'appoggio di tutti gli strati sani della nazione, dei ceti produttivi dell'industria, del commercio, dell'agricoltura, dei servizi.[...]" 

Come tornare ad avere credibilità nei confronti delle differenti basi che costituiscono la piramide devastata di una società come quella italiana? Basi (dovrebbero) chiamano(chiamare) vertici, appunto. 
Oggi più di ieri, senza possiibli dubbi.

Sospetto, incubo o realtà?


Fonte intervista: "Casa per casa, strada per strada - La passione, il coraggio, le idee", Melampo Editore, P.Farina

sabato 20 luglio 2013

"ALLE VENTI", FRA MUSICA E QUOTIDIANE ABITUDINI...



"[...]c'è sempre un inizio in ogni cosa che si fa/ c'è chi insegna quel che devi fare/ gli occhi sbarrati sul tempo futuro/ poche le ombre riflesse sul muro/ 
tutto è già lì a portata di mano/ e una musica vola [...] 
noi siamo quelli che vedono ancora imperterriti il telegiornale/ siamo contenti di rivedere i vecchi films/ in bianco e nero tu puoi immaginare/ a noi sembra normale che anche l'ago stia fermo lì/ a portata di mano./ Tutto è un'incognita/ tremenda tutto è/ 
sempre da provare e da scoprire/ il rovescio la medaglia l'ago che ti punge/ si potrebbe anche essere insensibili [...] ma all'occorrenza ti inventi qualcosa/ che non sia solo un'età/ è come un giro di lancette che si sa/ sovrapposte insieme ad ogni ora[...]"

giovedì 18 luglio 2013

L'ITALIA CONTEMPORANEA: VIAGGIO NELLE POVERTA'

L'opinione promulgata da Don Ciotti riguardo all'attuale status quo italiano sembra essere lapidariamente esaustiva: 

"I dati forniti oggi dall'Istat sulla poverta' assoluta e relativa in Italia, dicono che il nostro Paese non solo e' malato: lo e' gravemente. [...] E' malata la democrazia come forma di Governo chiamata a garantire a tutte le persone una vita libera e dignitosa. [...] Questa garanzia da tempo non esiste piu': vale solo sulla carta, mentre nei fatti e' continuamente smentita."

La vita libera e dignitosa sembra essere minata nelle sue colonne portanti, guardando a quanto diffuso dall'Istat nell'ultimo rapporto "La povertà in Italia"; il quadro è tristemente emblematico: numero di famiglie 'povere' in aumento, considerando qualsivoglia definizione di relativo od assoluto stato di povertà. 
Cosa significa, secondo il report in questione, essere definiti "poveri"? 
Il report, nel distinguere le varie forme di possibili povertà, è esplicito nel circoscrivere la questione in termini numerici:

"[...] La stima dell’incidenza della povertà relativa [...] viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale [...] che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. La soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile per persona nel Paese, che nel 2012 è risultata di 990,88 Euro [...]. Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore vengono classificate come povere. Per famiglie di ampiezza diversa il valore della linea si ottiene applicando un’opportuna scala di equivalenza chetiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti [...]."

Se la povertà relativa incide sulla carne viva di Italia ed italiani, esiste un ulteriore 'tipo' di povertà molto peggiore ed in rapida crescita: 

"[...] L’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni eservizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile [...]. Vengono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia (che si differenzia per dimensione e composizione per età della famiglia, per ripartizione geografica e ampiezza demografica del Comune di residenza). [...]"

Le definizioni precedenti rendono merito ad un potenziale contesto di vita fortemente provato e debilitato, per i costretti a vivere 'dentro' i confini di queste esistenze: il report mostra una netta, tragica ed ulteriore spaccatura fra Nord e Sud Italia, in quanto la situazione sembra essere peggiore in molte regioni del meridione.
Quanto serve studiare ed investire in formazione e titoli accademici per avere più possibilità di evitare la povertà, sia essa relativa, assoluta o simili? Il Report sembra essere lapidariamente chiaro anche in questo frangente: 

"[...] Un livello di istruzione medio alto e un lavoro, anche di elevato livello professionale, non garantiscono più dal rischio di cadere in povertà assoluta, soprattutto quando altri membri della famiglia perdono la propria occupazione o modificano la propria posizione professionale. [...]"

