lunedì 27 febbraio 2012

IMPARARE A SOGNARE...CITANDO I NEGRITA



Ho imparato a sognare,
che non ero bambino
che non ero neanche un' età
Quando un giorno di scuola
mi durava una vita
e il mio mondo finiva un po là
Tra quel prete palloso
che ci dava da fare
e il pallone che andava
come fosse a motore
C'era chi era incapace a sognare
e chi sognava già
Ho imparato a sognare
e ho iniziato a sperare
che chi c'ha avere avrà
ho imparato a sognare
quando un sogno è un cannone,
che se sogni
ne ammazzi metà
Quando inizi a capire
che sei solo e in mutande
quando inizi a capire
che tutto è più grande
C' era chi era incapace a sognare
e chi sognava già

Tra una botta che prendo
e una botta che dò
tra un amico che perdo
e un amico che avrò
che se cado una volta
una volta cadrò
e da terra, da lì m'alzerò

C'è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò

Ho imparato a sognare,
quando inizi a scoprire
che ogni sogno
ti porta più in là
cavalcando aquiloni,
oltre muri e confini
ho imparato a sognare da là

Quando tutte le scuse,
per giocare son buone
quando tutta la vita
è una bella canzone

C'era chi era incapace a sognare
e chi sognava già
Tra una botta che prendo
e una botta che dò
tra un amico che perdo
e un amico che avrò
che se cado una volta
una volta cadrò
e da terra, da lì m'alzerò

C'è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò.

sabato 25 febbraio 2012

RIFLESSIONI SULL'ASSALTO ALLA " DIVINA PRODUTTIVITA' "


Prossimi programmi al piano degli investimenti? Potrebbe essere conveniente far chiudere qualche stabilimento, qualora servisse. Servirà chiudere (minimo) due occhi sulle vite delle famiglie legate ai lavoratori che potrebbero perdere il posto, giusto per avere qualche possibilità in più di prendere sonno la notte. 
Siamo in un Paese paradossale, dove chi controlla un'azienda mette in circolo meravigliose "Fabbriche Italia" che rimangono, puntualmente, campate per aria. Poco importa se, producendo automobili a velocità costante, fra qualche tempo potrebbe accadere di venderle ai neonati: il sistema intero si regge a fatica. 
Il meccanismo è, nella sostanza dei fatti, molto semplice: quanto conviene ad un bilancio familiare acquistare/ cambiare spesso vettura quando il carburante per farla girare raggiunge di mese in mese picchi sempre più alti? 
Quanto conviene acquistare e produrre nuove vetture in un Paese dove risulta faticoso anche solo il fatto di cercare parcheggio? Quanto conviene produrre modelli sempre nuovi lavorando maggiormente su prestazioni e consumi?
La convenienza sembra essere, ai fatti, definita rigidamente da ferree equazioni di bilancio: benefici - costi.
Quanto servirebbe inserire dentro ai benefici voci quali capitale umano, sostenibilità dei consumi o razionalizzazione delle esigenze di un Paese? Contrariamente a questo, sembra che alla voce costisiano inserite soprattutto le matricole di ogni lavoratore costituente la base della piramide produttiva. 
Cosa potrebbe accadere se i benefici non dovessero essere all'altezza? Sarebbe possibile tagliare qualche testa, chiudendo qualche stabilimento all'insegna dell'ormai mitologica competitività
Poco importa se, ai fatti, il modello di economia e crescita pensato e perpetuato fino ad oggi abbia prodotto i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: arrabattarsi per salvare il salvabile, rimandando di anno in anno una riflessione pesante che dovrebbe essere invece prioritaria. 
Quanto converrebbe invece realizzare un piano industriale incentrato al rinnovamento dei mezzi di pubblico trasporto ormai distrutti di larga parte del sistema italiano? Sarebbe utile capire che la solavocazione macchina non è più sufficiente a garantire indotto ed occupazione in maniera costante? 
L'affidabilità di un investimento è rilevabile da indagini capaci di impattare nel medio-lungo termine, senza il bisogno di guardare esclusivamente ad indici e guadagni annuali. Affianco a discorsi di ritorno alla crescita, sarebbe opportuno cominciare a parlare di crescita razionalizzata? Potrebbero concorrere ad un miglioramento del tessuto socio-economico del Paese i tentativi di dare valore a quella virtù chiamata capitale umano che, all'oggi, giace (irrimediabilmente?) ridicolizzata e sminuita? 
L'assalto alla ricerca costante di un'esasperata produttività è un punto essenziale su cui si vanno concentrando i tentativi di riabilitare uno Stato completamente devastato da anni di conversazioni attorno alle massime buffonate: sarà utile ripercorrere nuovamente le stesse strade che ci hanno condotto al punto che è sotto gli occhi di tutti?
Servirebbe ripensare completamente i binari su cui far correre il treno del rilancio
La rincorsa alla produttività sembra essere messa davanti a tutto: vita e sicurezza diventano un sottofondo inesistente. 
Vivere per lavorare o lavorare per vivere?
La risposta a questa (tragicomica) domanda sembra essere divenuta una sola: chi vuole mettere la salvaguardia di sè davanti alle catene di montaggio può accomodarsi alla porta, in quanto uno disposto a subordinarsi ci sarà sempre. 
Il disastro derivante da questi tacitati (e perpetuati) atteggiamenti rischia di aggravare il default sociale già in corso d'opera, da troppo tempo. Come inquadrare quei manager modello che gonfiano la produttività davanti a tutto?
Ce lo ricorda il compianto Giorgio Bocca, in qualche frammento tratto dal suo libro uscito postumo:
"[...]L'idea che il potere, in un'impresa come in uno Stato, debba avere mano libera sui dipendenti e sui cittadini è di quelle dure a morire. Il manager della Fiat Marchionne in questo è simile a [...] Berlusconi, entrambi stupiti e quasi delusi che i lavoratori non capiscano, non gradiscano il ricatto del capitalismo globale: o mangiate questa minestra o saltate dalla finestra.  Appartiene alla filosofia del potere la convinzione che la legge del più forte, nel caso del mercato globale, sia anche la più giusta. Ma è un'idea di comodo cara a chi sta al potere smentita dalla storia, cioè dalla lotta di classe e dal progresso produttivo e sociale [...].  Non sembra il caso di ricorrere di continuo nei rapporti di lavoro alle superiori, indiscutibili esigenze del mercato globale, cioè della facoltà che il capitale scambia per un suo inalienabile diritto: trasferire la produzione dove più gli è comoda. E' una pretesa inaccettabile da un paese civile: non si può compiere la prima accumulazione del capitale, la prima crescita produttiva e tecnica usando le risorse umane locali e poi trasferirsi dove al capitale conviene. [...] Cosa vogliono i Marchionne e altri supermanager? Vogliono ciò che hanno desiderato i capitalisti più aggressivi da sempre: sottomettere l'intera società agli interessi dei più ricchi e più forti, dei padroni, mettere tutto al servizio della produzione, tagliare le pause, ostacolare il lavoro sindacale, soffocare la lotta di classe con la scusa che è una cosa superata, una cosa del passato. La loro stella polare, il loro modo di risolvere tutti i problemi è la delocalizzazione [...] dove c'è più convenienza capitalistica. [...] La Fiat di Torino, dice Marchionne, non ha portato neanche una lira al profitto aziendale. Nel 2010 forse, ma in tutti gli anni precedenti ha messo insieme i profitti e il know how che sono serviti per acquistare la Chrysler, per creare dei quadri, dei tecnici, dei venditori che ne hano fatto la maggiore azienda italiana. Marchionne è certamente un uomo di grande intelligenza e di capacità manageriali ma forse, per ragioni che ignoriamo, un pò afflitto da un vezzo di finta modestia. 'Non entrerò in politica', ha detto, 'sono un metalmeccanico.' Un metalmeccanico da qualche milione di Euro l'anno.[...]"
(Fonte: Grazie NO, Giorgio Bocca)
Servirà il tristemente famoso modello Marchionne per rilanciare il Paese? Potrebbe maggiormente servire capire che soldi investiti in sicurezza e prevenzione rendono profitti (solo) statisticamente superiori a 7-10 volte il loro valore? 
Dietro alla divina produttività, forse, potrebbe esistere un nuovo metodo di ragionare su cui (ri)costruire le fondamenta di questa devastata Italia. Condizionale d'obbligo, ovviamente. 
Dedicato a tagliatori di vite, delocalizzatori estremi e governanti irresponsabili.

A proposito di divina produttività

"Marchionne: «Le fabbriche italiane si salvano solo se esporteranno in America»", Il Corriere della Sera
(http://www.corriere.it/economia/12_febbraio_24/le-fabbriche-italiane-saranno-salve-solo-se-esporteranno-in-america-intervista-marchionne-massimo-mucchetti_fcf3820c-5ead-11e1-9f4b-893d7a56e4a4.shtml)

"Auto, a gennaio crollo vendite: -17%Chrysler in utile dopo 15 anni.", Il Messaggero
(http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=179568&sez=HOME_ECONOMIA)





venerdì 24 febbraio 2012

NEUTRINI E VELOCITA' DELLA LUCE: LIMITE INVALICABILE?


E' stato infranto o no l'invalicabile limite della velocità della luce imposto dai modelli fisici? 
Sono esistite nel tanto vituperato "tunnel" particelle che hanno superato quei fatidici 300mila chilometri al secondo?
Gli esperimenti promossi nei mesi scorsi con i neutrini sono stati recentemente (più o meno parzialmente) smentiti dalle stesse autorità scientifiche che li avevano svolti. 
Gli addetti ai lavori hanno infatti rilevato alcune anomalie negli stessi strumenti che hanno effettuato le rilevazioni nel precedente esperimento: si è scritto e riferito di un cavo a fibre ottiche mal collegato che avrebbe accorciato la misurazione del tempo di percorrenza dei neutrini. 
Accanto a questo sembra emersa la cattiva calibrazione dell'orologio di riferimento impiegato per il calcolo del tempo di biaggio della particella: potrebbero bastare queste due imperfezioni a rendere nulli quei 60 nanosecondi che avrebbero potuto potenzialmente rivoluzionare il supremo limite imposto dalla fisica relativistica? 
Il dibattito è tutt'ora in corso, a fronte di una giusta necessità manifestata nel dover ripetere (e migliorare?) il test già in precedenza svolto: l'entusiasmo (e la paura) della comunità scientifca ha(nno) subito un repentino arresto, successivamente a questa imprevista smentita. 
L'invalicabile limite validato da Einstein ritornerebbe, quindi, al vertice della piramide dei "dogmi" scientifici a cui è impossibile trovare una soluzione: dovremo (ri)accettare una velocità della luce insuperabile?
Sia che si tratti di rimediare ad errori e collaudi degli strumenti, sia che si tratti di annuncio destinato ad essere nuovamente smentito rimane il fascino per una sfida estrema a cui è necessario trovare risposte...anche se non alla velocità della luce. 
Sarebbe poi opportuno riflettere sui precoci annunci che coinvolgono alle volte la scienza moderna, in aggiunta all'entusiasmo che pervade troppo spesso comunità ed amanti della scienza...compreso il sottoscritto, ovviamente.
La soluzione è, come sempre, solo una: sperimentare per saperne di più.