Flessibilità mescolata ormai indistintamente a precarietà e povertà, nel contesto che l'Italia(no) reale vede maturare nel proprio sistema-Paese. Quale futuro auspicare, a fronte di queste definizioni e situazioni?
Per quanto riguarda i numeri delle macro-economie, invece, il comunicato stampa a corredo del report è chiaro riguardo alle reali dimensioni di questa emergenza: 

"[...] Nel 2012, il 12,7% delle famiglie è relativamente povero (per un totale di 3 milioni 232 mila) e il 6,8% lo è in termini assoluti (1 milione 725 mila). Le persone in povertà relativa sono il 15,8% della popolazione (9 milioni 563 mila), quelle in povertà assoluta l'8% (4 milioni 814 mila).
Tra il 2011 e il 2012 aumenta sia l'incidenza di povertà relativa (dall'11,1% al 12,7%) sia quella di povertà assoluta (dal 5,2% al 6,8%), in tutte e tre le ripartizioni territoriali. [...] Oltre che tra le famiglie di operai (dal 7,5% al 9,4%) e di lavoratori in proprio (dal 4,2% al 6%), la povertà assoluta aumenta tra gli impiegati e i dirigenti (dall'1,3% al 2,6%) e tra le famiglie dove i redditi da lavoro si associano a redditi da pensione (dal 3,6% al 5,3%). [...]" 

La situazione sembra descrivere uno Stato votato al disfacimento, quasi come se fosse neve al sole; quali prospettive rimangono per un tessuto sociale sempre più stremato e colpito a morte come quello italiano? 
I soli a sembrare in calo sono gli anziani, similmente a quanto descritto nel Report in questione: 

"[...] Segnali di miglioramento si osservano esclusivamente tra le persone sole anziane; l’incidenza passa dal 10,1% all’8,6%, anche a seguito del fatto che le pensioni sono redditi garantiti e che le più basse hanno mantenuto l’adeguamento alla dinamica inflazionistica.[...]"

Dentro tale contesto, forse, le lacrime di Ministri del Lavoro (perduto) potrebbero essere servite a qualcosa; niente è risolutivo anche di questa questione, qualora si scelga di guardare anche all'effettiva distribuzione di redditi e pensioni.
I numeri dettagliatamente presentati nel Report sembrano descrivere un Paese gravemente malato, ferocemente debilitato nella propria 'carne' sociale prima ed economica poi. 
La "garanzia" di una vita libera e dignitosa è, riprendendo quanto affermato da Don Ciotti, certificazione valevole solo sulla carta: quale futuro può avere un Paese che è propenso a scivolare su pericolose chine come queste da molto tempo? E' possibile limitare i danni o sperare in indici di crescita economica adeguati all'innescare un circolo virtuoso propenso alla ripresa sociale? 
E' realmente praticabile la riduzione dei livelli di tassazione per concedere respiro a molt(issim)e delle famiglie sempre più provate? 
Domande, domande ed ancora domande: tutto, ovviamente, nell'attesa di ricevere prima o poi qualche risposta degna di essere chiamata tale. 


Per saperne di più:

"Istat, dati 2012 sulla povertà relativa - In Veneto valore tra i più bassi d'Italia"
(Fontehttp://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/economia/2013/17-luglio-2013/istat-dati-2012-poverta-relativa-veneto-valore-piu-bassi-d-italia-2222202341948.shtml)

"Istat: Don Ciotti, dati povertà dicono che Paese è gravemente malato"
(Fontehttp://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Istat-Don-Ciotti-dati-poverta-dicono-che-Paese-e-gravemente-malato_32406441964.html)

"La povertà in Italia"
(Fontehttp://www.istat.it/it/archivio/95778)

sabato 13 luglio 2013

FRA EMOZIONE E MUSICA, IN ESTATE...

Fonte: youtube.com

"There's a summer place/ Where it may rain or storm/ Yet I'm safe and warm/ For within that summer place/ Your arms reach out to me/ And my heart is free from all care/ For it knows
There are no gloomy skies/ When seen through the eyes/ Of those who are blessed with love
And the sweet secret of/ A summer place/ Is that it's anywhere/ When two people share/ All their hopes/ All their dreams/ All their love
There's a summer place/ Where it may rain or storm/ Yet I'm safe and warm/ In your arms, in your arms [...]"

giovedì 11 luglio 2013

"IO NON MI ADEGUO": DA DOVE PARTIRE PER (RI)COSTRUIRE UN FUTURO?