Per saperne di più: 
"Neutrini flop: nella fisica di oggi annunci precoci", LaRepubblica,
(http://video.repubblica.it/tecno-e-scienze/neutrini-flop-nella-fisica-di-oggi-annunci-precoci/88797?video)

"Ecco il neutrino "mutante"cambia come un camaleonte", LaRepubblica,
(http://www.repubblica.it/scienze/2010/05/31/news/neutrini-4465385/index.html?ref=search)

"Neutrini più veloci della luce"nuovi test dopo la smentita", LaRepubblica
(http://www.repubblica.it/scienze/2012/02/23/news/neutrini_pi_veloci_della_luce_nuovi_test_a_maggio-30364440/)

"«Il neutrino non è più veloce della luce»", Corriere.it
(http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/12_febbraio_22/neutrino-anomalia-strumenti_a3ade0b4-5d92-11e1-8d58-29f34aaed5a4.shtml)


mercoledì 22 febbraio 2012

SCIENZA, SOCIETA' E DEMOCRAZIA: QUALE RAPPORTO?


Credere in un mondo migliore equivale, specialmente di questi tempi, a sperare in un progresso condiviso fra "larghe intese": dalla società all'ambiente, dall'economia alla natura. La sensazione, da seguire necessariamente, sembra essere quella del "non poter più lasciare indietro nulla" nel mare dimenticato fino ad oggi: ricordarsi che l'astronave Terra è una sola, ricordarsi che l'uomo è semplice anello e non gancio distruttore nella catena "della vita". 
L'essere umano, in quanto dotato di un'intelligenza potenzialmente sterminata, dovrebbe giocare un ruolo esercitando con sempre maggiore consapevolezza il proprio straordinario potere: costruire qualcosa incapace di compromettere negativamente (e definitivamente, nds) gli equilibri che la natura ha costruito attraverso lotte e processi millenari. 
Essere umano dovrebbe significare, in primo luogo e senza accezione alcuna, porre ideali di sostenibilità e vivibilità davanti a qualunque cosa: siano ammessi in questo percorso errori che non siano fatti tramutare in orrori
Nelle dinamiche umane nient'altro è più potente della capacità di fare, di realizzare; grazie a secoli di progresso e sviluppi teorici, l'uomo può (oggi più che mai, nds) tradurre in realtà pensieri e congetture. 
Dentro all'arte del fare è possibile mescolare ogni cosa: dall'uso di un primitivo sasso per fare fuoco alla realizzazione di imponenti progetti derivati da lunghissime elucubrazioni.
In mezzo a questo immenso "fare" si nasconde una delle più grandi "scoperte" umane di tutti i tempi: la scienza. 
La parola scienza vuole significare, oggi come oggi, "troppo di tutto"; in mezzo al suo oceano ci sono l'ingegneria, la biologia, la chimica, la matematica, la fisica, l'astronomia, la medicina, la statistica, le scienze naturali e tanto altro (di ignorato) ancora. Fare scienza dovrebbe significare, in prima istanza, saper individuare legami e/o fili sottili che intercorrono fra tutti questi campi.
Il progresso scientifico dovrebbe essere vincolato, non da ultimo, anche alla diffusione di quella troppo sottovalutatacultura scientifica: scienza ed invenzioni scientifiche hanno (ed avranno) un impatto enorme e sempre maggiore nella vita di ogni essere umano. La cultura della scienza prevede un addestramento significativo e vincolato alla necessità disemplificazione del caos esterno: saper tradurre un fenomeno reale in formule matematiche e concepibili è solo un esempio delle tante missioni a cui la scienza può prestare ascolto. 
Scienza vincolata a comprensione nella società, dunque: può tutto essere fatto a dimensione d'uomo e di natura? Può successivamente quel tutto essere ristrutturato e migliorato in termini di sostenibilità qualora le direzioni impresse non siano corrette? La scienza dovrebbe essere uno dei punti chiave con cui decifrare i repentini cambiamenti della società e del mondo esterno: condizionale d'obbligo, ovviamente. 
In una società contemporaneamente confusa come quella moderna, servirebbero punti di vista democraticamentecondivisi sul valore da attribuire alla scienza ed ai suoi impatti nella vita di ogni essere umano; può una qualunque forma di politica decidere in maniera completamente autonoma sul futuro energetico di un Paese?
Possono rimanere inascoltate le intime volontà personali relativamente alle questioni del fine vita?
Può una rinnovata forma di etica contribuire a ricostruire argini importanti del caos socio-ambientale moderno?
Le domande a cui scienza ed umanità intera dovranno rispondere, anche nel futuro più immediato, saranno sempre più importanti ed imponenti: nulla potrà più essere considerato stagno ed estraneo
Servirà mettere in stretta correlazione ambiente ed economia, società e sviluppo sostenibile: su questo fronte, le discipline scientifiche dovranno giocare la partita più importante. 
Il dibattito fra scienza e democrazia prosegue nell'iniziativa promossa dalla Fondazione diritti genetici e riportata in un articolo multimediale da La Repubblica: chi deve decidere della scienza e della luce da gettare sui suoi percorsi di sviluppo? E' essenziale o superfluo condividere e discutere di imponenti decisioni con la base della piramide-società?
Queste sono solo alcune e marginali domande a cui molti esperti di ogni tipo cercheranno di rispondere: ricercatori, economisti, filosofi, costituzionalisti, scienziati e professori. 
Le riflessioni sono, oggi più che mai, aperte: è necessario discutere e provare a riscrivere anche questa "fetta" di sistema. Progresso scientifico, divulgazione e cultura scientifica: su questi essenziali cardini potrà disegnarsi un domani sicuramente migliore di questa contemporaneità?
Ai posteri le ardue discussioni. 