A quali concetti di fondo risale l'etimologia del verbo "adeguare"? 
Riprendendo parole presenti in rete, è possibile fare riferimento a due punti essenziali:pareggiareparagonare
Come agisce chi cerca di adeguarsi passivamente, volta per volta, alle decisioni stabilite da altri? 
Chi si adegua, a prescindere dai punti di vista possibili, rinuncia spesso a vincere per convertirsi ad un compromesso: non sempre fallace o sbagliato, si intenda. 
Chi si adegua, a prescindere dai punti di vista possibili, rinuncia a valutare in maniera critica possibili opzioni o soluzioni rispetto all'insieme del cosiddetto "precostituito".
Chi si adegua, insomma, perde la produttiva possibilità di ricercare una qualunque forma di positivo cambiamento. L'adeguarsi allo status quo è un'azione che uccide il confronto, il paragone con qualche cosa di differente e non per forza peggiore. Che importanza e futuro ha, in un mondo strutturato come quello contemporaneo, chi sceglie forme 'intrise' di compromesso per non adeguarsi? Che importanza e futuro ha chi sceglie l'ipotesi della ribellione assoluta, volendo rompere in qualsiasi modo con gli schemi precostituiti? 
E' possibile scrivere che il mondo è ridotto così male anche per colpa di tutti coloro che hanno scelto di adeguarsi passivamente, pur avendo intelligenze e competenze per cercare di strutturare e mettere in circolo semi di "visione alternativa"? In alcuni momenti storici di fondamentale importanza, come quello attualmente in corso d'opera, emergono possibilità chiave per imprimere svolte consistenti al 'pensiero collettivo'; tutto questo è riassunto in una canzone del sempre discutibile ma artisticamente bravo Adriano Celentano: 

"[...] Si dice sempre che ogni popolo assomiglia/ in tutti i sensi alla sua classe dirigente/ ma è solo un modo per generalizzare/ per scaricare la responsabilità/ perché la storia invece è piena del contrario/ di gente brava che ha ispirato altra gente/ ed è proprio quando tutti pensano una cosa/ che trova spazio una versione differente [...] 
Io mi inchino ai valori della Resistenza/ ogni paese ha la sua rivoluzione/ ma tra i valori che si stanno affievolendo/ quello più urgente è quello dell'innovazione [...]"

E' possibile scrivere che forme di innovazione scorrono dentro pensieri e prospettive di chi sceglie di non adeguarsi razionalmente e costruttivamente rispetto alle logiche imperanti di un sistema ucciso anche per mano del tanto conclamato 'pensiero unico'? 
La scelta di non adeguarsi comporta, senza alcun fraintendimento possibile, la necessità di esprimere una visione alternativa, organica e coerentemente capace di denunciare i punti deboli dello 'schifo' imperante: quante e quali competenze è opportuno fare maturare per riuscire in un compito così difficile? Quali caratteri è necessario mettere in circolo per migliorarsi nell'elaborazione di questa visione alternativa? 
Porsi queste domande è fondamentale in quanto, nell'elaborazione di un progetto così (pre)potente, è troppo facile cadere vittima di pericolosi 'predatori' e luoghi comuni: demagogia e populismo su tutti. 
L'elaborazione di una visione alternativa evocata dalla ferma volontà di non adeguarsi conduce, qualora gli strumenti di 'costruzione' non siano adeguati, a produrre effetti controproducenti rispetto alle aspettative: la linea di demarcazione fra 'visione alternativa' e 'costruzione populista' è spesso troppo flebile per poter essere individuata nettamente. Nonostante tutto, è una visione alternativa quella che sembra servire sempre più.
Adattando tali considerazioni al contesto italiano, già mortalmente provato da pensieri (ultra)dominanti e costruzioni populiste-distruttrici, è possibile chiedersi quali spazi e tempi ci siano per l'affermarsi di possibilità e battaglie votate alla costruzione di visioni alternative e 'dignitosamente credibili'.
Adattando le 'infinitamente altre' considerazioni possibili sull'attuale contesto italiano, è possibile porsi una serie di altrettanto infinite domande sull'idea di Italia ed Europa che è opportuno costruire per il futuro; su queste e moltissime altre domande cerca di suscitare qualche elemento di riflessione "Io non mi adeguo", ultima opera del parlamentare "dissidente" Giuseppe Civati. 
In un quadro di totale devastazione, negli ultimi mesi le cronache politiche sono riuscite a far perdere ulteriore credibilità ad una larghissima parte dei loro attori: dalla 'sinistra' alla 'destra', fino ad arrivare a coloro che fino a poco tempo fa dichiaravano di essere 'oltre' le divisioni fino ad oggi conosciute.
Il tenore delle campagne elettorali, all'insegna del più fervido "potrò-potremo", si è trasformato in un più timido e condizionato "avrei-avremmo potuto"; nel mentre questo cambiamento d'opinione avveniva, il Paese continuava e continua a sprofondare. Ad una velocità sempre più prepotente e, forse, ormai inarrestabile. 
E' ancora lecito e possibile, in questo contesto tragico, credere  in una 'visione alternativa' che riesca nell'intento di rivoluzionare o quantomeno migliorare le situazioni attuali? 
Il tempo stringe, la necessità di elaborare competenze per scegliere di non adeguarsi costruttivamente è sempre più urgente: quali scelte e quali riflessioni è necessario provare a mettere sul tavolo della discussione?
La scelta di non adeguarsi allo status quo viene attribuita, dallo stesso autore, ad una frase detta da Sandro Pertini nel lontano 1974: 