Per saperne di più: 
"Scienza e democrazia, il dibattito apre al pubblico", LaRepubblica
(http://www.repubblica.it/scienze/2012/02/21/news/scienza_e_democrazia_dibattito_apre_pubblico-30263242/)

"Il Forum Scienza & Democrazia", 
(http://www.scienceanddemocracy.it/scienza-e-democrazia/)

"Decidere noi della scienza", G.Zagrebelsky, LaRepubblica
(http://www.repubblica.it/scienze/2012/02/21/news/scienza_e_democrazia_intervento_zagrebelsky-30263309/)



sabato 18 febbraio 2012

"CERVELLI D'ITALIA": ELEMENTI PER L'ITALIA CHE VERRA'


La gloria di un Paese disastrato ma ancora straordinario come quello italiano non sembra essere, in un modo chiaro ed oggettivo, pienamente misurabile. Le domande che si dipanano da questa questione possono essere praticamente infinite: quanto può costare allo Stato italiano la perdita di un cervello scappato dopo essersi formato fra "mura amiche"? 
Quale futuro migliore potrà mai avere un'Italia che vede scappare "a gran giornate" le sue intelligenze migliori? 
Formazione, studio e ricerca dovrebbero essere tre argini fondamentali entro cui provare ad impostare quel medio-lungo termine che, in questi ultimi decenni, sembra essere così tremendamente mancato. 
Adoperarsi per lo studio e per il progresso, oggi, sembra essere sempre più questione esclusiva deimartiri: studiare fino ad un'età rigorosamente definibile, per non rischiare di essere etichettati comesfigati certificati  da autorevoli (!!) ViceMinistri; formarsi ed addestrarsi sempre più, condensando ed evidenziando quella linea sottile che separa la teoria dalla pratica.
Il ragionamento sui cosiddetti 'cervelli d'Italia' rischia di diventare, sotto queste luci, una questione infinita ed infinitamente ripercorribile: proprio per questo motivo dell'eterno ritorno, forse, sarebbe giusto intraprendere un lungo viaggio per poter capire la situazione di questa stupenda (ma immensamente sottovalutata) componente del panorama italiano. Cosa sarebbe possibile scoprire analizzando in lungo e largo questa malcapitata Italia? 
Quali e quante menti straordinarie potremmo trovare immerse in una costante realtà di invisibilità e mai adeguati riconoscimenti? Quali fibre si stanno ora adoperando, anche se solo per immaginare un futuro migliore su scala glocale
Quanti stanno spendendo parte dei loro anni migliori per ragionare sulle soluzioni migliori (o meno peggiori) per semplificare le vite di ogni uomo? La ricerca si muove, mai troppo considerata, dentro ed attraverso tutte queste domande: sullo sfondo, un viaggio per poterne meglio delineare i contorni. 
E' questa un'infinitesima parte di contenuto del libro "Cervelli d'Italia", scritto da Simone Malacrida: al suo interno è plasmato un viaggio, lunghissimo ed interessantissimo, che vive i propri momenti migliori nell'incontro con coloro che vivono di e nella ricerca. 
L'autore, nell'anno del 150esimo dell'Unità d'Italia, sembra lanciare un ennesimo estremo segnale da non abbandonare o trascurare: vietato trascurare la ricerca. Vietato bruciare questa invisibile ma pesantissima questione che sintetizziamo come capitale umano, sola cosa al mondo capace di creare valore.
In un viaggio attraverso la penisola vengono esplorate le vite e le dinamiche realizzative di quelle che sono a pieno titolo definibili come speranze per questo disastrato Paese: come si è formato un interesse verso una disciplina? Quali sono state le congetture e le idee che hanno dato il via a scoperte potenzialmente prolungabili e rivoluzionarie? 
Quali sono le potenzialità attualmente non rilevate in quella che sempre più sembra essere una (desolatalanda-Italia
La ricerca si muove anche (soprattutto?) attraverso le esistenze e le opinioni di queste persone, in ogni possibile fibra. 
cervelli d'Italia incontrati nella strada tracciata dall'opera hanno dimostrato stupendi approcci alla multidisciplinarietà, riuscendo a collegare formazioni culturali solo apparentemente molto lontane fra loro: è questo il caso di quell'infinita varietà del tutto ritrovabile fra le sue pagine.
Fare ricerca significa, quindi, riuscire a concretizzare speranze importantissime: fra economia, ambiente e sostenibilità sembrano delinearsi i prossimi obiettivi di cambiamento per il mondo che verrà. 
Nonostante un certo sistema stia crollando, rimangono persone che lottano e si addestrano per immaginare infinite fondamenta su cui poterne (ri)costruire altrettanti: fra luci ed ombre, la ricerca rimane lì. 
Nella strada dei "Cervelli d'Italia" si definiscono speranze, si aprono migliori possibilità per guardare con meno angoscia ad un presente percepito come sempre più vuoto ed esaurito: grazie a questi italiani di vera lotta, forse, sarà sempre più possibile sentire soffiare questa meravigliosa, desiderata (ma ancora tanto sconosciuta) aria nuova.



venerdì 17 febbraio 2012

"WE TAKE CARE OF OUR OWN", CITANDO BRUCE SPRINGSTEEN




"I’ve been knockin’ on the door, there’s … of throne

i’ve been lookin’ for the map that leads me home
i’ve been stumblin’ on good hearts turned to stone
those good intentions have gone dry as bone
we take care of our own
we take care of our own
wherever this flag’s flown
we take care of our own

from chicago to new orleans

from the muscle to the bone
from the shotgun shack to the superdome
we needed help but the cavalry stayed home,
there ain’t no-one hearing the bugle blown
we take care of our own
we take care of our own
wherever this flag’s flown
we take care of our own

where’s the eyes, the eyes with the will to see

where’s the hearts, they run over with mercy
where’s the love that has not forsaken me
where’s the work that set my hands, my soul free
where’s the spirit to reign, reign over me
where’s the promise, from sea to shining sea
where’s the promise, from sea to shining sea
wherever this flag is flown
wherever this flag is flown
wherever this flag is flown

we take care of our own
we take care of our own
wherever this flag’s flown
we take care of our own
we take care of our own
we take care of our own
wherever this flag’s flown
we take care of our own."


TRADUZIONE:


"Stavo bussando alla porta del trono
Stavo cercando la mappa che mi conduce a casa
Stavo inciampando nei cuori buoni diventati di sasso
Quelle buone intenzioni si sono seccate come le ossa
Ci preoccupiamo per noi stessi
Ci preoccupiamo per noi stessi
In qualsiasi posto la bandiera sia sventolata
Ci preoccupiamo per noi stessi


Da Chicago a New Orleans
Dal muscolo all’osso
Dal fucile da caccia
Dalle baracca da caccia ai grandi palazzi
Avevamo bisogno di aiuto ma la cavalleria è rimasta a casa
Non c’è nessuno che sente la tromba suonare
Ci preoccupiamo per noi stessi
Ci preoccupiamo per noi stessi
In qualsiasi posto la bandiera sia sventolata
Ci preoccupiamo per noi stessi


Dove sono gli occhi, gli occhi, gli occhi con il desiderio di vedere
Dove sono i cuori, che travolgono con misericordia
Dov’è l’amore che non mi ha abbandonato
Dov’è il lavoro che libererà le mie mani, la mia anima
Dov’è lo spirito che regna, regna su di me
Dov’è la promessa dal mare al mare splendente
Dov’è la promessa dal mare al mare splendente
In qualsiasi posto la bandiera sia sventolata
In qualsiasi posto la bandiera sia sventolata
In qualsiasi posto la bandiera sia sventolata


Ci preoccupiamo per noi stessi
Ci preoccupiamo per noi stessi
In qualsiasi posto la bandiera sia sventolata
Ci preoccupiamo per noi stessi
Ci preoccupiamo per noi stessi
Ci preoccupiamo per noi stessi
In qualsiasi posto la bandiera sia sventolata
Ci preoccupiamo per noi stessi."