"Sandro Pertini [...] teorizzò il dovere di non adeguarsi di fronte ai fatti [...], anche se questo atteggiamento avesse portato ad un indebolimento del 'sistema'. 
Alla domanda: 'Lei riesce, almeno, a farsi capire dai compagni del suo partito?', Pertini rispose: 'Mica sempre. Mi accusano di non avere souplesse. Dicono che un partito moderno si deve 'adeguare'.
Ma adeguare a che cosa, Santa Madonna?[...]"

A distanza di quarant'anni quante cose sono cambiate da questo spirito e/o sentire comune allo schifo di largh(issim)a parte di Italia(ni)? A distanza di quarant'anni, grazie a questo pensiero comune figlio del non adeguarsi, qualcosa è migliorato? Qualcosa si è aggravato? 
Quali 'somme' è possibile trarre dal 'conto economico' di quest'ultimo quarantennio? 
I risultati sono, purtroppo, sotto gli occhi di tutti: debito pubblico proteso al divorare economia reale, squilibri finanziari senza quartiere, dissesto idrogeologico mai affrontato e prevenuto adeguatamente, corruzione politico-tecnica alle 'stelle', dignità di classe politica e rappresentanti delle Istituzioni percepita come nelle 'stalle', ventennio votato all'esclusivo dominio comunicativo-politico-elettorale-[...] di un omuncolo da strapazzo che ha illuso ed ammaliato a più riprese una consistente fetta del Paese, certa classe politica 'alternativa' al precedente percepita come complice ed 'intimamente' collusa con lo stesso, futuro e prospettive di vita negate per milioni di 'giovani' (under35-40), costretti a fuggire per sperare, disoccupati ed illusi da pensionamenti ritardati di anni ed anni, [...]. 
Quale bilancio raccontare, alle generazioni che hanno la (s)fortuna di essere giovani oggi? 
Quali conseguenze ha prodotto, nel sistema partitico ma non solo, questa estrema volontà di adeguarsi a forme perbeniste e precostituite? Quale futuro esiste, per questa Italia? 
Quali visioni alternative mettere in campo, sempre ammesso che non sia troppo tardi per poterlo fare? 
Da queste domande il 'dissidente' Civati cerca di costruire un messaggio che, a prescindere da qualunque possibile punto di vista, spinga l'interessato a dichiararsi e dichiarare sempre un sereno e franco 'Non mi avete convinto': 

"[...]Non adeguatevi a situazioni che non vi convincono, che non sentite vostre, che vi provocano imbarazzi e preoccupazioni. Alle consuetudine ed alle convenienze. [...] Non adeguatevi all'idea di una politica che vive con freddezza la calda indignazione dei cittadini.[...] Non adeguatevi ad una politica basata sulla sfiducia, [...], che preferisce ripararsi dietro parole complicate, distinguo, sottigliezze. 
Che dà del populista a tutti quelli che incontra, ma poi del populismo assume le parole. [...] 
Non adeguatevi per cambiare le cose, per guardarle da un altro punto di vista, per tenere viva la fiducia nella possibilità di trasformare quello che vedete: si può.[...]"