martedì 14 febbraio 2012

ETERNIT, L'OSTACOLO OLTRE LA GIUSTIZIA


Le condanne imposte ai due "datori di lavoro" Schmidheiny e De Cartier costituiranno, da oggi in poi, un felice precedente per tutti coloro che vorranno mettere salute e benessere dei lavoratori in secondo piano rispetto a fattori quali produttività o guadagno. Sedici anni ciascuno, per "disastro doloso permanente" ed "omissione dolosa di misure antinfortunistiche".
Chi fornisce lavoro dovrebbe, su tutto e prima di tutto, mettere sicurezza e salute della base produttiva davanti ad ogni altra "variabile": la tragedia Eternit ha confermato che, purtroppo, nella definizione di questo fatto deve essere usata tutta la cautela possibile. Giustizia è (parzialmente) fatta in nome dei morti, giustizia è fatta in nome di tutti coloro che ancora oggi saranno costretti a sopravvivere con un dolore così tremendo. 
L'amianto è infatti un killer silenzioso, che colpisce quando vuole e senza avvertire nessuno: asbestosi, placche pleuriche, tumori polmonari fino al tremendo mesotelioma pleurico. Quando questo arriva e colpisce, non c'è più speranza: porta morte, in un tempo orribilmente breve. 
Chi "dirigeva" le lavorazioni di questo materiale tremendo ed ha contribuito ad importarlo e diffonderlo per l'Italia intera (e non solo, nds) ne ignorava completamente le nefaste proprietà? Chi lo ha fatto respirare ad operai ed addetti ai lavori  ignari per anni ed anni nulla sapeva di come questo schifoso possa devastare un corpo umano? Si tratta di una condanna significativa ed imponente, ma non totalizzante. 
Sulla tragedia amianto rimane ancora troppo da fare...e da soffrire. 
Le parole più chiare e tremende sono quelle di Romana Blasotti, 83enne testimone della tragedia di Casale Monferrato: 
"Quella di oggi è una bella notizia, ma per noi è una puntata. Vedremo ancora tanti amici morire, e abbiamo ancora tanta rabbia e tanta strada da fare."
Una sola puntata, in mezzo a vite intere distrutte. Le malattie più tremende per le morti "da amianto" hanno, purtroppo, tempi di latenza lunghissimi: un mesotelioma può aspettare, silente ed indisturbato, anche quarant'anni (ed oltre, nds) prima di manifestarsi, magari tramite qualche iniziale colpo di tosse. Sono morti operai e lavoratori addetti, famiglie intere intossicate dai vestiti da lavoro impregnati delle fibre killer di questo tremendo materiale.
Moriranno ancora altrettante persone, seguendo una curva che non individua tutt'ora un massimo: rimane tanto, troppo da fare. Le due persone su cui graveranno gli anni di condanna nient'altro sono che la punta di un iceberg sterminato di morti, materiale ancora non rimosso e dolore. Ben vengano le "quantificazioni di colpe", ma è necessario affermare che tutto questo potrebbe costituire solo un efficace prologo con cui  meglio affrontare l'emergenza. 
La tutela dall'eternit e amianto deve passare attraverso efficaci argomenti chiave a cui è impossibile sottrarsi, a prescindere dalla sentenza: prevenzione, rimozione e controllo di ogni possibile fonte di contaminazione. 
La situazione di Casale deve essere una miccia, un positivo innesco con cui contribuire ad eliminare un'emergenza che rimane altissima: sono ad oggi 57 le aree da bonificare, per un totale di 6milioni di italiani ritenuti "a rischio". 
Questo è, tanto per essere leggeri, solo il bilancio conosciuto: rimangono tutt'ora, in tutto il territorio italiano, moltissimi prefabbricati con le famose "onduline in eternit". Ai tempi questo materiale, grazie alle sue straordinarie proprietà termo-fisiche, venne impiegato nei più svariati campi dell'edilizia e dell'ingegneria: dall'isolamento delle abitazioni all'isolamento delle condotte idriche, tanto per scrivere qualche esempio. 
Quanto eternit od amianto rimane, nelle sue varie forme, nei più disparati luoghi di questa Italia? 
Moltissimi report affermano che sono "circa" 40 milioni di tonnellate di prodotti composti da amianto, nelle più svariate forme. Si pensi anche che, altrettanto potenzialmente, è sufficiente una fibra dalle dimensioni microscopiche ad innescare la miccia della distruzione fisica. 
La curva dei morti da amianto avrà un inesauribile percorso di dolore, vittime ed ammalati: un vero e proprio albero cronologico di morte. Accanto ad una sentenza che restituisce orgoglio, dignità e senso di giustizia nei confronti di vite più volte distrutte, rimane un'emergenza urgentissima da affrontare senza quartiere. 
Il killer eternit vivrà, purtroppo, molto oltre ai suoi incriminati "diffusori". 
Anche oltre Italia, ovviamente. 

Per saperne di più: 
"Amianto, i siti contaminati", L'Espresso
(http://espresso.repubblica.it/dettaglio/amianto-i-siti-contaminati/2173792)

"Nel paese che muore d'amianto", L'Espresso
(http://espresso.repubblica.it/dettaglio/nel-paese-che-muore-damianto/2129425)

"Per chi suona la sentenza", L'Unità, 14-2-2012




lunedì 13 febbraio 2012

GRECIA ED "AIUTI": PANACEA PER SALVARE DAL BARATRO OD ENNESIMO MIRAGGIO?