Se è possibile farlo, quante competenze e quante vite servono per farlo? 
Ammesso che la volontà del singolo non sia assolutamente sufficiente, quali sforzi è opportuno compiere per rendersi al tempo stesso capaci e credibili? 
A queste e molte altre domande cerca di rispondere l'autore, mettendo in mostra un punto di vista figlio di situazioni recenti contrastanti e tragicomiche: 101 punti per cambiare, appunto. 
Sempre ammesso che ci siano tempi, spazi, competenze ed individualità sufficienti a farlo. 
Attraverso un'analisi di un'esistenza parlamentare recentemente convulsa e capace di restaurare gli equilibri antichi, respingendo qualsiasi istanza di cambiamento per colpe molteplici con lo scudo delle 'larghe intese', l'autore cerca di spingere il lettore a cercare di porsi domande. 
La capacità di porsi domande è successivamente legittimata dalla necessità di darsi od ascoltare altrettante risposte esaurienti riguardo a propri dubbi od incertezze ulteriori. 
Nel seguito, appunto, i 101 punti per cambiare che fanno da 'complementare sfogo' al titolo dell'opera. 
Al di là di una spinta innovatrice per definire una visione alternativa degna di tale titolo, è necessario fornire spiegazioni adeguate e chiare sul percorso attualmente in corso d'opera: 

"[...]Passato, presente, futuro. Cosa è successo?
Questo è ciò che ci chiedono, continuamente, ancora oggi, tutti o quasi i nostri elettori.
E quindi va spiegato, è necessario, ed è davvero il minimo che dobbiamo loro: una spiegazione. [...]"

Spiegare ciò che ha portato al clima di stallo e costante ricatto attuale, includendo la  possibilità di andare poi 'oltre' con i discorsi a svolgere: 

"[...] Cosa possiamo fare ora? E' la seconda domanda, e si riferisce alla speranza che comunque, anche in questa situazione, si possa vare qualcosa di buono per il Paese. E se ne potrebbero fare, di cose, o quantomeno potremmo provarci. [...]"

Si potrebbe provare ad avviare qualche frammento di 'visione', al tempo stesso competente ed alternativa rispetto all'attuale tragedia. Da qui, riflessioni attorno alla domanda più importante: 

"[...] cosa succederà, poi? Non al Pd, ma alla speranza di un cambiamento. [...]"

Domande e concetti, spesso più ostili al vertice che alla base di una piramide che ambisce (a parole?) a trasformarsi in colonna portante di una società rinnovata. 
La possibilità di andare controcorrente è un'opzione che richiede sforzo, coerenza, competenza e solidità morale: in 'virtù di queste virtù', pertanto, è prioritario mettere in circolo positive forme di 'futuro interiore' che sappiano 'contaminare' positivamente tutte le persone interessate a mettersi in gioco per migliorare questa dolorante Italia. E' possibile innescare qualcosa di nuovo e migliore? 

"[...]Soltanto se la proposta avrà la stessa forza della protesta, soltanto se al vento che soffia corrisponderanno i mulini che sappiano alimentare qualcosa di nuovo, soltanto se ci crederemo e avremo costanza per insistere fino alla fine, allora le cose potranno cambiare sul serio. 
E non ci saranno solo le promesse che annunciano qualcosa che non arriverà mai.[...]"

Quale è l'ingrediente da cui partire, per cercare donne ed uomini dove non li ha mai cercati nessuno? 

"[...]Dobbiamo coltivare fin da ora un futuro interiore. [...] Dobbiamo anticipare dentro di noi le risposte, farle maturare, per iniziare a costruirle e a farle entrare nella politica italiana.[...]"

Elementi di riflessione, appunto. 
Fondamentali per giudicare operato e coerenza dello scrittore, fondamentale per valutare la credibilità delle protese e la possibilità di convertire le stesse in proposte. 
Senza dimenticare che, in fondo alla tragedia, qualcosa può ancora trasformarsi a fondo: 

"[...] se chi decide ha deciso/ che ora la guerra è la necessità/ io stringo i pugni e mi dico/ che tutto cambierà/ per ogni vita che nasce/ per ogni albero che fiorirà/ per ogni cosa del mondo/ finchè il mondo girerà [...]"



martedì 9 luglio 2013

ODIANDO LA "CIVIL WAR", CITANDO I GUNS N' ROSES...

Fonte: youtube.com

" [...] My hands are tied/ For all I've seen has changed my mind/ But still the wars go on as the years go by/ With no love of God or human rights/ 'Cause all these dreams are swept aside/ By bloody hands of the hypnotized/ Who carry the cross of homicide/ And history bears the scars of our civil wars [...] I don't need your civil war/It feeds the rich while it buries the poor/ Your power hungry sellin' soldiers/ In a human grocery store/ Ain't that fresh/ And I don't need your civil war [...]" 