Approvato il cosiddetto "pacchetto austerity", sembra che si sia scelto di salvare l'Europa a patto di uccidere l'equilibrio sociale del popolo ellenico. Le proteste di ieri sono solo l'ennesima conferma di un "filo" già largamente spezzato, nel quale è stata la base della piramide statale a "coprire" le falle causate da ben altri colpevoli. Il messaggio del Governo presieduto da Papademos è stato, nella giornata di ieri, più chiaro che mai: o austerity o default
Rimanendo aderenti all'alternativa votata "democraticamente" dal Parlamento, cosa è possibile scrivere?
In sintesi, i punti di questa "bomba" ormai deflagrata sono i seguenti: 
  1. Salario minimo: radicale riforma del mercato del lavoro, con diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito. Risulta scontato affermare che, grazie a questo punto, sarà enormemente più facile portare avanti piani di licenziamento;
  2. Tagli e riforme: risparmio su prodotti farmaceutici, spese sanitarie ed apertura agli investitori stranieri sul mercato energetico. Non ultimi tagli alle spese elettorali, tagli alla difesa e riduzione degli investimenti pubblici. Rimangono tagli promessi ma non ancora collocati, per un totale disoli 300milioni di Euro;
  3. Privatizzazioni: accanto ad un piano di dismissione dei patrimoni pubblici, saranno cedute quote pubbliche afferenti a società petrolifere, del gas, acqua e lotterie;
  4. Statali: predisposto piano di 15mila licenziamenti nel settore pubblico, per una percentuale prossima al 10% di tutta la Pubblica Amministrazione ellenica da realizzare entro il 2015; 
  5. Banche: salvati i risparmi dei clienti, a fronte di 17 miliardi di Euro di perdite legate alla recente crisi speculativa. Le stesse potranno inoltre, in caso di bisogno, richiedere prestiti ed aiuti allo Stato per nuovi finanziamenti previa emissione di Titoli di Stato;
  6. Prestiti: prestito temporaneo di 35 miliardi dal Fondo temporaneo Salva Stati (Efsf), che permetterà di finanziare obbligazioni e titoli in scadenza nei prossimi mesi. 
A fronte di questo percorso, quale sarà il futuro di questo Paese? Si tratta di una soluzione che, a conti fatti, fa strettissima rima con un concetto primario: aumento della disoccupazione (già dilagante). 
Il popolo greco, infatti, è stato già largamente devastato in questi ultimi anni di continuo tira e molla: 
disoccupazione prossima al 20%, a fronte di un reddito pro-capite passato da 14800 a 13660 Euro nel giro di tre anni. 
Senza "pacchetto austerity", sarebbe stata inevitabile bancarotta? Il debito pubblico greco è, in rapporto al PIL, prossimo a percentuali del 170%: grazie a questi "aggiustamenti" potrebbe, entro il 2020, abbassarsi alla quota del 120%. Sempre di conti potenziali si tratta, ovviamente. 
Il rischio di insolvenza avrebbe prodotto danni maggiori di quelli che diventeranno ora tragica realtà? 
Un altro colpo tremendo allo stato sociale era l'unica strada percorribile per riparare ai danni fatti da altri? 
I "rimedi" adottati derivano anche, forse, dalla composizione del debito pubblico greco?
Stando a fonti reperibili online, infatti, il debito pubblico ellenico risulta detenuto per il 65% del totale da investitori "non residenti": questo giustifica che il massacro per garantire la solvibilità sia fatto sulle spalle dei soli "inquilini"? 
La popolazione greca accetterà "senza colpo ferire" questo ulteriore salasso, incapace di garantire crescita e salvezza dello stato sociale? Queste misure annullano le probabilità di fallimento oppure ne rallentano semplicemente l'avanzata?
L'ottenimento del prestito di 130 miliardi di Euro da parte delle Istituzioni europee costituisce una panacea stabilizzante od un altro boccone avvelenato gettato dall'impazzita finanza? Quali sarebbero per l'Europa intera le conseguenze per un fallimento greco? A cosa si andrebbe incontro in caso di altra speculazione incontrollata? 
Queste sono solo alcune delle infinite domande che dovrebbero preoccupare ogni cittadino europeo, più di ogni altro investitore finanziario: salvare l'equilibrio economico innescando un default sociale è l'unica strada percorribile? 
La politica del rigore imposto dalla Germania ed appoggiato da altri Stati è l'unica alternativa per erigere quel tanto desiderato "firewall" capace di allontanare qualsiasi altra crisi? 
Cosa potrebbe accadere se nessuna delle misure approvate (imposte, nds) fosse sufficiente a garantire sicurezza? 
La risposta è, ovviamente, tremendamente scontata. 

Per saperne di più:
"Il reportage - Grecia", D.Mastrogiacomo, S.Bennewitz, E.Occorsio, La Repubblica - 13 febbraio 2012;

"Chi possiede il debito pubblico italiano e greco?", giornalettismo.com
(http://www.giornalettismo.com/archives/150317/chi-possiede-il-debito-pubblico-italiano-e-greco/)

"Le sofferenze dei greci in nome delle banche", M.Onado, Il Fatto Quotidiano
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/le-sofferenze-dei-greci-in-nome-delle-banche/190758/)



domenica 12 febbraio 2012

GIOVANI E LAVORO: POSTO FISSO COME CHIODO FISSO?


Contrariamente a quanto sostenuto dall'uomo che si è prefisso l'obiettivo di cambiare la mente degli italiani, è oggettivo scrivere che un futuro oggi si può costruire solo con la tanto disprezzata "monotonia": è monotono lavorare una vita intera per mettere da parte qualcosa, è monotono studiare e specializzarsi per avere (teoricamente, nds) più probabilità di successo ed occupazione, è monotono timbrare cartellini che dovrebbero permettere, giorno per giorno, di vivere. 
La domanda principale, in tempi come questi, sembra essere diventata una sola: vivere per lavorare o lavorare per vivere? 
La linea di confine fra le due possibilità va sempre più assottigliandosi, a fronte di ritmi sempre più proibitivi di esistenza: se non fai tutto rimanendo "cronologicamente" in regola rischi di diventare sfigato, qualunque sia la tua condizione al contorno. 
In una società dove il posto fisso finisce per fare stretta rima con assicurazione di vita e futuro, l'assenza di certezza lavorativa può causare devastanti scompensi sociali sul medio-lungo termine. 
Riformare il lavoro significa solo abolire od accanirsi contro il vituperato articolo 18? 
Riformare il lavoro significa solo chiedere "meno monotonia" e disillusione a chi per ragioni anagrafiche si affaccia solamente ora al mondo "che conta"? Riformare il lavoro significa minimizzare le tutele per rendere tutto più "divertente"? 
Arrivare alla fine del mese facendo i salti mortali è veramente la "mission impossible" più importante da realizzare?
Le domande sono tantissime, in questo momento di immenso cambiamento: si stanno facendo in pochi mesi le cose che una certa "politica" ha rimandato per anni, rischiando così di compromettere ulteriormente "l'equilibrio" (parola grossa, nds) sociale. Non c'è neppure garanzia alcuna di riuscita, in quanto gli indici di crescita solo esclusivamente potenzialmente raggiungibili. In questo momento, purtroppo, l'equazione sembra avere una sola soluzione: crescere economicamente per salvarsi socialmente
In mezzo, impazza questa tremenda guerra contro la "monotonia": sotto la lente di ingrandimento finisce, ancora una volta, quella straordinaria risorsa costituita dal capitale umano. 
Quasi nessuno ha detto e scritto che, nel futuro, le speranze di crescita più grandi dovrebbero concentrarsi sul dare valore a cose/fattori che fino ad oggi non ne hanno avuto; ciò che è invisibile sul breve termine non lo è, per esempio, sulla lunga distanza. 
A questo proposito, chiedere dei risultati (anche in termini economici, nds) raggiunti oltre Italia dai troppi cervelli qui formati e poi (giustamente) fuggiti per costruirsi un "monotono" domani. 
Citando il capitale umano, inevitabilmente, si finisce per richiamare in causa la questione giovanile: come si sentono i giovani italiani nella ricerca di un futuro? Hanno davvero quello che si meritano, volendo puntare esclusivamente alla costruzione di un "monotono" domani? 
Sono troppo distratti dalle travi nei loro occhi per poter guardare il dito indicante una luna di straordinarie opportunità di carriera? Le domande sono tantissime, su una questione tremendamente complessa come questa. 
Grazie alle condizioni attuali, l'Italia di domani rischia di trasformarsi in uno Stato dove tutto sarà estremamente "flessibile" e "meno monotono": se i migliori cervelli continueranno a scegliere la fuga, con quali armi saranno portate avanti le nuove sfide che abbiamo davanti? 
Se il lavoro diventerà sempre più "svincolato", le banche sapranno adeguarsi alla dilagante "moda"? 
Sarà possibile ottenere mutui fornendo garanzie che oggi vengono considerate inesistenti? 
Le risposte a queste ultime tre domande sono, ovviamente, scontate. 
I giovani, stando ad una ricerca condotta, cercano forse ancora ciò che sta diventando (eufemisticamente) difficile trovare: sicurezza e stabilità del posto di lavoro sembrano essere i fattori prediletti dalle nuove generazioni per la costruzione di un futuro.
Meglio un lavoro "sicuro anche se meno redditizio" od uno "meno sicuro ma con più prospettive di reddito"? 
Di fronte a questa domanda, 9 giovani su 10 ritengono preferibile la prima strada: visione giusta o sbagliata? 
Qualcuno sostiene che questa visione sia sinonimo di scarsa volontà di "fare carriera": cosa significa, in uno Stato come questo, affermarsi lavorativamente? Tale "mancanza" di prospettive non può essere, forse, dovuta al contesto economico-sociale di straordinaria precarietà nel quale ogni italiano è costretto a muoversi? 
Il "concime" (per non scrivere di peggio, nds) si spande a macchia di leopardo, lungo tutto lo stivale: tutto questo non dovrebbe influenzare minimamente il domani di quanti ancora un futuro se lo devono costruire? 
Moltissimi giovani, comprendendo la fascia 18-34 anni, sarebbero disposti ad allontanarsi anche dalle "mura amiche": stando all'articolo in questione, sarebbero circa 7 su 10.
Se le condizioni al contorno sono quelle che sono, come può ogni giovane aggrapparsi consapevolmente ad un appiglio che non c'è? Sarebbe opportuno riflettere anche sulla forbice generazionale inclusa nel documento in questione: fra 18 e 34 anni dovrebbe esserci, a conti fatti, più di una generazione di differenza.
Essere "giovani" a 34 anni è un privilegio/condanna di matrice italica? 
Esistono altre "giovani" generazioni che a quasi 40 anni si vedono ancora con una vita davanti? 
Le domande, anche su questo campo, sono altrettanto infinite e pesanti. 
Stabilità e sicurezza sul lavoro coincidono, per il modello di società contemporaneo, con stabilità e sicurezza nella vita. 
Chi sostiene il contrario, ad essere buoni, proviene (come minimo) dalla Luna.
Governanti compresi, ovviamente. 


Fonte: 
"Giovani e lavoro, il sogno resta il posto fisso", R.Mannheimer, Corriere della Sera
(http://www.corriere.it/cronache/12_febbraio_12/giovani-lavoro-sogno-posto-fisso-mannheimer_b7f0cbb0-5548-11e1-9c86-f77f3fe7445c.shtml)