venerdì 5 luglio 2013

FRA DEMOCRAZIA, PARTECIPAZIONE E PARTITI: LEGGENDO ENRICO BERLINGUER

"[...]D.: Molti interventi segnalano, con grande allarme per il futuro, il ritardo culturale e politico della Sinistra di fronte ai temi della rivoluzione elettronica. E' anche un tuo giudizio?
R.: Prima di tutto c'è da dire che in Italia i governi non hanno avuto e non hanno neanche la minima consapevolezza dell'esistenza di questi problemi. Lo dimostra lo stato della ricerca. 
Come partito noi abbiamo cominciato ad affrontare in diverse sedi questi problemi. Ma certo il ritardo c'è.
E ciò, nonostante intellettuali e studiosi di sinistra abbiano già elaborato importanti analisi [...]
Direi che il ritardo sta soprattutto nella consapevolezza generale del partito e della gente dell'importanza di questi temi. Su questa questione l'Italia si gioca  infatti la sua appartenenza all'area dei paesi industrializzati. 
D.: Non pensi che sarebbe utile se il PCI, anticipando il Governo, convocasse una grande conferenza nazionale come sbocco di studi ed analisi sul futuro dell'Italia elettronica?
R.: Avevo proposto circa un anno e mezzo fa, al Congresso del Fgci, l'idea di un convegno di futurologia che affrontasse non soltanto i problemi dell'economia e dell'industria, ma tutto l'intero arco delle questioni del nostro futuro...
D.: Forse hai scelto una parola sbagliata: futurologia fa pensare più alla fantascienza che a una concreta 'programmazione' del futuro...
R.: Ho usato quel termine per segnalare che oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte ad una vera e propria 'crisi del mondo'.
Viviamo in un'epoca  per molti aspetti suprema della storia  dell'uomo, sia per le possibilità che per i rischi.
L'allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l'elettronica ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l'aria che respiriamo, l'atmosfera e la troposfera della Terra. 
Grava infine sull'umanità l'incubo di una crescente insufficienza delle risorse alimentari. 
Ecco perchè pensavo ad un convegno che mettesse insieme studi e analisi di ambiti diversi: le scienze fisiche, chimiche, biologiche, antropologiche, demografiche, informatiche, mediche.
In sostanza, dunque, un convegno che guardasse al futuro con un pò di fantasia ma sempre  sulla base delle acquisizioni e previsioni delle varie scienze. 
Rigengo che sia stato un errore non esserci ancora arrivati. [...]
D.: Ma in un mondo nel quale le informazioni, anche le più sofisticate, possono arrivare direttamente nelle case della gente, resisterà il partito di massa? Avrà ancora senso un Partito che costruisce un proprio sistema autonomo di informazione con gli iscritti?
R.: La questione esiste ed è anche più ampia di quella che tu poni. Non riguarda solo il PCI ed i partiti di massa ma riguarda il destino e le possibilità stesse dell'associazione collettiva.
Io francamente credo che questa esigenza sia un'esigenza irrinunciabile dell'uomo e continuerà a esistere anche se in forme diverse dal passato. La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie.
Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto ed ai sondaggi;  ma questo sarebbe inaccettabile perchè significherebbe stravolgere l'essenza della vita democratica...
D.: Ma già si parla di 'democrazia elettronica': la gente risponde da casa ai quesiti posti sul video dall'amministrazione...
R.: La democrazia elettronica limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell'uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica.
Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo.
Ci vogliono limiti precisi all'uso dei computer come alternativa alle assemblee elettive.
Tra l'altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l'unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone. 
Ad ogni modo, lo ripeto: io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell'uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi. Ogni epoca, certo, ha ed avrà i suoi movimenti e le sue associazioni.
Vedi per esempio, nella nostra sinistra, i movimenti pacifisti, i movimenti ecologisti, quelli che, in un modo o nell'altro, contrastano l'omologazione dei gusti ed il conformismo: chi avrebbe saputo immaginarli quaranta o anche venti anni fa? Naturalmente compito dei partiti dovrà essere quello di adeguarsi ai tempi ed alle epoche. 
E' qui che si misura la loro tenuta: sulla loro capacità di rinnovarsi.[...]"

Fonte: "Verso il Duemila", Intervista a F.Adornato, L'Unità, 18 dicembre 1983
Contributo tratto da: "Casa per casa, Strada per strada - la passione, il coraggio, le idee", Pierpaolo Farina


martedì 2 luglio 2013

"PERCHE' LE NAZIONI FALLISCONO", STORIA DI UNA (SOLA) CRISI?

Come si sono evolute, si evolvono e si evolveranno le disuguaglianze umane nella storia mondiale?
Quali insegnamenti è possibile trarre dalla storia umana per capire quali ulteriori argini potrebbero crollare nell'affannosa ricerca di un'uscita da questo tragico periodo di stallo? 
La vita umana su scala mondiale è legata da sempre a fattori come prosperità, potenza e povertà: il raggiungimento di una di queste implica per forza l'arrivo ad un punto di picco (di fondo), al quale potrà poi far seguito (inevitabilmente?) un processo di declino (di risalita). 
Sono prosperità, potenza e povertà a determinare, scardinare e sconvolgere vite ed esistenze intere: quali sono le strade che le politiche economiche potranno percorrere  per imparare dai molt(issim)i sbagli del passato?
Quante sono le 'vie' rimaste concretamente percorribili, stando agli argomenti del dibattito contemporaneo?
Le Istituzioni di ogni livello e grado dovrebbero riuscire a promuovere politiche consapevoli di indurre benefici a livello socio-economico per i cosiddetti 'utenti finali' della società, intendendo con tale termine tutti i membri della società stessa. Cosa significa, in concreto, la promozione di misure 'giuste' od 'utili' per l'economia e la società di uno Stato o di un continente?
Come si può riabilitare un sistema come quello moderno che sembra, ad oggi, malato terminale per la stessa malattia che qualche decennio fa aveva iniziato a causare i primi 'raffreddori'? 
Dietro a queste e molte altre domande, finiscono per intrecciarsi le 'tre p': prosperità, potenza e povertà.
Il desiderio di realizzazione contemporanea di prosperità e potenza ha condotto, inevitabilmente e senza appello alcuno, larga parte del mondo su un sentiero dissestato di povertà senza quartiere e senza apparente uscita. 
Il desiderio di fuga dalla povertà delle masse ha finito per generare, nella storia, altrettante istanze di potenza che hanno finito per forgiarsi su una 'quarta p' che non è affatto trascurabile: potere. 
I finti equilibri fra prosperità e povertà hanno progressivamente degenerato, esponendo il mondo intero a periodiche crisi che avrebbero dovuto insegnare qualcosa. Condizionale d'obbligo, data la fallace natura umana. 
Al di là di ogni ragionevole interpretazione possibile, data la tremenda complessità del sistema oggi ridotto allo stremo, è comunque possibile cercare di indagare attraverso quali siano le cause che stiano 'dietro' ai concetti di prosperità e povertà.
Nella ricerca della risposta più facile da dare a problemi come questi, si perviene subito al fornire colpe esclusivamente attribuibili al complottismo: è stato tutto gestito ed architettato da poteri superiori ed incontrollabili, è inutile fare qualsiasi sforzo per cercare di capire e/o prevenire le ragioni che hanno portato ad una devastazione socio-economica assoluta. 
Nel tentativo di fornire invece risposte appena più complicate e strutturate, si perviene al grande 'passo' che è necessario fare per cercare di capirne di più: informarsi. 
L'informazione può rendere l'uomo un pò più 'carnefice' ed un pò meno 'vittima' sui mali che sembrano devastare l'umanità intera, in quanto finisce per responsabilizzare sui pochi/tanti errori commessi nell'ambito del personale.
La ricerca vera di una soluzione dietro ai termini di prosperità e povertà conduce, inevitabilmente, alla necessità di attingere ad un'informazione che sappia evitare di battere le strade di un'estrema semplificazione per fini 'non divulgativi'. Questo è l'obiettivo che sembra porsi il libro "Perchè le nazioni falliscono", edito da "Il Saggiatore". 
Il giornale "La Repubblica" ha definito tale testo in maniera breve ma essenziale: 
"Una Bibbia per le nostre classi dirigenti."
Gli autori riportano chiaramente il loro intento sin dall'introduzione della presente opera: 

"[...]Per la scienza sociale è la madre di tutte le domande: perchè ci sono paesi che diventano ricchi e paesi che restano poveri? Per quale ragione nel mondo convivono prosperità e indigenza? [...] Le origini di prosperità e povertà risiedono nelle istituzioni politiche ed economiche che le nazioni si danno. [...] le elitè dominanti preferiscono difendere i proprio privilegi ed estrarre risorse dalla società che avviare un percorso di benessere per tutti. La crescita economica sovverte lo status quo, e per questo è temuta ed ostacolata da chi detiene il potere. Ma alcuni paesi sanno cogliere le opportunità della storia: la nascita di sistemi politici inclusivi e pluralisti diffonde la crescita economica a ogni latitudine. [...] Nell'epoca in cui si assiste al tracollo di molti paesi ed alla travolgente ascesa di altri, 'Perchè le nazioni falliscono' propone una teoria[...] che cambia il nostro modo di vedere il mondo. E, rifuggendo ogni conformismo, mette in discussione le certezze superficiali [...]"

I finti equilibri del mondo si giocano su Istituzioni che compiono scelte, pesanti e potenti; dovendo decidere se praticare politiche di tipo inclusivo od estrattivo, finiscono per stabilire le sorti del mondo intero. 
Questo stesso mondo ha sofferto, soffre e continuerà a farlo in eterno se si continueranno a battere le solite strade che ci hanno condotto fino a questo punto. 
Lo stesso concetto è riconducibile in maniera diretta a parole attribuite al genio Albert Einstein:

"Non possiamo  pretendere che  le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. [...]  La crisi è la più grande benedizione  per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. [...] E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. [...] L' inconveniente delle   persone e delle nazioni  è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. [...]"

Il presente libro si è proposto di indicare, pertanto, l'insieme delle 'stesse cose ' da non ripetere pena la possibilità di ritornare, identicamente, a precedenti problemi da riaffrontare in versione peggiorata ed aggravata.
I capitoli più significativi sembrano essere illuminanti e sferzanti sin da titoli e didascalie a corredo di essi:
  • "Teorie che non funzionano" - I paesi poveri non sono tali a causa della loro geografia o cultura, o perchè i loro leader non sanno quali politiche arricchirebbero i cittadini;
  • "La costruzione di prosperità e povertà" - Come prosperità economica e povertà sono determinate dagli incentivi creati dalle Istituzioni e come la politica determina le istituzioni di una nazione;
  • "Piccole differenze e congiunture critiche: il peso della storia" - Come le istituzioni cambiano con il conflitto politico e come il passato plasma il presente;
  • "'Ho visto il futuro e so che funziona': la crescita economica sotto regimi estrattivi" - Ciò che Stalin, il re Shyaam, la rivoluzione neolitica e le città-stato maya hanno in comune, e come questo spiega perchè l'attuale crescita economica cinese non può durare;
  • "L'arresto dello sviluppo" - Come il colonialismo europeo impoverì vaste aree del mondo;
  • "Il circolo virtuoso" - Come le istituzioni che incoraggiano la prosperità creano circoli virtuosi che le mettono al paro dalle élite che le minacciano;
  • "Il circolo vizioso" - Come le istituzioni che creano la povertà generano circoli viziosi che consentono loro di perdurare;
  • "Infrangere le barriere" - Come diversi paesi hanno cambiato traiettoria economica cambiando istituzioni;
  • "Comprendere prosperità e povertà" - Come il mondo avrebbe potuto essere diverso, e come la comprensione di ciò spiega perchè gran parte dei tentativi di combattere la povertà sono falliti.
Al di là di ogni interpretazione possibile, i fenomeni finanziari che sono diventati problema conclamato e conosciuto solo di recente hanno radici ben più gravi e pesanti, legittimate da politiche sbagliate o non adeguatamente ponderate in tutta la loro 'potenziale prepotenza'. 
Il presente libro cerca di fare luce in un abisso di drammi, problemi e tragedie di matrice socio-economica: nessun passo più pesante ed importante può essere fatto senza comprendere gli esempi 'pratici' che hanno condotto zone del mondo a devastare od incrinare i propri livelli di benessere, conoscenza e competenza.
Il passo più importante deve essere ragionato ed assimilato ricorrendo ancora una volta al grande valore dato dall'Esempio: solo attraverso la conoscenza di quello che è stato è infatti possibile capire come migliorare ciò che sarà o potrebbe essere del futuro. 
A seguito di studi e ricerche durate oltre quindici anni, ha trovato vita il saggio "Perchè le nazioni falliscono". 
Dietro a questo titolo potrebbe nascondersene, però, un altro per certi aspetti più calzante:
"Affinchè le nazioni non falliscano"
Dietro ad ogni domanda ed ogni titolo si nascondono e si nasconderanno, forse per sempre, concetti riassunti da parole semplici ma devastanti: prosperità, povertà, potenza, potere, prepotenza, possibilità o passato solo per citarne alcune. Se il mondo ha bisogno di riflettere (oggi più che mai), lo deve fare sapendo di attingere ad obiettive e complete fonti di informazione. 
In questa direzione, infatti, il saggio "Perchè le nazioni falliscono" sembra gettare qualche luce in un abisso di ombre e tragedia sociale.